AIDA di Martina Enny

Certe persone dicono che sia difficile trovare il bello nelle piccole cose. La maggior parte delle volte si tratta di persone che hanno tutto nella vita.

Soldi, potere, gloria… Tutto ciò può essere considerato davvero bello? Secondo la madre di Aida, queste persone non sanno che cosa voglia dire pagare il prezzo per avere una vita normale, una vita fatta di piccole cose e speciali.

Aida rimaneva sempre affascinata ad ascoltare questi discorsi così passionali anche se troppo complicati per una bambina come lei. Non riusciva a concepire quanto di bello ci potesse essere in un libro o in un vecchio portagioie, ad esempio.

Sua madre le ribadiva sempre che ogni cosa nasconde una storia dietro, e che nessuno deve giudicare una persona per il legame che crea con tale cosa, inutile o preziosa che sia.

Era una calda giornata d’estate quando Aida si rese conto della veridicità delle parole della madre. Sdraiata sulla sabbia cocente di una valle deserta, la piccola Aida realizzò quanto bello fosse il cielo in quel momento. Così azzurro, terso, eppure così di poco conto se lo si guarda quando si ha ancora tutto davanti.

Un quadro perfetto su cui proiettare le proprie speranze.

Un quadro che, tuttavia, sapeva non avrebbe mai più rivisto.

Passò quella che sembrò un’eternità quando la bambina riaprì gli occhi.

Il bellissimo cielo azzurro che l’aveva assistita mentre cadeva nel sonno non c’era più, sostituito da un manto avvolto dalle tenebre, il cui buio aveva probabilmente risucchiato ogni stella.

Aida pensò di essersi addormentata fino a notte fonda, cosa che avrebbe sicuramente fatto preoccupare i suoi genitori non vedendola tornare a casa, per cui si alzò subito in piedi, anche se con qualche difficoltà dato lo stato di stordimento in cui si trovava.

Tuttavia, qualcosa non andava.

Il paesaggio attorno a sé era ben diverso da quanto ricordava. Non vi erano più rocce, dune o monti intorno, solo buio e sabbia.

La bambina pensò che fosse normale, d’altronde non era mai stata fuori casa fino a un orario così avanzato, per cui iniziò a camminare con la speranza di trovare qualche indizio sulla via per tornare a casa.

Dopo essersi girata attorno per quello che sembrava essere un’infinità di tempo, scorse in lontananza qualcosa di strano.

Incuriosita, si diresse verso quella direzione per capire di cosa si trattasse, e con grande sorpresa trovò una pensilina per gli autobus abbastanza vecchia, quasi sul punto di crollare.

Sotto il tetto ormai logorato da buchi e squarci di ogni genere, vi era una panchina che sembrava quasi incastonata per alcuni centimetri sotto il peso della sabbia ormai gelida. Attorno ad essa vi erano dei segni in rosso alquanto particolari e simbolici che tuttavia Aida non riusciva a capire, ma non appena si avvicinò per controllare meglio quasi si spaventò quando vide seduta sulla panchina una figura.

Sembrava una persona vestita in lunghi abiti neri, con la testa fasciata di veli rivolta verso il basso.

Aida pensò subito che si trattasse di una donna, in quanto le capitava spesso di vedere ragazze e signore adulte indossare quegli abiti tradizionali al suo villaggio. Anche la madre talvolta si vestiva in tale modo, ricordandole spesso che una volta diventata grande li avrebbe dovuti indossare pure lei, nonostante alla bambina non fossero mai piaciuti.

Poteva essere dunque per questo motivo che, non appena vide quella figura tenebrosa sulla pensilina, provò uno strano senso di familiarità. Poteva essere magari una signora del villaggio amica della sua famiglia? Aida non vedeva l’ora di scoprirlo.

“Signora! Per caso sa da che parte si trova il mio villaggio? Mi sono persa a causa del buio, mi potrebbe dare qualche indicazione?”

La signora non rispose. Che stesse dormendo magari?

“Signoraaa?”

La bambina abbassò la testa riccioluta in un tentativo di vedere il viso della persona sotto il cumulo di veli, ma con grande sconcerto non vide assolutamente niente. Solo altro buio.

“Signora, perché non ha la faccia? Gliel’ha portata via qualche spirito?”

Nonostante le circostanze alquanto macabre, Aida venne percossa in tutto il corpo da un’accesa curiosità mista a una buona dose di intraprendenza. Dopotutto, lei era sempre stata fin dalla nascita la più coraggiosa del villaggio, in quanto, secondo i racconti della madre, non si mise nemmeno una volta a piangere, causando enorme sbalordimento da parte delle levatrici.

Il suo orgoglio era tale che la spinse a crucciare il suo volto angelico non appena capì che la signora non la stava minimamente ascoltando.

Con una smorfia che accennava a un pizzico di irritazione, si girò di scatto dall’altra parte, dando le spalle alla signora.

“Volevo solo sapere un modo per tornare a casa, non chiedo mica altro!” esclamò la piccola impertinente.

Ad un tratto, senza che lei se ne accorgesse, la figura misteriosa alzò leggermente il capo per guardare quella docile creatura.

Aida non poteva saperlo, ma non appena la figura aprì bocca si rese conto che il suono che vi uscì era tutt’altro che femminile.

“Casa?”, chiese l’entità con una voce profonda e gutturale.

Aida si girò per guardare stupita la creatura davanti a sé, non ancora conscia del fatto che ciò che aveva davanti agli occhi non era assolutamente nulla di umano. Normalmente si proverebbe un minimo di timore dinanzi a una cosa del genere, ma Aida era la più coraggiosa del villaggio, come poteva avere paura?

La bambina abbassò di colpo la testa in segno di scuse e disse “Mi scusi davvero tanto signore! Non pensavo fosse un uomo!”

La creatura, nonostante l’assenza di un volto e in generale di qualsiasi espressione facciale, pareva che la guardasse dritto negli occhi, ma senza alcun fare minaccioso.

“In verità non sono niente che possa essere definito con un termine preciso. Diciamo solo che esisto in quanto entità fissa nel tempo e nello spazio. Il genere non è di mia competenza, pertanto non ne ho uno. Per cui chiamami come ti pare”.

Come si potrebbe benissimo intuire, la bambina non capì nulla di quello che l’entità disse, ma la cosa non la turbava più di tanto. L’importante per lei era che le avesse risposto, in qualche modo.

“Non ho capito un fico secco, però parla molto bene, signore! Da dove viene?”

L’entità sembrò non saper rispondere di primo acchito, ma dopo qualche secondo affermò: “Abito qui”.

Aida continuò a non capire.

“Qui dove? Non ci sono case.”

“Ah, le case. Non ne ho bisogno, mi basta stare qui.”

“Certo che è proprio una persona strana, signore!” esclamò la bambina con una risata.

La figura si chiese a quel punto se la bimba provasse un minimo di terrore nei suoi confronti, ma non poteva di certo sapere del coraggio innato, fonte di gran vanto per la piccola.

Tutto ciò che domandò, tuttavia, fu semplicemente: “Stai cercando il tuo villaggio, giusto?”

Aida sorrise. Pensò che si trattasse di un uomo molto gentile, seppur bizzarro.

“Esatto, vorrei tornare a casa dai miei genitori. Saranno sicuramente preoccupati, è già notte e sono ancora in giro e da sola!”

