LA TAZZINA INCRINATA di Vito Della Bona

“Forza ragazze facciamo vedere chi siamo!”, dissero le cinque tazzine da tè, con relativi piattini, e si misero davanti alla teiera, alla zuccheriera e alla caraffa da latte.

Solo una stava in disparte, insieme al suo piattino, con lo sguardo molto triste. Aveva una piccola incrinatura che partiva dal bordo e andava giù fino al fondello. Non era una gran crepa, ma questo aveva creato un sacco di problemi a tutto il servizio. Ora, non volevano fare brutta figura e l’avevano messa in disparte.

Il servizio da tè faceva bella mostra di sé in una vetrina del rigattiere di Rue de la Concorde. Era di porcellana, finemente decorato e con i bordi smaltati in oro.

Lo aveva portato un clochard qualche giorno prima.

“Una tazzina è un poco incrinata”, aveva fatto rilevare l’addetto alla valutazione degli oggetti, “non posso darle più di questo”, e gli aveva fatto vedere alcune monete da un euro.

“Va bene”, aveva risposto il clochard, anche se un po’ contrariato dalla modesta offerta, “in realtà speravo qualcosa di più, dato che mi sembra che ci siano tutti i pezzi del servizio.”

“Cercherò di venirle incontro. Arrotondiamo, le posso dare questa banconota da 10 euro.”

Il clochard aveva sorriso felice, mostrando una dentatura piuttosto malandata. Si era messo in tasca la banconota ed era uscito borbottando tra sé: “Mi andasse così tutti i giorni! Che fortuna trovare qualcosa di interessante abbandonato vicino ai cassonetti!”

Ed era tornato verso la Senna.

Trascorsero diversi giorni senza che accadesse nulla che potesse riguardare il servizio da tè.

I locali del rigattiere erano frequentati da diverse tipologie di persone, che andavano dal ricco collezionista alla ricerca di qualche oggetto di valore, finito lì chissà come, alla persona che cercava qualcosa, a poco prezzo, per metter su casa.

Ma nessuno di quei clienti si fermò a dare un’occhiata a quella vetrinetta.

L’entusiasmo iniziale andò man mano scemando e le tazzine con relativi piattini si guardavano intorno un poco sconfortate e senza speranza, così come facevano anche i pezzi importanti del servizio.

“Possibile”, disse la teiera, “che nessuno si accorga del nostro valore, e che al prezzo che è esposto non comprerebbero neanche un piattino?”

“Ma non vedi che persone di basso rango si muovono intorno a noi!”, replicò la zuccheriera.

“Sarà per colpa di quella tazzina incrinata!”, intervenne la caraffa da latte.

Le cinque tazzine e piattini in prima fila non dissero nulla, ma tirarono un profondo sospiro quando parlò la caraffa, facendo ben capire che condividevano quel parere.

La tazzina in questione era rimasta sempre in fondo, quasi a volersi nascondere. Per lei non era cambiato nulla, se c’era da dare la colpa a qualcuno finiva per essere additata sempre lei come la responsabile sebbene, a suo modo di vedere, la cosa era ingiusta e si riteneva innocente.

“Ma perché danno la colpa sempre a me”, disse sottovoce al suo piattino. “Io sono qui in fondo e non mi vedono neanche.”

“Non ti preoccupare, vedrai che prima o poi qualcuno ci prenderà al suo sevizio”, rispose il piattino. “Basta saper aspettare.”

La tazzina annuì, anche se in cuor suo era poco convinta.

Un giorno si presentò nel magazzino il signor Courtois, un collezionista di un certo livello, che da un po’ di tempo non frequentava più quel rigattiere. Un tempo era stato un cliente abituale, poi, dato che non gli era più capitato di trovare alcunché di interessante, aveva preferito passare il suo tempo nei vari mercatini di antiquariato che si tenevano in altre zone della città durante il fine settimana.

Quel giorno vi era finito quasi per caso. Doveva andare a trovare un amico proprio in Rue de la Concorde ma, essendo arrivato un po’ in ritardo per alcune faccende che aveva dovuto sbrigare in precedenza, non lo aveva trovato. Così, si era ricordato del rigattiere che era proprio in fondo a quella via, e aveva deciso di farci un salto.

Si mise a gironzolare tra i vari ripiani e mensole, osservando quello che a lui sembrava solo robaccia per la discarica.

Arrivò davanti alla vetrinetta e i suoi occhi caddero sul servizio da tè, posto sul ripiano di vetro centrale. Lo guardò attentamente.

“Ma questo è un Sèvres”, si disse, “sono proprio certo di non sbagliare.”

Si chinò per cercare di vedere sotto i piattini il marchio ed ebbe quasi un sussulto.

“Sì! Lo riconosco quel marchio. Sono proprio Sèvres della manifattura reale.”

Guardò il prezzo, che era stampigliato sull’etichetta attaccata a una delle tazzine.

(Servizio da Tè in porcellana – d’epoca – € 50,00)

“Non è possibile”, si disse. “Questo servizio a questo prezzo. Non hanno idea di che cosa hanno in vetrina!”

Guardò meglio, aveva visto solo cinque tazzine con i loro piattini, ma tirò un sospiro di sollievo. Là in fondo c’era la sesta, con relativo piattino.

Le tazzine in prima fila lo guardarono stupite. Era la prima persona entrata dal rigattiere che mostrava di avere una vera competenza per l’antiquariato, e si era subito interessato a loro. E per di più aveva l’aspetto di un gran signore, con tanto di barba e occhiali.

Il signor Curtois, si diresse alla cassa. Confermò che era interessato a quel servizio da 50,00 euro che era nella vetrinetta e si raccomandò che glielo incartassero con cura.

“Non si preoccupi”, fu la risposta, “i nostri clienti non hanno mai dovuto lamentarsi per come imballiamo e consegniamo le cose. Vuole che glielo recapitiamo a casa? Il nostro servizio è di soli 10 Euro.”

“No! Aspetto che me lo confezioniate e me lo porto via io”, disse, mentre pagava il prezzo dovuto.

In realtà preferiva evitare che quel pacchetto facesse troppi giri. Gli era passata per la mente una certa idea: se aveva ragione le porcellane potevano avere un valore inestimabile.

E stette lì a guardare, con una certa apprensione, quando lo ritirarono dalla vetrinetta, lo portarono dietro al bancone e cominciarono a imballarlo.

“Si! In effetti sono bravi a fare il loro mestiere”, concluse vedendoli operare.

Prese il suo pacchetto e se lo portò direttamente a casa, tenendolo con la massima cura. Avrebbe voluto fermarsi per un pastis, al solito bar dell’angolo, che ne faceva uno di ottima qualità, ma non vedeva l’ora di verificare il contenuto di ciò che aveva in mano.

Arrivato, appoggiò il pacchetto sulla scrivania dello studio, aprì il secondo cassetto e tirò fuori un paio di guanti bianchi di cotone, che usava sempre quando doveva maneggiare le sue cose più preziose.

Lo sballò con attenzione, guardando ogni pezzo di sopra e di sotto e appoggiandolo poi davanti a sé. La sesta tazzina fu l’ultima a essere tirata fuori dal suo involucro e subito il signor Courtois notò che aveva una piccola incrinatura.

