L’AMORE NEL DESERTO di Alessia D’antonio

Lo scorrere impetuoso del fiume, il sensuale strisciare dei cobra, il rosso caldo vivo acceso dalla sabbia, terra fertile e arida al tempo stesso. I canti dolci e soavi dei sacerdoti alle cerimonie, i frutti acri e il caldo penetrante.

L’Egitto: terra mistica, affascinante, forte e misteriosa.

Una notte stellata ma fredda del 1400 a.C. 

Un megiay, dopo aver condotto i due dromedari a rifocillarsi alla casa dello scriba Userhat, artigiano di un villaggio nei pressi dell’antica Tebe, con sguardo attento e vispo, informò l’uomo che nella grande capitale la regina di tutte le regine aveva appena dato alla luce la futura erede d’Egitto: Nefertiti.

Lo scriba, entusiasta e ansioso, si precipitò dalla moglie per informarla della notizia appena appresa.

In poco più di due ore, l’intero villaggio era a conoscenza della lieta notizia. Il popolo amava il re dei Mitanni, Tushratta, e di conseguenza amava sua figlia il cui nome significava “la bella è giunta”.

Passarono gli anni e la bellissima principessa venne data in sposa al faraone Akhenaton.

Era il 1385 a.C.

La terra rossa vide due grandi protagonisti della storia: Nefertiti e Akhenaton, il Dio incarnato ne faraone.

Akhenaton prima si chiamava Amenofi IV. Scelse di cambiare, per ben due volte, il nome. La prima volta per potere essere faraone d’Egitto, la seconda invece per onorare il suo unico Dio: Aton.

Rivoluzionò, infatti, l’intero paese: impose un’intera forma di monoteismo, adorando il culto del dio Aton da cui appunto prese il nome. Anche la sua amata sposa condivideva le sue idee e ne fu una assidua seguace.  

Il popolo, invece, non era eccitato dalla nuova religione, soprattutto i sacerdoti i quali, anche se era stato proibito loro di venerare altri Dei, di nascosto lo facevano in gran segreto, possedendo delle piccole statuette a loro dedicate.

In questa atmosfera “rivoluzionaria”, una mattina estiva, alle prime luci dell’alba, nacque una fanciulla di nome Samira, variante femminile di Samir, che significava “vento del deserto”. La nuova arrivata era di colorito scuro, con occhi grandi dalle pupille di un verde intenso, con i capelli già folti e neri come la pece, con le labbra rosse e carnose abbinate ad un sorriso dolcissimo presente su quel viso così piccolo. Il suo destino era  segnato.

La madre di Samira, chiamata Adila, che significava “la giusta”, era una donna forte ma povera. Partorì nel deserto, nella sabbia calda, con accanto il marito di nome Abal Aziz, che significava “servo del caro” e la sorella Wafa, che voleva dire “fedeltà”.

Una volta data alla luce sua figlia, Adila decise, con tutte le sue forze, di recarsi al palazzo del faraone per chiedergli di far lavorare suo marito per lui, nella grande costruzione della piramide regale e di prendere sua sorella Wafa come sua concubina.

Wafa era una ragazza molto bella.

Erano richieste drammatiche e disperate, provenienti da una donna stanca, logorata da una vita di stenti e sacrifici.

Il faraone aveva tratti femminili e la sua sessualità era messa in dubbio dai sudditi egiziani. Egli si commosse alle parole di quella donna e, appena ella smise di parlare, prostata ai suoi piedi con la neonata tra le braccia, accettò d’istinto l’offerta.

Le lacrime di Adila avevano impietosito Akhenaton a tal punto che egli dispose di far crescere Samira tra le figlie del re, allevata come una principessa.

Adila sapeva che non avrebbe più rivisto la sua bambina. Ma il saperla al sicuro, lontano dalla povertà e dai pericoli, era un privilegio insperato che superava il suo sacrificio. Il papà, prima che la piccina fosse portata via, le rivolse un ultimo sguardo colmo di tenerezza e di speranza. Rivolto al faraone disse soltanto:

“Grazie!”

Sedici anni dopo nella nuova capitale Akhet-aton, nome ripreso dal faraone, il palazzo della famiglia reale fu scosso da una terribile notizia: la bellissima e amatissima Nefertiti all’età di 30 anni era morta. Un grande dolore per il marito che tanto l’aveva amata.

