L’ARCANO PROFONDO di Mario Filocca

Foto di A. Debus da Pixabay 

la sede delle nostre pulsioni più spinte, inconfessabili

Introdotta da una musica Metallica, compare una radura verde con sullo sfondo la fluente cascata e il titolo in sovrimpressione:

Omicidio dal vivo alle Blackwater Falls State Park

Entra Sandman.

Lui trascina la ragazza fino al centro della radura:

«No, lasciami andare, ti prego…».

L’uomo le sferra un pugno con cattiveria.

«Ti prego, devo andare in ospedale da mia madre ammalata».

Un altro pugno le fa sanguinare il naso e la sbatte a terra.

Tre giovinastri si precipitano su di lei: uno le straccia la camicetta ed il reggiseno, un altro le abbassa i pantaloni. Lei cerca di ribellarsi ma riceve ancora sberle e manate sul viso. Un terzo giovane strappa le mutandine e la penetra violentemente, poi a turno gli altri due.

La ragazza rimane stesa sull’erba tramortita mentre si attenua in dissolvenza il suono della musica Metal sostituito dal fragore della cascata in crescendo.

Ricompare l’uomo che dà tre mazze da baseball ai teppisti che prendono a bastonarla: l’ultima inquadratura fa zum sul volto tumefatto della povera ragazza ormai esangue.

Si chiama snuff ed è l’ultima frontiera del dark web, il lato oscuro di internet i cui contenuti sono banditi dai comuni motori di ricerca perché illegali: alle darknet, ovvero le reti virtuali private, è possibile accedere a pagamento solo tramite warez, specifici software o particolari configurazioni di rete

Stante la incontrollabile diffusione di internet la “Polizia Postale e delle Comunicazione” fatica a fornire un’adeguata risposta alle sempre nuove frontiere tecnologiche della delinquenz

*****

Lo chiamavano “Il Giocoliere” e nessuno sapeva il suo vero nome: stava facendo soldi a palate pubblicando video con donne e uomini nudi, con primi piani di organi sessuali, donne violentate, stupri di gruppo ed ora anche – la nuova frontiera – omicidi dal vivo.

Donne sole erano le sue prede preferite, donne da rapire e usare.

Cap. 1°

Alla Movida Experience stava appoggiato al bancone sorseggiando una Caipirinha: gli stavano attorno due ragazze che facevano le vezzose e che Edoardo guardava con un certo distacco.

I suoi capelli neri medio lunghi incorniciavano un volto maschio di trentenne al quale i baffetti davano un tocco di grazia signorile.

Emma ero già stata a letto con qualche ragazzo, ma più per fare come tutti che per desiderio: non l’aveva trovato allettante come tanti dicevano. Quello che sognava era l’amore di chi ti dice: “tu sei tutto per me!”, ma fino ad allora nessuno glielo aveva detto e lei continuava a sognare.

Aveva i capelli corti che teneva corti perché quel tocco maschile connesso alla loro lunghezza le dava forza: allora erano biondastri, senza fili bianchi, non occorreva tingerli. Agli uomini piacevano, alle ragazze meno.

Emma pensava di avere molte amiche, ma ancora non sapeva cosa questo veramente potesse significare: di fatto le ragazze erano carine con lei, le sorridevano, ma si chiedevano cosa lei avesse per attrarre i ragazzi più di loro: concludevano che Emma la dava via facilmente, cosa che non era vera. Guardavano i suoi jeans attillati ed il giubbotto color panna che le stringeva la vita e davano a questo binomio il merito del suo successo con gli uomini, un successo ingigantito dalla loro invidia.

Nella discoteca Edoardo, fisico da palestra, abbronzatura, denti bianchi, stava guardando con malcelata noncuranza quelli che ballavano: non gli interessava cercare fra le ragazze quella da invitare, tanto sarebbero venute loro a proporsi e lui avrebbe scelto.