“Peccato!”, disse ad alta voce, mentre la maneggiava con ancora maggiore cura dei pezzi precedenti. “Chissà quante vicissitudini ha avuto il servizio e questa tazzina è riuscita ad arrivare quasi integra fino a oggi. Ma se è vero quello che penso questa piccola crepa non ha alcuna importanza. Fondamentale è che il servizio sia completo, perché potrebbe essere l’unico ancora esistente!”

Fece alcuni spostamenti nella sua cristalliera e, reso un ripiano libero, vi mise  i tre pezzi principali, poi le sei tazzine con relativi piattini. Quella con la piccola crepa la mise proprio in prima fila. La riteneva fondamentale per definire il valore del servizio: è vero che era leggermente crepata, ma senza di lei il servizio sarebbe rimasto incompleto, come quei pochi che aveva visto nei musei.

Ora, non restava che fare le dovute ricerche e sperare di trovare la conferma.

In quel momento le uniche sue due certezze le aveva avute dai marchi posti sotto i componenti del servizio: erano ceramiche di Sèvres, realizzate tra il 1750 e il 1780.

Quei marchi li conosceva molto bene. Li aveva controllati su ogni pezzo e non erano dei falsi!

Risalivano alla corte di Luigi XV, re di Francia, e sicuramente avevano una storia incredibile.

Il servizio da tè si ricordava molto bene la propria storia.

Era l’inizio dell’anno 1770 e, all’avvicinarsi del 60° genetliaco del re di Francia Luigi XV, le maestranze della Manifattura Reale di Sèvres avevano deciso di creare un oggetto di particolare fattura da omaggiare al re, in occasione di quell’importante ricorrenza.

La manifattura si dedicava alla produzione di oggetti in ceramica finemente decorati e smaltati in oro, che erano destinati alle classi privilegiate della nobiltà francese, nonché alle famiglie reali del continente europeo.

La data era il 15 febbraio, e già all’inizio del mese di gennaio era nata una discussione su quale oggetto in porcellana realizzare. Le idee erano diverse: chi voleva un servizio di piatti, chi un grande vaso centrotavola, chi un servizio da dessert, chi un servizio da tè, chi un cofanetto.

Il direttore, alla fine, prese la decisione. Si doveva fare un servizio da tè che doveva essere speciale, sia per la qualità della porcellana che per le dorature.

I disegnatori si misero subito al lavoro, prepararono il progetto e così fu realizzato un servizio da sei, unico nel suo genere. Logicamente ne facevano parte oltre alle sei tazzine e relativi piattini, anche la teiera, la zuccheriera e la caraffa da latte.

Il servizio fu presentato da una delegazione della fabbrica al direttore.

Tutti i componenti del servizio si misero sull’attenti. Il gran capo passò in rassegna un pezzo alla volta, squadrandolo da tutti i lati. Alla fine, fece un cenno di assenso con la testa.

“Non ho mai visto nulla di più bello uscire dalla mia manifattura”, pensò. Ma non volle dare soddisfazione al personale e tenne tutto per sé.

 Tutti i componenti il servizio furono sistemati, avvolti in preziosi tessuti, in un cofanetto di legno pregiato, su cui venne posta una targa metallica con inciso:

15 Février 1770

Les artisans de la Manufacture Royal de Sèvres

Il 15 febbraio il direttore della manifattura, a nome di tutte le maestranze, si presentò a corte pensando di essere ricevuto dal Re, ma una moltitudine di cortigiani già gravitava in quel luogo, come pianeti intorno al sole.

Fu così che ebbe solo l’onore di consegnare il servizio, contenuto nel cofanetto di legno, nelle mani del Gran Ciambellano, che promise di recapitarlo a Sua Maestà non appena possibile, con gli auguri delle maestranze della Manifattura Reale di Sèvres.

Le tazzine erano felicissime, andavano a far parte dei servizi reali. Certamente un destino invidiabile, che tutti i servizi da tè avrebbero voluto avere.

Verso sera, finite le faticose cerimonie della giornata in cui aveva dovuto ascoltare auguri e convenevoli da principi, ministri, ambasciatori stranieri e da tutti gli altri nobili e cortigiani che per lunghe ore avevano aspettato il loro turno, Luigi XV si sedette finalmente a tavola per la cena.

Solo allora il Gran Ciambellano si ricordò del regalo che gli era stato consegnato dalla delegazione di Sèvres. Si presentò al Re con il cofanetto in mano, mentre questi già stava degustando rumorosamente la soupe serale.

“Ma mi volete proprio male”, disse il Re, “non posso neanche gustarmi in pace questa modesta cenetta.”

“Mi scusi Sua Maestà”, rispose il Gran Ciambellano, chinando la testa, “ma mi ero proprio dimenticato di consegnarvi l’omaggio che le sue maestranze della Manifattura Reale di Sèvres hanno preparato appositamente per lei.”

“Bene! Allora lo apra e mi dica che cosa hanno omaggiato.”

Il Gran Ciambellano appoggiò il cofanetto sul lato opposto del grande tavolo dove il Re cenava, lo aprì e cominciò a liberare dai preziosi tessuti il contenuto.

“Su forza, sia un po’ più veloce. Non vede che non ho tempo da perdere. Qui si sta raffreddando tutto!”

“Sì! sto facendo in fretta. Ma mi scusi Maestà, ho sempre paura nel maneggiare questi oggetti di porcellana.”

“Allora mi dica, cosa ha trovato?”

“Oooooh! Un meraviglioso servizio da tè”, rispose il Gran Ciambellano, vedendo le prime due tazzine apparire dall’involucro.

“Ecco le solite cose. Qui ne abbiamo già in gran quantità di questi servizi, che mi sono stati regalati da mezzo mondo”, intervenne un poco infastidito il Re. “Lo imballi nuovamente per bene e lo porti con i miei omaggi a Madame la Contessa du Barry. E ora si tolga dai piedi, che la mia soupe è quasi fredda!”

Il Gran Ciambellano si ritirò velocemente e, nell’uscire dalla porta che gli veniva aperta da un servitore, andò a sbattere con il cofanetto, ancora semiaperto, contro un altro servitore che arrivava con un vassoio in mano.

“Aih! Che dolore!”, urlò una tazzina.

L’uomo si fermò un attimo, guardandosi intorno. Non riusciva a capire da dove fosse arrivata quella voce.

Si riprese e corse in un altro salottino che sapeva libero, posò il tutto sul tavolo, e riaprì il coperchio per risistemare le due tazzine.

Subito gli vennero i sudori freddi.

Una delle due tazzine presentava una piccola incrinatura.

“Oh! Povero me!”, esclamò. Poi, si guardò intorno per avere la certezza che non ci fosse proprio nessuno lì presente.

La guardò più attentamente.

Valutò che la cosa non era tanto grave e forse poteva passare inosservata. La maggior parte delle persone non era come lui, che aveva l’abitudine di valutare molto bene, anche a prima vista, persone e cose.

Oramai era troppo tardi per presentarsi nella dimora di Madame la Contessa du Barry, e decise di aspettare il mattino seguente.

Durante la notte non riuscì a chiudere occhio. Era preoccupato per quella tazzina incrinata; doveva fare in modo che, per ora, nessuno se ne accorgesse

Sul far del mattino gli venne un’idea.

Si alzò subito. Uscì dalla sua camera e andò nel salottino dove aveva depositato il cofanetto. Lo aprì, tirò fuori tutti i componenti e li depose sul tavolo.

