OMNIBUS ANTANI AETERNUM! di Walter Renato Bellini

Foto di Rene da Pixabay 

“In ogni umano percorso vi sono infiniti giorni incolori,

dove la vita scorre esattamente come l’attendiamo;

in altre giornate irrompono accadimenti inattesi  

che possono segnare la nostra esistenza”

Avevo dato un ultimo sguardo dai vetri del balconcino: non si vedeva nulla, nemmeno le luci della sponda opposta del lago. Mi chiesi ancora se in quella sera d’autunno non fosse meglio restarmene in casa. Chiusi la tenda scorrevole e, dopo aver indossato il giubbotto, diedi un breve saluto ai miei genitori, seguito da un “non torno tardi”; infilai così la porta, sempre aperta, della mansarda, come si usava ancora in provincia a quel tempo.

Era un venerdì sera, un momento sempre frizzante, con tutto il fine settimana ancora da gustarsi.

Lasciati alle spalle i miei, che ancor prima che chiudessi la porta iniziarono a discutere, discesi rapidamente le quattro rampe di scale, per giungere al piano terra della palazzina del ’62, che in quegli anni era la nostra casa estiva e luogo d’evasione dalla grande città.

Uscito all’aperto, superai il breve cortile e mi diressi verso la casa dell’amico Roby. Eravamo stati assieme anche nel pomeriggio, ma un fine settimana è breve e benché quello fosse un po’ più lungo volevamo stare il più possibile in compagnia.

In quel lontano 1979 con la mia famiglia avevamo trascorso numerosi periodi sul lago. Eravamo giunti sul Garda cinque anni prima e non si era ancora esaurita la curiosità tipica dei primi anni in una località. Era stato mio padre a voler tornare in quei luoghi lacustri, ricordando villeggiature felici nell’infanzia.

Quella sera la pioggia scendeva costante e silenziosa, a goccioline piccole, come rarefatte; ne sentivi gli effetti più che la loro caduta e il paesaggio era velato da foschia. Una serata uggiosa in cui la maggioranza, osservando le strade deserte, aveva scelto di stare davanti alla tv.

Appena svoltato il cancello, verso il Porto Galeazzi, mi si presentò inattesa una scelta: sì, perché la casa sorgeva su un bivio da cui si diramava una stradina verso il cimitero, che poi si ricongiungeva dopo 200 metri, alla strada principale, verso la penisola. Rallentai il passo riflettendo: lo scenario un po’ misterioso era in realtà un invito. Decisi subito che nel mio breve tragitto era più interessante lambire il cimitero, magari passando nella penombra tra cipressi e muro di cinta, da cui avrei potuto osservare l’interno e fare magari qualche considerazione.

Imboccai dunque il breve cammino e dopo qualche attimo già mi trovavo nell’ombra degli alti pennelli dei cipressi; giunsi così ad una finestrella nel muro di cinta.

Anni prima a Milano, a Porta Vittoria, dove ero nato e vissuto, con gli amici del cortile ci sottoponevamo a prove di coraggio. C’era una cantina sotto allo stabile con una porta di ferro e un oscuro corridoio. La prova consisteva nel raggiungere, con la porta chiusa, il fondo del corridoio nel buio totale. Talvolta, per dimezzare la paura, la prova la si faceva in due, tenendosi per mano.

A sei-otto anni era una sfida importante. Marco, Stefano, Fabrizio, gli amichetti di quegli anni, non tutti avevano il coraggio di affrontarla. Io sì. Il mio metodo mentale per superarla era di concentrarmi sul fatto che “il buio è semplicemente l’ambiente che conosci, ma privo di luce”; e continuavo a ripetermi ciò mentre percorrevo l’oscurità.

Ora invece mi ritrovavo a osservare la staticità di lapidi e lumini. Dalla chiesetta al centro del cimitero trapelava il tremolio della luce di moccoli stanchi, accesi ore prima da gente intristita: era questa l’unica dinamica della sinistra visione.