Samira quel giorno si era svegliata presto, non aveva dormito tutta la notte, era agitata ma non ne conosceva il motivo.

Era ancora buio, prima che il sole sorgesse, quando scese dal suo letto. Si vestì, si lavò il capo, raccolse i suoi lunghissimi capelli neri in due trecce, infilò i sandali d’oro, indossò le sue rumorose cavigliere, i suoi grandi bracciali, i lunghi orecchini pendenti, diede un’occhiata veloce allo specchio, si colorò le labbra di rosso e gli occhi di nero sporcando di polvere tutta la stanza.

Uscì di fretta e si recò a Karnak, al vecchio tempio (ormai in rovina) di Amon.

Ebbene sì, la bella Samira non amava il culto del padre ma amava quello di Amon, di Iside, di Horus, di Osiride, di Seth e di tutti gli altri Dei del Pantheon. Ella venerava e rispettava gli antichi, faceva loro richieste e ringraziamenti.

Ne era venuta a conoscenza quando aveva compiuto dieci anni (sei anni prima, quando era ancora una bambina).

Suo “zio”, fratello del faraone, nonché gran visir, era molto affezionato alla fanciulla, la amava come una figlia o forse più.

Un giorno il gran visir raccolse dei datteri per lei ma cadde dalla sella fratturandosi un piede. All’epoca, a differenza di quanto si possa immaginare, gli egizi avevano grandi conoscenze in campo medico, ma più di tutti ne aveva Samira.

Ella, saputo dell’accaduto, corse dallo zio e immediatamente fasciò il piede con una stecca di legno e una benda immersa nel ginepro, incenso, alloro e salice per il gonfiore. Fece una fasciatura meticolosa e il gran visir Amir si innamorò di quello sguardo che aveva ereditato dalla madre Adila.

Samira doveva le sue conoscenze mediche alla regina, la quale, per l’intelligenza dimostrata fin da piccola e la sua caparbietà, la volle promuovere istruendola nell’arte della medicina e dell’astronomia.

Lo zio, per ringraziarla, le svelò il suo segreto: era un sacerdote di Amon al tempio di Karnak. Le insegnò tutto: il mito di Osiride e perché il faraone viene rappresentato dal figlio di Horo, la nascita delle terre, il caos, l’equilibrio e tutto ciò che sapeva sugli Dei.

Samira ne era rimasta affascinata.

Ogni giorno, di nascosto dal faraone e dalle sue ancelle, si recava da Amir ad ascoltare quelle storie fantastiche, finché una notte, Amir decise di portare la nipote con sé, al vecchio Tempio. Era una delle tante cerimonie segrete che facevano i sacerdoti.

Il gran visir le raccomandò di non lasciargli mai la mano e di restare in silenzio: rischiavano la morte o uno scempio per aver violato gli ordini del faraone e Samira non poteva permettersi di essere scoperta.

La cerimonia durò più di due ore e alla fine, a meno di un’ora dall’alba, Amir prese in braccio la dolce nipote che sentendosi al sicuro tra quelle braccia così possenti si addormentò.

Il mattino seguente le concubine di Akhenaton, tra le quali vi era anche l’anziana Wafa, zia di Samira, si recarono nelle stanze reali come ogni mattina per svegliare le principesse per lavarle e vestirle. Fu proprio Wefa, ormai donna stanca, ma sempre dolce e delicata a svegliare la nipote. Samira sapeva la sua storia, gliela aveva raccontata la regina in persona quando erano sole a raccogliere fiori di loto che fungevano da abbellimento per le loro parrucche.

Samira saltò giù dal letto, abbracciò la zia e disse che quella mattina voleva anche lei, come le sue sorelle più grandi, una parrucca, nuovi vestiti e desiderava prendere lezioni di danza: era diventata donna!

Wafa le sorrise, la vestì adeguatamente e l’accompagnò dal faraone per proporgli tutto ciò. Quest’ultimo l’abbracciò e le disse:

“la tua mamma sarebbe orgogliosa di te.”