Lo guardò. Era veramente un pezzo pregevole, non ricordava di averne mai visto uno così bello a corte. Il Re aveva fatto male a liberarsene, era sicuro che, se avesse avuto modo di dargli un’occhiata, non lo avrebbe certo lasciato ad altri.

“Ora care le mie tazzine vi sistemo meglio”, disse rivolgendosi al servizio sul tavolo, quasi fosse una persona. “In fondo metterò i sei piattini, poi voi tazzine a tre alla volta; quella con la piccola incrinatura sotto e in mezzo. Poi, sistemerò la zuccheriera, con la caraffa da latte, e infine la teiera.”

E, mentre diceva queste cose, poneva in atto il suo disegno.

“Ecco questa è un’idea eccellente, che non può che venire di buon mattino. Guarderanno con attenzione i pezzi sopra e, quindi, per adesso nessuno dovrebbe accorgersi della tazzina incrinata. Poi, quando qualcuno la vedrà, tra un po’ di tempo, non saprà a chi attribuire la colpa.”

Così fu sistemato il servizio nel suo cofanetto. E sopra ben compressi, affinché nulla si muovesse, i preziosi tessuti.

Lì all’interno del contenitore si creò un certo malumore.

“Ecco, le solite ingiustizie”, cominciarono a dire piattini e tazzine. “Tocca a noi che siamo i pezzi più piccoli stare sotto e sopportare il peso di quelli grossi.”

“Non ditelo a me”, disse la zuccheriera, “che quel bel tomo del Ciambellano mi ha messo tutta di traverso e uno dei manici mi duole veramente.”

“Ma state zitti voi”, disse la caraffa del latte. “Mi ha messo con il becco all’ingiù e incastrato nel manico della zuccheriera.”

L’unica a non lamentarsi fu quella cicciona della teiera con il suo coperchio. Aveva tutti sotto, e sopra solo i morbidi tessuti.

Quella stessa mattina, si presentò agli alloggi di Madame la Contessa du Barry e si fece annunciare da una governante, che era venuta ad aprirgli la porta.

Era lì per conto di Sua Maestà.

Fece un po’ di anticamera, ma di questo già ne aveva tenuto conto, perché l’importanza delle persone è commisurata al tempo di attesa. Poi, venne annunciato a Madame, che era in salotto con due dame di compagnia.

“Buongiorno Contessa, sono qui su incarico di Sua Maestà, Re Luigi, per consegnarle un suo omaggio.”

“Il mio caro Luigi non si è voluto scomodare! Ma venga avanti Gran Ciambellano, e si accomodi pure”, disse la Contessa indicando una grande sedia posta proprio davanti a lei.

“Sono felice di vederla questa mattina”, aggiunse, anche se quel tizio gli stava proprio antipatico. “Mi faccia vedere di che cosa si tratta.”

Il Gran Ciambellano si mise a sedere comodamente, anche se dentro sentiva un certo nervosismo. Appoggiò il cofanetto sulle sue gambe, lo aprì e tirò fuori la teiera che era proprio lì in cima.

“E’ un servizio da tè in porcellana e oro zecchino, prodotto appositamente dalla Manifattura Reale di Sèvres per il genetliaco di Sua Maestà”, disse il Gran Ciambellano, mostrando la teiera.

Una delle dame andò subito a prenderla e la portò a Madame, che la prese in mano, la rigirò da un lato e dall’altro, e la guardò con attenzione.

“Sì! E’ veramente un pezzo di gran pregio. Lo vedo bene sistemato sul vassoio di Sèvres, che è di là nel salone dove ricevo gli invitati di riguardo. Si abbina perfettamente! Ringrazi pure Sua Maestà, anzi, lasci stare, lo farò personalmente.”

Il Gran Ciambellano fu così congedato e accompagnato alla porta da una delle dame di compagnia.

Una delle cameriere venne incaricata di sistemare il servizio sul vassoio nel salone dei ricevimenti.

Prese il cofanetto, consegnato da una delle dame, e lo portò con sé.

Lo depose sul tavolo, lo aprì e tirò fuori la teiera che andò a sistemare sul vassoio, verso la parete. Recuperò la zuccheriera e la caraffa da latte, e gliele mise davanti.

Poi, passò ai piattini e alle tazzine che sistemò con cura su due file. Guardò bene che tutto fosse a posto, quando i suoi occhi percepirono qualcosa che non andava.

La tazzina di destra, in prima fila, aveva una incrinatura. Non poteva essere stata lei, di questo era certa, perché aveva maneggiato ogni cosa con cura. Ma ora chi glielo diceva alla governante.

“Non mi crederanno di certo se dico che era già così”, pensò, “meglio far finta di nulla, quando qualcuno se ne accorgerà, potrò sempre dire che, quando ho sistemato le cose, era tutto a posto.”

Quindi, per precauzione, prese la tazzina incrinata con il suo piattino e li spostò dietro, in seconda fila, sostituendoli con quell’altra coppia.

Guardò bene la disposizione creata e andò ancora a sistemare la tazzina che aveva messo in seconda fila, in modo che, a un normale sguardo, il problema non si presentasse in modo evidente.

“Sì! Così va meglio. Sfido chiunque ad accorgersi dell’incrinatura!”

Prese il cofanetto e lo mise dentro l’anta sottostante. Diede un ultimo sguardo per verificare che tutto fosse a posto e se ne andò.

“Ecco!”, disse la tazzina incrinata, mettendo giù il broncio, “per colpa di quell’imbranato del Gran Ciambellano ora sono relegata in seconda fila. Non è giusto!”

“Ma dai, non prendertela. Siamo pur sempre tutte in bella vista e per di più nel salone di una gran dama.”

“Ma io volevo stare dove ero prima, così potevo guardarmi meglio intorno. Ora sono qui e per di più ho dietro quella panciuta della zuccheriera che mi fa ombra.”

“Ma cosa dovrei dire io”, intervenne la tazzina in seconda fila a sinistra, “che ho dietro quella spilungona della caraffa da latte.”

“Silenzio tutte!”, intervenne in modo deciso la teiera, che era in fondo al gruppo. “Non lamentatevi! Pensate piuttosto che siamo nella casa della favorita del Re, e che è un’adeguata sistemazione per un servizio del nostro rango!”

La zuccheriera e la caraffa da latte convennero che aveva ragione. Non erano nelle stanze reali, ma in un luogo ben più importante, lì dove si decidevano le sorti del regno. Fu così che la diatriba ebbe fine.

Trascorsero alcuni giorni in cui la solita cameriera, che arrivava di buon mattino col suo piumino in mano, provvedeva a passarlo velocemente su di loro, facendo un gran solletico. Solo la zuccheriera sembrava apprezzarlo, dato che, non appena quella si allontanava, faceva vibrare i suoi due manici per i brividi e la tensione che aveva accumulato.

Poi, un mattino arrivarono ben due cameriere con due nuovi spolverini di piume, che cominciarono a borbottare fra di loro.

“Oggi pomeriggio viene a trovarla la sua amica Marchesa d’Estrées, con le sue due dame di compagnia e perciò bisogna fare le pulizie straordinarie”, disse la solita cameriera.

“Certo! Qui per una ragione o per l’altra c’è sempre da lavorare”, rispose seccata la seconda cameriera, che il servizio da tè non aveva ancora avuto modo di conoscere.

Così, tutti i soprammobili della sala da pranzo ricevettero un trattamento straordinario.

