Cose d’altri tempi III

«Siete sveglia, finalmente.»
Apro gli occhi a fatica, li sbatto ripetutamente per provare a capire dove mi trovo e da dove proviene quella voce.
Il dolore alla testa non è passato, le pulsazioni alle tempie sono così fastidiose da indurmi a tirare su le coperte e rimanere nel buio.
«Non c’è più tempo per dormire, signorina.»
Faccio finta di niente e insisto a non volermi scoprire perché so per certo che si tratta di un sogno.
«Vi ho fatto preparare un tè caldo, vi farà bene» dice la voce, sfilandomi le coperte.
Respiro profondamente e mi metto a sedere sul letto. Un letto a baldacchino con le tende e le coperte color porpora.
Do un’occhiata in giro. Sulla sinistra sono posizionate tre sedie antiche, in fila, e sulla destra c’è un piccolo comodino con sopra uno specchio altrettanto piccolo.
In compenso la stanza è molto grande e ritengo che, per la sua ampiezza, sia quasi vuota.
Il centro del pavimento è occupato solo da una striscia lunga e stretta di un tappeto rosso che esce fuori dalla camera proseguendo, probabilmente, verso altre sale.
Alzo lo sguardo e vedo che le pareti sono ornate da una serie di quadri sfarzosi. Troppo sfarzosi, per i miei gusti.
Prendo la tazza dalle mani dell’uomo, lo stesso uomo che era con me al parco, e inizio a sorseggiare.
Alla bocca mi arriva un sapore amaro che storce la mia faccia in smorfie di disgusto.
«Non è di vostro gradimento?»
«Dove mi trovo?»
«Nel mio palazzo, è ovvio.»
«Dovrebbe essere scontato?» domando con una nota di stizza.
L’uomo alza gli occhi al cielo «Mi sembra evidente, dal momento che lo conoscete molto bene.»
Le sue parole non mi aiutano, anzi, mi confondono ancor più.
«Davvero?» rido in maniera quasi nervosa, sto perdendo la pazienza.
Pedalavo con Peter quando ho visto questo strano uomo e, d’un tratto, mi ritrovo con lui nella stanza di un palazzo che non mi è per nulla familiare, anche se lui sostiene il contrario. Sono sempre più sicura che tutto ciò non sia reale.
“Eppure sono lucida” mi sorprendo a pensare.
«Sì. Siamo nella Reggia di Venaria, per essere precisi.»
Una seconda figura si materializza dentro la stanza, facendomi spaventare.
«E lei chi sarebbe? Insomma, chi siete voi?»
Insieme all’uomo con la parrucca, adesso c’è una donna con addosso soltanto una veste bianca che le cade morbida e leggera. Nella mano sinistra regge un arco e sulle spalle c’è una faretra.
Comincio a capire.
«Ed ecco la dea della caccia» dico in tono sarcastico «Così io sarei dentro la Reggia di Venaria insieme alla famigerata Diana e…?» mi giro verso l’uomo con la parrucca.
«Charles. Mi offende che non conosciate la mia identità. Dovreste sapere che ho fatto realizzare io questo palazzo.»
«Desolata per l’offesa, ma non so proprio con chi ho l’onore di parlare.»
«Sono il duca.»
«Il duca Charles, benefattore della reggia. Ma certo, che sciocca. Dunque questa è una festa in maschera. L’unica cosa che mi sfugge è il perché della mia presenza qui, non ho ricevuto alcun invito.»
«Siete talmente testarda!» esclama Charles, sollevando le mani.
«Sì, me lo dicono in tanti. Ad ogni modo, devo andare. Mio fratello mi aspetta. È stato un piacere conoscervi e… complimenti per i costumi.»
Mi accingo ad alzarmi ma la voce di Charles mi rintrona «Non così in fretta! Vi abbiamo condotta qui per una ragione e, in ogni caso, da sola non andreste da nessuna parte.»
«E chi me lo impedirebbe? Voi? Diana mi conficcherà una freccia nella schiena per fermarmi? Non siate ridicoli.»
Mi dirigo verso la porta come una furia, determinata a uscire da lì.
“Quei due mi hanno rapita per una festa. Da non credere!”
Gli spazi del palazzo che attraverso sono regali e perfetti come la stanza in cui mi sono svegliata. Mi domando come abbia potuto non realizzare senza indugio dove mi trovassi. Ma poi mi dico che è normale: in fin dei conti, mal di testa e confusione mi tormentavano e mi tormentano tuttora.
A differenza di prima, però, ho riacquistato la razionalità necessaria a farmi evadere da palazzo per raggiungere mio fratello.
Peter.

Cose d’altri tempi è un racconto di Daniela Trombetta

Continua . . .