Samira, allora, chiese dello zio, per poter condividere con lui questa gioia e Akhenaton le confessò che Amir aveva fatto richiesta di sposarla. La fanciulla fu sollevata dall’idea di non dover sposare uno sconosciuto ma, al tempo stesso, era angosciata di dover sposare proprio suo zio, quell’omone così tanto vecchio rispetto a lei, così rude e robusto, ma con un gran cuore.

Lei lo considerava un padre amorevole, ma, non osò disapprovare la volontà del faraone.

Con un mezzo sorriso si inchinò ad Akhenaton, poi si volse e vide arrivare Amir. Si prostrò ai piedi del faraone il quale, dopo la benedizione, si alzò e disse al fratello che poteva  baciare Samira.

Ella in preda all’ansia si voltò verso la zia, che le fece segno di stare calma.

Samira obbedì, si avvicinò ad Amir che le baciò la fronte sussurrandole all’orecchio:

”Presto sarai mia sposa!” e se ne andò compiaciuto.

Samira, non temeva lo zio, anzi, era lusingata di essere stata scelta tra le tante, si sentiva bella ed incredibilmente donna. Ci pensò la zia Wafa a metterla a conoscenza sul mondo maschile e sulla sessualità. La giovane si preparò adeguatamente per le nozze, aiutata dalle proprie ancelle.

Furono giorni frenetici quelli a venire.

Il giorno delle nozze, Samira era agitata ma bellissima: i suoi occhi erano ornati di un intenso verde muschio e ricoperti da un intenso nero kajal, le guance rosa, le labbra di un rosso acceso, i capelli lunghi in tante trecce, raccolte in un’acconciatura metà alzata e metà sciolta, con due fiori di loto per incorniciarne il viso.

Un vestito di lino trasparente rosa chiaro ne faceva intravedere appena i seni ancora acerbi, una grande cintura in vita ne sottolineava la figura longilinea.

Ad ogni suo passo, le sue numerose cavigliere d’oro procuravano un rumore gradevole e i raggi solari del dio Amon illuminavano i suoi bracciali all’altezza della spalla.

La giovane sposa, in una lunga processione accompagnata dalla zia, attraversò la città e si recò al grande tempio di Aton dove il faraone l’aspettava.

Amir era con lui, ansioso di vedere la sua bellissima e futura sposa: non smetteva di guardarla. Ma Samira non gli rivolse nemmeno uno sguardo perché era completamente imbarazzata.

Ci fu un lungo rituale, dedicato al dio Aton, dopodiché Akhenaton benedì gli sposi e Amir finalmente poté baciarla. Erano labbra calde le sue e su quelle di Samira lo erano ancora di più. L’uomo prese teneramente la mano della sua sposa, e tutti assieme si recarono al grande banchetto.

Mangiarono e bevvero tanto quella notte e Samira, tra una porzione e l’altra, si chiedeva se sua madre e suo padre, che era morto qualche anno prima, sarebbero stati orgogliosi di lei.

Ma ritornò subito alla realtà, quando lo sposo, di fretta e furia, sussurrò all’orecchio del faraone qualcosa e quest’ultimo, approfittando del frastuono generato dalle danzatrici, sussurrò a Samira di alzarsi e raggiungere Amir nelle terme sottostanti, dove sarebbe avvenuta la prima notte di nozze.

La giovane fu colta dall’ansia: ne sarebbe stata all’altezza? Tutta quella teoria ora doveva esser messa in pratica, e non voleva, almeno non con suo zio.

Diede un’occhiata veloce alla folla, sperando di trovare lo sguardo rassicurante della zia, ma non lo trovò e, con aria sottomessa, si recò alle terme.

Un gran numero di donne li accolse. Alcune erano bellissime, e Samira pensava tra sé e sé che tanta bellezza era davvero sprecata per essere delle semplici ancelle.

Amir pregò le donne di lasciarli soli. Samira era terrorizzata.

L’uomo si voltò verso la giovane, si avvicinò e le spuntò il vestito, in modo delicato, affinché le cadesse ai suoi piedi.

Samira era completamente nuda e bellissima. Amir ne ammirò la freschezza, la gioventù della sua pelle olivastra, dei suoi seni, dei suoi fianchi un po’ pronunciati, delle sue mani sottili e baciò le dita una ad una.