Si avvicinarono al vassoio di Sèvres e misero sul tavolo tutto il servizio di porcellana. Presero il vassoio e lo ripulirono ben bene, prima di rimetterlo al suo posto. Poi passarono al servizio da tè. Una sollevava il pezzo e l’altra passava per bene lo spolverino, sopra e sotto, prima di rimetterlo sul vassoio.

La zuccheriera, che era l’unica ad apprezzare i brividi che creava il passaggio di quelle piume, fece fatica a resistere a quello speciale trattamento. Non appena rimessa sul vassoio, si mise a scuotere i suoi due manici.

La seconda cameriera, che in quel momento aveva lo sguardo proprio in quella direzione, rimase un attimo perplessa.

Le sembrava di avere avuto delle allucinazioni: per un momento aveva visto la zuccheriera muoversi. Poi, scosse la testa, pensando che la notte trascorsa insonne le avesse creato qualche problema già di prima mattina, e riprese il suo lavoro.

Quel trattamento le tazzine lo soffrirono in modo particolare; le piume degli spolverini facevano un solletico insopportabile.

Sta di fatto che, a seguito di tutta quell’operazione di pulizia straordinaria, la tazzina con la piccola incrinatura tornò in prima fila, e proprio in mezzo.

Lei si guardò intorno con grande soddisfazione. Da lì poteva vedere molto meglio tutto quanto accadeva nel salone.

Finito il loro lavoro, le due cameriere se ne andarono in un’altra stanza e tutto rimase in silenzio, salvo un bisbigliare proveniente proprio dal vassoio di Sèvres. Le tazzine stavano discutendo, con una certa apprensione, per via della tazzina incrinata.

“Ecco! Questo non ci voleva”, disse la tazzina che era tornata dalla prima alla seconda fila. “Era molto meglio che rimanessi io in prima fila.”

“Hai proprio ragione!”, convenne la tazzina di fianco. “Se la Contessa dovesse accorgersi che una tazzina è incrinata, sarebbero guai per tutti!”

“Non per niente, prima il Gran Ciambellano e poi la cameriera, hanno cercato di nascondere la cosa”, disse la terza della seconda fila.

Stavano per intervenire le altre due della prima fila, ma furono anticipate dalla teiera.

“È completamente inutile continuare a questionare”, disse con la sua voce perentoria. “Fate in modo che la tazzina incrinata scali in seconda fila.”

Lei era proprio davanti e lì voleva restare e, poi, non voleva abbandonare il suo piattino per passare su un altro. Le altre due tazzine della prima fila pensarono di convincerla usando le maniere forti, ma rinunciarono al progetto perché era troppo pericoloso per via di quell’incrinatura. Si limitarono a guardarla contrariate, e non ci fu verso di farle cambiare posizione.

Nel pomeriggio, furono introdotte nel salone la Marchesa d’Estrées con le sue dame di compagnia.

Poco dopo entrò la padrona di casa che abbracciò e baciò su entrambe le guance la sua amica. La fece accomodare su una comoda poltrona, riservata agli ospiti di particolare riguardo, e lei si sedette di fronte, al suo solito posto.

Le dame di compagnia presero una sedia e si sistemarono a debita distanza dalle nobildonne, che cominciarono subito a chiacchierare fra di loro.

“Hai sentito di Lucie Madeleine d’Estaing, la vecchia amante del re”, disse la Marchesa. “Ha lasciato alla famiglia i due suoi piccoli rampolli per fuggire con il suo giovane medico, che avrà dieci anni meno di lei.”

“Ooh! Che notizia mi dai!”, rispose la Contessa tutta compiaciuta

“Ma adesso te ne do una io, di cui sicuramente non sei al corrente”, continuò la Contessa. “Riguarda il Gran Ciambellano, e me lo ha riferito direttamente Luigi.” E così dicendo si alzò e andò a bisbigliare qualcosa all’orecchio destro della sua amica.

“Pensavo che avesse altre preferenze!”, rispose la Marchesa, con un sorrisetto malizioso e ironico, mentre la Contessa tornava a sedersi.

Continuarono a parlare e spettegolare a lungo, mentre le dame di compagnia ascoltavano, assentivano, sorridevano, e facevano un gran sforzo per compiacere le due nobildonne.

Dopo quel lungo chiacchiericcio, Madame la Contessa du Barry chiese se fosse gradita una tazza di tè.

La Marchesa non vedeva l’ora di bere qualcosa, aveva la gola secca dal troppo parlare e fu grata per la gentile offerta. Sapeva che il tè della sua amica era inglese, e della migliore qualità.

La Contessa chiamò la cameriera di fiducia, che era rimasta sempre in attesa sulla porta del salone e la incaricò di portare il solito tè, l’acqua ben calda, il colino e un cucchiaino per lo zucchero.

Avrebbe provveduto direttamente lei a prepararlo per la sua ospite.

Ritornarono in due, la prima con una tovaglietta di lino e sei tovaglioli che sistemò sul tavolo, la seconda con una brocca di acqua calda, il tè, il colino e un cucchiaino d’argento, con il manico finemente cesellato, e mise il tutto vicino alla padrona di casa.

Mentre le due cameriere se ne andavano, la Contessa volse lo sguardo verso una delle sue dame, che si alzò immediatamente per prendere il vassoio di Sèvres con il servizio da tè, e lo portò sul tavolo davanti a lei.

Madame la Contessa du Barry si accinse a preparare la bevanda, secondo i canoni che le aveva insegnato una sua vecchia amica di Londra, mentre tutte le presenti assistevano in silenzio a quella complessa operazione.

Infine, versò l’infuso nelle sei tazzine. Una delle sue dame si alzò per porgere la tazzina con piattino alla Marchesa e, poi, alle dame dell’ospite. L’altra passò con zuccheriera e cucchiaino, perché si servissero secondo il loro gradimento.

Le due dame si sedettero nuovamente di fianco alla Contessa, aspettarono che lei si servisse dello zucchero e poi si servirono a loro volta.

A quel punto tutte le presenti poterono sorseggiare con piacere la bevanda. La Marchesa d’Estrées espresse, come si conviene, il suo compiacimento.

“Veramente delizioso! Ti invidio moltissimo questo tuo tè e, poi, servito in queste meravigliose tazzine! Si vede subito che sono di Sèvres!”

Ma a chi era finita la tazzina incrinata?

La cameriera di fiducia era rimasta sulla porta in attesa. Quando aveva visto prendere il vassoio di Sèvres, non aveva potuto fare a meno di seguire con lo sguardo e una certa apprensione dove andava a finire la tazzina incrinata.

Vide versare il tè e servire le tre ospiti. La tazzina incrinata era ancora sul vassoio.

Poi, la Contessa fece per prendere la sua tazzina, ma cambiò idea, e volle che la prendessero prima le sue dame. La cameriera ebbe quasi un mancamento, dato che l’unica rimasta sul vassoio era quella incrinata. Chiuse gli occhi e, quando li riaprì, era già in mano a Madame.

Sfortunatamente per il servizio quella che prese in mano la Contessa du Barry fu proprio quella. E se ne accorse subito, nel momento stesso in cui stava per appoggiare il bordo alle sue labbra.

Anche la tazzina si era accorta che, per un attimo, lo sguardo di Madame si era posato proprio lì, sul punto da dove partiva l’incrinatura.

La Contessa non fece una minima piega, sorseggiò tranquillamente il suo tè, assaporando sia il piacere della bevanda che i complimenti della sua ospite. Continuò a parlare amabilmente con la sua amica, finché non arrivò il momento del congedo.