Roteava lo sguardo per la sala illuminata dal continuo susseguirsi di luci blu, gialle verdi, fin che i suoi occhi si posarono su Emma e da quel momento lei divenne il suo gioco preferito: la guardava col mezzo sorriso stampato sotto i baffetti, scendeva a rimirare le sue scarpe verdi percorrendo le sue gambe fino in fondo, tornava su e le piantava negli occhi uno sguardo possessivo e dolce al contempo che la faceva vacillare…era già irrimediabilmente sua.

L’aveva appena visto e lui era già troppo importante per lei; per questo non poteva dare un immediato seguito all’incontro: fuori della discoteca si lasciarono dandosi un appuntamento cui seguirono altri e altri ancora, fin che una notte Emma provò quello che non avevo mai provato. Non le disse “tu sei tutto per me”, ma il suo corpo la fece vibrare.

A lui tutto piaceva di Emma: le sue gambe, i suoi seni, il suo sorriso, il suo incedere misurato, la sua intelligenza, ma soprattutto il suo animo pulito di ragazza che non si era sprecata in tanti amori fasulli.

Era scoccato il grande amore.

Ma sul loro amore era calato l’undici, il numero primo “undici”.

Emma era una appassionata della matematica, della sua rigorosità e dei suoi misteri: sul numero “undici” aveva scritto un testo interessante:

” Undici è un numero primo, cioè divisibile solo per uno e per sé stesso. I numeri primi sono infiniti – mistero dell’infinito -. ma fra di essi l’undici, anche se piccolo raffrontato ad esempio col 99.991, è un numero primo particolare. Undici (11) è formato da due numeri uno. “due” è un numero primo particolarmente misterioso perché è l’unico numero pari nella serie infinita di numeri primi dispari e “uno” è altrettanto particolare se sul suo inserimento nella serie dei numeri primi si sono scontrati centinaia di matematici, Se dunque i numeri primi aprono una voragine verso il mistero, undici è infinitamente più misterioso”.

Misteriosamente l’undici di luglio (11/7, due numeri primi) fu il giorno che determinò il resto della sua vita: ancora oggi, divenuta presidentessa di una quotata società di software, prima di uscire di casa rilegge la accorata poesia che scrisse allora e che tiene incorniciata a fianco del suo letto.

QUELLO CHE NON TI HO MAI DETTO

E CHE NON POTRO’ PIU’ DIRTI

Ho raccolto in un cesto tutto quello che avrei voluto dirti,

il cesto delle cose non dette.

Rimangono lì parole, pensieri,

moti dell’animo segreti e non svelati,

inespresse emozioni,

parole d’amore.

Avrei dovuto dirti tutto

l’amore che provavo,

ed ora non posso più fartene dono,

ora che all’improvviso te ne sei andato,

senza preavviso,

abbracciato alla tua moto

nella pozza di sangue

sulla strada che quella sera ti portava a me.

Da allora Emma a lungo non strinse più rapporti impegnativi con altri uomini: aveva riversato nel suo grande amore tutto il proprio mondo affettivo, ed ora non aveva più impulsi, stimoli, emozioni da riservare ad altri. “Nella mia vita, a soli ventisette anni, ho già avuto un grande amore, cosa voglio desiderare di più? C’è chi in tutta una vita non lo incontra”. Non era facile che l’immagine del suo Edoardo sbiadisse lasciando posto ad un altro uomo, non comunque a breve.

Si era buttata nel lavoro e la sua ascesa professionale aveva colmato in parte il vuoto lasciato da quella perdita incolmabile.

Cap. 2 °

Emma, presidentessa della Software Custom, oggi è una bella donna sui quarantacinque: altezza uno e settantatré, capelli biondastri naturali con meches che li esaltano, due occhi azzurri ed uno sguardo ridente, fascinoso.

«Buongiorno, Emma. È venuta da me ieri, come mai ha chiesto di ritornare oggi?».

Andava da lui anche se forse le sarebbe bastato uno psicologo, ma lei aveva una bassa stima degli psicologi.

