Come fu che Saro diventò pescatore

“Così dunque morimmo noi tutti…
e ancora i nostri corpi giacciono insepolti…
e i nostri ancora non sanno, nelle case d’ognuno…
loro che, lavato il sangue nero dalle ferite accanto a noi leverebbero il pianto,
ché tale è il diritto dei morti.”
(Odissea, libro XXIV, Omero)

Perché pescatore non era, ma figlio di pescatore che nulla più pescava.
O meglio, sulla barchetta usciva una mattina sì e una no, il padre, alle sei in punto, con la borsa con dentro l’acqua e un po’ di pane raffermo rubato alle galline. Poi però di pomeriggio sempre tornava piagnucolando, ‹‹vuota la borsa, vuota la rete, vuota la barca››, stendendo le braccia al cielo e subito rannicchiandosi con la testa nelle mani, quasi in attesa che da quel cielo minacciato qualcosa iddio gli scagliasse, ‹‹mandami almeno la tua punizione, che io a casa non mi presenti anche oggi a mani vuote››, e per quando strizzasse gli occhi, nulla si muoveva, ‹‹i ragazzi delle pescherie neanche mi vengono più incontro››, tanto che lui ormeggiava a lato del porto, così da non recare disturbo a nessuno e nessuno lo recasse a lui, ‹‹giusto qualche seppietta incastrata nella rete, che se le porto al consorzio al massimo rimedierò, più per compassione, un po’ di caffè e del burro vecchio. Ah, tutta colpa degli sbarchi, tutti quei profughi che spaventano i pesci e smuovono le sabbie! S’era mai visto un fondale tanto fangoso, scuro come quegli assatanati? Son barconi troppo pesanti i loro per il nostro mare, i pesci non sono avvezzi e poi il sangue moro è indigesto anche agli squali››, così concludeva scuotendo la testa e la barba bianca tutt’intorno.
Però, per quanto non nulla si pescava, a Saro sempre toccava pulire la barca la sera, dalla salsedine, dalle alghe, dai denti di cane. Un lavoraccio, da sbrigare col coltellino e una spugnetta rinsecchita, poi straccio e secchio per lavare dentro e fuori. Anche i remi erano da scrostare e la rete da riparare, soprattutto quando pioveva e si preferiva non uscire in mare. ‹‹Fatica tanta e il pesce manca››, canticchiava stanco e felice, come solo i giovanotti riescono ad esserlo allo stesso tempo.
Quella era la riva sua, la spiaggia sua, l’isola sua, quindi casa sua e, da quelle parti, i ragazzini come lui pensavano che si nasceva e si moriva solo su quel pezzetto di terra e basta, che altri non ve n’erano, per cui bisognava prestar fede, che la tua terra e il tuo mare non potevano lasciarti morire di fame. ‹‹Però vallo a spiegare ai crampi nella pancia, ai giramenti di capo in certe serate!››, tanto che un mattino provò addirittura a mangiarsi le formiche in cucina, che però gli lasciavano un saporaccio amaro da incollare la bocca, ‹‹anche se al porto dicono che sono ricche di proteine››, Saro si rassegnava, ‹‹pazienza allora, alle proteine rinuncerò, qualcosa d’altro mangerò››, e tornava a canticchiare i suoi allegri giorni d’inedia.
Poi, uno di quei pomeriggi qualunque a raschiare lo scafo, si sente ticchettare sui capelli e sulle spalle. ‹‹Le allucinazioni addirittura? Piovono vespe?››, si chiede, ‹‹Oh no, tu guarda, sono sassolini››, disse raccogliendoseli di dosso, ‹‹pungono come freccette!››. Voltandosi e allungando lo sguardo, si avvede di una specie d’ombra sotto il pontile. ‹‹Ehi chi è?››
Saro si ferma e s’accosta e vede come un gran riccio, allungato, senza spini, con due macchie bianche in alto. ‹‹Non sei un riccio, anche se lo sembri››, pensa, ‹‹sei umano sì, uomo, no, ragazzo, un ragazzino. Sei moro! Ecco cos’è, è moro!››.
Quelle macchie gli lanciano, oltre ai sassolini, un’occhiata malefica, e di sotto si digrignano i denti, pure con le gengive sanguinose, come un cucciolo di dinosauro indispettito.
Saro gli s’avvicina delicato come una lumaca e gli dice con la vocina timida e sorridente, per non spaventarlo, anzi per benvolerlo, ‹‹io mi chiamo Saro e tu chi sei?››
Quello nulla intendendo, si agita e si dimena, e trema zuppo dalla testa ai piedi e dai piedi alla testa, con la maglietta rossastra e i pantaloncini bluastri che gli si incollano alla pelle mora! Gli fa tutta una serie di gesti per far intendere che muore di fame e che se non mangia subito, si mangia anche lui.
Saro singhiozza dallo spavento, poi si convince che quel moretto doveva averne proprio un pozzo di fame, tanta più di lui e quindi bisognava capirlo. ‹‹Però che fare?››, pensa, non ha da mangiare per sé, figurarsi per il moretto che gli mugugna dietro.
Gli dice comunque, più per prender tempo che per tranquillizzarlo, che gli porterebbe pure qualcosa, solo vorrebbe sapere quel che preferisce, se i pesci, le carni, i frutti… Con certi rantoli e smorfie, il moro gli fa capire che se non gli porta qualunque cosa all’immediato, se lo spolpa vivo a partire dalle orecchie.
Ecco che Saro messo alle strette obbedisce e parte a correre come il lampo.

Come fu che Saro diventò pescatore
è un racconto di Andrea Carloni