Lei stessa si premurò di accompagnare fino alla porta dei suoi appartamenti la sua amica con le sue dame. La salutò con il solito grande abbraccio e i due baci sulle guance, poi fece un piccolo cenno alle due accompagnatrici. Tornò nel salone dei ricevimenti e congedò anche le sue dame di compagnia.

Fu in quel momento che il suo sguardo cambiò. Per chi avesse avuto modo di osservarla, non prometteva niente di buono.

Andò direttamente al tavolo dove, sulla tovaglia di lino, erano rimaste appoggiate le tazzine, con relativi piattini, e le esaminò ad una ad una, anche in controluce.

Erano tutte integre, salvo quella che era casualmente capitata a lei.

Diede un pugno sul tavolo, cosa che non aveva mai fatto, e non si trattenne nemmeno dal pronunciare alcune male parole, senza badare se nella stanza fosse presente qualcuna delle inservienti.

“Che figura ho rischiato!”, pensò, tirando un sospiro di sollievo. “Se quella tazzina fosse capitata alla Marchesa o, peggio ancora, a una di quelle due befane delle sue dame di compagnia, domani sarei stata lo zimbello di mezzo mondo!”

Rimase un attimo a pensare su ciò che doveva fare. Quello era un regalo di Re Luigi. Doveva prendere una decisione e voleva capire se c’era un colpevole, prima di archiviare la cosa.

Le tazzine la guardarono mute. Quella incrinata aveva anche abbassato il suo piccolo manico nel vedere la gran dama disgustata dalla sua presenza.

La Contessa richiamò una cameriera, fece rimettere al suo posto il vassoio con la zuccheriera, e portare nelle cucine tutto il resto affinché fosse lavato, asciugato e, poi, risistemato come prima.

Dopo circa un’ora la cameriera tornò con tutti i pezzi lavati e asciugati e li ripose al loro posto.

“E’ colpa tua!”, inveì subito la zuccheriera, non appena la cameriera se ne fu andata. “Chissà cosa penserà di fare di noi la Contessa?”

“Lei non la passerà sicuramente liscia!”, intervenne con il suo vocione la teiera. “Ma ho paura che anche noi ne subiremo le conseguenze.”

“Si!”, disse la caraffa da latte, con un tono ancora più duro. “Questa tazzina ci farà passare dei guai! La Contessa se la prenderà con tutte noi!”

Le altre tazzine, con i loro piattini, non dissero nulla, ma guardarono con uno sguardo di rimprovero la poveretta.

Lei avrebbe voluto scusarsi, spiegare ancora una volta che non era colpa sua, ma non riuscì a dire proprio nulla. Si sentì sprofondare in uno stato di disperazione.

Solo il suo piattino, che era rimasto sempre con lei, dato che gli altri non la volevano come compagna, si astenne da ogni commento e cercò di rincuorarla.

Il mattino successivo Madame la Contessa du Barry tornò nel salone dei ricevimenti, accompagnata dalla sua dama di compagnia più fidata.

Andò verso il mobile su cui era appoggiato il servizio e si fermò a guardarlo attentamente. Quella tazzina era nel mezzo, in seconda fila.

La tazzina incrinata percepì lo sguardo penetrante della gran dama.

Anche gli altri componenti del servizio la fissarono con apprensione. Avevano capito che si stava giocando la loro sorte, il loro futuro.

Madame si rivolse alla sua dama.

“Chiami a raccolta il mio personale e lo faccia entrare uno alla volta.”

Le sue parole erano taglienti e lasciavano presagire nulla di buono.

“Devo cominciare da qualcuno in particolare?”

“Non ha importanza. Aspetti solo che le dica di far entrare il successivo. Li farò uscire dall’altra porta, in modo che non si incontrino.”

Così, uno alla volta, fu fatto entrare tutto il personale.

La Contessa, che era proprio davanti al mobile su cui era appoggiato il servizio, chiedeva a ciascuno di arrivare fino a lei, di osservare attentamente quanto era appoggiato sul mobile che le stava alle spalle, per poi rivolgere la stessa domanda: “Ha visto qualche cosa di strano? Qualche cosa non è in ordine?”

“No, Madame!”, era la solita risposta, dopo un attimo di esitazione per la strana domanda. “Mi sembra tutto in perfetto ordine.”

I componenti del servizio da tè erano lì impietriti. Avevano capito bene che quell’interrogatorio riguardava proprio loro e, in particolare, una tazzina ben precisa, ma tutti loro avvertivano di essere in grave pericolo.

La tazzina incrinata si sentiva tutta sudaticcia, anche se non lo dava a vedere, e si era attaccata ancor più al suo piattino.

Arrivò il turno dell’ultimo dipendente. Era la cameriera di fiducia.

Le fu fatto fare il solito giro, fino a giungere davanti al mobile su cui era appoggiato il vassoio con il servizio da tè.

La Contessa le rivolse la solita domanda: “Ha visto qualche cosa di strano? Qualche cosa che non è in ordine?”

La cameriera rimase un attimo in silenzio, mentre il suo sguardo era andato a fissare quella tazzina, là in mezzo alla seconda fila. Poteva mentire, ma la tensione accumulata nell’attesa del suo turno e i timori espressi dalle altre persone di servizio prima di entrare nella stanza ebbero il sopravvento.

Una lacrima cominciò a scenderle lungo la guancia sinistra. Sapeva bene cosa voleva dire la sua padrona.

“Sì! Ho visto una tazzina incrinata nel servizio da tè”, disse con una voce roca di chi è prossimo al pianto. “Proprio quella là, in mezzo e in seconda fila. Ma era già così quando l’ho tolta dal cofanetto che aveva portato il Gran Ciambellano. Non mi crederà, ma è la verità!”

“Non ha importanza quello che credo! Ora quel servizio non lo voglio più vedere! Lasci solo il vassoio!”, disse la Contessa.

Poi, ricordandosi che era un omaggio del Re aggiunse: “Prenda il cofanetto e lo rimetta per bene al suo interno. Poi, tutto nel mobile. E mi raccomando! Faccia attenzione! Soprattutto con quella tazzina incrinata!”

La Contessa uscì dalla porta da cui era stata fatta entrare la cameriera e, con la sua dama di compagnia, andò nell’altra ala dell’appartamento.

Così il servizio ritornò nel cofanetto e finì all’interno del mobile, mentre il vassoio rimaneva ancora una volta solo, a far bella mostra di sé.

Tutti i componenti il servizio da the, e in particolare le tazzine, erano infuriati con quella incrinata.

“Per colpa tua siamo tornate rinchiuse in questo cofanetto”, le urlavano le altre cinque tazzine con i relativi piattini.”

“Noi che siamo state create per la casa reale finire nascoste in un mobile! Che malasorte! E per colpa di quella disgraziata”, inveì la teiera che era finita sotto tutti gli altri pezzi.

“Hai ragione”, disse la caraffa da latte che le stava proprio sopra.

“E’ una vergogna che veniamo trattate così, come se facessimo parte di un servizio qualunque”, aggiunse, con voce sgradevole, la zuccheriera, che era stata svuotata del suo contenuto prima di essere affiancata alla caraffa. “C’è una colpevole e solo lei dovrebbe pagarne le conseguenze!”

E meno male, per le tazzine e i piattini, che i pezzi grossi erano finiti sotto, perché con quel loro sbraitare e agitarsi avrebbero potuto compromettere anche la loro integrità.

