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Pleimobil e pensieri ingarbugliati

Ma quindi noi cresciamo,
ed egli resta piccolo;
noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare,
ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia;
noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce,
ed egli fa sentire tuttavia e sempre
il suo tinnulo squillo
come di campanello.

Giovanni Pascoli, Il fanciullino

CAPITOLO ZERO

Siccome non so cominciare bene le cose, anche come iniziare questa mia storia è un problema. Proviamo così: buongiorno a tutti. Anzi buongiorno a te che hai deciso di leggere questo libro. Già… Credo che dovrei usare il singolare senza farmi troppi film, tipo che sarete in tantissimi a leggermi. Però, siccome sono sicuro che andando avanti mi dimenticherò di questa premessa, facciamo che, se uso il plurale, voi (al plurale, appunto) non vi mettete a fare i pignoli tipo “Ah… che bugiardello… aveva detto una cosa e poi…”.
Ecco, mi sono già ingarbugliato. Ricominciamo.
Non vi dirò il mio vero nome, preferisco usare uno pseudonimo (non vedevo l’ora di usare questa parola così difficile!).
Mi chiamo Pleimobil e ho nove anni. Lo so cosa starete pensando: impossibile, quale bambino di nove anni usa la parola pseudonimo e soprattutto quale bambino di nove anni scrive un libro?
Il fatto è che io sono un po’ diverso dagli altri bambini e non lo dico per vantarmi, semmai è il contrario.
Non sono un genio, non sono un bullizzato (be’… forse solo un pochino), e non sono neanche uno di quei bambini che a scuola possono usare sempre la calcolatrice o che ogni tanto escono dalla classe con una maestra (ma non per andare in bagno!).
Non ho una storia affascinante ed emozionante come quella di Wonder da raccontare e non ho scelto di chiamarmi Pleimobil perché indosso una qualche armatura plastificata o perché sono basso e tozzo, ma solo perché è il primo nome che mi è venuto in mente. Vai a capire come mai!? Il cervello funziona in modo strano a volte, anzi, nel mio caso, direi che funziona in modo strano quasi sempre e così io pure mi sento stranuccio, non del tutto normale diciamo.
Sono diverso perché sento le cose forte, anzi fortemente. Ai miei compagni e ai miei amici le cose entrano ed escono e così loro hanno sempre tanto spazio libero, come nella memory card. Nella mia testa, invece, compare sempre il messaggio “Spazio esaurito. Effettuare il backup”. Non so perché le cose mi restano dentro e rimbalzano di qua e di là. L’unico modo per fare un po’ di reset è disegnarle o scriverle. Per i disegni però ci vuole troppo tempo e poi non sono bravo a disegnare. Tra l’altro mi infastidisce che la gente mi chieda delle spiegazioni, un po’ come dava fastidio all’aviatore del Piccolo Principe quando era un bambino. Lui disegnava un serpente che ingoiava un elefante e gli adulti gli chiedevano se avesse disegnato un cappello.
Anche scrivere non è semplice. Capita spesso che le persone che leggono si facciano delle domande quando non capiscono qualcosa, ma comunque mi sembra che nelle pagine scritte si nascondano meno equivoci rispetto ai disegni.
La mia maestra è una di quelle a vecchio stampo: dalla seconda elementare ha iniziato a chiederci di scrivere i pensierini.
«Una cosa del Paleolitico» ha detto la mamma del mio compagno Riccardo al telefono con mia madre, che ha messo il vivavoce perché eravamo in macchina.
«Ma questa qui non li fa i corsi di aggiornamento?» ha continuato «E poi, come la mettiamo coi dislessici? Ah, guarda, alla prima riunione di classe dobbiamo farlo presente!»
«Che cosa?» ha chiesto mia madre.
«Ma Tiziana mi segui? Qui c’è in ballo il futuro dei nostri figli!»
«Ma a me i pensierini non dispiacciono… aiutano a pensare i pensieri, appunto!»
Io adoro mia mamma quando dice cose così… che sembrano banali e invece sono profonde, anzi profondissime.
La madre di Riccardo ha chiuso la telefonata in fretta e furia dicendo che iniziava il suo corso di pilates; per fortuna, dico io.
I pensierini mi piacevano perché mi aiutavano a liberare spazio. Poi sono arrivati i temi e con quelli di memoria se ne può recuperare un sacco.
Il problema è che non bisogna uscire dalla traccia e questa cosa è fastidiosa. È come dire a un fiume dove deve scorrere, con quanta corrente, su quali sassi… Non è naturale. Io mi sono sempre perso… anche adesso infatti mi sono perso e non ho scritto le due cose importanti di questo capitolo. La prima è perché ho scelto il nome Pleimobil: come ho già detto, non lo so; è il primo oggetto che ho visto sulla mensola mentre pensavo al mio pseudonimo. Ma forse uno psicologo ci troverebbe qualche spiegazione… chissà. E guardate che lo so che Pleimobil non si scrive così, ma ho letto da qualche parte che, se uno copia il nome famoso di un altro, rischia di dover pagare una multa o di andare in prigione, addirittura! E poi, ogni tanto, mi piace giocare a trasformare le parole inglesi in un italiano buffoncello, tipo iellou per dire un giallo un po’ sfortunato o lanc (con la c dolce) per dire un pranzo al volo. Pleimobil potrei tradurlo così, nel mio italinglish: uno che vede le cose muoversi e giocare, anche quelle che sembrano immobili, come i sassi o le biro (ma questo ve lo spiego più avanti!).
Infine, questo capitolo doveva dire perché ho deciso di scrivere la mia storia ma mi pare che si sia già capito: spero di liberare veramente un sacco di spazio perché altrimenti non so come farò con tutti i pensierini che svolazzano di qua e di là nel mio cervello. Iniziano ad essere un po’ troppi e i temi a scuola non mi bastano più, che tra l’altro sto accumulando i cinque perché, oltre ad andare fuori traccia, li inizio male e li tronco senza finale. Ma come si fa a finire il tema se non hai finito di dire quello che volevi dire?
Ecco, ora tronco pure questo capitolo e ci vediamo nel prossimo.

