Cronaca del dodicesimo

Si attendeva l’arrivo dei genitori di Sauk. Il soggiorno del ragazzo era durato dodici giorni. Dodici giorni in cui i genitori di Sauk non si erano mai fatti vivi. La giornata di martedì cominciava all’insegna dell’attesa. Dal balconcino soleggiato esplodeva il giallo dei campi, insieme al canto radioso delle cince e dei fanelli, che svanivano nel cotone azzurro del cielo. Poco lontano spiccava il tendone del circo Medrano. Il vecchio Saumek era seduto ad occhi chiusi sulla sua poltrona, sfiorandosi con una mano la barba bianca, accanto alla finestra socchiusa. Quel mattino appariva riposato e sereno. Il suo unico nipote, Sauk, che per la prima volta gli era stato affidato, rimaneva tra le persone più care e importanti della sua vita, forse l’unica al mondo a contare davvero per lui. Saumek lavorava ancora i campi ed era un appassionato giocatore di scacchi. Nei caseggiati vicini il vecchio scacchista era diventato una leggenda. Studiava per giorni interi le sue mosse con le tecniche più sofisticate di apertura e in tutta la zona risultava ancora un giocatore perfetto e imbattuto.
Una lunga lista di appassionati del gioco degli scacchi, anche da località più lontane, aveva da tempo in animo di sfidarlo. Era l’ambizione di molti sfidare e vincere a scacchi il vecchio Saumek. Uno sparuto gruppo di giocatori più giovani ambiva a prendere da lui delle lezioni di scacchi e a volte anche di resistenza alla solitudine, senza osare ancora sfidarlo in nessuna delle due arti. Volevano capire soprattutto il funzionamento della sua mente, nelle dinamiche dei suoi congegni creativi o attraverso il ragionamento sugli schemi tattici più ingegnosi, che Saumek sviluppava con sofisticate strategie, sempre più mirabili, a detta dei più esperti. Il vecchio Saumek, dal suo canto, diceva di non essere affatto un maestro di un bel nulla e che tutto quello che aveva appreso sugli scacchi non sarebbe stato mai in grado di insegnarlo a nessuno. Anche agli sfidanti dava ben poche possibilità: ne accettava al massimo un paio ogni mese, mai di più, e solo dopo un’accurata selezione.
In quegli ultimi dodici giorni, Saumek aveva mutato di colpo le sue abitudini, così come il suo umore e il suo aspetto esteriore. Nemmeno i due sfidanti fissi del mese avevano ottenuto il diritto di disturbarlo. Finanche il lattaio, che veniva tutte le mattine, non poteva più suonare alla sua porta per salutarlo e scambiare con lui quattro chiacchiere sul tempo o su quello che succedeva in paese, come accadeva quotidianamente, quando Saumek era da solo. Avrebbe lasciato la sua bottiglia bianca sull’uscio. Saumek lo aveva già pagato in anticipo per le consegne di quel periodo. Nell’arco di quei dodici giorni, nessuno doveva più avere un contatto diretto con il vecchio; era questa la sua regola.
Il mattino presto del dodicesimo giorno, il vecchio non disse una parola. Suo nipote Sauk avrebbe presto saltellato come un passero tra le stanze luminose della casa, avvicinandosi ai vetri polverosi delle grandi finestre e cercando di aguzzare la vista al tendone del circo Medrano e l’udito a qualche auto dal motore appena più familiare, nell’attesa che i suoi genitori ritornassero a prenderlo, non avendo specificato l’orario del loro arrivo, che sarebbe potuto accadere da un momento all’altro. Il tempo passava con lentezza, nel silenzio ruvido e maestoso di quell’ultimo giorno di vita solitaria col nonno. La colazione di Sauk era già pronta sul tavolo della grande cucina di campagna. Il suo bicchiere ricolmo di latte, con accanto del pane integrale, yogurt magro e conserve di fichi verdi e rosa canina. Ogni piccola cosa, in quei dodici giorni, gli era stata dedicata con un amore ruvido e silenzioso, che il ragazzo non aveva mai ricevuto con quella particolare intensità. Ma Sauk quel mattino non aveva toccato cibo. Era troppa l’eccitazione per la sua partenza e per il ritorno alla sua vita regolare di sempre. Neanche il nonno quel mattino aveva mangiato nulla. Non aveva nemmeno approntato per sé, come invece aveva fatto nel disordine di tutte le altre mattine, dal primo giorno della venuta di Sauk.
Durante quei dodici giorni, il vecchio e il ragazzo avevano parlato a lungo. Per Sauk, Saumek era un libro antico e prezioso. Sauk avrebbe chiesto e avrebbe sempre saputo, a qualsiasi livello di profondità. A qualsiasi domanda avrebbe ricevuto sempre una risposta completa, articolata in ogni sua minima parte. Una risposta saggia e amorevole. Il vecchio e il ragazzo non avevano fatto altro che inoltrarsi dentro i fondali crepuscolari della saggezza. Il ragazzo chiedeva, il vecchio allora gli rispondeva, sempre con molto garbo e pazienza, senza mai affrettarsi a concludere un suo pensiero.