La figura ebbe un attimo di esitazione prima di continuare la conversazione. Sospirò, o per meglio dire, ci provò nonostante non avesse effettivamente una bocca, e si chiese tra sé e sé per quanto ancora avrebbe dovuto avere a che fare con dei bambini. Il solo pensarci lo mise di cattivo umore, in quanto nessuno lì avrebbe mai potuto pensare a come avrebbe dovuto sentirsi dinanzi a un compito del genere.

“Ti accompagnerò dai tuoi genitori”, disse l’essere incappucciato, “Ma prima vorrei chiederti quanti anni hai”.

Aveva sempre un po’ di timore a fare quella domanda, ma non appena vide lo sguardo soddisfatto e il sorriso sogghignante della bambina si sentì particolarmente confuso.

All’improvviso, la ragazzina alzò le mani per mostrare un numero con le dita. La fierezza con cui lo fece scombussolò ancora di più l’essere, che ormai non sapeva più cosa pensare.

“Otto?”, chiese incerto.

Aida aggrottò le sopracciglia, come faceva sempre quando qualcuno non la capiva o non le dava ragione.

“No! Sono sei! Non sa contare? A una bambina come me l’hanno insegnato presto, tutti dovrebbero saperlo!”, esclamò indignata.

Tuttavia, da un lato pensò di essere riuscita a dimostrare la sua superiorità nei confronti di un adulto, per cui pensò che in fin dei conti fosse una piccola vittoria.

La creatura stette zitta per qualche secondo, per poi affermare: “Ma quelle sono sei dita alzate”, indicando poi le piccole mani di Aida con un lungo dito pallido e affilato.

La ragazzina si guardò le mani per un attimo e iniziò a fare i calcoli a mente. Giunta alla conclusione di essersi sbagliata, arrossì imbarazzata ed esclamò: “Lo sapevo benissimo! Era solo un modo per capire se sapessi davvero contare”.

La creatura la fissò silenziosa per un po’.

Niente, alla fine si trattava di una sconfitta, pensò afflitta la bambina.

Sicuramente il signore la stava giudicando per la sua ignoranza in quel momento, e Aida non poteva di certo permetterselo, ma non riusciva a trovare un buon modo per controbattere. Era palese che non fosse brava in matematica, e in generale non frequentava più di tanto la scuola, ma nessuno la batteva in astuzia e coraggio, questo era risaputo in tutto il villaggio, anzi, in tutto il Medio-Oriente.

Mentre Aida si tormentava per la sua inferiorità intellettuale, la figura si alzò di colpo in piedi, rivelando una statura davvero alta e snella. Non lasciò il tempo alla ragazzina di riflettere sulle sue parole che le chiese seduta stante: “Facciamo un gioco?”.

Aida alzò gli occhi color ebano verso il cappuccio vuoto dell’essere, immaginando che ci fosse al suo interno una faccia che la stesse guardando dall’alto in basso in quell’esatto momento.

“Va bene, a che giochiamo?”

La figura oscura tirò fuori da sotto un velo una moneta dall’aspetto molto antico e non particolarmente pregiato, e la mise sul palmo della mano scheletrica.

“Testa o croce?”, domandò.

“Che noia! Che gioco sarebbe questo?”

“Rispondi e basta.”

Aida non ebbe scelta se non quella di ubbidire, anche se con un certo rammarico.

“Testa, allora.”

“Bene, se esce testa ti accompagno dai tuoi genitori, se esce croce rimani qui con me.”

La bambina sussultò: “Ma non vale! Nemmeno ti conosco! Non mi piace questo gioco, portami a casa e basta”.

L’entità fece finta di non ascoltare e fece volare la moneta abbastanza in alto.

In quel lasso di tempo ebbe modo di guardare nuovamente Aida, la quale, visibilmente irritata, incrociò le mani al petto bofonchiando qualcosa fra sé e sé.

La creatura sospirò di nuovo, mentre nella sua mente balenava il costante pensiero che lo accompagnava da vari secoli a quella parte:

“Devo farlo per forza?”

Non appena la moneta cadde sul suo palmo, il dorso liscio non mostrò una croce come in teoria avrebbe dovuto.

Quella sua scelta di ribaltare la sorte attraverso il suo potere non era altro che uno strappo alle regole, un piccolo sbaglio a fin di bene che avrebbe portato a una svolta nel mondo… E forse, chi lo sa, avrebbe potuto anche cambiare la sua reputazione.

Non appena vide il viso della bambina brillare di gioia alla vista della sua vittoria, capì che per una volta aveva fatto la scelta giusta.

“Bene, questo vuol dire che ti accompagnerò dai tuoi genitori.”

A quella notizia, Aida esultò di gioia, non tanto perché poteva tornare a casa quanto per il fatto che finalmente aveva avuto la sua rivincita su quell’uomo tanto arrogante da giudicarla come una semplice analfabeta.

“Evvai! Ti sta bene Signor Senza Faccia!” esclamò puntandogli il dito contro, ma l’essere si era girato per tornare a sedersi sulla panchina della pensilina.

“Hey, non avevi detto che mi accompagnavi a casa?”

Aida pensò che, forse, aveva esagerato e ora il signore non voleva più aiutarla. Tuttavia, la figura scosse il capo e indicò un punto impreciso alla sua destra.

“Per arrivare a casa tua bisogna prendere l’autobus.”

La ragazzina si illuminò a quella risposta e andò a sedersi vicino alla figura, la quale sembrò tentennare per via dell’eccessiva vicinanza dell’umana.

“Ha ragione signore! Non ho mai preso l’autobus e non ne ho mai visto uno nelle mie zone, ma sarà sicuramente utile!”, affermò facendo ciondolare vivacemente le gambe dalla panchina.

“Già, però stammi bene a sentire” esclamò d’un tratto la creatura, attirando l’attenzione di Aida che intanto si era messa a giocare spingendo la sabbia sotto di sé con le scarpe.

“Devi promettermi che durante questo viaggio non dovrai mai toccarmi, intesi?”

“Perché?” chiese Aida, “E se volessi un abbraccio?”

La figura se avesse avuto un corpo vero e proprio avrebbe sicuramente rabbrividito a quelle parole, ma, nonostante ciò, non si scompose.

“Tu promettimelo e basta. Non ti devo alcuna spiegazione.”

“E va bene, lo prometto. Che modi però!”, si lamentò la bambina imbronciata, girandosi in direzione opposta a quella dell’essere.

Rimasero così in silenzio per vario tempo, finché una luce fioca non fece capolino dall’oscurità.

Non appena i due si sedettero sui logori e sporchi posti a sedere dell’autobus, Aida non perse tempo a riempire l’abitacolo con le sue domande.

L’autobus era arrivato esattamente davanti a loro, e sembrava non esservici traccia di alcuna altra persona a bordo, fatta eccezione per il conducente.

La bambina, seppur non avesse mai visto un autobus in vita sua, si ritrovò perplessa nell’osservare quel piccolo catorcio dalle pessime condizioni.

Non era decisamente quello che si aspettava. I vetri che davano sull’esterno erano ricoperti di polvere e ditate, e in qualche caso anche di qualche striscia di sangue. Le ruote, di cui non si distingueva più alcun colore a causa della quantità di sabbia che si era addensata sulla loro superficie, già da lontano parevano sgonfiarsi a ogni metro che percorreva per raggiungere la pensilina, ma la cosa che la fece storcere di più il naso era tettuccio, un ammasso di ferraglia e intonaco crepato costruito probabilmente da un ingegnere alle prime armi, che oltre a essere pieno di buchi – da cui si poteva intravedere tra l’altro la muffa attorno ad essi – faceva inoltre penetrare uno strano gelo all’interno dell’autobus.