CAPITOLO UNO

Ci ho pensato su. Perché qualcuno dovrebbe voler leggere i miei pensierini ingarbugliati, scritti solo per liberare spazio nella mia memoria? E poi, diciamo la verità, se fosse solo quello lo scopo, non desidererei che in tanti leggessero questo libro.
In realtà, ho un po’ di cosette da dire a un bel po’ di persone e mi sembra che questo sia il modo giusto per farlo. Non ho Instagram, come mia sorella, e, a dire il vero, non ho ancora un cellulare, quindi non sapevo dove pubblicare le mie storie. Perciò… eccomi qui, “coi pennini e le carte” come dice il buon Capa (che sarebbe Caparezza e giacché ci siamo vi avviso che lo citerò altre volte perché mi piace un sacco!).
Torno al punto: scrivo perché vorrei che anche ad altri iniziassero a rimbalzare dentro i pensierini, perché, se lo spazio tra il cervello e la bocca è occupato dai pensieri svolazzanti, forse le parole cattivelle trovano un po’ di ostacoli prima di uscire: si impigliano, sbatacchiano di qua e di là e alla fine magari si stufano e se ne stanno dentro invece di uscire sparate come proiettili a far male a qualcuno. Il mio papà canticchia sempre un ritornello di non so che cantante che fa così: “Pensa prima di sparare, pensa prima di dire, di giudicare…”. Questa mi sembra una canzoncina intelligente (anche se devo dire che mio padre è proprio stonato!).
Intanto che son lì, intendo sempre le parole cattivelle, intrappolate in quel garbuglio di pensierini, magari si addormentano, si dimenticano la loro missione, cambiano… Non dico che diventeranno buonine, ma di certo saranno meno pericolose quando troveranno la strada per la bocca. Saranno scariche, insomma.
Per esempio, la mamma di Riccardo (che d’ora in poi per comodità chiamerò Pfanny, come il purè coi fiocchi perché ha fiocchetti colorati appesi ovunque come promemoria), dicevo Pfanny, che è sicuramente una brava persona e che fa yoga e pilates per togliersi lo stress di dosso, è arrabbiata con la Tina, la mia maestra all’antica (che se leggesse questo articolo determinativo davanti al suo nome mi fulminerebbe!), perché dice che mette i bambini in riga come soldatini e che suo figlio certe volte ha paura di lei. Pfanny lavora in banca ma è molto informata su tutto: dice che oggi ci sono metodi migliori per mantenere la disciplina in classe e insegnare. E’ così in gamba che ha creato un gruppo su WhatsApp dove tutte le mamme e i papà possono dire quello che pensano della Tina e delle altre maestre, che però non sono nel gruppo e quindi non possono ribattere; ma chissà… forse anche le maestre hanno un gruppo tutto loro dove dicono quello che pensano dei genitori.
Il mio papà dice che le mamme come Pfanny scrivono tanto perché non hanno niente da fare ma a me non sembra: la mia nonna Teresina per esempio non fa niente dalla mattina alla sera, ma mica sta sempre a scrivere messaggi. Diciamo che va di moda: i pettegulezz, come li chiama la mia nonna, attirano tutti da sempre. Solo che prima si doveva uscire di casa e incontrare le persone per spettegolare. Se il tempo era brutto, per esempio, la gente mica usciva apposta per dire cosa avevano detto Tizio, Caio o Sempronio (*). Quindi d’inverno, per esempio, il numero dei pettegulezz diminuiva. Adesso, invece, visto che per parlare degli altri si usa soprattutto il cellulare, e visto che è così comodo utilizzarlo stando sdraiati in poltrona, la percentuale di pettegolezzi autunnali e invernali è notevolmente aumentata. Considerato che due terzi dell’anno scolastico sono in autunno e in inverno… ecco fatto: le maestre sono uno degli argomenti preferiti.
(Ora spiego il perché dell’asterisco; prima mi sembrava di interrompere troppo il filo del discorso, ma devo proprio dirvelo: a me Caio, Tizio e Sempronio sono proprio simpatici! Non ho idea di chi siano e se siano mai esistiti, ma il fatto che vengano tirati in ballo da tutti quando si devono fare degli esempi di qualunque tipo me li fa apparire come dei supereroi. Per esempio, mio padre dice spesso frasi così: “Non mi importa se Caio, Tizio o Sempronio vanno alle giostre da soli, tu non ci vai!”, “Caio e Tizio possono anche avere l’Iphone a nove anni ma a me non interessa!” oppure “Devi essere educato: se incontri Tizio o Sempronio ricordati sempre di salutare!”. Il che me li fa immaginare come persone rispettabili e per bene, anche se vanno da soli alle giostre e hanno già il cellulare, che a papà sembra una cosa bruttissima!)
Dov’ero rimasto? Ah già… la maestra Tina e i suoi metodi.
Ma forse è meglio iniziare un nuovo capitolo perché altrimenti questo diventa troppo lungo e le cose lunghe annoiano un po’.

Pleimobil e pensieri ingarbugliati è un romanzo di Gabriella Colucci

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