Mentre mi soffermavo a meditare sui misteri della morte, che al tempo aveva solo sfiorato la mia giovane vita di quattordicenne, l’occhio mi cadde, poco più in là, sul pesante cancello di ingresso semiaperto.

Rimasi bloccato a questa vista, pensando a quale ben altra prova di coraggio avrebbe rappresentato, con gli amici del cortile, un’entrata notturna in un cimitero!  Ma alla mia età, forse, non era più una gran cosa.

Il piccolo cimitero di Sirmione, posto all’inizio della penisola e di forma rettangolare, era costituito da un piazzale quadrato con sepolture in terra e alte colonne di colombari sul perimetro. Sul lato opposto all’ingresso, verso est, era presente la chiesetta con due scalette ai lati per discendere sul retro, verso l’area dove si trovavano altri colombari e un’ampia cripta.

La mia sagoma alta e snella si mosse ed entrò con l’intento di una camminata lungo il perimetro del quadrato principale, una “cosetta da cinque minuti”, per darmi qualche emozione ed arricchire il mio repertorio di racconti.

Sono certo di aver avviato quel camminare con la sicurezza, con l’atteggiamento che si ha quando conosci ciò che ti aspetta. Un’esperienza facile ma comunque da “mettere in saccoccia”, perché le sfide superate fortificano lo spirito e, quando si presenteranno momenti difficili, queste riemergeranno come potenti stemmi, come crediti da potersi giocare.

Con mia sorpresa mi ritrovai a procedere a passi felpati, modalità in cui appoggiavo le scarpe un po’ inclinate verso l’esterno, per ridurre al minimo il rumore di impatto sul suolo. Non mi diedi una ragione di ciò e le prime immagini dell’interno mi distolsero da questo pensiero.

A metà del primo lato che stavo percorrendo, l’occhio mi cadde sul probabile ultimo soggetto che si era stabilito lì, un tale Giorgio Reviva, il cui nome, ancora senza lapide, rimandò subito la mia mente a quel racconto di Edgar Allan Poe, sentito alla radio anni prima con mio fratello, dove il protagonista, ossessionato dal timore di finire seppellito in stato di catalessi, aveva dotato la bara di diversi meccanismi di segnalazione ed apertura dall’interno. Mi chiesi sorridendo se, con quel nome, non avessero deciso di ritardare a mettere la lapide definitiva.

Giunto all’angolo e svoltato verso l’ormai vicina chiesetta, l’incontro con l’ennesimo ingombrante vaso di fiori, ancora nella sua luccicante confezione, mi fece comprendere con un sussulto il motivo di quello e di altri oggetti che avevo notato fuori posto: era il 2 novembre, giornata dei defunti!

Non avevo realizzato sino a quel momento che fossi entrato da solo in un cimitero di sera, con foschia e pioggia silente, avendo alle spalle la tomba fresca di un tale che si chiamava Reviva, proprio nella giornata dei morti! Un piccolo brivido mi percorse la spina dorsale. Lo sguardo si spostò istintivamente verso il cancello da cui ero entrato: non riuscivo a distinguere se fosse ancora aperto come l’avevo lasciato. Persi qualche attimo senza produrre alcun rumore, cercando di capire. Non ne ero certo, la prospettiva era sfavorevole e la penombra creata dai cipressi rispetto alla luce stradale non aiutava. La cosa mi inquietò un po’. È vero che dovevo andarmene di lì a poco, ma con gli occhi e la memoria visiva iniziai a cercare se vi fosse disponibile, nel caso, una qualche arma di difesa. L’alta scaletta di alluminio non mi poteva aiutare e nemmeno un innaffiatoio in lamiera che vidi per terra. Notai una tomba importante che ostentava una sorta di albero da vela in metallo, probabilmente memoria delle imprese nautiche del suo ormai rigido occupante, ma l’oggetto era saldamente piantato nel marmo. Allora abbassandomi vidi, e impugnai subito, un vaso portafiori in rame, della sepoltura vicina, di tale Aldo Vinci; lo svuotai dai pochi fradici fiori notando, mentre la tensione saliva, il cognome benaugurante. Sempre nel silenzio più assoluto, valutai la migliore impugnatura del bizzarro attrezzo conico di rame, e cioè se fosse meglio poter colpire con la punta del cono, ma con una impugnatura scomodissima, oppure il contrario, avendo così una sorta di lama di forma circolare.