La giovane chiuse gli occhi: provò ad immaginare che l’uomo che la stava baciando con insistenza non era suo zio, non aveva il doppio degli anni suoi, ma era un giovane bellissimo, vergine come lei, forse un prigioniero Ittita o un difensore dell’esercito egizio.

Ma, alla fine, si stese, si lasciò accarezzare, penetrare dall’odore forte di quei baci rumorosi che l’uomo emetteva. Lei non fece nulla quella notte. Si limitò a baciarlo sulla bocca e non di più.

Fecero l’amore.

Il mattino seguente, quando il sole era ben alto in cielo, Samira si svegliò un po’ incredula, un po’ stanca, ancora addormentata, si girò per cercare il suo uomo ma costui non vi era più.

In preda al panico si alzò velocemente, stava per rimettersi lo stesso vestito del giorno precedente, quando una delle ancelle del faraone le porse abiti nuovi.

Samira si vergognò un po’ di farsi lavare e profumare da una sconosciuta. Le apparve strano che il suo corpo in poco più di otto ore, fosse toccato da mani diverse. La giovane ancella, il cui nome era Aisha, che significa “vita”, informò Samira che il suo sposo si era alzato di buon mattino per compiere i suoi doveri e che si sarebbero visti alla sera, per cenare con il faraone.

Era il suo primo giorno da moglie e da giovane sposa e Samira già si sentiva sola e abbandonata.

Aisha le rivelò che era stata molto docile la notte precedente nel giacere con il proprio marito!  Samira non poteva credere alle sue orecchie:

“Tanta confidenza come osava?”

Eppure, non si arrabbiò con la giovane fanciulla: avevano la stessa età. Era così bella Aisha, così avvenente, con un seno prosperoso e quei suoi capelli lunghi ricci così rari. Samira pensò che quella donna potesse avere molta esperienza in ambio sessuale e preferì farsela amica.

La principessa chiese alla sua ancella di accompagnarla al mercato: desiderava comprare nuove spezie per creare profumi.

Aisha ne fu entusiasta e informò Samira di essere un’esperta in profumi: ne possedeva più di una decina e per una ancella erano tantissimi!

Le due donne passeggiarono a lungo quella mattina, erano una più bella dell’altra, venivano ammirate da molti uomini, ma ognuno di loro era a conoscenza di chi fosse Samira e a chi apparteneva e non osavano avvicinarsi. Le due fanciulle erano lusingate e sorridevano, timidamente, ad ogni sguardo rivolto a loro.

Per Samira era un mondo tutto nuovo: i vestiti di lino, i cosmetici, i profumi, le creme, aveva addirittura una nuova amica e soprattutto, era appena giaciuta intimamente con suo zio e non le era dispiaciuto: si sentiva amata come una figlia da quell’uomo così grande.

Mentre la giovane Aisha cercava le varie spezie su di una bancarella lì al mercato, Samira era intenta a giocare con uno dei gattini appena nati nell’angolo di un viale stretto e maleodorante senza perdere di vista la sua ancella.

Improvvisamente, apparve correndo un giovane, vestito solo di un perizoma doppio di lino bianco e una cintura di pelle. Dalla cintura si vedevano incastrati due coltelli fini.

Il giovane, vedendo la donna fece segno di spostarsi, ma Samira non capì il gesto e in un attimo si ritrovarono l’uno sopra l’altra.

Era la terza volta che il suo corpo da sposa veniva toccato, in poche ore, da mani diverse, in modi diversi.

Samira fu rapita dagli occhi del giovane così verdi, come lo erano i suoi. Non riusciva a smettere di fissarlo, e lo fece senza dire una parola.

Il giovane si scostò, aiutò Samira ad alzarsi, e si scusò dicendo che andava di fretta e che non poteva trattenersi.

Prima che lui andasse via, lei, quasi come un gioco, prese la mano del ragazzo e gli sussurrò guardandolo attentamente negli occhi:

“Se tu vorrai sarò tua!”

Non poteva credere a ciò che aveva appena detto ma lo aveva fatto d’istinto o, forse, perché quell’uomo le ricordava tanto il ragazzo con cui, nei suoi pensieri, aveva fatto l’amore al posto dello zio. 

Il giovane le rispose incredulo:

 “So chi siete e non importa, domani, stessa ora al vecchio tempio di Luxor, mi chiamo Nut” e fuggì via senza lasciare che lei rispondesse.

