Nessuno tocchi Paride

Paride. Un nome che dovrebbe portare con sé un destino epico.
E invece no. Per lo meno non per il Paride che conosco io.
Quello è uno sfigato di 40 anni, talmente incapace che è riuscito ad avere un lavoro da n-5 nell’azienda di famiglia. Azienda che dirige il rampante fratello minore.
Paride è un impiegato che timbra i documenti in arrivo.
Non è davvero capace di fare nulla.
Nulla, tranne far incazzare gli altri.
Paride è il signor no. No, per qualsiasi cosa. Niente gli piace, niente va bene, tutto è sbagliato. Gli dici una cosa e lui risponde «No, non hai capito» allora spiegami.
«No.»
«Che ne dite del nuovo film di Tarantino? A me è piaciuto un sacco.»
«No.»
«Andiamo a mangiare una pizza dai napoletani?»
«Non è abbastanza buona.»
«Allora dimmi tu, dove andiamo a pranzo?»
«Non lo so.»
Paride non sa nulla. Vive per criticare gli altri. Polemizza con quella sua aria da so tutto io e se te la prendi, gode. Sì, i suoi occhietti da ratto prendono una luce che non immagineresti potrebbero avere.
Gode quando gli altri hanno torto.
Gode a prescindere da quale sia la verità.
Lui non ha ragione, non può averla senza un’opinione, ma farti avere torto. Oh sì, quella sì che è una vittoria!
Questa volta, Paride ha toccato un argomento fondamentale per la mia vita. Qualcosa di una sacralità sacra. Qualcosa che non deve essere toccato.
«Dart Fenner è il personaggio migliore dell’intera saga.»
«No.»
«No? E chi sarebbe allora?»
«Non lo so.»
Non sa fermarsi. Dice no a tutto. Alla storia, ai personaggi, agli effetti, a Lucas, alla Disney. Tanto che alla fine gli ho mollato un pugno.
Nessuno tocca Star Wars senza restare impunito. Nessuno.
Sangue, sangue ovunque. Gli ho spaccato il naso.
Paride è rimasto lì, fermo immobile a fissarmi. Probabilmente, come sempre, non sa cosa fare. Poi, improvvisamente, si lecca il sangue che scorre dal naso.
«Non era un buon cazzotto!»
Non ho potuto far altro che iniziare a ridere. È lì, sanguinante, e riesce ancora a criticare. Incredibilmente anche lui scoppia a ridere, una risata tra lacrime e sangue, gutturale, roca. Un suono talmente strano da risultare terrificante.
Sta succedendo qualcosa, che non capisco. Nella testa, già parecchio strana, di Paride qualche rotella deve essere andata fuori posto.
Si pulisce il sangue con le mani che poi si porta alla bocca. Si ricorda di me, mi guarda e con un ghigno feroce si mette un dito davanti alle labbra e subito dopo se lo passa sul collo.
«Stai zitto o muori.»
Torna alla sua scrivania, prende un timbro e inizia la sua routine quotidiana.
Se avete presente dott. Jeckill e Mr Hide, ecco è quello che ho appena visto.
Torniamo alle nostre postazioni, come due cowboy dei film di Sergio Leone. E qui ci arriva dalla direzione la mail di invito al pranzo aziendale.
Paride risponde mettendo tutti in copia.
«Non vengo.»
«Dai, non fare il solito rompi palle, alla fine ci divertiamo sempre.»
Gli risponde dalla scrivania di fronte Simone, il sant’uomo che condivide l’ufficio con Paride e che, ventenne è già il suo capo.
«Ho detto no.»
«Rompi co***.»
Una parola appena sussurrata, che nessuno avrebbe potuto sentire. Tranne lui.
Escono dall’ufficio, si salutano. Simone si dirige verso la sua macchina, sale e prende la strada verso casa.
Paride, con una panda degli anni 80, lo segue. Alla giusta distanza.
Arrivato a casa di Simone, scende dall’auto.
Tra le mani guantate un sottile filo di nylon trasparente. Entra nel box. Quando esce sulla faccia ha ancora quel ghigno malefico e una borraccia appesa alla cintura.