Il mio pensiero fu interrotto dal suono improvviso e dirompente di colpi distinti e cadenzati.

Stringendo forte il cono in mano pensai che la fonte del rumore fosse abbastanza vicina. Erano stati tre battiti secchi, distanziati da meno di un secondo uno dall’altro. Mi immobilizzai, iniziando anche a respirare a bocca aperta per captare ogni minimo rumore.

Decisi di mantenere l’impugnatura dal lato della sommità del cono e mi appiattii contro i colombari, senza più badare ai nomi sulle lapidi. Dopo circa un minuto tre secchi colpi si ripeterono. Il terzo della serie era stato più sordo e distanziato, ne ero certo. Chiusi gli occhi e cercai di usare razionalità: non credevo più ai fantasmi, ero consapevole di non essere in un film, ma i suoni li avevo sentiti davvero! 

Dovevo uscire da quella situazione con spiegazioni scientifiche, ma l’inconscio stava già lavorando per conto suo: avvertii uno stimolo fisiologico che riportò la mia memoria al recente esame di licenza media, superato il giugno precedente, quando strane corse in bagno accompagnarono l’ultima ora prima della prova orale. Quest’ultimo pensiero fu però stroncato dal ripresentarsi dei tre battiti. Giunse una difficoltà a muovermi, mai provata prima.

Poteva in fondo trattarsi di qualcuno, di umano, che stesse manomettendo una tomba, oppure operando dei lavori urgenti. Cercavo di convincermene, ma erano ipotesi non molto plausibili a quell’ora.

Mi concentrai sui fatti e decisi di esaminare meglio il suono, ma sentivo già che non ero più lo stesso ragazzo spavaldo che aveva varcato il cancello soltanto tre-quattro minuti prima. Attesi qualche istante e il suono arrivò più marcato, ancora ad intervalli irregolari. Quale mano scheletrica poteva cozzare e generare quel terrificante suono? Non potei non fantasticare. Forse un essere che non so come chiamare voleva uscire dalla sua costrizione, come nel racconto di Poe, e avvisare il mondo che era stato tumulato vivo?

Stavo cercando di controllare le mie reazioni, quando un cane di qualche villa nei dintorni proruppe in un abbaiamento confuso e prolungato, come a segnalare una presenza, un pericolo. Autentici brividi nuovamente percorsero il mio corpo. Considerai che lo stare fermo nella penombra, soltanto lievemente schiarita dalla moltitudine di lumini, costituiva ancora un vantaggio. In fondo per il momento il rumore era l’unico effettivo segnale di minaccia.

La successiva sequenza di colpi mi colse mentre riflettevo sulla possibilità di dotarmi di una croce di legno. Probabilmente stavo esagerando: avevo visto una scena simile in un film di vampiri. Ma il quarto inatteso battito destò in me nuove angosce. Perché ora l’entità batte quattro volte?  Forse indica che sa della mia presenza di vivo?  I Morti leggono dunque il pensiero? Captano anche i vivi che non sono lì visibili? Sperando che anche lui non fosse “in vista”. Una cosa era certa: ne sapevo poco.

Qualche mese prima, con due compagni di scuola, avevamo sperimentato – senza successo – alcune sedute spiritiche; loro ne avrebbero saputo di più, ma non potevano essermi utili in quel momento.

Perché ero ancora lì?  Perché non avevo già preso a gambe levate la via di casa, che era a soli cento metri di distanza? L’avrei potuta raggiungere in 20 secondi di corsa forsennata. Avrei anche fruito dell’effetto sorpresa verso un eventuale “zombi”, che probabilmente non avrebbe potuto correre veloce come me. Pensai a tante finzioni cinematografiche viste, dove la vittima predestinata non fugge dal suo carnefice, oppure lo fa troppo tardi e puntualmente inciampa goffamente finendo catturata e straziata. Io ero ancora lì fermo e… cribbio, non ero l’attore di un film.