Solo il suo piattino non diceva nulla e rimaneva con lo sguardo abbassato. Era triste perché quella tazzina era stata fin dall’inizio con lui e sapeva che, se le fosse capitato qualcosa di grave, ne avrebbe pagato anche lui le conseguenze.

La tazzina incrinata aveva capito che era inutile dare spiegazioni. Loro dovevano per forza trovare un colpevole per la sventura capitata e, perciò, decise di rimanere muta, vicino al suo piattino.

La Contessa rientrò nei suoi appartamenti e parlò a lungo con la sua fidata dama di compagnia di quanto era successo.

Dapprima le era parso strano quanto raccontato dalla cameriera, ma ora che la furia era passata e che ci ripensava con più calma quel discorso le sembrò sincero. Inoltre, sapeva dalla governante che era una ragazza che si dava sempre un gran d’affare, non certo una scansafatiche. E lei, che era diventata Contessa, pur avendo modeste origini, non dimenticava la fatica che aveva fatto per farsi accettare dalla nobiltà, che di nobile aveva solo il nome.

Alla fine, arrivò alla sua conclusione: Sì! L’autore del misfatto doveva essere stato quell’antipatico del Gran Ciambellano. Da lui ci si poteva aspettare di tutto. Era un intrigante e bifido soggetto.

“Non riesco a capire per quale ragione il Re continui a tenerlo in quella posizione. Fossi in lui gli avrei già fatto cadere la testa!”, concluse il discorso con la sua dama.

L’aveva già congedata, quando la richiamò indietro.

“La settimana prossima, quando facciamo la riunione del personale, mi ricordi che devo fare una promozione.”

“Chi ha in mente, Madame”, chiese la dama.

“La giovane cameriera che lei ha fatto entrare per ultima”, rispose la Contessa, che pensava a quanto fosse opportuno avere sempre vicino persone leali e poco intriganti.”Mi sembra persona affidabile, la metterò alle dirette dipendenze della governante  e a capo delle cameriere.”

Così, per il momento, si concluse la questione.

Passò una settimana e venne a far visita a Madame la Contessa du Barry, lo scultore Louis Boirot, che doveva consegnarle il busto in porcellana Biscuit bianca. Il busto era in stile neoclassico e rappresentava degnamente la Contessa.

Venne accolto nel salone dei ricevimenti da Madame, con la presenza della solita dama di fiducia.

La Contessa rimase entusiasta del busto e volle che lo scultore glielo posizionasse sul mobile, dove ora c’era solo il vassoio di Sèvres, che venne spostato direttamente nel mobile, sopra il bauletto contenente il servizio da tè.

Il signor Boirot disse di avere molta fretta e impegni urgenti da sbrigare; non poteva fermarsi neanche per un tè. Avrebbe fatto avere successivamente il conto per il suo lavoro.

Non volle essere accompagnato alla porta, sapeva dove andare e si congedò dalle due signore.

“Cosa fai lì impalata? Ti piace questo mio busto?”, chiese la Contessa alla sua dama, non appena lo scultore si fu allontanato.

“Si! Il busto è veramente bellissimo, ma pensavo al servizio da tè. Ci stava tanto bene su quel vassoio e non avevo mai visto un servizio tanto bello. Me ne ero innamorata!”, disse la dama.

“Non lo voglio più vedere”, fece la Contessa. “Se un’ospite si accorgesse che offro il tè in un servizio che ha una tazzina incrinata, diventerei lo zimbello di corte. Sai bene che non vedono l’ora di denigrarmi e cercano qualsiasi appiglio, anche il più banale.”

“Ma Madame, è così bello. È un peccato non tenerlo esposto, anche se una tazzina è leggermente incrinata.”

“Ma se ti piace tanto te lo posso anche dare. Tanto, se resta qui, non uscirà più da dentro quel mobile.”

“Ne sarei felicissima, ma non so se posso permettermi una cosa del genere.”

“Non preoccuparti, anzi ti prenderai anche il vassoio, che si abbina bene al servizio.”

Fece chiamare la nuova responsabile delle cameriere e le disse di imballare bene il vassoio, togliere al bauletto, che conteneva il servizio da tè, la targa metallica, e far recapitare il tutto, con la massima discrezione, alla residenza della dama.

Fu così che il servizio da tè e il vassoio finirono nella residenza della dama di compagnia.

Qui, il vassoio venne subito sistemato come centro tavola e il servizio da tè finì su un mobiletto, che aveva sul retro una grande specchiera, per cui il servizio si vedeva di fronte e di retro. La tazzina incrinata venne sistemata in mezzo, in seconda fila.

Tutti i componenti il servizio, a esclusione del suo piattino, non mancarono di colpevolizzare la tazzina incrinata per questa nuova loro sorte.

“Ecco dove siamo finite”, disse la teiera, guardando con astio la tazzina incrinata, “in una famiglia che di nobiltà ha ben poco.”

“Non potevamo che finire così in basso, lontano dai palazzi del potere, con quella dannata tazzina”, aggiunse la zuccheriera.

“Mie care, avete proprio ragione”, concluse la caraffa da latte. “Quella ci ha rovinato la reputazione! E chissà che cosa ci potrà ancora accadere!”

Le altre tazzine con i loro piattini guardarono con disgusto la loro compagna, condividendo i pensieri che erano stati appena esposti.

Vedevano passare tante persone in quella sala, ma era gente qualunque, persone che badavano più alle cose concrete che all’armonia e alla bellezza. Nessuna pareva interessata né al vassoio in centrotavola, né al servizio da tè sul mobiletto. Solo la fidata dama di compagnia della Contessa, quando rientrava, si soffermava sempre compiaciuta a osservare il bel vassoio e le tazzine che erano state create per il Re.

Quello sguardo così benevolo e pieno di felicità rimaneva la loro unica soddisfazione.

Intanto re Luigi XV si spense per effetto del vaiolo, dopo aver congedato Madame la Contessa du Barry e salutato tutti i membri della corte.

Suo nipote Luigi Augusto divenne re prendendo il nome di Luigi XVI.

Arrivò la presa della Bastiglia, la ghigliottina tagliò la testa al sovrano e iniziò il regime del terrore, che finì con la caduta di Robespierre.

Vi furono saccheggi, distruzioni e gran parte degli oggetti di pregio, custoditi nelle case dei nobili, andarono distrutti o dispersi, essendo finiti in mano a persone che non avrebbero saputo che farsene.

Arrivò Napoleone Bonaparte, che si fece nominare imperatore.

Finì l’epoca napoleonica e subentrò la restaurazione dei Borboni con Luigi XVIII.

Arrivò il secondo impero con Napoleone III, che si consumò con la sconfitta di Sedan, in cui lo stesso imperatore venne fatto prigioniero.

Venne proclamata la Terza Repubblica e si arrivò ai due conflitti mondiali.

Tutti questi anni passarono e il servizio da tè e il vassoio di Sèvres ebbero la fortuna di sopravvivere, ma andarono in eredità a persone diverse. Non si rividero più, perché ognuno fu costretto a seguire i suoi nuovi proprietari.

Alla fine di tutti questi eventi il servizio da tè arrivò in una casa nei pressi della Senna.

Le condizioni economiche dei proprietari erano modeste e, con il passare del tempo, erano diventate sempre più precarie e, di conseguenza, anche la casa vecchia e fatiscente. Ma nonostante questo, il servizio aveva continuato a far bella mostra di sé sul mobile del salotto, con gran soddisfazione della padrona di casa, anche se poco condivisa dalle porcellane.

