Tra sogno e realtà

Un enorme cane tutto nero si stava avvicinando verso di lei, aveva i denti aguzzi e continuava a ruggire.
Era orribile, aveva gli occhi rossi e la bava che usciva a fiotti dalla bocca.
Clara faceva fatica a difendersi, la visuale le veniva oscurata dalla nebbia che si diffondeva fitta tutta intorno. Non aveva nessun’arma per poter mandare via o combattere quel cane.
La paura la immobilizzava. A mala pena riusciva a muovere le braccia per coprirsi il viso, era l’unica cosa che le veniva da fare per proteggersi.
Il cane iniziò a camminare, zampa dopo zampa, era sempre più vicino.
Clara, presa dal panico, non riusciva nemmeno a urlare. Iniziava a sentire l’odore della bava dell’animale. A quel punto chiudeva gli occhi e si svegliava sudata, nel letto, l’affanno si faceva sentire.
Aspettò alcuni minuti prima di alzarsi per raggiungere il bagno.
Da mesi questa storia si ripeteva.
Si svegliava tutte le notti in preda al panico a causa di un brutto sogno.
Al risveglio, le sensazioni provate le sembravano vere, a volte credeva veramente di essere lì.
Ciò che provava la confondeva profondamente.
Tante volte si era chiesta se quei sogni potessero essere anch’essi una realtà, i sentimenti provati, in fin dei conti, erano reali.
Si alzò lentamente dal letto per andare in bagno, aveva lo stomaco chiuso e a fatica riuscì a bere un bicchiere di acqua.
Evitava di guardarsi allo specchio perché il suo corpo troppo magro la disgustava. Non era colpa sua se lo stimolo della fame ormai non si faceva più sentire.
Si vestì, prese la borsa, le chiavi di casa e si diresse in ufficio.
Clara faceva l’impiegata, un lavoro noioso che le dava poca soddisfazione.
Cercava di non pensarci troppo, in effetti le dava la possibilità di affittare un piccolo monolocale alla periferia della città.
Voleva essere indipendente e al tempo stesso, il lavoro le era sembrato una via di fuga da casa dei genitori.
Si era ripromessa di finire l’università appena avrebbe potuto.
Si era iscritta alla facoltà di architettura che aveva lasciato quasi a metà dicendosi che la priorità era vivere da sola.
Ma non era più riuscita a dare nessun esame, facendosi trasportare dagli eventi.
La sua vita era diventata una routine, ogni giorno sembrava uguale al precedente e si poteva facilmente prevedere il successivo.
Tante volte si era detta che prima o poi avrebbe cambiato le cose, ma il tempo passava e in mano le rimaneva solo il lavoro impiegatizio.
Era in piedi, alla fermata dell’autobus, con lo sguardo fisso verso il vuoto. Le sembrò di vedere un’ombra nera gigantesca, in cui riconobbe l’immagine del cane che appariva nei suoi incubi.
Si spaventò, poi mise a fuoco la vista e l’animale sembrava sparito.
Salì sull’autobus e si sedette. Cosa mi stava succedendo?
Quello che ho visto è reale o solo frutto della mia immaginazione?
Guardò dal finestrino nella stessa direzione in cui aveva visto il cane, nella speranza di vedere qualcosa che le desse una risposta, ma vide solo alberi e palazzi.
L’ufficio dove lavorava era ogni giorno più grigio, i suoi colleghi sempre più apatici, i superiori più aggressivi e assetati di potere. Sapeva che quel posto non faceva per lei ma sentiva anche la fatica di cambiare le cose.
Il grigiore dell’ufficio mangiava le pareti e si mescolava con il colore del cielo che dava pioggia.
Intanto pensava ai suoi sogni ricorrenti e cercava di capirne il significato.
L’immagine del cane nero tornava spesso ma non era l’unica.
Qualche volta era stata tormentata anche da un altro sogno: una caverna buia senza via di uscita né possibilità di accendere un fuoco o una luce. Anche questo sogno le dava sensazioni negative, l’idea di rimanere nel buio della caverna la faceva entrare nel panico più totale e il risveglio che seguiva era altrettanto disarmante.
Dopo alcune ore, passate a smistare carte e documenti, si alzò per andare in bagno.
Si sentiva girare la testa, sì bagnò i polsi e il viso.
Guardò il water e l’immagine della caverna le apparve davanti agli occhi. Li stropicciò con le dita, non poteva essere reale, pensò. Un profondo buco nero la stava guardando, freddo e senza via di uscita.
Salì il panico, il cuore le batteva all’impazzata, la paura le bloccava le gambe e le mani le sudavano.
Stavo sognando o era la realtà?
Sperava di potersi svegliare presto da questo incubo e infatti si svegliò.
Ancora una volta si trovava nel suo letto, ansimante.
Era un sogno quello che avevo fatto?
Mi sono alzata dal letto, ho preso l’autobus, sono andata in ufficio… Non riusco a spiegarmi quello che è successo.
Da una parte però si sentì rincuorata, almeno aveva la conferma che il cane alla fermata e la caverna nel bagno non erano reali.
Guardò la sveglia, era molto presto e aspettò un po’ prima di alzarsi cercando di non addormentarsi, aveva troppa paura.
Poggiò la testa sul cuscino cercando di distogliere il pensiero da quello che aveva appena vissuto ma non volendo.
Questa volta sognò un cervo, forte e grande, con il pelo luccicante che correva nella foresta.
L’animale si fermò silenziosamente a bere in un ruscello, in mezzo al verde. Clara lo guardava dall’altra sponda del fiume, incantata dalla sua bellezza. All’improvviso un rumore, il cervo alzò la testa ma non vide nulla e continuò ad assaporare l’acqua. Poi, senza riuscire a rendersene conto, un lupo lo attaccò da dietro.
Combattendo, il lupo affondò nella carne del cervo i denti e le unghie.
Il cervo cercò di dimenarsi invano. In fin di vita cercò il contatto visivo con Clara, che non riescì a dire e fare nulla.
Il cervo morì, mangiato dal lupo.
Clara si sentì pietrificata, il cuore le batteva all’impazzata. Pregava con tutte le sue forze di svegliarsi presto. Questa volta il suo desiderio non venne esaudito, per quanto sperava e pregava, rimase lì, immobile, nel mezzo della foresta.

Tra sogno e realtà è un racconto di Maria Salfi