In realtà se fossi scappato, avrei mandato in malora tutti i miei discorsi sull’autostima e sul fortificare lo spirito; altro che “potenti stemmi…”: avrei ceduto a una vigliacca fuga, senza oltretutto poter mai sapere chi o che cosa fosse l’entità avuta di fronte.

Mi resi conto che c’era una nuova forza che mi tratteneva, di cui non avevo mai avuto contezza: un’energia, una curiosità ancestrale, una volontà che spingeva ad andare fino in fondo anche a rischio di esiti gravissimi.

Seguirono attimi in cui cercai di fare un bilancio con me stesso, soppesando da un lato la vita salva e l’autostima crollata e dall’altro una brutta fine in grande dignità. Non avevo mai fatto una simile considerazione, lo ricordo bene, ebbi la sensazione di essere più adulto. Credo che in quei secondi vissi momenti di maturazione e posi una pietra miliare della mia vita.

Decisi di dare battaglia all’ignoto.

Mentre tre nuovi colpi si succedevano, più metallici di prima, mossi i primi studiati passi verso la chiesetta. Sulla finestrella dell’edificio si proiettavano leggere ombre create dal tremolio delle candele. Feci attenzione, scostandomi un po’ per verificare se indicassero qualche presenza: nessun indizio, passai oltre.

Arrivai davanti alla scaletta che scendeva sul lato destro della chiesetta con un leggero tremore alle gambe. La porta di vetro e metallo era chiusa. Parve chiaro che il suono provenisse dalla zona alle spalle del piccolo fabbricato, dove si apriva una piazzetta con porticati e pareti di colombari.

Iniziai a discendere la breve scala. Era fondamentale che non causassi rumori anomali, ancora ben coperto dal lieve cadere della pioggia. Lo stare più in alto, inoltre, mi avrebbe dato vantaggio in un eventuale scontro fisico.

Mi venne in mente, nel caso di un incontro con un essere post-terreno, di rappresentare la croce cristiana con le braccia. Sarebbe bastato? Oppure ci sarebbe voluto un crocifisso consacrato? Ricordavo l’esistenza di oggetti e strumenti specifici per lo scopo e conclusi che le mie braccia disposte a croce urlando “vade retro!” non sarebbero state sufficienti.

Feci comunque delle prove. La posizione più credibile mi parve quella con gli avambracci posti a croce latina davanti al viso. Immaginai anche che una declamazione con parole latine e un po’ confusa avrebbe generato in qualunque creatura un attimo di dubbio.

Un paio di anni prima ero incappato a scuola nell’ultimo anno obbligatorio di studio dell’antica lingua dei romani e, forte di quei suoni studiati a fatica, mentalmente ideai prima un “Deflate vade retrae omnibus aeternae”, poi sintetizzato in “Omnibus Antani Aeternum!”. Avrei dovuto scandirlo con voce ecclesiastica e baritonale, espirando aria nel contempo per produrre un volume più alto e un effetto spaventoso e solenne.

Ero interiormente molto soddisfatto della formula ideata, che includeva anche un vocabolo che poteva disorientare chiunque, tratto dal film Amici Miei, visto da mio padre qualche anno prima e più volte ripetuto poi in casa.

Decisi di scendere tre o quattro gradini e analizzare nuovamente l’acustica del rumore, per capire se a fine scaletta avrei dovuto affrontare uno scontro nell’area alla mia destra o alla mia sinistra.

Il suono spettrale mancò per forse due minuti. Significava che l’innominabile si stava silenziando per aggredirmi?  O che, nel peggiore scenario, aleggiando nell’aria, stava risalendo l’altra scaletta e mi avrebbe “brincato” alle spalle per portarmi nel suo loculo?

Iniziai quindi a tenere d’occhio anche la sommità della scala. Ripassai poi la frase latina, che già non ricordavo più bene.