Aida non smise di fissare il soffitto e di chiedere varie cose al suo compagno di posto, il quale però non sembrava interessato nel risponderle.

Il viaggio iniziò senza che lei ricevesse alcuna risposta se non un secco: “Io sono qui solo perché ti ho promesso di accompagnarti a casa, non di farti da guida turistica”.

“Non è giusto però, dimmi almeno perché non c’è nessun altro qui a parte noi e quel tizio che se ne sta muto davanti!”, esclamò la bambina indicando con un dito il conducente davanti a loro di due posti.

Prima di allora non l’aveva inquadrato bene, ma dopo quasi mezz’ora di viaggio si accorse che la persona, o meglio, la figura davanti a loro non pareva essere umana. Come il suo compagno di viaggio, il conducente emanava una strana energia che non riusciva a identificare se benevola o maligna. Inoltre, il suo aspetto era alquanto bizzarro: portava un berretto consumato dagli anni sul capo, ma sotto di esso non vi era altro che una nebbia fitta, oscura, a forma di uomo. Non aveva spiccicato alcuna parola da quando erano saliti, né tantomeno aveva emesso altri suoni che non fossero i movimenti fatti per manovrare il veicolo.

Aida pensò immediatamente che fosse finita in uno di quei paesi nemici al confine che al villaggio descrivevano come affollati di gente che non praticava la loro stessa religione, e che al contrario, amava evocare demoni e altri spiriti maligni per portare sventura nel paese di Aida.

A quel punto la bambina iniziò a diffidare di tutto ciò che aveva attorno.

Sicuramente l’avevano portata via apposta dal suo villaggio come ostaggio oppure per utilizzarla in qualche rituale macabro. Aida non poteva permettersi di venire scambiata per un’ingenua che non l’aveva ancora capito, per cui incrociò le braccia dietro alla testa, sullo schienale, e con una studiata disinvoltura chiese all’entità accanto a lei: “Certo signore che dove vivete tu e quel conducente non sembra tanto una bella zona”.

Il suo accompagnatore spostò leggermente il capo nella sua direzione, probabilmente per guardarla.

La bambina continuò “Se pensate di farmi cascare in qualche tranello sappiate che io non sono una stupida, so bene che volete usarmi per i vostri orribili rituali da infedeli”.

Se l’entità avesse avuto un volto con cui esprimere i suoi stati d’animo, in quel momento avrebbe avuto una faccia perplessa. “Rituali?”

“Non fare il finto tonto con me, l’ho capito che siete degli infedeli di Allah e che avete venduto l’anima a qualche jinn malefico, per questo siete così strani!”

Il suo vicino non sapeva cosa dire, non capiva se la bambina avesse qualche problema o meno, ma cercò in qualche modo di non rivelargli troppo.

“Voi umani siete proprio sciocchi a volte. Pensate di sapere tutto sul mondo dell’oltretomba, ma in verità vi fate ingannare dalle vostre stesse credenze. Allah hai detto? Jinn? Sono queste le cose in cui credete? Poveri ingenui, è sempre a causa di credenze stupide come queste che finite qui.”

“E questo che significa? Mi stai dando della stupida? Sei tu stupido che non credi in Allah, è per questo che sei brutto.”

L’entità emise quella che parve una risatina soffocata, “Ah, allora è così che mi vedi, capisco”.

“Beh, come ti dovrei vedere? Non hai una faccia e sai di vecchio. Nel mio villaggio verresti visto come un appestato a cui i topi hanno mangiato la faccia perché non c’era altro da mangiare”, sbottò la ragazzina.

Si girò per guardarlo e vide che il suo ammasso di veli era rivolto verso il finestrino unto e ingiallito. Che si fosse offeso? Aida non pensava davvero quelle cose. Certo, era un po’ inquietante come personaggio, ma senza volto come poteva stabilire se era bello o brutto?

Si sentì immediatamente in colpa per le sue parole, per cui tentò di scusarsi: “Non… Intendevo dire questo… Mi scusi, sono stata una maleducata”.

La figura non si mosse di un millimetro, il suo portamento era rigido come quello di un soldato, ma le parole che rivolse ad Aida erano in un certo senso rassicuranti.

“Non preoccuparti, non sei la prima che me lo dice. Sai, è difficile che la gente che mi incontra possa dire il contrario”.

Si girò verso di lei, e Aida sentì quasi una sensazione di dolcezza provenire da quella macabra figura, quando essa continuò con il suo discorso, “Ho moltissimi anni in più di te, e non mi è mai capitato di ricevere dei complimenti da qualcuno. Le persone del tuo mondo mi hanno sempre visto come un essere orribile, senza pietà verso nessuno. Ho sempre ricevuto insulti in tutti i modi, ma mai delle scuse. Ed è per questo che ti ringrazio”.

Aida non sapeva cosa dire, un po’ perché era stato fin troppo vago, un po’ perché si sentì imbarazzata.

Restò zitta per buona parte del tempo, e nell’autobus non si sentì altro se non le ruote sotto di loro che scorrevano sulla sabbia.

Capitava di tanto in tanto che l’autobus si fermasse e aprisse le sue scricchiolanti porte, ma Aida vedeva sempre che non saliva nessuno… O quasi.

Alcune volte percepiva delle presenze anche se non riusciva a vederle, altre volte invece vedeva delle figure incorporee che si distinguevano dell’ammasso di aria attorno a loro.

La bambina voleva ardentemente chiedere al suo compagno di viaggio che cosa fossero quelle presenze, ma dopo la discussione avuta in precedenza, si vergognava a fargli ulteriori domande.

Si limitò a far finta di niente e a osservare il paesaggio tetro fuori dai finestrini, che piano piano e inspiegabilmente diventava leggermente più luminoso.

“Signore?”

L’entità si scosse un attimo per il richiamo improvviso, non abituata ad interagire con le persone: “Dimmi”.

“So che non posso fare domande, ma vorrei sapere almeno come si chiama, perché sa… Non sono abituata a passare del tempo con qualcuno di cui non conosco il nome”.

L’entità ci mise un po’ di secondi prima di rispondere. Era una domanda che non si aspettava.

“Ho vari nomi, anche se tutti mi chiamano allo stesso modo, ma non mi sembra il caso di dirtelo ora come ora.”

La bambina lo guardò e quasi riuscì a percepire il modo in cui il compagno si stava sentendo in quel momento, e se ne dispiacque, “Non ti piace il nome che la gente ti dà?”

L’entità rimase sorpresa da tale domanda, e non ebbe il tempo di elaborarla che senza rendersene conto rispose.

“No, per niente. Mi fa sentire un essere orribile, ma ormai fa parte di me e non posso farci nulla.”

“Però hai detto che hai vari nomi, perché non mi dici quello che ti piace di più?”

L’essere la guardò, e non poté evitare di pensare che fosse una bambina davvero particolare. Ci rifletté qualche secondo, per poi enunciare: “Azrael”.

“Azrael? L’ho già sentito da qualche parte ma non ricordo dove…”

“Proviene dalla vostra cultura e da sempre mi è piaciuto come suona. Anche se porta a pensare inevitabilmente alla stessa cosa, almeno non mi fa sentire in colpa per ciò che faccio.”

