Astrazioni

Alice non aveva mai capito fino a che punto il mondo fosse reale.
Si ricordava di sé bambina, che teneva stretta nella mano quella grande e ruvida di suo padre, e si guardava attorno per cercare storie da raccontare.
Si ricordava di come gli alberi le andassero incontro ogni volta che camminava, e avrebbe sorriso a pensare quanto dovesse sembrare sciocca, dall’esterno, quando si guardava attorno e li ascoltava.
Le parlavano delle cose, del mondo e della vita che passa e se ne va.
Le parlavano delle macerie che si accumulano nell’anima delle persone man mano che esse crescono, che si irretiscono, ogni volta che innalzano la loro barriera di artifici e odio. Le avrebbero detto che non ne valeva la pena e l’avrebbero convinta a fare la cosa giusta: restare.
Così Alice restava.
«Mi hanno detto gli alberi…» raccontava, ma allora veniva rimproverata.
Crescendo si accorgeva che la sua catena ogni tanto si spezzava e le capitava di chiedersi se non mancasse qualche anello per cui si continuava sfaldare.
Chiudendo gli occhi le tornava in mente un disegno: anime in pena che si trascinano sulle spalle la stessa catena, legata a massi sempre diversi.
Le pareva logico e dopotutto conforme a quello che aveva inteso sulla vita umana: stessi mezzi a disposizione e sempre diversi risultati; non si era mai fatta troppe domande sugli altri. Eppure, guardava la propria catena e si accorgeva che tutta quella conformità forse era un po’ azzardata, fintanto che nessuno tra gli anelli combaciava.
Se ne era accorta da bambina, ma diventava sempre più evidente, che la sua catena sfigurava.
«Mi fai vedere…?» chiedeva, ma quasi mai veniva ascoltata.
Crescendo, Alice non cambiava.
Passeggiava nel mondo e chiedeva alle sue gambe di farle strada tra le fantasticherie, che raccoglieva o scartava come funghi nel bosco.
Del resto, alcune idee parevano più allucinogene di alcune altre. Le capitava di parlare con gli alberi, come da bambina, o di sedersi a picco sul niente, in cima alle montagne o sul ciglio di un burrone, laddove il mondo finiva e iniziava il resto, forse la pace.
Ogni tanto tornava qualcuno a ricordarle che viveva in una città vera, davvero molto reale, e lei si accorgeva all’improvviso di bere caffè e andare a scuola e di essere niente male a ricamare. Attimi che si cristallizzavano nella sua testa, che si impacchettavano e riemergevano di tanto in tanto, mentre lei stava libera nella sua bolla personale.
«Devo un momento andare…» diceva e per lo più veniva assecondata.
Crescendo, Alice cominciava a dimenticare che ci fosse differenza tra un universo e l’altro e le prime confusioni crearono anche un po’ di panico.
A volte prendeva le emozioni che non sapeva gestire nella vita reale e in qualche modo le spingeva nella bolla, piano.
Le analizzava.
Chiedeva cosa ne pensassero gli alberi, chiedeva se le sue opinioni fossero giuste o sbagliate, consultava un vocabolario con cui confrontare ogni sintomo per trovare il problema
Lo trovava utile, sembrava funzionare.
A quel modo, del resto, aveva scoperto molte cose su di sé e se ne era spiegata altrettante sulla gente: il senso di alcuni sguardi e la ragione di certi gesti; il perché di ogni reazione. Così negli anni aveva scoperto di essere appena disadattata e forse “fuori dal mondo”, in una misura piuttosto letterale; aveva scoperto di adorare la musica e di essere piuttosto portata per disegnare.
Aveva perfino capito il senso della vita e così rapida che le sembrava assurda la cecità dell’uomo a riguardo: era amare.
Le veniva così naturale.
Si guardava attorno e si innamorava, così profondamente, di ogni cosa: ciascun colore, ogni rumore, qualunque emozione.
Si scopriva ogni giorno folle d’amore per tratti diversi del mondo e covava in sé un desiderio infinito di dare tutto ciò che aveva e tutta sé stessa, soltanto in nome di quell’emozione.
«Non è evidente…?» tentava, ma ormai veniva ignorata.
Crescendo, Alice sperava di riuscire a vivere nella maniera più piena.
Tornava sempre nel suo mondo, a riferire della gente che incontrava e degli amori che nutriva, talvolta anche a raccontare del male che succedeva; il resto del tempo lo passava a cercare qualcosa sulla terraferma di cui aveva sentito parlare.
Era l’unica favola che le persone tollerassero, laggiù, e lei si convinceva che soltanto per questo valesse la pena provare: si chiamava lieto fine.
Ne parlavano tutti, più o meno, qualcuno con lo scetticismo degli anni e qualcun altro con l’entusiasmo dei primi passi.
Qualche volta era d’accordo con gli alberi, a pensarli tutti come cercatori d’oro.
Lei intanto ragionava e spesso si domandava quale anello della catena dovesse mancarle: perché non le importava?
Voleva vivere e abbracciare il mondo, voleva adattarsi alle difficoltà e lasciare che a spingerla fosse quella bellezza che rivedeva in ogni cosa, in ogni persona; voleva amare e recuperare tutto ciò che di rotto si potesse aggiustare.
Non le riusciva proprio, quella ricerca, quel lieto fine egoistico e indeciso in cui neppure la gente sapeva bene cosa trovare: per lei era tutto già là, senza nient’altro da ricercare. Pareva che nessuno se ne accorgesse, ma ogni cosa era esattamente a portata di mano, appena impolverata dal tempo passato priva di cure e senza amore.
Le sembrava che le persone avessero disimparato ad apprezzare e che adesso si spingessero soltanto avanti e indietro a vaneggiare.
«Guardate…» indicava, ma neppure la voce le funzionava.

Invecchiando, Alice sapeva di stare per morire. Il tempo le passava accanto e ormai le faceva piacere fermarlo, di tanto in tanto, per chiedergli come andassero le cose e quanto ancora di sé le avrebbe concesso: l’aveva amato così a lungo che neppure le importava di perderlo.
Lui per lo più la guardava, si inteneriva e cercava di non essere brutale a confidarle che da anni l’aveva già abbandonata.
Sulle prime, lei aveva esitato: le pareva così poco razionale che neppure i suoi alberi avrebbero potuto spiegare.
L’aveva trattenuto ancora un po’ prima di arrivarci: il tempo, certo che l’aveva abbandonata.
E l’aveva fatto molto prima di allora, quando era ancora bambina e ancora teneva la mano aggrappata ad un’altra: aggancio di mondo reale; quando si guardava attorno e aveva bisogno di stimoli per fantasticare.
Ormai poteva liberarlo, perché il tempo era davvero suo soltanto di tanto in tanto, quando si premurava di bloccarlo per chiedergli cosa facesse, dove andasse.
Era stato il primo a lasciarla: prima della gente e prima dell’oro; era rimasta lei, confinata nei ricordi di vecchi alberi che le avevano consigliato di non andare.
«Ma voi resterete» si accertava, e sapeva che da qualche parte una risposta era sulla sua strada.

Astrazioni è un racconto di Adriana Capatano