Dall’ascolto attento, ad occhi chiusi, della successiva sequenza di battiti, più lenti e secchi, mi convinsi che il terreno di scontro tra la vita e la morte sarebbe stato nell’area a sinistra. Scendendo il successivo gradino vidi comparire un piccolo cassonetto, proprio dietro l’angolo. “Bene”, pensai, “un ottimo ostacolo che potrò scagliare addosso alla “cosa”, se sarò aggredito”, ma pensai anche “…sempre che abbia una fisicità…”

Il suono, ormai vicino, a pochi metri da me, manifestava un’eco nettamente metallica. Che diavolo significava?  In quale caso una tomba è metallica?  Oppure parliamo della bara che in certe situazioni mi pare sia rivestita di zinco all’interno?  Ma allora la “cosa” è ancora intrappolata là dentro? O sta simulando, per attirarmi nelle cripte e poi divorare il mio corpo, forse partendo dal cuore ancora pulsante?

Immagini terribili. Pensai però fosse inverosimile o quanto meno improbabile che “l’entità” si trovasse all’aperto e libera. Mi convinsi di avere anche questo vantaggio e scesi gli ultimi gradini, mentre sentii un‘auto passare alle mie spalle proprio davanti al cimitero, in base al rumore che mi era giunto un po’ più forte.

Ero forse dinnanzi a eventi decisivi per la mia vita. Con una certa probabilità non sarei più stato in vita di lì a poco. E magari non sarei neppure mai più stato ritrovato. L’indomani sarebbero iniziate le ricerche e i miei non avrebbero saputo indicare con certezza dove fossi diretto, anche se avrebbero potuto intuire che la mia meta fosse il mio amico Roberto, nella prima casa dal lato opposto al cimitero. Ma accertato che da lui non ero mai arrivato, dove avrebbero cercato? Sì, forse un’occhiata dentro il cimitero le squadre di ricerca sarebbero arrivati a darla, ma in assenza di segni e indizi i miei eventuali resti non sarebbero mai stati trovati. Un vero mistero, come tante altre sparizioni mai risolte.  Ma certo! Dovevo lasciare un segno di me, del mio passaggio, per condurre al punto della mia scomparsa. Cercai quindi in tasca e senza esitazioni presi e posai con cura il piccolo mazzo di chiavi di casa sulla scala, in un angolo dei gradini contro il muro della chiesetta. “Se sopravviverò al prossimo quarto d’ora” – pensai – “ripasserò a prendere le chiavi”. Ero molto soddisfatto di questa pensata, una soluzione intelligente e perfettamente reversibile, che avevo partorito in un momento di grande tensione.

Un nuovo abbaiare ingarbugliato e prolungato mi riportò alla dura realtà. Scesi gli ultimi due gradini impiegandoci quasi un minuto, nel silenzio più totale. Ora avevo quasi la visuale completa del piccolo piazzale, ma non ancora dell’area dietro la chiesetta.

Nello scorgere la sagoma del muro posteriore mi ricordai di una grande lapide, presente proprio sul retro della cappella, in alto. L’avevo letta più di una volta: si trattava della tomba del Martinelli, emigrato negli Stati Uniti, dove era divenuto professore universitario, ricordato dai sirmionesi attempati per le schiere di americani che portava con sé, negli anni ’30, quando tornava sovente nei luoghi natii. Non ne sapevo molto di più, ma mi sembrò che non c’entrasse con quello che stava accadendo.

Ero ormai a pochi metri dall’origine del suono, i miei sensi attendevano la nuova sequenza di battiti, quando un rapido rumore di sassolini schiacciati, come un passaggio rapido di una creatura, attirò la mia attenzione. Proveniva da dietro la porta di ferro di servizio, che dava verso nord sull’esterno del cimitero ad una ventina di metri da me. Qualche attimo e il suono sembrò svanire. Forse era un animale notturno di passaggio.