“Perché? Che cosa fai?”, chiese la bambina confusa.

“Nulla, accompagno la gente che si è persa a casa.”

“Ma non è una cosa brutta!”

“Beh, dipende dai punti di vista.”

Aida continuò a non capire, ma si decise di non farsi più domande.

“Allora ti chiamerò Azrael, va bene? Sai, è proprio bello questo nome, te lo invidio, il mio non mi è mai piaciuto”.

“Come mai? Come ti chiami?”

La bambina si girò verso Azrael con un sorrisetto beffardo “Io sono qui solo per farmi accompagnare a casa, non per dirti chi sono”.

La risata di Azrael questa volta fu più che chiara, “Ho capito, vorrà dire che me lo dirai una volta tornata a casa. In ogni caso siamo arrivati”.

Aida guardò fuori dal finestrino e notò che il paesaggio intorno era completamente cambiato.

Prima che la bambina potesse chiederglielo, Azrael disse “Ora non siamo più nel mio territorio, siamo all’interno del dominio che ci separa dal traguardo finale. Questo posto si chiama per l’appunto dominio di mezzo. Forza, ci conviene sbrigarci”.

“Ma questa è acqua!”, esclamò Aida non appena mise piede sulla superficie cristallina che la circondava, facendo schizzare fiotti d’acqua in tutte le direzioni, “Non ne avevo mai vista così tanta!”.

Azrael si voltò verso la ragazzina, qualche passo dinanzi a lei, “Perché? La tua zona è così remota?”.

La bambina iniziò a giocare con gli schizzi d’acqua, saltando con irruenza da un punto all’altro in quel che sembrava un immenso lago che non finiva mai, illuminato qua e là da raggi di sole provenienti dal soffitto colmo di crepe che li sovrastava.

“Beh, il mio villaggio si trova in mezzo al deserto. Sapevo che c’erano dei torrenti da qualche parte a nord ma nessuno mi aveva mai detto che ci fosse una distesa così ampia! Dovrò dirlo a mamma non appena torno a casa, resterà sicuramente senza parole!”

L’entità la osservò per qualche istante, per poi voltarsi e ordinare freddamente “Smettila di giocare, siamo già in ritardo”.

“In ritardo?”, chiese la bambina, ormai inzuppata d’acqua dalla testa ai piedi.

“Sì, se non ci sbrighiamo la nebbia diventerà più fitta e rischio di perderti di vista.”

“Ahhh, sì giusto! Quindi questa è la nebbia, mi pare di averla vista in televisione con mio padre in qualche film americano. Non pensavo fosse così vaporosa!”

Aida si mise quindi a girarsi intorno per cercare di catturare con le mani quella strana nube grigiastra che tanto la incuriosiva.

Nel mentre Azrael sospirò esasperato e le intimò varie volte di seguirlo, ma non vi era nulla da fare. La bambina era ormai persa nel suo mondo e stava già pensando a come raccontare alla famiglia tutto ciò che aveva visto fino a quel momento.

“Ci sono pure i raggi del sole! Vuol dire che è già mattino, Dio mio, non me ne ero accorta. Signor Azrael, secondo lei ce la facciamo ad arrivare prima di pranzo? Non mangio da… Da quanto?”

Aida si chiese se avesse avuto una sorta di amnesia, per cui lo domandò al suo accompagnatore, il quale si rifiutò di darle una risposta.

“Non posso dirti per certo quando riavrai quei ricordi. Dipende esclusivamente da te e da quanto ci mettiamo a superare questo dominio. Per questo ti sto dicendo di andare avanti”

La bambina si ammutolì e fece come richiesto, ma man mano che i due si addentrarono nel mezzo delle acque, Aida pensò che ci fosse qualcosa che non andava. Non sapeva bene per quanto avessero camminato, eppure le sembrava di essere rimasta allo stesso punto di partenza, oltre al fatto che la nebbia si stava ormai facendo sempre più fitta.

La ragazzina cominciò a spaventarsi. Non le piaceva la situazione in cui si trovava, per cui cercò di avvicinarsi di più ad Azrael in modo tale da tenere un lembo della sua veste con la mano, ma l’entità si allontanò bruscamente dalla bambina, come se si fosse trovato in prossimità di un fuoco.

“Ti avevo avvertito di non toccarmi, non te lo ricordi?”, sbottò con voce minacciosa, facendo piangere la bambina che fino ad allora si era tenuta dentro tutta la paura che provava.

Azrael la guardò, probabilmente confuso e incapace di riflettere sul da farsi. Non gli erano mai capitate situazioni del genere. O meglio, non gli era mai capitato di sentirsi in colpa di fronte a un pianto disperato di un bambino.

Rimase per qualche minuto a fissare la giovane singhiozzare rumorosamente sul bordo dell’acqua, e la sensazione di pentimento si fece sempre più pressante.

D’un tratto Azrael si abbassò e fece comparire dall’acqua sotto di sé un ramoscello, e lo porse alla bambina.

“Tieni”, disse.

Aida alzò gli occhi arrossati verso il suo accompagnatore, cercando di capire cosa stesse facendo con quel rametto in mano.

“Non intendevo farti piangere”, continuò Azrael con un accenno di vergogna nella voce, “ti chiedo scusa”.

La bambina non aveva parole, ma accettò le scuse senza pensarci due volte. Si alzò per prendere in mano il ramoscello, sostenuto dall’altra parte da Azrael.

“Con questo puoi starmi accanto senza perderti. Non avere paura”.

La bambina si asciugò le lacrime con la mano e disse con un sorrisetto “Siamo pari adesso”.

“Già”.

“E siamo anche collegati in un modo o nell’altro, è come se mi stessi tenendo la mano come un amico! Lo apprezzo.”

“Amico? Che sciocchezza”.

“Dico sul serio! Questo ramoscello sarà il simbolo della nostra amicizia, Azrael.”

“Non ti conviene essermi amica”, dichiarò l’entità mentre iniziava a camminare.

“Perché no? Gli amici si aiutano, litigano e si perdonano. Nel mio villaggio è una cosa normale. Pure i miei amici lo fanno!”

“Qua no”, sbottò con freddezza Azrael, “Però pensala come vuoi, tanto a breve finirà tutto e non ci vedremo più”.

La bambina iniziò a saltellare allegramente, come se non avesse versato alcuna lacrima fino a qualche minuto prima.

“Sono sicura che un giorno ci rincontreremo”, ammise Aida sorridendo verso il suo nuovo amico. Dall’altra parte non si capiva se quell’ammasso di veli la stesse guardando anch’esso o meno, e non si riusciva a capire nemmeno come si stesse sentendo. L’unica cosa che proferì fu un lieve “Spero il più tardi possibile”.

Legati da un piccolo rametto, i due viaggiatori continuarono il loro viaggio attraverso la nebbia, e man mano che il tempo passava, Aida si sentiva sempre più strana.

Improvvisamente i due sentirono un tonfo provenire da lontano, accompagnato dalla visione di una figura che piano piano si avvicinava verso di loro.

Aida cercò di capire chi o cosa fosse strizzando gli occhi, e con stupore constatò che si trattava di una ragazza.

Era bionda, alta e magra, molto probabilmente occidentale pensò, e si stava dirigendo nella loro stessa direzione.

La bambina notò dalla presa del ramoscello che Azrael si era irrigidito alla vista di quella figura, e quando questa si accorse di lui iniziò a correre in un modo quasi disperato.