Roberto, lo psichiatra da cui Emma andava ogni quindici giorni, era incuriosito: il giorno precedente con lei aveva parlato di tutto, dei suoi sogni, dei suoi umori variabili, delle sue insicurezze, delle sue frequenti tristezze. Erano pure arrivati a certe conclusioni operative, cosa che si raggiunge difficilmente nel corso di una seduta psichiatrica; avevano concordato che Emma avrebbe dovuto ridurre i tempi dedicati al suo impegno lavorativo e dedicare più tempo a sé stessa come donna.

Le aveva detto:

«I suoi pensieri sono tutti dediti a come migliorare i bilanci della società, a chi sostituire e a chi confermare alla direzione dei vari dipartimenti, a come mantenere nel consiglio di amministrazione l’appoggio di chi forma la sua maggioranza: come può raggiungere un proprio equilibrio interiore che in una persona, in una donna, si raggiunge solo se si acquisisce la soddisfazione dei propri aneliti, desideri, sogni, fantasie sessuali?».

Emma aveva concordato sui concetti espressi ed aveva deciso di rincasare a piedi per meditare su quello che si erano detti; mentre si dirigeva verso il suo lussuoso appartamento situato nel quartiere più esclusivo della città, le ultime due parole – fantasie sessuali – continuavano ad ingrandirsi nella sua mente. Lungo il percorso aveva incrociato una bella ragazza che sembrava sorridere: “Quella sorride mentre a me capita raramente, è più felice di me, ha un ragazzo con cui fa l’amore, certamente ne è appagata, lo farà certo senza stupide inibizioni.

Io ho Gianni, è innamorato di me, ma io a lui durante la giornata non penso mai: io decido e lui esegue, in tutto. Facciamo l’amore quando mi va, nel modo più normale possibile, senza che lui abbia iniziative, senza che la passione ci faccia fare pazzie: quanto ha ragione Joseph W. Sarno quando dice che una coppia ha un futuro se si hanno in serbo le stesse follie”.

La sera, quando si coricava, sentiva spesso dentro di sé pulsioni nuove: le controllava perché le sembravano perversioni di cui vergognarsi…ma è veramente così? Le sue sedute con Roberto erano come un dialogo controllato fra sordi, che tratta di tutto eccetto di quello che veramente conta.

“È ora di cambiare, ora o mai più. Domani vado da lui e finalmente gli parlerò in faccia fuori dai denti e gli dirò quello che veramente sento dentro”.

Quando era entrata nello studio dello psichiatra Emma si era messa subito a parlare, per non correre il rischio, passando ai convenevoli, che non avrebbe più avuto il coraggio di dire quello che voleva dire.

«Buongiorno Roberto. Sono tornata oggi perché voglio cambiare la mia vita, voglio realizzare me stessa, la donna che mi sento dentro: per prima cosa voglio dare libero sfogo alla mia sessualità, che finora è stata compressa dentro di me, assecondandola in tutte le sue espressioni, anche le più perverse. Non la conosco ancora del tutto, ma voglio che esca fuori senza vincoli né condizionamenti».

«Benissimo Emma. Non lasciamoci sfuggire questo impulso tanto sincero; se lo lasciamo sfuggire possiamo non ritrovarlo più e ritrovarci a parlare del più e del meno senza andare alla fonte dei problemi…come abbiamo fatto finora».

“Già, ma lei ci ha guadagnato un sacco di soldi girando attorno ai veri problemi” pensò Emma, ma non era il momento di dirglielo.

«Quale è la sua fantasia erotica più ricorrente?».

«Voglio qualcuno che mi domini: vorrei essere sottomessa fisicamente e/o psicologicamente da uno o più partner, che possano fare di me ciò che vogliono senza che io possa oppormi. È una perversione tanto grave?».