Samira era sbalordita per quello che aveva detto. Era sbalordita per la sua audacia: stava per commettere adulterio ed era sposata da meno di 24 ore. Si disse che era una donna ingrata e cattiva. Ma come poteva non ascoltare il suo cuore che tanto le stava parlando d’amore?

Aisha aveva visto la scena da lontano. Era rimasta in silenzio. Poi si era avvicinata.

Samira l’abbracciò stretta e pianse.

L’ancella la strinse a sé, la rassicurò dicendole che era normale: era giovane e aveva bisogno di un ragazzo giovane, di innamorarsi, perché l’amore fa bene all’anima. La tranquillizzò dicendole che avrebbe potuto contare su di lei: il suo segreto era al sicuro. Aggiunse anche che, con quel giovanotto, avrebbe potuto fare esperienza per essere  in grado di compiacere suo marito.

Samira si rassicurò, guardò la sua ancella e non poté smettere di ringraziare la sua fedele amica.

Alla sera, dopo aver cenato tra canti e balli, su una stuola di legno, dove vi erano intrecciati dei rami di papiro, (il letto non esisteva ancora!) Samira ed Amir giacquero assieme.

Ma la giovane fantasticava sull’incontro con il giovane Nut: bello quasi quanto un dio: alto, robusto, pelle scura e occhi intensi a mandorla.

Samira non sentiva le mani di Amir, ma quelle di Nut: era lui che baciava, era lui che desiderava.

Per fortuna, Amir non si accorse di nulla, e ad atto finito, baciò sua moglie e le rivelò che desiderava avere un figlio.

Samira rimase come pietrificata: lei stessa era una bambina, appena diventata donna, appena sposata, con un altro uomo nella mente e nel cuore.

No, non voleva. Ma non poteva dirlo. Si limitò a sorridergli e gli rispose:

“Anch’io!” e poi si addormentò. 

Il giorno seguente si verificò la stessa scena: Amir non era al suo posto e la bella Aisha la lavò, la riprofumò e la truccò in modo meticoloso. Doveva essere perfetta per il giovane Nut!

Samira decise, maliziosamente, di indossare un vestito bianco, trasparente, di lino puro, da valorizzarne le sue morbide forme e i suoi aspri seni.

Uscì di casa sicura di sé, con i suoi lunghi capelli neri sciolti e lisci, ornati da una coroncina color indaco intrecciata da fiori di loto. L’ancella l’accompagnò al tempio proibito e assieme alla principessa aspettarono con ansia.

Da lontano apparve lui, stavolta non più correndo.

Aisha strinse la mano della sua padrona per un attimo, poi la lasciò, si inchinò e si allontanò, rimanendo sempre nelle vicinanze. Samira aveva il cuore che le pulsava forte nel petto e gli occhi le brillavano di felicità.

Nut le si avvicinò e la guardò dolcemente. Si inchinò appena, le prese la mano e la condusse al vecchio tempio di Amon. Samira non smise di guardarlo e Nut fu rapito dalla sua bellezza. Si fermarono davanti alla grande e imponente statua del dio fissandola per svariati secondi, Nut si girò e le disse che il dio Amon anche se non più venerato viveva in loro e benediva e approvava l’unione dei due giovani innamorati.

La giovane fu affascinata da quelle parole e con altrettanto candore affermò che nessuno, nemmeno gli dèi, potevano impedire la nascita di un amore tra due persone.

Giacquero insieme quella mattina.

Samira era felice, innamorata e protetta tra le braccia di Nut.

Fecero l’amore a lungo, dolcemente, appassionatamente: vi era un arduo desiderio che li avvolgeva.

La principessa si sentiva sua, lo possedeva follemente e lui possedeva lei; si appartennero in quelle ore così calde ed intense. 

L’atmosfera così quieta venne interrotta da Aisha, che entrò bruscamente nel tempio fermando di colpo i due giovani. Il gran consigliere, con gli altri operai, nonché il visir Amir, si stavano recando al tempio per esaminare gli ultimi oggetti rimasti.

Samira e Nut, in preda al panico, si rivestirono frettolosamente, si guardarono, lui le sfiorò il viso con la mano destra, delicatamente, quasi volesse rassicurarla e lei gli strinse la mano e se la portò alla bocca baciandola dolcemente.