Più la ragazza si avvicinava, più Aida notava dettagli sul suo corpo che la fecero rabbrividire. Dalle sue braccia, magre e bianche, spiccavano dei lunghi tagli dal colore rosso scuro, mentre il suo viso, pallido come un cencio, era incavato in quello che sembrava un sorriso, rigato dalle lacrime.

“Finalmente ti ho trovato!”

Questa fu l’unica cosa che disse, prima di buttarsi tra le braccia di Azrael, il quale tentò inutilmente di allontanarsi. Non appena la ragazza si ritrovò avvinghiata al suo collo, scoppiò in quello che pareva un pianto di felicità, mentre il suo corpo si stava a mano a mano deteriorando.

Con grande sgomento, Aida vide la ragazza inspiegabilmente sbriciolarsi davanti a lei, come una foglia secca se stretta tra le mani di un gigante.

Prima che potesse rendersi conto dell’accaduto, la ragazza era ormai sparita, e i restanti brandelli si riversarono nell’acqua attorno a lei.

Aida rimase pietrificata e non proferì alcun suono per qualche secondo, fino a quando Azrael non sospirò sommessamente.

“Odio quando succede”, si voltò verso la bambina, e notando il terrore nei suoi occhi aggiunse “è per questo motivo che ti chiedo di non toccarmi per nessuna ragione al mondo. Non voglio che accada di nuovo, soprattutto a persone a cui ho promesso di riportarle a casa”.

“Ma… Questa ragazza… Non sembrava cercare la sua casa”, disse Aida con voce tremante.

Azrael abbassò la testa per guardare l’acqua. I resti della giovane non vi erano già più.

“Sai, alcune persone nella vita non cercano di tornare a casa. Può sembrare strano, ma molto spesso capita che alcuni preferiscano scappare piuttosto che restare in un luogo che li fa soffrire. Lo so, è qualcosa di brutto, ma è pur sempre una scelta alla fine.”

Aida annuì debolmente, e non parlò più per un po’. Era certa che questa cosa non l’avrebbe raccontata una volta tornata al villaggio.

“Azrael”

“Dimmi.”

“Pensi che le persone decidano di non tornare a casa perché non hanno nessuno che le aspetti?”

“Probabile, dipende dalle circostanze.”

I due viaggiatori stavano ancora camminando, in cerca del confine che divideva il dominio di mezzo con quello successivo.

“Neanche se hanno un sogno?”

“Pff, i sogni sono futili quando si tratta della vita.”

“Non è vero! I sogni sono importanti, penso che siano questi a motivare le persone per andare avanti. Senza sogni la vita è brutta.”

“Queste sono le parole di una umana che non conosce il significato dell’esistenza. Non mi dirai che anche tu hai un sogno?”

“Ovvio che sì! Tutti i miei amici ce l’hanno e penso che il mio sia il più bello”, affermò la bambina inarcando gli angoli della bocca, creando delle piccole fossette che la rendevano ancora più piccola di quanto già non fosse.

“E quale sarebbe, sentiamo.”

“Un giorno voglio vedere il mare.”

“Che sogno stupido. Ce l’hai davant.i.

“Ma no, non questo mare! Intendo quello vero, quello che si vede in televisione nei programmi occidentali. Vorrei vedere se è così blu come dicono e mi piacerebbe anche assaggiarlo. Dicono sia salato, lo sai?”

“Certo che sei una mocciosa strana. E dopo che avrai visto il mare cosa farai?”

La bambina ci pensò su qualche secondo, “beh, cercherei un altro sogno, ovvio”.

“E dopo averlo trovato e realizzato? Ne cercherai un altro?”

“Ma cosa ne so, penso di sì”. Aida non capiva dove volesse arrivare Azrael e la cosa la irritava e non poco.

“Vedi, è questo il problema di voi umani. Tendete sempre a dare un significato a tutto. Ma sai la verità? Niente di tutto quello che avete intorno ha senso di per sé, siete voi che glielo date per non sentirvi vuoti e senza obiettivi. Guarda per esempio questo rametto. Prima non hai forse mica detto che è diventato il simbolo della nostra amicizia? Sei stata tu a darglielo, di per sé questo ramoscello è solo uno stupido ramoscello. Niente ha significato, né nel tuo mondo né nel mio, eppure dobbiamo farcene una ragione e andare avanti, no? Noi stessi non abbiamo significato se ci pensi, è solo un inganno mosso dalla nostra mente per giustificare la nostra esistenza.”

Tutto quel monologo di Azrael non fece altro che confondere ancora di più la bambina e farle venire il mal di testa. Ma la cosa peggiore era che non aveva capito assolutamente nulla di quanto aveva detto, e ciò la innervosiva più di ogni cosa, anche perché non sapeva come ribattere in modo abbastanza adulto, per cui contestò l’unica cosa che aveva capito.

“Stai dicendo che il nostro ramoscello non ha significato quindi? Gliel’ho dato io, quindi ora ha quel significato e basta.”

“No, non lo ha.”

“Sì invece.”

“E perché dovrebbe averlo?”

“Perché… Non lo so, ho sentito il dovere di darglielo. Penso sia qualcosa che venga da dentro. Da un sentimento forse? Non lo so, ma questo ramoscello è speciale perché l’hai condiviso con me.”

Azrael si zittì a quelle parole, e in cuor suo Aida gioì per quella piccola vittoria.

Dopotutto, nessuno poteva dar torto alla piccola Aida, la più astuta del villaggio.

Il resto del cammino Aida lo passò saltellando, cercando di provocare Azrael in qualche modo e di farlo arrabbiare, ma non ricevette alcun segno di reazione. Dopo un po’, la bambina si arrese e annoiata alzò gli occhi verso l’alto, notando che a mano a mano i buchi in quella sorta di soffitto si facevano sempre più larghi, accogliendo più luce di quanta ce ne fosse all’inizio.

A quel punto la bambina sospirò pensando a casa sua, pensando a che tipo di tempo ci fosse nel suo villaggio.

“Chissà se c’è il cielo azzurro a casa…”

Fu solo un attimo, ma di colpo riaffiorarono nella sua mente i suoi ultimi ricordi, dalla scivolata che la portò a sbucciarsi un ginocchio, ai rami secchi delle piante che utilizzava per fare segni sulla sabbia, fino alla bambola di pezza che trovò per puro caso per terra…

“Azrael!”

L’entità girò il capo verso la bambina, chiedendosi cosa volesse di nuovo.

“Ricordo tutto! Prima di addormentarmi stavo giocando nella valle a pochi chilometri dal mio villaggio e c’era un bellissimo cielo azzurro! Avevo trovato anche una bella bambola di pezza e mi sono messa a giocarci ma…”

La bambina si ammutolì improvvisamente, facendo sorgere vari dubbi nella testa dell’immortale.

“Ma?”

Aida non trovava le parole per esprimerlo, anche perché lei stessa non capiva cosa fosse successo di preciso, e con gli occhi fissi sull’acqua, sul proprio riflesso, comprese il motivo per cui si trovava lì a intraprendere quel viaggio così bizzarro.

“Azrael”, disse fermamente la bambina, per poi rivolgere gli occhi scuri verso il suo accompagnatore.

“Io… sono morta… vero?”

I due rimasero a fissarsi per alcuni secondi, forse minuti. Azrael, ancora una volta, non sapeva cosa dire, soprattutto nel momento in cui realizzò che Aida aveva iniziato a trattenere le lacrime, come se non volesse far pesare tale sconvolgimento al suo amico.