Poco dopo l’atteso suono irruppe come un martello davanti a me e nella mia testa: “Toc! Toc! Toc! Slash!  Era ormai vicinissimo, probabilmente a vista. Quel finale “liquido” del suono però lo percepivo per la prima volta, ed era un inequivocabile indizio di spostamento di acqua. Non badai più a nulla nell’imminenza di un attacco: balzai con un salto in avanti piantando i piedi con voluto effetto sonoro! Piazzando le braccia a croce davanti al viso con eccessiva energia e dandomi un pugno sulla fronte, scandii la frase “Omnia Aeternae Antani!”, così per come la ricordavo. L’effetto acustico della mia performance fu veramente terrificante!  Ma davanti a me non c’era niente e nessuno.

Un secondo o due, che sembrarono ore, e la tensione tracollò, le spalle irrigidite si afflosciarono, la testa si chinò in avanti come a riconoscere nuovamente i piedi ben saldi nella concreta terra. Quasi senza guardare mossi due lunghi passi in avanti sino a piazzarmi in posizione ottimale per osservare innanzi a me una scura, solida, verticale forma.

Era la sagoma del pluviale della chiesetta.

Chiusi gli occhi sospirando. Ripensando alle numerose illazioni degli ultimi minuti, rimasi ad osservare, ormai divertito, la dinamica del rumore che, ripetendosi, in breve tempo mi fu del tutto chiara. La leggera pioggia evidentemente si accumulava in un punto del tetto, una piccola quantità d’acqua che, ogni 40-50 secondi, generava tre-quattro goccioloni; questi, dopo qualche metro di caduta libera, colpivano in sequenza una curva del tubo. Ecco spiegati intervalli e natura metallica del suono. Dieci minuti di suspence e di visioni sovrannaturali, per poi realizzare l’incontro con l’innocua fisicità dell’acqua e della gravità terrestre!

Divertito e profondamente fiero di essere andato fino in fondo alla storia, compii una breve perlustrazione del piazzale, arrivando a sostare sulla parte opposta, spalle alla cripta, per osservare orgoglioso il muro e la svelata rumorosa grondaia. Tutto mi sembrava ora terreno, riconoscibile, amico.

Mi domandai che cosa potessi trarre da questa esperienza. Mi sentivo invincibile e temprato. Avevo superato una prova personale difficile. Una buona parte di coetanei si sarebbero volatilizzati al primo bussare.

Mentre riflettevo sul bilancio di quei minuti di terrore sentii nuovamente quel fruscio, quel rovistar di ghiaia dietro alla porta di metallo. La nitidezza degli ultimi rumori mi indusse a pensare che l’animale fosse proprio dietro alla porta, fermo, come se mi sentisse… ma non ci feci più caso. Con passo spedito e due gradini alla volta salii trionfante la breve scaletta. Non pioveva quasi più, ma il suolo produceva micro-rumori da pioggia recente. Scivolai rapidamente nel viale centrale del cimitero e in brevissimo fui davanti all’uscita. Avvicinandomi al cancello, che intendevo poi chiudere, notai che lo spazio per passarvi si era ridotto. Come era possibile che il pesante cancello in metallo si fosse mosso? Mi guardai istintivamente intorno, scrutando con attenzione il perimetro del piazzale, ma non vidi nulla di anomalo. Pensai che fosse meglio andare, avevo avuto già troppe emozioni quella sera. Accostai a fatica dietro di me l’anta e presi a destra la stradina verso la vicina destinazione, dove avrei raccontato all’amico ed ai suoi fratelli quanto mi era accaduto.

Iniziai subito a pensare a come arricchire un po’ il mio racconto. Da qualche anno, devo essere sincero, avevo capito di riuscire a rendermi interessante con le mie narrazioni, anche se la professoressa di italiano aveva affermato che ero molto più efficace nella comunicazione scritta. Stavo completando questa considerazione quando, mettendo le mani nella tasca del giubbotto, trasalii accorgendomi che le chiavi segnalatrici, lasciate per condurre al luogo dell’eventuale mia scomparsa, erano rimaste sulla scaletta del cimitero!  Nooo, che sbadato!  Dovevo tornare a prenderle, altrimenti non avrei potuto rientrare in casa.