Riprende la panda. Arriva a casa, butta i vestiti in lavatrice, mette la borraccia nel freezer e si fa una doccia.
Qualcosa è cambiato.
Il giorno dopo, alle ore 8.30 puntuale come sempre, Paride varca la soglia dell’azienda.
Il portinaio lo saluta.
«Buongiorno un c***» gli risponde.
Questa è una sorpresa, Paride non è mai stato cattivo o maleducato.
Lo saluto mentre raggiungo la mia scrivania. Ha il volto pallido, le borse sotto agli occhi, il volto scavato. Sembra essere invecchiato di dieci anni. Gli chiedo se sta bene.
«Sì, grazie.»
Gli racconto del film di Ozpetek che ho visto ieri al cinema. Ne parlano tutti bene, ma a me non è piaciuto.
«Lo hai visto?» provo a chiedergli.
«No.»
Paride abbassa la testa e riprende a timbrare. Il discorso è chiuso.
La giornata prosegue con il suono ritmico dei timbri della documentazione in ingresso.
Alle 17.30, sempre puntuale, ripassa dalla guardiola senza salutare.
«Stronzo» è il commento che scappa dalla bocca del portinaio.
Paride esce dall’edificio facendo finta di nulla. Resta due ore nella panda ad aspettare che il portinaio esca. Lo segue fino a casa.
Scende dall’auto, indossa dei guanti e tiene un sottile filo di nylon trasparente.
Entra nel box e dopo cinque minuti esce.
Sulla faccia ha un ghigno malefico e una borraccia appesa alla cintura.
Si lecca le labbra con aria ingorda.
Rientra nel suo appartamento, fa la lavatrice, mette la borraccia in freezer e, infine, fa una doccia.
Il giorno successivo è il mio compleanno.
Sulla scrivania trovo un pupazzo di Dart Fenner. Lo indico a Paride.
«Il migliore.»
Lui nega. Lo invito a vedere Star Wars con me, lo prego addirittura.
«No.»
Un film mica lo ammazzerà, mi dico. Potrebbe essere un modo per farsi un’opinione.
«No.»
Mi sto incazzando. E lui lo percepisce, mi sorride consapevole della sua quasi vittoria. Gli dico che vorrei sapere cosa ne pensa davvero, perché per me è importante. E ci tengo a sentire anche le sue idee.
I suoi occhietti si fanno più piccoli e più scuri. Mi scruta.
«No.»
Di nuovo. Questa è una sfida, ma non posso mollare.
«Stasera. 20.30 a casa mia. Vieni.»
Mi allontano prima che possa aprire bocca.
Arriva, parcheggia la panda e si incammina sul vialetto. Suona il citofono.
Alle mani guanti di pelle nera, una tasca rigonfia da cui spunta il tappo della borraccia. Chiude la porta e si avvicina a me. Dalla tasca estrae il filo di nylon.
Paride è nella versione Mr Hide.
Dice che non dovevo dargli quel pugno, che non capisco e mai capirò niente.
Che quel sangue ha aperto dei desideri che non sapeva di avere, delle sensazioni che lo fanno sentire vivo.
Apre la borraccia e beve. La appoggia sul tavolo, aperta.
Si avvicina a me, giocando con il filo di nylon, avvolgendoselo alle dita e srotolandolo.
Ha paura, come me. Nessuno dei due sa che fare.
Paride se ne va con la borraccia stretta fra le mani.
Torna a casa, mette gli abiti nella lavatrice, la borraccia nel freezer, si fa una doccia.
Si guarda allo specchio.
Non si riconosce.
Alza le spalle alla sua immagine e si mette a letto.
Finalmente riesce a dormire.
Entra in azienda, saluta il portinaio, raggiunge Simone in ufficio.
«Sangue chiama sangue» mi ha detto «il sangue mi chiama».
Non è facile essere un assassino. Tanto più se sei incapace, come Paride.
Meglio fare quello per cui si è portati.
Niente, a parte far incazzare gli altri.

Nessuno tocchi Paride è un racconto di Aurora Zappa