«Assolutamente no: noi non la chiamiamo perversione perché tutto quello che una persona desidera, anche la più lontana dalle regole ricorrenti, è una cosa positiva, un gradino verso la propria realizzazione, la propria libertà…oserei dire un gradino verso la felicità. Noi siamo tutti diversi, ognuno di noi ha un lato oscuro che teniamo nascosto e temiamo di far uscire: è l’arcano profondo. Sbagliamo perché le inibizioni che ce lo tengono dentro finiscono per bloccare le nostre possibilità di vivere col sorriso la nostra vera vita, …talvolta questi blocchi finiscono col farci esplodere ed allora il tutto diventa addirittura patologico, drammatico». 

Detto tutto quello che doveva dire Emma si alzò dalla sedia e si avviò per uscire, contenta che l’incontro fosse stato tanto breve quanto proficuo: probabilmente sarebbe stato anche gratuito dal momento che era durato pochi minuti; anzi doveva essere gratuito, con tutti i soldi che per tante inutili sedute gli aveva dato.

«Grazie Roberto, arrivederci: ora mi sento più leggera».  

Lo psichiatra già sapeva di cosa si trattasse, ma volle lo stesso andarselo a leggere sui suoi manuali:

“Ciò che eccita è il desiderio di essere sottomessa fisicamente e/o psicologicamente da uno o più partner, che possono fare di lei ciò che vogliono. Questo genere di fantasia è molto diffuso soprattutto nelle donne che appartengono a classi sociali medio alte. Spesso donne di potere o donne manager, abituate a comandare, provano eccitazione e piacere nell’immaginare di essere prevaricate fisicamente e psicologicamente da una o più persone”

Roberto si era comunque stupito dell’improvviso cambio di approccio palesato da Emma. Nelle sedute precedenti Emma non era mai stata così diretta; si domandò cosa fosse successo per essersela vista di fronte cambiata così radicalmente come fosse un’altra.

Era successo al Club del Golf.

Cap.  3°

Anche quel mercoledì Emma, al termine della giornata di lavoro, si era concessa quella che chiamava “la distrazione del golf”, incontrandosi al Green Golf Country Club con Gianni ed una coppia fissa di amici, Gerardo investigatore privato e Adelaide istitutrice di yoga: erano discreti giocatori, entrambi handicap 23.

L’aspettavano sul tee di partenza della buca uno.

«Sempre in ritardo – disse sorridendo Gianni, ma non era un rimprovero».

«È già tanto che questa sera sono riuscita a venire».

«Sai che Gerardo ed Adelaide si sposano?».

«Davvero? Che bello!».

Gerardo Corti era stato Ispettore di polizia ed era molto apprezzato per i risultati ottenuti grazie al suo talento nel valutare le situazioni, ma gli era capitato un incidente sul lavoro: in una rapina durante una sparatoria aveva ferito incidentalmente un ragazzo estraneo alla rapina e quelli degli affari interni ne avevano fatto un caso ingigantito e durato a lungo. Spoetizzato e frustrato aveva dato le dimissioni ed aveva incominciato la carriera dell’investigatore privato, senza più superiori cui rendere conto. Stava avendo successo: era molto bravo a scoprire gli amanti di mogli infedeli, a scovare chi cercava di vendere alla concorrenza segreti industriali, a recuperare i ragazzi fuggiti di casa.

Adelaide gestiva da poco una scuola di Yoga. Provenendo da una famiglia abbiente non aveva mai lavorato veramente: si era data da fare solo saltuariamente organizzando eventi. Scriveva poesie, ma non ne aveva mai avuto il riconoscimento che si aspettava: “Anche se nessun premio letterario mi ha mai premiata le scrivo per me e questo mi basta”. Si era iscritta a una scuola di Yoga e dopo pochi mesi si era domandata se non potesse lei stessa farne una professione: sensibilità ed un certo equilibrio personale non le mancavano. Così intraprese la sua nuova professione, corsi di yoga.

«Vi sposate in chiesa?»

«Lui non vorrebbe, ma non possiamo deludere i miei genitori».

«Hai già scelto l’abito di sposa?».

«Penso di farmelo confezionare su misura».