Dopo aver ragionato sul come comportarsi, l’entità oscura iniziò a parlare con estrema calma, come se non volesse danneggiare ulteriormente i sentimenti della bambina.

“Sì, sei morta. Ma in un certo senso questa tua condizione non è definitiva, ed è per questo che devo portarti necessariamente in un posto adesso.”

“Perché non me l’hai detto prima?” singhiozzò la bambina.

Azrael abbassò lo sguardo, “Non volevo farti preoccupare. Ho sempre odiato vedere le reazioni della gente a questo fatto e non poterci fare nulla. Però qualcosa per te lo posso fare, te l’ho promesso all’inizio con il gioco della moneta. Questa non è la fine per te, o almeno, non ancora”.

La figura si inginocchiò per arrivare alla stessa altezza della ragazzina.

“Se vorrai ancora seguirmi, prometto sulla mia futile esistenza di non crearti più alcun disagio e di riaccompagnarti a casa, nel tuo mondo. Per cui non piangere, andrà tutto bene.”

Era da qualche decennio che Azrael aveva iniziato a stancarsi del suo dovere. Era stanco di vedere la gente soffrire a causa sua e non poter farci nulla.

Vedendo Aida piangere, realizzò inoltre che fino ad allora non avrebbe mai pensato che un essere immortale come lui avrebbe mai provato pietà o addirittura affetto verso una creatura fragile come quell’umana.

Aida si asciugò le lacrime e si mise a ridacchiare, “Non c’è bisogno di farmi tutti questi monologhi. Non ce l’ho con te, a me è bastato solamente il fatto che tu me l’avevi promesso fin dall’inizio”.

Il viso leggermente olivastro della piccola venne illuminato da un raggio di sole, mentre questa alzava lo sguardo da cerbiatto verso Azrael, “Non so cosa la gente pensi di te o come ti veda, non sono nemmeno sicura di cosa tu sia in realtà, ma penso che tu rimanga comunque qualcuno a cui affiderei persino la mia vita”.

“No, non dire questo.”

“Lo so, intendo per più avanti ovviamente. Dico solo che quando morirò non avrò paura, perché so che dall’altra parte ci sarai tu ad aspettarmi. Anche questa è una promessa.”

Azrael rimase in silenzio. Se avesse avuto un volto, questo si sarebbe addolcito con un leggero sorriso, ma mai l’avrebbe fatto capire alla bambina, per cui si voltò velocemente verso la direzione che li avrebbe portati a destinazione.

“Vedo che l’acqua ha fatto il suo dovere. Siamo arrivati nel dominio di passaggio”.

Il dominio di passaggio era completamente diverso dai domini precedenti.

Intorno ai due viaggiatori si estendeva un infinito campo di fiori, erbe e altri tipi di vegetazione.

 Aida pensò di trovarsi nel mezzo di un sogno, o addirittura nel mezzo di una valle incantata.

Sopra di lei, il sole faceva capolino da dietro alcune nuvole bianche, rivelando una cupola dai dolci colori rosei.

Non riuscì a fare in tempo ad elaborare il cambiamento drastico del paesaggio che fu costretta da Azrael a sbrigarsi per raggiungere il centro del prato.

Fu allora che Aida lo notò: al di là dei fiori e dell’erba fresca che le solleticava i piedi nudi, vi era un albero dalle dimensioni colossali, che rifletteva una forte luce biancastra, e le cui radici si estendevano per vari metri sulla superficie del prato. Attorno all’albero vide quelle che sembravano persone, proprio come lei, e d’istinto si mise a correre per raggiungerli, ma Azrael la fermò di colpo tirando indietro il ramoscello.

“Lo so cosa stai pensando, ma fidati, è troppo pericoloso. Quelle persone farebbero di tutto per entrare nelle grazie della Signora Madre.”

“Signora Madre? E chi sarebbe?”

Azrael puntò il dito verso il centro dell’albero, dove si ergeva una radice più grande rispetto a tutte quelle intorno, “Guarda attentamente”.

Aida provò a strizzare gli occhi con lo scopo di vedere meglio tra l’ammasso di gente, ma non riusciva a vedere ancora niente.

Azrael la tirò per il ramoscello, come a incoraggiarla a camminare, e insieme si diressero verso l’albero.

Arrivati dietro il gruppo di persone urlanti, Aida riuscì a vedere la suddetta Signora Madre, e ne rimase affascinata.

Al di sopra di una radice di grandi dimensioni, vi era seduta una bellissima donna vestita di bianco, circondata da neonati che gattonavano e piangevano attorno a lei. La donna era giovane, dai lunghi capelli candidi e mossi che incorniciavano graziosamente un viso altrettanto angelico, quasi scolpito nel marmo. Gli occhi, azzurri come due zaffiri di alta raffinatezza, osservavano con amorevolezza gli infanti tra le sue braccia e intorno a lei, ignorando la gente che si era radunata attorno, e che per questo la supplicava.

“Signora Madre, la prego, mi riporti in vita. Ho ancora due figli da crescere e si sentirebbero abbandonati senza di me”, disse una signora anziana con le mani congiunte.

“Non starla ad ascoltare, c’ero prima io! Signora, sono accidentalmente caduto da un’impalcatura sul luogo di lavoro, non posso morire in questo modo!”

“Eeeeh quante chiacchiere! Io ho dovuto passare la mia gioventù a combattere il cancro, non mi è stato concesso di vivere come meglio potevo per qualcosa che non dipendeva da me, ho più diritto di voi a tornare in vita!”

Queste furono solo alcune delle proteste che ebbero luogo sotto quell’albero.

Aida le ascoltò tristemente, e come se Azrael le avesse letto nel pensiero, disse “Non farti impietosire, sono tutte persone che come ho detto cercano invano di ingraziarsi la Signora Madre solo per avere un’altra possibilità”.

“E non sarebbe giusto così?”

“Già, ma in quale mondo si riuscirebbe a dare una possibilità a tutti? Non c’è nessuno che merita più di un altro di vivere, ed è per questo che le loro parole non toccano la Signora”.

In mezzo a tutto quel caos, Aida si sentì come intrappolata tra due fuochi. Anche il solo riflettere su quanto Azrael le aveva detto le provocava mal di testa, oltre che una serie di paranoie che non riusciva a scacciar via.

“Azrael.”

“Cosa c’è?”

La bambina mostrava uno sguardo cupo e indecifrabile, ma quando si voltò verso l’amico sembrava gioviale come sempre.

“Io sono morta in un modo accidentale. Nel mio paese per lunghi anni è sempre stata una cosa normale, per cui mi va bene anche restare qui o scomparire come quella ragazza.”

“Tu la penserai così, ma io ho una promessa da mantenere.”

“E per questo ti ringrazio, ma non voglio rubare opportunità a nessuno, per cui penso di tornare indietro.”

Aida si voltò per andare via, facendo cadere il rametto che fino ad allora aveva unito i due amici.

“Cosa fai, ora mi lasci così? Non era forse un simbolo speciale per te questo stupido ramoscello?”, sbottò Azrael con fare iracondo.

Aida non volle rispondere, anche perché sapeva di essere nel torto, ma mentre indietreggiava silenziosamente dal gruppo, una voce soave la richiamò, facendo ammutolire tutti in un istante.

“Ragazzina, sei forse tu quella che Azrael ha scelto di salvare?”