Si erano promessi amore eterno in quel semplice gesto!

Nut corse fuori di fretta senza dire una parola, Aisha prese Samira e la portò via, giù per le ampie scale. Fecero appena in tempo a voltarsi, che udirono le voci degli uomini che si avvicinavano. La principessa intravide quell’omone di suo zio e la sua voce roca.

Per un istante venne presa da un senso di colpa, in fondo Amir l’aveva voluta sempre bene e si era preso cura di lei tenendola sempre al sicuro.

 Ma al cuore non si comanda e la giovane lo sapeva bene, e non le interessava più di Amir, del suo Faraone, della zia e dei suoi genitori che probabilmente la osservavano da lassù. A lei importava solo di Nut e capì che per lui era disposta a tutto.

Aisha le diede uno scossone e la riportò alla realtà: le due fanciulle, ancora un po’ provate, si recarono a palazzo mano nella mano.

Quella stessa sera Samira non era lì presente in quel letto freddo, tra quelle mani grosse e un po’ ruvide di suo marito. Ella non riconosceva i baci freddi, l’ansimare affannoso e forte di quell’uomo che le sembrava ora quasi uno sconosciuto.

Eppure, da moglie che si rispetti, aveva dei doveri, primo fra tutti rendere felice suo marito con un erede e quella sera Amir, le confessò che il suo desiderio di avere un figlio doveva accadere quella sera stessa.

Samira si bloccò.

Essere mamma era uno dei suoi sogni, ma con l’uomo che amava follemente come amava Nut. Amir parlava, lei aveva davanti agli occhi Nut; Amir la baciava lei baciava Nut; Amir le prendeva la mano, lei stringeva quella di Nut. Non rispose al desiderio di Amir ma continuò a baciarlo per compiacerlo.

Quella notte Samira non dormì, si rese conto che lei e Nut, prima di salutarsi non si erano detti una sola parola e non sapeva se lo avrebbe rivisto, dove e tra quanto tempo: l’Egitto era grande! Non poteva neanche mandare le guardie di suo marito a cercarlo, non poteva fare nulla, si lasciò cadere tra i cuscini morbidi pensando che gli dèi l’avrebbero punita, che era stata solo una forte debolezza ed ora doveva pensare a fare la brava moglie e madre. Cercò di addormentarsi, anche se in cuor suo pregò intensamente il dio Amon di far sì che rincontrasse il giovane Nut.

Il mattino seguente Aisha svegliò la giovane di buon’ora, incitando la principessa di vestirsi velocemente e recarsi al mercato saltando la lezione di arpa, con la speranza di rivedere il giovane amato.

Samira si fece vestire in fretta, non trascurando la bellezza del suo volto e dei suoi capelli. Le giovani fanciulle entrarono nel gran mercato piene di speranza: girarono a lungo ma senza alcun risultato.

Più passavano le ore, e più le speranze svanivano. Passata abbondantemente l’ora di Ra, Aisha e Samira rammaricate fecero ritorno a palazzo, con la speranza di rivederlo il giorno dopo ma così non fu.

Passarono dieci giorni e Samira si convinse che l’aver fatto l’amore con Nut non sia piaciuto al giovane uomo come era piaciuto a lei. Si convinse che Nut l’avesse solo sfruttata a suo piacimento e lei ingenua ci era cascata in pieno.

L’umore della principessa era a pezzi: la sera mancava ai banchetti del faraone e la notte era assente nel letto del marito. Con la complicità dell’amica Aisha inventarono la scusa che nel ciclo di una donna adulta avvengono delle fasi meno fertili in cui il desiderio sessuale cala.

“La cura?”

“Lasciare la donna in assoluto riposo senza forzarla a fare nulla.”

Ci credettero tutti, perfino la zia Wafa che era tanto esperta in materia.

Due mesi dopo, Amir scoprì la causa della freddezzapoiché di sua moglie: era in dolce attesa! Samira ne fu sconvolta ma felice all’idea di essere madre. Dentro di lei stava crescendo un bimbo, era entusiasta, ma subito le venne in mente un terribile dubbio: di chi era suo figlio? Con Nut era stata a letto una sola volta mentre con suo marito tutte le notti, eppure… in cuor suo sapeva che il bimbo non era di Amir: com’era possibile?