Emma stette zitta per alcuni secondi, come meditando. Al momento in cui mise la pallina sul tee alzò lo sguardo verso gli amici e disse:

«Io lo vorrei di raso, con strascico a terra, manica lunga, sexy, di pizzo sul fianco, schiena scoperta, con un gioiello importante inserito nel tessuto».

«Caspita, te lo stai facendo fare?».

«Figurati. Io non mi sposerò mai!».

Il primo colpo di tutt’e quattro fu come ogni golfista sogna: dritto e lungo, sul fairway.

Lungo il percorso, come capitava spesso, Gianni e Gerardo si appartavano a parlare fra di loro, trainando ciascuno il proprio carrello; lo stesso avveniva fra Emma e Adelaide.

Emma:

«Come va la tua scuola di yoga?».

«Bene. I miei allievi sono quasi tutte donne e ciò mi rende le cose più facili perché fra di noi è più facile intenderci».

«Cosa fate esattamente? Lo yoga è una forma di meditazione psicofisica?».

«Difficile spiegare sinteticamente: direi che yoga mira alla ricerca della dimensione intima, privata delle emozioni».

«Tutte le emozioni? Anche quelle che teniamo nascoste?».

Adelaide non risponde subito: ha appena trovata la palla finita nel rough e si concentra per scegliere il ferro da usare. Il colpo le riesce bene e la pallina finisce sul green a due metri e mezzo dalla buca.

Solo ora guarda Emma e si domanda se ha un senso accennarle a quanto è successo la sera precedente, quando le donne presenti alla lezione si sono lasciate andare ad esternare pensieri che difficilmente una donna fa uscire da sé.

«Ieri sera abbiamo parlato di uomini».

«Alla lezione di yoga avete parlato di uomini?».

«Appena ho accennato alla leggerezza con cui dobbiamo vivere le problematiche del rapporto due donne si sono subito scatenate e le altre non si sono fatte pregare per dire il loro pensiero. Eravamo tutte sedute sull’erba con le gambe piegate davanti, assorte in quella posa ieratica che forse anche tu conosci: c’è voluto poco che i volti, anziché essere rivolti alla meditazione, si tingessero di rossi bagliori. Ne è uscito una specie di happening non programmato.

«Di cosa parlavate dunque?».

«Ti dirò il succo: normalmente sono diversi i comportamenti di uomini e donne. Se, infatti, gli uomini non si fanno problemi nel confessare alla partner i loro pensieri sessualmente più intimi, nella maggior parte dei casi le donne sono assai più pudiche e preferiscono negare l’evidenza “spinta”, limitandosi a fantasticarci sopra e basta.

Incontrandoci fra donne ci siamo lasciate andare ed abbiamo detto tutto senza veli o ritrosie».

«E cosa avete concluso?».

«Abbiamo concluso che nel rapporto con gli uomini quelle che contano devono essere solo le donne e la loro sessualità: gli uomini sono necessari, ma accessori. Quello che gli uomini devono fare è assecondare le fantasiose pulsioni erotiche che ogni donna prova, farle emergere, farle esplodere. E noi non le dobbiamo soffocare dentro di noi».

Quelle parole calarono su Emma con la forza di un tornado; scossa da quello che aveva sentito, china su un putt facile da 70 centimetri, non centrò la buca. Il giorno dopo sarebbe tornata dallo psichiatra e gli avrebbe detto tutto.

Cap. 4 °

Leonardo e Mattia erano amici fin dalla prima elementare: il primo era un bambino sereno con due genitori che si volevano bene anche se talvolta discutevano con toni accesi. In quei momenti lui si preoccupava perché non capiva e non poteva sapere che in tutte le coppie è normale che ci siano momenti di dissidio, che poi rientrano se le ragioni di discussione non vertono su argomenti di base.

A scuola l’amico prediletto era Mattia, meno fortunato di lui: aveva assistito in casa a litigate che avevano lasciato il segno.