Con grande sbalordimento di tutti, la Signora Madre finalmente proferì parola, facendo voltare tutti i presenti verso l’oggetto del discorso.

Non mancarono insulti, occhiatacce e varie altre offese nei suoi confronti, nonostante fosse solo una bambina di sei anni.

Tuttavia, il grosso dell’odio di queste persone venne riversato su Azrael, non appena questi si resero conto della sua presenza.

“La Morte? Davvero è qui?”

“Non avvicinarti a me, bastardo!”

Una donna si avvicinò all’essere, e urlò puntandogli il dito.

“Tu hai portato via mia figlia! Te la sei portata via senza un motivo quando aveva appena due anni! Sono venuta qui apposta a cercarla per la disperazione ma non l’ho ancora trovata!”

“Con che coraggio ti presenti qui al cospetto della Signora Madre? Tu hai rovinato tutti noi, hai rovinato le nostre vite! Vergogna!”, disse un altro con gli occhi iniettati di sangue dalla rabbia.

All’unisono tutto il gruppo si mise a sbraitare con insulti e parolacce varie verso Azrael, il quale tuttavia se ne stava immobile a incassare i colpi dell’odio che probabilmente l’intero genere umano provava nei suoi confronti.

La bambina non riusciva bene a concepire il motivo di tutto quell’astio verso il suo amico, per cui decise di intervenire.

“Basta! Smettetela! Lui è mio amico, non è una persona cattiva come credete!”

Aida sbucò da dietro la folla per posizionarsi davanti ad Azrael, aprendo le piccole braccia come a volerlo difendere.

“Non è una persona cattiva? Lui? Con quale logica lo stai dicendo, piccola bastarda? Non ha forse rubato la vita anche a te?”, infierì un altro uomo avvicinandosi.

“Non me l’ha rubata, è stata colpa mia se sono morta!”

“E dunque non vorresti tornare a casa? Eh? Rispondi!”

“Certo che voglio tornare a casa, ma ormai cosa posso farci? Per me è finita, devo accettarlo, come dovreste farlo tutti voi”.

A quel punto le proteste si fecero più aggressive, tanto che alcuni iniziarono a gettare sassi e altri oggetti che si trovavano sul suolo ai due malcapitati.

Aida chiuse gli occhi, pronta a farsi lapidare pur di proteggere colui che le aveva dato un’altra possibilità.

“Ragazzina, non serve che mi proteggi. Conosco molto bene i rischi che corro”, dichiarò Azrael con tono apatico.

“No, perché non ti meriti tutto questo odio! Sei sempre stato gentile con me e io… Ouch!”

Una pietra scagliata da un ragazzino colpì Aida sulla fronte, facendola barcollare all’indietro.

Fu solo un attimo, ma ben presto la bambina, non appena ebbe riaperto gli occhi, si ritrovò ricoperta da fitti veli corvini, che la proteggevano da possibili altri attacchi.

Rimasero tutti in silenzio a seguito di questo gesto, e quando la bambina volse lo sguardo verso l’alto, vide il suo amico avvolgerla tra le sue braccia scarne, senza però toccarla.

“Azrael…”

“Zitta, sto solo facendo quel che devo per mantenere la mia promessa.”

Aida non era sicura, ma le parve di sentire qualcosa di liquido caderle in testa, qualcosa di simile alle lacrime.

Si toccò il viso per accertarsene e notò che erano piccole gocce nerastre, di una consistenza abbastanza densa.

“Azrael, tu stai…”, la bambina non riuscì a terminare la frase che l’entità si allontanò bruscamente da lei, con stupore di tutti.

“Oh Azrael, non era mai successa una cosa del genere fino ad ora”, esordì la stessa voce soave di prima.

Tutti si girarono verso l’albero, inclusi Aida e Azrael, e videro la figura della Signora Madre ergersi in piedi in tutto il suo splendore.

Urla di acclamazione iniziarono a propagarsi tra la folla, ma che vennero immediatamente spente dall’entità stessa, con un solo cenno.

Una donna si accasciò ai piedi della signora, quasi percossa dalla paura.

“La supplico… Mi lasci stare qui… Ne ho passate tante quando ero in vita…”.

La Signora Madre abbassò lo sguardo gelido verso la donna, e disse sprezzante: “E perché mai ne avresti passate tante? Non hai scelto forse tu di vivere la vita che ti ho dato in quel modo?”

La giovane donna, visibilmente scossa e piena di lividi in volto, alzò lo sguardo terrorizzato verso la Signora, e lanciò un grido di terrore.

“Adesso spostati, mi sei d’intralcio”, ordinò rigidamente la Signora, facendo scappare la povera disgraziata.

Aida ne rimase sconvolta, oltre che disorientata da quel cambiamento improvviso nella Signora, e ancora una volta, Azrael sembrò averla letta nel pensiero.

Vedi, non tutti hanno la stessa visione della vita e della morte. C’è chi, per esempio, mi vede come un essere orribile e ripugnante, al contrario di altri, come la ragazza che è corsa verso di noi prima nel dominio di mezzo, che mi vedono come una luce in fondo al tunnel. Guarda quel signore anziano laggiù in fondo. Mi sta guardando con occhi benevoli da quando mi ha notato. Questo perché ha passato gli ultimi anni della sua vita a cercarmi, in un misero letto di ospedale attaccato a dei tubi. Solo guardandolo ho già capito che vuole che lo tocchi per liberarlo da quel dolore che sta patendo in solitudine. Ecco, lo stesso vale per la Signora Madre. Non sempre la vita è bella per alcuni, per questo molti ne sono terrorizzati ora che sono qua e la vedono con occhi decisamente diversi, come se fosse un essere mostruoso. Capisci quindi che esistono vari modi per interpretare i nostri ruoli? Non tutto è bianco o nero, mia piccola amica”.

Nonostante la spiegazione chiara e semplice, Aida non aveva ancora ben capito molto della questione, perché si era soffermata sulla parte finale del discorso dove l’aveva chiamata sua piccola amica.

Per questo motivo annuì senza dire nulla e abbozzò un piccolo ma sincero sorriso. Quando tornò a concentrarsi sulla situazione intorno, notò che il gruppo si era come diviso in due, e la Signora Madre si stava dirigendo lentamente verso di loro.

In un primo momento la bambina si spaventò a vederla così vicina, ma colse presto l’occasione di osservarla meglio in viso. Si rese conto che effettivamente non era così bella da vicino, e finalmente riuscì a capire ciò che le aveva appena detto Azrael.

“Piccola, vuoi dunque tornare a casa?”, chiese gentilmente la Signora con un sorriso.

La bambina improvvisamente non sapeva più come rispondere. Troppe informazioni e idee contrastanti le stavano passando per la testa in quel momento, per cui la sua risposta non fu molto certa.

“Uhm… Penso di sì.”

“Pensi? Non esiste il verbo pensare in situazioni come queste, è un sì oppure un no”.

“Beh certo, ovviamente vorrei tornare a casa dalla mia famiglia, ma…”, si bloccò per voltarsi a guardare Azrael, il quale stava fermo ad ascoltare, in silenzio.

“Ma…?”

Qualcosa fece intuire ad Aida che la Signora Madre stesse iniziando a innervosirsi, per cui cercò di rispondere il più in fretta possibile.

“Ma mi mancherebbe Azrael… Come dire… Lo conosco da poco ma mi sono già affezionata… Non mi fraintenda però, gli sono riconoscente per l’opportunità che mi ha dato, ma sarebbe strano non vederlo più al mio fianco.”