Ma non si lasciò andare all’angoscia, all’ansia, ai sensi di colpa, smise di rattristirsi per un giovane che non lo avrebbe visto più e decise di pensare solo a sé stessa e al suo bambino.

Ma questa positività durò poco, perché Amir entrò violentemente nella stanza di Samira: la sorprese a leggere mentre si accarezzava quel pancino ancora piccolo, si scaraventò su di lei con violenza, le fece cadere il libro da mano, l’afferrò per il collo, la guardò ferocemente e con odio la gettò a terra con forza. Uscì senza dire una parola, facendo rimanere sua moglie inerme tra le lacrime.

Rimase lì Samira per alcune ore, a piangere, quasi paralizzata dall’accaduto. L’uomo che l’aveva cresciuta, protetta e rispettata le aveva fatto del male: ma perché?

Aisha la trovò lì stesa sul pavimento freddo a singhiozzare, con lo sguardo perso nel vuoto, l’aiutò a rialzarsi ma la principessa accusava dei fortissimi dolori al ventre, così l’ancella la fece stendere sul letto, chiamò un’ostetrica ma costei non fece in tempo ad arrivare che Samira era in un lago di sangue e tra le sue gambe un piccolissimo embrione: aveva perso il suo bambino!

La donna ne fu distrutta e svenne.

Akenathon si recò dal fratello per delle spiegazioni ma nella sua camera trovò il corpo di Amir steso a terra, gonfio, dal colorito giallastro, con gli occhi spalancati e la bava alla bocca: si era avvelenato! Forse per il senso di colpa o forse no.

Il faraone adirato ordinò di distruggere il corpo: era impuro poiché chi si suicidava non poteva essere mummificato.

Si recò dalla giovane principessa per portarle la triste notizia. Samira dormiva, pallida, stanca e dolorante tenendosi la pancia tra le mani: desiderava tanto che fosse solo un brutto incubo.

Akenaton stava per entrare nella stanza dell’ormai vedova ragazza quando un suo fidato consigliere gli sussurrò qualcosa riguardante il gesto atroce del fratello e subito l’espressione del faraone si irrigidì diventando più austero che mai.

Spalancò forte la porta dove dormiva Samira con accanto la zia Wafa e l’ancella Aisha svegliandola di colpo. Wafa fece segno di non agitarla ma il faraone ignorandola, la scostò, fece alzare Samira e la osservò attentamente con aria severa. Le disse che era molto afflitto per la perdita del suo bambino e di suo marito.

Samira alla notizia del suicidio del marito ne fu quasi sollevata anche se incredula. 

Il suo volto era di pietra, passivo. Akenaton aggiunse che per una donna perdere il proprio erede che le era in grembo era molto grave. La causa era il corpo troppo debole della principessa a far sì che non riuscisse a trattenere il feto. Ordinò l’esilio della fanciulla, condannandola all’espatrio dall’Egitto per ben trenta anni in compagnia della sua unica ancella Aisha.

Wafa scongiurò il faraone affinché cambiasse la sua decisione. Ma quegli fu irremovibile. Aggiunse di non voler sapere più nulla. Disse loro di doverlo ringraziare per non aver accusato Samira di aver avvelenato il marito.

La giovane vedova si alzò lentamente, si inchinò al faraone e lo ringraziò per tutto ciò che aveva fatto per lei e la sua famiglia. Dopodiché, aiutata dalla zia Wafa e Aisha, tra le lacrime, si preparò per il lunghissimo viaggio.

Il faraone fece scortare le due donne fuori dal palazzo. A Wafa fu impedito di salutare e accompagnare la nipote fuori dalla città: venne rinchiusa nella sua camera.

Akenaton ordinò i suoi soldati di accompagnare le giovani fanciulle fino in Turchia, una terra nemica all’Egitto, e assicurarsi di essere al sicuro una volta lì.

Samira lasciò la sua terra, tra l’angoscia di essere sola, disonorata, esiliata, vuota e confusa, tanto confusa.