“Sei una puttana” fu l’ultima frase che aveva gridato suo padre due anni prima, uscendo per sempre da quella casa e non facendo più ritorno. Da allora la madre fra mille stenti lo aveva accudito con amore; ma quell’amore non aveva potuto vincere le insicurezze di cui era vittima.

Leonardo, compagno di scuola, era un suo riferimento, il suo unico amico: da lui Mattia dipendeva in ogni decisione.

Faceva caldo.

«Dai, vai a prenderla».

Quasi tutti i pomeriggi i due ragazzi si incontravano a casa di Leonardo e, finiti i compiti, andavano a tirare qualche calcio alla palla nel campetto dell’oratorio.

La palla calciata da Mattia aveva mancato la porta ed era volata lontano finendo nell’erba alta. Quando lui la raccolse ed alzò la testa rimase bloccato a guardare verso il marciapiede della strada vicina e nei suoi occhi passarono in ordine i tre “esse”: sorpresa, sgomento, spavento. Cosa stava avvenendo ad una ventina di metri da lui?

La macchina che l’aveva seguita si era fermata di colpo, lui era sceso e la aveva seguita per pochi passi, le aveva messo sulla bocca un fazzoletto evidentemente imbevuto di una sostanza adeguata, l’aveva presa al volo mentre si lasciava cadere e l’aveva infilata nell’auto per poi partire a piena velocità. Il tutto si era svolto in pochi secondi sul marciapiede di una strada a quell’ora deserta.

«L’hai trovata?».

«Vengo».

Leonardo lo vide arrivare con la palla in mano, ma con una espressione sconvolta:

«Cosa è successo?».

«Non lo puoi immaginare. Un uomo ha assalito la donna che camminava sul marciapiede e l’ha rapita».

«Rapita? Cosa dici?».

«Sì, rapita: l’ha fatta svenire e l’ha messa in macchina».

«Sei sicuro?».

«Vuoi che me lo inventi? Tu non hai visto?».

«E questo ti ha sconvolto fino a questo punto».

«Tu non l’hai visto».

«Cioè? È lui che ti ha spaventato fino a questo punto?».

«Sì, lui: spaventoso, non hai idea».

«Andiamo a dirlo a Don Luigi».

Don Luigi non c’era.

Cap. 5 °

Il locale di dimensione 5 x 4 aveva solo una piccola finestra wasistas rettangolare a filo soffitto; le pareti di quello scantinato erano grigie in cemento armato a vista. Il pavimento era formato da una piastrellatura in gres di basso costo. C’erano due porte; una in ferro era verniciata di rosso con uno spioncino, l’altra in legno dava probabilmente verso un piccolo bagno. In un angolo un tavolino quadrato. Fuori era buio e l’interno era scarsamente illuminato da una lampadina appesa ad un cavo che scendeva dal soffitto.

L’effetto del cloroformio stava finendo ed Emma stava piano piano tornando cosciente. Aprendo gli occhi subito le prese una ventata di panico accompagnata da una forte stretta al petto:

“Dove sono?  Cosa è successo?”

Non si ricordava niente, eccetto che qualcuno le aveva appoggiato un fazzoletto sulla bocca mentre sopra pensiero camminava sul marciapiede di Via Verdi diretta al suo appartamento.

Mise a fuoco il locale dove si trovava e le prese uno scoramento profondo:

“E’ tutto reale o sto sognando? Sono stata rapita?”

Non impiegò molto a dare una risposta all’interrogativo.

Analizzò le pareti grigie, le due porte, la fioca lampadina che pendeva dal soffitto, il comodino su cui era stato messo un bicchiere e una bottiglietta di acqua frizzante:

“quella della marca che piace a me” fu il pensiero assurdo che la prese in quel momento drammatico.

Fece per muoversi, ma si accorse che una manetta era fissata sulla mano sinistra e la legava alla spalliera metallica del letto matrimoniale.

Era stesa sulle lenzuola pulite di un ampio letto matrimoniale.

Si guardò: era completamente nuda.

CONTINUA

L’ARCANO PROFONDO è un romanzo del genere Thriller di Mario Filocca

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