Mentre Aida stava cercando di articolare il suo discorso con il timore di far arrabbiare la Signora, un brusìo di sottofondo iniziò a espandersi intorno a loro.

Tutti iniziarono a vedere con sospetto la bambina, la consideravano pazza o addirittura malata per affermare delle assurdità del genere.

Nonostante ciò, la Signora non batté ciglio e continuò a guardare la ragazzina con un certo occhio indagatore.

Aida pensò di aver detto qualcosa di stupido e si scusò subito, ma la donna dai lunghi capelli bianchi le disse che non c’era nulla di cui preoccuparsi.

A quel punto intervenne Azrael, cercando di suonare il più apatico possibile, “Adesso devi decidere però, vuoi tornare a casa o no”.

L’istinto di piangere colpì la bambina proprio in quel momento, la quale ormai non sapeva più cosa fare.

“Io… Non voglio che non ci vediamo più… Io ho mentito prima, in verità non ho nessun amico al villaggio… Tu sei l’unico che ho… Non voglio perderti.”

Azrael si abbassò per guardarla e con una mano cercò di raggiungere il suo viso per asciugarle le lacrime, ma subito si fermò rendendosi conto che non poteva.

“Hey, su, non piangere. Stammi bene a sentire, so che la vita può sembrare cattiva a volte. Anzi, ti darà del filo da torcere molto spesso. Ma non per questo ti devi arrendere, va bene? Non scegliere la via più semplice, la vita ti mostrerà anche cose meravigliose che qui non vedresti mai. Non avevi forse detto di voler vedere il male? Di voler realizzare i tuoi sogni? Vivendo puoi farlo, e so che ti porterà ad apprezzare la vita ancora di più. Sei stata tu stessa a farmelo capire. Inoltre, non sarò il tuo unico amico, su questo ne sono certo, per cui quando tornerai non sarai sola, avrai molta gente ad aspettarti, tra cui i tuoi genitori. Per questo ti prego, amica, di non voltare mai le spalle alla vita per un povero essere ripugnante come me. Promettimelo, così siamo pari”.

Ad Aida iniziarono a tremare le labbra mentre piangeva.

Non riuscendo a capacitarsi del fatto che doveva dirgli davvero addio, oltre al fatto che non riusciva nemmeno a rispondere in modo adulto come ha sempre voluto. Accidenti a lui, pensò.

“Azrael… Posso chiederti un’altra promessa? Mi prometti che ci rivedremo?”

L’entità emise una flebile risatina, “Ovvio che succederà. Un giorno mi dovranno incontrare tutti, che lo vogliano o meno. Ma spero per te che avverrà molto più avanti, quando sarai vecchia e soddisfatta della vita che hai condotto. Ti prometto che in quell’occasione ci rivedremo, e starò ad ascoltare tutte le tue avventure se vorrai. Ma per ora, vai, amica. Fallo per me”.

La bambina abbassò lo sguardo, ormai rassegnata, ma un pensiero le balenò in testa facendola quasi ridere.

“Curioso, il mio nome nella mia lingua vuol dire proprio ‘colei che ritorna’. Mia madre mi aveva chiamata così come se in qualche modo avesse previsto la mia abitudine di sgattaiolare via di casa per poi tornare come se nulla fosse.”

Azrael abbassò anche lui il capo, preoccupato che l’amica potesse notare le gocce nere che imperlavano i suoi veli, “Già, ti si addice proprio. A proposito, non mi hai ancora detto il tuo nome”.

La bambina, con una certa fierezza, alzò il viso sorridente verso di lui, ancora arrossato e bagnato dalle lacrime.

“Aida. Mi chiamo Aida.”

“Proprio un bel nome”, commentò Azrael, per poi aggiungere tristemente dopo qualche secondo, “Allora questo è un arrivederci, Aida”.

“Già”, sospirò la bambina asciugandosi le ultime lacrime.

“Arrivederci Azrael, prometto di vivere la mia vita come non ho mai fatto finora, così poi potrò raccontarti tutto un giorno”.

In quel momento, Aida non sapeva bene come spiegarselo, ma riuscì a vedere il volto dell’amico che l’aveva accompagnata in quel lungo viaggio. Era un volto bello, perlaceo, elegante. Abbellito da due occhi scuri come i suoi, incorniciato da dei soffici capelli castani. Aida non riuscì a dire nulla per la meraviglia, e Azrael lo capì immediatamente.

“Pensala come ad un regalo prima partire.”

La bambina non riuscì nemmeno a rispondere, perché qualcuno da dietro la abbracciò, facendola piano piano perdere i contatti da quel mondo. Aida stava piano piano scomparendo tra le braccia della Signora Madre, la quale sorrise, e con un bacio sulla nuca le augurò un buon ritorno a casa.

La prima cosa che vide Aida non appena si svegliò fu un soffitto bianco, diverso da quanto aveva visto inizialmente quando si era addormentata.

Pensò che tutto ciò che aveva appena passato fosse stato solo un lungo sogno, ma sentendo un forte dolore nella parte inferiore del corpo appena si mosse, capì che tutto era collegato. Il cielo azzurro, la bambola di pezza, il viaggio e ora i dolori.

Dando un’occhiata generale alla stanza in cui si trovava, capì innanzitutto di trovarsi in un ospedale, e come seconda cosa capì che era messa in condizioni davvero pessime. Era piena di bende e tubi attorno al corpo, i quali non le permettevano il movimento già difficile di suo. Accanto a sé vi era un comodino con al di sopra una borsa, che ricordò immediatamente essere di sua madre.

Un rumore improvviso di serratura attirò la sua attenzione verso la porta, e con grande gioia vide finalmente sua madre, la quale, alla vista della figlia finalmente sveglia, scoppiò in lacrime e accorse verso il suo letto.

“Oh Cielo, oh Cielo! La mia Aida, non ci posso credere!”

La donna immerse il viso nelle coperte all’altezza delle spalle della figlia, soffocando i pianti di gioia e di incredulità dati da quel meraviglioso miracolo.

“Ringrazio Allah per avermela riportata indietro. Dimmi tesoro, come ti senti? Vuoi qualcosa da bere? Hai fame? C’è papà fuori a fumare che voleva vederti, vado subito a chiamarlo! Non ci posso ancora credere!”

La madre si precipitò al di fuori della stanza in preda all’eccitazione, senza nemmeno preoccuparsi delle risposte che Aida stava cercando di articolare.

Rimase così ancora sola in camera, e nonostante i brividi di dolore pervaderle il volto sfigurato rise a vedere la madre impacciata e agitata come sempre.

Capì in quel momento che le era mancato quel mondo, il suo mondo. Un mondo che nessuno avrebbe potuto strapparle via, se non la morte stessa.

A questo pensiero girò la testa alla sua destra, dove solitamente trovava Azrael camminare accanto a lei lungo i vari domini dell’oltretomba. Ma al posto di trovare il suo amico, con grande stupore vide un’enorme finestra che dava sul mare. Un bellissimo mare cristallino che non aveva mai visto.

E proprio lì, proprio in quel momento in cui ebbe l’incredibile opportunità di assistere alle onde del mare infrangersi su alcuni scogli in lontananza, Aida sorrise, felice di poter ammirare quello splendido panorama. Felice di poter rivedere il cielo azzurro sopra di esso.

Felice di essere ancora viva.

Post a Comment