Perché Amir era stato così violento con lei? Forse aveva scoperto qualcosa? Ma a distanza di due mesi? E, soprattutto, perché Nut era totalmente sparito? Troppe domande le si accavallavano in testa senza risposta. Per fortuna, aveva accanto a sé l’unica fedele amica. Aisha cercava, in tutti i modi, di essergli vicina.

Dopo sette giorni di viaggio Aisha e Samira, stanche e accaldate, arrivarono finalmente ai confini dell’Egitto. Si accamparono per la notte, per poi riprendere il viaggio il mattino seguente di buon’ora. Ma quella notte furono assaliti dalle iene: i soldati riuscirono a scacciarle, uno in particolare si distinse per la sua destrezza, a Samira le ricordava molto il suo Nut. Era alto e forte ma aveva sempre il volto coperto come gli altri d’altronde. Ma quella notte nell’intento di scacciare gli animali selvaggi, con le torce, il misterioso uomo avvicinò il viso al fuoco, illuminandolo:

“Per tutti gli dèi” esclamò d‘improvviso Samira!

Era Nut!

Gli andò incontro incurante del resto dell’esercito e lo abbracciò forte al suo petto: rimasero così per pochissimi istanti che sembravano infiniti.

Lui tra le lacrime la baciò intensamente, lei si lasciò andare. Si amavano alla follia ancora. Aisha aspettò un po’ poi li raggiunse entusiasta: si abbracciarono tutti e tre. Samira non volle spiegazioni, voleva solo stare tra le braccia del suo amato Nut.

Il giovane prese la donna e Aisha e si nascosero tra i cespugli mentre il resto dei soldati del faraone era intento a scacciare via le iene.

Nut raccontò alle donne tutta la verità: era sparito perché la sera dopo che avevano fatto l’amore al tempio, uno dei più fedeli amici di Amir si recò da lui minacciando di uccidere Samira se l’avrebbe rivista. Così Nut fu costretto a sparire per proteggerla. Amir aveva sicari e spie ovunque, era troppo potente e quando seppe della gravidanza di Samira era convinto che il figlio non fosse suo, fu accecato dall’ira e per questo si scaraventò sulla moglie e dopo si suicidò.

Nut era venuto a conoscenza del suicidio, si travestì da soldato per scortare l’amata e una volta in Turchia rivelarle la sua vera identità. Una storia incredibile.

Samira non sapeva se arrabbiarsi perché Nut non le aveva detto prima tutto questo o se sentirsi colpevole per la morte di Amir o essere finalmente felice tra le braccia del suo amato. Ma non ebbe il tempo di lasciarsi andare ai pensieri, alle proprie emozioni. I soldati del faraone una volta ucciso e scacciato tutti gli animali, intravidero la principessa baciarsi con il soldato Nut e i tre giovani abbracciarsi e piangere tra le lacrime di gioia.

Così furono tutti e tre arrestati e riportati a Luxor da Akenthon.

Quest’ultimo informato dai suoi consiglieri che i due giovani erano amanti, senza alcuna pietà, pronunciò loro la sentenza:

“A morte entrambi subito”, mentre per Aisha il carcere a vita, che era peggio della morte. Samira venne portata fuori, il popolo subito accorse, avvertiti dalle trombe dei ciambellani. Era un comportamento intollerabile per una donna.

Gli egizi vollero partecipare alla condanna a morte per alto tradimento.

Prima dell’esecuzione, i due giovani amanti furono sottoposti alle ire della folla inferocita, con urla, strattoni, spintoni, sputi, calci, pugni.

Samira e Nut si dicevano:

”Tanto odio per essersi amati?” è davvero questa la nostra colpa?

Samira piangeva disperata, Nut cercava di stringerle per l’ultima volta la mano.

Poi, le urlò:

“Ci rivedremo nell’aldilà e ti amerò ancora!”

Vennero divisi, e portati nella piazza principale dove avvenivano le esecuzioni.

Nut era in ginocchio, Samira era in piedi, con mani e polsi legati, dietro l’amato.

Nut si girò verso di lei, la guardò dolcemente, accennò ad un sorriso.

Lei gli gridò: 

“Per sempre!”

La testa di Nut cadde e rotolò per terra tra le urla scomposte della folla.

Samira emise un urlo. Cadde per terra. Il suo cuore stava per scoppiare.

Poi, in silenzio, si domandò:

”È giusto morire per amore?”

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