Invertii la direzione rapidamente; avevo percorso non più di cento metri. Pochi istanti dopo, nel passare velocemente davanti al buio viottolo di campagna che costeggiava a nord il cimitero, sentii distintamente uno scatto, un fremito, un rumore di ghiaia mossa rapidamente; mi spaventai e corsi sino al cancello, entrai e lo chiusi. Pensai si dovesse trattare di un cane di grandi dimensioni. Mi piazzai seminascosto dal pilastro del cancello, per vedere se appariva la bestia.

Trascorsi un paio di minuti, decisi che non c’era pericolo immediato e che era curioso che il luogo spaventoso fosse diventato d’un tratto il mio fortino di protezione.

Raggiunsi la chiesetta ripassando davanti alla tomba del Reviva – che omaggiai di un cenno di ringraziamento per non essere apparso sulla scena – e ritrovai la scaletta. Subito però scorsi sullo sfondo il grande varco d’entrata della cripta, le cui luci erano ora spente. L’intero grande spazio delimitato dal marmo, la larga gradinata, tutto era buio. Molto strano! Avevo lasciato quel luogo da non più di tre minuti.  Ero però tornato con un obiettivo preciso, con la mente ripercorsi quindi tutti i dettagli, mentre con lo sguardo rivolto in basso, in forte penombra, cercavo le chiavi negli angoli dei gradini a lato della chiesetta. Ero certissimo della posizione, ma le chiavi di casa con l’etichetta gialla, non erano più lì.

La nostra mente immagazzina molte più informazioni di quanto noi crediamo. Infatti quando lo sguardo è caduto su un certo angolo non trovandovi più le chiavi, è scattata l’evidenza certa, non razionale, di un intervento, di una presenza. Un sesto senso, forte e chiaro, mi diceva che non ero più l’unico vivo tra i morti.

Forse la partita doveva ancora iniziare.

Ormai allenato a pensare e reagire rapidamente, mi appiattii contro il muro nella penombra. Ho sempre ritenuto che, se la vittima predestinata rimanesse ferma immobile, armata di qualche cosa e ben nascosta, probabilmente se la caverebbe; e così feci.  Attesi qualche attimo, spalle contro il muro della chiesetta. Solo in quel momento mi accorsi di non avere più il cono di rame, il vaso di fiori che avevo preso da una tomba come arma dove era finito? Non ne avevo idea. Probabilmente l’avevo posato da qualche parte quando era calata la tensione.

Irruppe secco il suono assordante di quattro tocchi ravvicinati e non metallici, seguiti da qualcosa che sembrava un sospiro misto a un terrificante gorgoglio, con un tono baritonale non umano che mi gelò il sudore sulla fronte.

Mentre valutavo la fuga a gambe levate, con l’adrenalina in rilascio totale, notai con l’orrore negli occhi che in fondo alla scala c’era il cono di rame ben appoggiato per terra e in cima ad esso, infilzate nel suo apice, riconoscibili, le mie chiavi.

Potrei giurare ancora oggi su quanto ho di più caro che non le avevo lasciate in quella singolare posizione.

Con un’energia certamente scaturita da istruzioni inconsce, ordinate direttamente dal codice genetico animale, per la sopravvivenza, con mente e muscoli pronti al corpo a corpo letale, a sfidare la minaccia più spaventosa, mentre sentivo salire il battito cardiaco oltre ogni limite, spiccai un balzo di quattro gradini: con la mano sinistra agguantai le chiavi, mentre con coraggio alzavo lo sguardo verso il retro della cappella vedendo una nebbia fitta e localizzata, quasi un alone di fumo verdognolo luminescente, la cui origine non mi era possibile spiegare. Sferrai quindi un calcio isterico e potente, il cono schizzò roteando all’indietro nella nebbia, sparendovi completamente e ricadendo con un suono acuto che produsse numerose eco innaturali, come se fossimo in un ambiente chiuso. Voltandomi in corsa affrontai la scala e la superai con due balzi; infilai il camminamento centrale alla massima velocità possibile. Non mi girai, concentrato com’ero a pensare come aprire d’impeto il pesante cancello ed anche per non vedere cosa potesse seguirmi, mentre udivo ancora provenire dalla mia destra un abbaiare confuso, roco, insistente, quasi un ululato questa volta, della bestia che già conoscevo.