Solo la tazzina incrinata era felice di essere in quella casa e che qualcuno provasse piacere per la loro presenza. La signora non aveva fatto mai alcun cenno al suo piccolo difetto e la guardava con la stessa dolcezza che riservava agli altri pezzi del servizio.

La signora morì e i successivi eredi non si resero minimamente conto del suo valore materiale ed estetico e, pian piano, finì per essere considerato solo come un oggetto raccogli polvere.

Così, un giorno, ogni singolo componente venne avvolto nella carta di un vecchio giornale, messo in una scatola di cartone, e riposto all’interno del mobile. Il cofanetto originale era andato disperso e finito chi sa dove.

Anche questa volta i pezzi importanti finirono sotto e i piattini e le tazzine sopra. Quella incrinata era stata casualmente messa proprio in cima.

In quella scatola, dove nessuno le vedeva, si sentirono moralmente distrutte. Quei vecchi giornali avevano proprio un cattivo odore di inchiostro stampato, e loro si sentivano soffocare. Erano nate per far piacere a un Re e ora erano dei miseri pezzi rinchiusi in quel luogo fetido, anticamera di una fine ingloriosa.

Solo la tazzina incrinata si era stretta ancor più al suo piattino e non aveva perso la speranza.

Non passò molto tempo e qualcuno cominciò a pensare che quella scatola, messa lì in quel mobile, desse solo fastidio e occupasse dello spazio che poteva essere meglio utilizzato. Così venne portata in solaio.

La casa venne messa in vendita.

I nuovi proprietari, una giovane coppia, l’acquistarono con l’idea di ristrutturarla. La dimora era vecchia e malandata, ma loro avevano valutato che era situata in una bella zona centrale della città, non lontano dalla Senna e poco distante dal loro posto di lavoro, tant’è che da lì potevano andarci comodamente a piedi.

Il prezzo era stato particolarmente conveniente. Avevano pagato un’impresa affinché liberasse la casa da tutta quella vecchia mobilia tarlata e inutilizzabile, dai vecchi soprammobili senza valore e da tutto quant’altro era stato lì abbandonato dai vecchi proprietari.

Un pomeriggio, prima di iniziare i lavori di ristrutturazione, marito e moglie erano andati per verificare che tutto fosse stato portato via.

L’appartamento era completamente vuoto. Salirono nel solaio, dove un lucernario dava grande luminosità a tutto l’ambiente e videro che, lì in un angolo, erano rimaste abbandonate un paio di vecchie scatole polverose.

“Guarda un poco che cosa c’è dentro”, disse la moglie.

Il servizio da tè, sentendo quelle voci, si risvegliò da quello stato di indifferenza e torpore in cui era sprofondato.

“Sentite! C’è qualcuno che sta per aprire la nostra scatola”, disse dal fondo la teiera.

“Speriamo che sia qualcuno che sappia riconoscere il nostro valore”, aggiunse la caraffa da latte.

“Non facciamoci troppe illusioni”, intervenne la zuccheriera.

Tutti gli altri rimasero in silenzio ad ascoltare e vedere quello che stava per accadere.

Lui aprì la prima scatola cercando di non sporcarsi.

“Qui c’è qualche vecchio pentolame e delle stoviglie mezze arrugginite. Tutta roba da buttare!”

Passò poi alla seconda scatola. L’aprì e vide alcuni oggetti fasciati con della vecchia carta di giornale. Prese in mano l’oggetto che era in cima e lo liberò dalla carta.

“Ecco! Una tazzina da tè e per di più già incrinata. Anche questa è tutta roba da buttare!”, disse, rimettendo la tazzina nella scatola e ributtandoci sopra il pezzo di giornale che prima la incartava.

“Quasi, quasi le porto in strada”, aggiunse. “Ho visto che proprio qui all’angolo ci sono dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti.”

“Ti do una mano io”, disse la moglie. “Tu prendi quella con le stoviglie, che mi sembra più pesante, io prendo quella che hai appena aperto.”

I pezzi importanti del servizio ebbero quasi un mancamento. La loro sorte era segnata, sarebbero finiti in mezzo a tutti gli altri rifiuti destinati alla discarica.

Così, le due scatole finirono in strada, proprio di fianco ai cassonetti che, a quell’ora, erano già stracolmi.

La tazzina incrinata era l’unica a veder la luce del sole, attraverso la fenditura della scatola semichiusa. Tutti gli altri pezzi erano rimasti ben incartati. Si guardò intorno, un poco impaurita e vide tanta gente che passava frettolosamente lungo il marciapiede e, più in là, avvertì il rumore delle macchine nella via.

Gli altri pezzi del servizio tremavano per la paura. Sentivano la loro fine vicina, ma non volevano ancora crederci.

“C’è qualcuno che vede qualcosa?”, chiese, con il suo vocione, la teiera là in fondo alla scatola.

“Si!”, rispose la tazzina incrinata. “E’ una bella giornata. C’è il sole e un sacco di gente in giro.”

“Ma dove siamo mai finite?”, chiese la caraffa da latte, con una voce che sembrava provenire dall’oltretomba.

“Credo in strada”, rispose sempre la tazzina incrinata. “Almeno così mi sembra da quello che posso vedere.”

“Come in strada?”, intervenne la zuccheriera.

“Silenzio!” Disse la tazzina incrinata. Si sta avvicinando qualcuno.

Qualcuno si era effettivamente avvicinato, aveva un passo molto pesante, da persona anziana e stanca. Ne udirono la voce.

“Fammi dare un’occhiata a queste due scatole”, diceva un clochard, che aveva visto i due involucri abbandonati vicino ai cassonetti. Non parlava con qualcuno, ma si era da tempo abituato a riflettere ad alta voce, parlando con sé stesso.

La tazzina ne intravide la sagoma, non aveva un aspetto rassicurante. Lo sentì che apriva e rovistava nella scatola vicina.

“Qui c’è solo della vecchia cianfrusaglia da cucina, roba vecchia e malandata. Proprio di nessun valore.”

Si avvicinò all’altra scatola, dove tutti trattenevano il respiro.

La tazzina ora lo vedeva bene. Aveva un gran testone con barba incolta e capelli lunghi e arruffati; tutta quella peluria era quasi bianca, segno che la persona era già molto avanti negli anni. I suoi occhi erano grandi e azzurri, e li vide puntati proprio su di lei, mentre apriva completamente la scatola.

“Ooh! Che bella tazzina da tè”, disse il clochard.

Cominciò a scartare i vari pezzi e, ogni volta che ne tirava fuori uno, esclamava quel “Ooh!” di meraviglia.

Aprì anche l’ultimo involucro che conteneva la teiera. Guardò bene tutto quello che aveva disposto lì, intorno alla scatola. Contò i pezzi e sorrise soddisfatto.

“Sì, ha un bel sorriso”, disse fra sè la tazzina incrinata. “Nonostante l’aspetto, mi dà l’idea che sia una persona gentile.”

Tutti gli altri pezzi del servizio ci vedevano poco. Avevano la vista annebbiata. Erano stati per tanto tempo nella scatola e, ora, la luce del sole dava loro un certo fastidio.