Richiusi il passaggio e mentre tiravo con forza l’anta a due mani mi accorsi con orrore che la nebbia luminescente si era spostata nell’area della scaletta di destra, quasi a volersi accertare che uscissi per sempre da quel loco. Poco dopo, mentre correvo all’impazzata emettendo versi di cui non avevo più il controllo, con l’ultima immagine impressa nelle retine, ebbi la sensazione che la nebbia fosse costituita da tre punti di maggiore intensità, tre forme sinuose vagamente simili a figure erette, forse una più alta oppure con degli arti alzati.

Mi ritrovai in un baleno davanti alla porta a vetri della mia palazzina, con la chiave che ripetutamente stentava ad entrare nella serratura per il tremore che la percorreva quasi in modo innaturale. Mi fermai a controllare che nulla mi seguisse. Entrai e mi sedetti in penombra sui primi gradini per fare il punto della situazione e cercare di capire gli ultimi straordinari avvenimenti. Non volevo rientrare in casa e tantomeno in quello stato alterato.

Udivo il suono della tv provenire dall’appartamento dell’amico Gianfranco, al piano rialzato, qualche rumore di bimbi anche dai piani superiori e un’eco di brontolio molto familiare dalla mansarda. Tutto sembrava così normale ora, mentre percepivo ancora il fluire vorticoso del mio sangue. Erano le 21.45. Tutto era accaduto in poco meno di mezz’ora.

Rimasi a riesaminare alcuni precisi fatti. Cercai di capire se avessi esagerato nell’interpretarli, oppure se veramente avevo assistito a eventi non spiegabili. Il cancello del cimitero era veramente stato mosso? Le luci della cripta spente? Forse si spegnevano in modo automatico ad una certa ora.

Mi ricordai di una fortunata serie televisiva americana degli anni ‘70, dove due ufficiali dell’aeronautica indagavano su casi di avvistamento di UFO: le scene mostravano chiaramente eventi inspiegabili, ma alla fine i due ufficiali riuscivano a dare una spiegazione razionale a tutto. Non è che avevo preso anch’io degli abbagli?

Su diversi elementi potevano esservi dubbi, ma sulle chiavi spostate e infilate nel cono di rame no. Strano però che non ricordassi proprio il luogo in cui mi ero sbarazzato la prima volta del cono di rame. Anche la nebbia luminescente e l’eco forse erano state grandi suggestioni?  La nebbia talvolta modifica i suoni. Rividi veramente la nebbia luminescente dal cancello del cimitero?

Decisi per il momento e per il mio bene di abbandonare quei pensieri. Pensai che magari un giorno li avrei fissati in una memoria. Tuttavia, negli anni ho narrato poche volte i fatti del novembre 1979 e quando l’ho fatto qualcosa mi suggeriva di ometterne la parte finale; nel racconto mi fermavo alla divertente scoperta della grondaia rumorosa; un po’ per non indurre preoccupazioni nelle persone della zona, ma soprattutto ricordando l’ultima immagine vista mentre richiudevo il cancello.

Nel tempo quell’immagine è sedimentata in me sempre più come una “raccomandazione, un patto silente”, qualcosa che forse anche altri sirmionesi, testimoni come me di qualcosa di anomalo, potrebbero aver accettato.

Dopo che mi fui ripreso e tranquillizzato mi rialzai, sentivo la necessità di parlarne con qualcuno, di raccontare quanto mi era accaduto. Uscii e mi diressi nuovamente verso la casa dell’amico, scegliendo però questa volta di allungare molto il tragitto, passando da via Coorti Romane e poi per la nuova Darsena, mettendo così più distanza possibile tra me e il Cimitero Ederle, mentre una campana in lontananza scandiva dieci rintocchi esatti.

OMNIBUS, ANTANI AETERNUM! è un racconto di Walter Renato Bellini

Post a Comment