“Molto bene! Il servizio è di sei tazzine, con piattini, teiera, brocca e zuccheriera e non mi pare neanche tanto male. Sono proprio come quelli che vedevo in casa dei miei datori di lavoro, quando ancora non ero in queste condizioni. Potrò farci qualche soldo.”

Si rimise ad avvolgere i pezzi nel giornale, seguendo proprio l’ordine inverso a come li aveva scartati. Quando giunse all’ultima tazzina ebbe un attimo di esitazione.

“Perbacco! Questa ha una piccola incrinatura, speriamo che non se ne accorgano!”

Avvolse anche quella e la depose con particolare cura nella scatola.

Si rimise in piedi, prese la scatola e si avviò a passi lenti verso il rigattiere di Rue de la Concorde.

Il signor Courtois era riuscito, finalmente, a ricostruire l’origine di quel servizio da tè. C’era voluto molto tempo e tanta pazienza, ma ne era valsa la pena. Aveva dovuto visitare diversi musei, era andato direttamente alla Manifattura Nazionale di Sèvres, gestita dal Ministero della Cultura e della Comunicazione, e parlato con diversi suoi funzionari. Aveva avuto, in via del tutto eccezionale, accesso ad alcuni archivi storici riservati.

Ora ne era certo. Era effettivamente un servizio da tè speciale, di una fattura unica e che aveva avuto sicuramente una storia incredibile. L’unico ad aver superato integro la Rivoluzione francese. Nessun museo ne possedeva uno con tutti i relativi componenti.

Non era possibile dargli un valore economico perché non aveva termini di paragone. Era unico.

Il signor Courtois se lo guardò con compiacimento. Come collezionista non poteva desiderare di più.

Si procurò una vetrinetta antica che sistemò nel suo salone, dove mobili e soprammobili erano tutti oggetti di antiquariato.

Quella vetrinetta aveva tre ripiani di cristallo. Quello più in basso lo lasciò libero, sul secondo sistemò la teiera, la zuccheriera e la caraffa da latte.

Il terzo ripiano lo riservò alle tazzine, che spostò più volte. Non era convinto della loro posizione e del lato in cui volgere i loro piccolo manico, se tutti a destra, a sinistra o in modo differenziato. Si riteneva un perfezionista dell’estetica. Alla fine, decise per una posizione in cui i piccoli manici fossero posizionati tutti diversamente.

I componenti il servizio avevano ritrovato la felicità di esistere. Finalmente erano tornati in un luogo di livello adeguato.

Il signor Courtois guardò attentamente la vetrinetta e il suo sguardo cadde sulla tazzina con la piccola incrinatura. Era in prima fila a destra. Vi era finita casualmente, dato che il suo impegno era stato riservato alla disposizione dei manici.

“Meno male che hai resistito”, le disse ad alta voce, come se parlasse a una persona,”senza di te non ci sarebbe neanche un servizio completo a ricordare quel periodo storico. Purtroppo, le rivoluzioni non sanno riconoscere la bellezza e il piacere che dona all’animo umano la visione di un capolavoro.”

La tazzina si ricordò lo scontro tra il Gran Ciambellano e il servitore di Re Luigi XV, con il vassoio in mano, che aveva provocato quella piccola incrinatura. Aveva sentito un certo dolore iniziale ma, poi, aveva sempre cercato di non farci caso, di non dare importanza a quel piccolo difetto e di sentirsi come tutte le altre tazzine.

Non lo diede a vedere ma, lungo la crepa interna, una piccola goccia scendeva verso il fondo. Era una lacrima di gioia, dato che anche le tazzine da tè sono in grado di esprimere sentimenti.

Ogni giorno il signor Courtois passava davanti a quella vetrinetta e aveva la sensazione di provare una strana inquietudine.

“Peccato che altri non possano godere di tanta bellezza”, pensava. E lo ripensava ancora la volta successiva, e ancora la volta dopo.

Loro lo guardavano e sorridevano felici.

“E’ veramente una persona amabile, che sa valutare degnamente le cose belle”, pensavano tutte loro.

Un giorno, alla fine, prese la decisione. Quel servizio così importante non poteva rimanere lì, in una collezione privata dove lo potevano guardare solo pochi fortunati. Doveva essere a disposizione di chiunque amasse le cose belle e la storia.

Decise, perciò, di proporlo a uno dei più importanti musei: Sèvres – Cité de la Céramique, situato in un sobborgo di Parigi.

Il direttore del museo non si lasciò sfuggire quell’occasione unica. Promise che avrebbe dato adeguata sistemazione al servizio, creando uno spazio apposito.

Inoltre, non sarebbe mancata la menzione del donatore.

Il signor Curtois guardò la grande bacheca fatta costruire apposta per accogliere il suo servizio da tè. Era veramente soddisfatto che fosse stato messo nella stanza più importante del museo, e che occupasse un posto tutto suo.

In fondo erano state sistemate la teiera, la zuccheriera e la caraffa da latte. Sul davanti, disposte su due file, le tazzine con i loro piattini. Quella con la piccola crepa era stata messa in seconda fila, e posizionata in modo tale che il difetto passasse inosservato.

Davanti una scritta riassumeva brevemente l’origine del servizio e il nome del donatore.

“Si!”, pensò, sorridendo, “ho fatto bene a farne omaggio al museo. Ora sono diventato anch’io un mecenate!”

Gli si avvicinò il direttore, con il capo dei guardiani; tutti e tre rimasero per un attimo a contemplare quegli oggetti meravigliosi.

“Signor Curtois volevo ancora una volta ringraziarla per quanto ha fatto per il museo. Siamo gli unici a possedere un servizio completo di quell’epoca e che risulterebbe fatto appositamente per il Re. Vede, anche se la bacheca è chiusa a chiave, ho fatto mettere un sensore collegato con gli allarmi generali del museo.”

“Ho visto. Ma non deve ringraziarmi, ne ho sentito il dovere. Non poteva rimanere nella mia collezione privata.”

“Domani mattina”, riprese il direttore, “quando il museo riaprirà, i visitatori avranno modo di posare i loro occhi su qualcosa di veramente unico.”

l mattino seguente il capo dei guardiani fece il suo solito giro di controllo, prima dell’apertura al pubblico.

Arrivò davanti alla bacheca, e si fermò ancora a guardare gli oggetti esposti.

Stava per proseguire il suo percorso quando il suo sguardo cadde sulla tazzina incrinata. Si strofinò gli occhi: quello che vedeva ora, non era quello che ricordava.

“Ma quella tazzina non era dietro a destra?”, disse ad alta voce, come se parlasse a qualcuno. “Almeno, così mi pareva. Ora è in mezzo e anche in prima fila.”

Si guardò in giro, un po’ sconcertato, come alla ricerca di un improbabile colpevole di quell’azione. Poi, proseguì il suo solito percorso.

“Mah! Comincio a dare proprio segni di stanchezza, già di primo mattino”, si disse. “Bisogna proprio che cominci a prendere seriamente in considerazione l’idea di andare in pensione.”

E ritornò stancamente nel suo ufficio, vicino all’entrata del museo.

Le tazzine e gli altri componenti del servizio avevano ascoltato le perplessità del povero guardiano.

“Ci dispiace per lui”, disse la teiera, “ma il pezzo più importante, con il suo piattino, va tenuto in prima fila, proprio al centro!”

Non c’era ancora nessuno nelle sale del museo, altrimenti avrebbero sentito ridere in quella bacheca e il tintinnare delle tazzine che sbattevano contro i loro piattini, a mo’ di applauso.

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