I due cenavano sul presto, con l’ultimo sole che si abbatteva sulle loro braccia vicine, che per quanto fosse piccolo il tavolo in certi momenti quasi si toccavano. Finita la cena, i due rimanevano sempre seduti sul balconcino a guardare il piccolo mondo di Saumek spegnersi a poco a poco, appannandosi nei vapori celesti dei campi, mentre le prime stelle cominciavano a fendere il buio misterioso della notte e della loro vita. In quei momenti sospesi, il loro discorso notturno continuava a crescere in un sottovoce malinconico, che nascondeva al suo interno pagine segrete di poesia e di dolore. Quando il buio calava del tutto, la voce del vecchio Saumek riprendeva a parlare, con un tono alquanto più spento e sofferto, esattamente dallo stesso punto in cui si era interrotta, negli ultimi barlumi di luce. Di solito era una parte di risposta appena iniziata, quella travolta da tenebre più gentili, ancora infestate di azzurro e di rosa antico. Il ragazzo attendeva con fiducia la risposta ispirata di suo nonno Saumek, mentre i loro occhi si sfioravano appena, intrisi della stessa pazienza e sottomissione. Quando il dodicesimo giorno si faceva più vicino, i silenzi dell’imbrunire tra i due diventavano più fecondi e violenti. Quel mattino, l’ultimo dei dodici, era impregnato dello stesso silenzio della prima sera, ma intorno a quel silenzio c’era ancora un vortice di luce, la vita radiosa dei campi, il passaggio di un gregge, un gruppo di anziane vestite di nero, che serpeggiavano dalla chiesa per raggiungere a fatica il mercato. Sauk si perdeva nelle risonanze segrete di quella strana giornata di addio e di ricordi, che sentiva ancora diversa e forse ancora migliore, anche se più difficile, rispetto all’armonia e alla leggerezza delle altre. Saumek, dal suo canto, soffriva al pensiero di non poter più condividere con il ragazzo i silenzi pietrosi e impenetrabili dell’imbrunire, insieme alle tenere consuetudini dei loro dopocena. Il suo unico nipote riusciva a dargli quello che a Saumek mancava, senza che Saumek dovesse mai chiedergli o dirgli con precisione quello che davvero gli mancasse. E resisteva a stare insieme a Sauk senza perdere il fascino della sua solitudine. Saumek, con Sauk, riusciva a rimanere solo pur stando in compagnia, e a rimanere con un altro essere senza perdere la bellezza silenziosa dello star soli, rimaneva un avvenimento raro quanto prezioso; nel suo caso un avvenimento davvero unico. Anche Sauk riusciva a ricevere dal vecchio Saumek tutto quello che gli mancava, e riusciva a stare insieme a lui senza perdere il fascino della sua solitudine, allo stesso modo.
Saumek, una delle prime sere, aveva detto a suo nipote di non aver mai avuto un’anima prima di conoscerlo. E che se Sauk non fosse mai esistito, il vecchio Saumek si sarebbe perso, proprio come gli stava accadendo in quel mattino, come si perdono tutti quelli che non hanno un’anima. Il vecchio aveva sentito di possedere un’anima solo in presenza di suo nipote Sauk, gli disse. La sua anima aveva solo quattordici anni e dodici giorni. Quando Sauk partiva, allora era l’anima di Saumek che se ne andava, e quello che restava era solo un tratto bianco di roccia, la superficie di una radura vuota, senza tracce di amore, di paesaggi campestri all’imbrunire e di vita. Anche per Sauk era lo stesso: il nonno era la sua unica anima, un’anima di quasi ottant’anni e dodici giorni. Tutte le volte che Sauk stava col nonno, allora sentiva frusciare il fresco dell’anima nei suoi quattordici anni, grondanti di malincuori e desideri.
Il vecchio Saumek aveva appena sfiorato con i dorsi delle mani i suoi gerani imperiali color cremisi, che teneva sul davanzale della sua finestra, curati da sempre con la massima premura. Si era riempito un bicchiere di vino Taurasi, che sorseggiava con lentezza, vagando per le stanze deserte della casa, quando suo nipote ancora dormiva, facendo attenzione a non svegliarlo, nonostante non vedesse l’ora di parlargli, di sentirlo vivere, domandare, correre fuori e poi girarsi e sorridergli con affetto. Anche Sauk, in quegli undici giorni, aveva riflettuto a lungo sulle parole del nonno. Non soltanto sulle sue risposte, ma anche sulle singole parole di quelle risposte, che in effetti non erano necessariamente collegate alle sue domande, ma dicevano di molto altro ancora, di più grande e profondo, secondo lui. Di cose che Sauk non aveva ancora mai chiesto, perché non sapeva nemmeno di quel minimo necessario per poter chiedere di loro, ma alle quali aveva misteriosamente ricevuto una risposta segreta, ancor prima di domandare o anche solo di conoscere la possibilità di una domanda che in qualche modo le stimolasse. Il vecchio Saumek gli aveva sempre detto che per formulare una domanda, anche semplicissima, c’era bisogno di un margine minimo di conoscenza anteriore di risposta, quanto meno di una sua lieve ipotesi. Nessuna domanda nasceva dal buio fitto, secondo Saumek. Il ragazzo Sauk rifletteva a lungo su quelle parole difficili e cercava risposte a domande che ancora non gli aveva rivolto, chiedendosi se fosse mai possibile arrampicarsi e addentrarsi verso qualcosa che non si conosceva e formulare domande su territori che lui sentiva ancora così oscuri e insondabili.
Quel dodicesimo mattino i terreni, gli alberi e le case erano divorati di azzurro. Sauk aprendo gli occhi si accorse di quanto fosse generosa la campagna nel chiaro dell’ultimo giorno, che chissà per quanto tempo non avrebbe più rivisto, come a lungo pensò. La sua colazione era già pronta. Un’ape sostava, ronzando, sul bordo del suo bicchiere di latte. Quando il ragazzo entrò in cucina, l’ape interruppe l’esercizio del suo ronzio e si fermò a guardarlo. Anche Sauk la fissò. Il nonno gli sorrise appena, sotto la porta, con il sole rosso sulla barba e senza muovere un solo passo verso il nipote, ancora travolto dal sonno e dai desideri. Accanto alla tazza azzurra di latte, Saumek aveva posato uno stelo di geranio imperiale. La sua fragranza allontanava gli insetti, era ormai risaputo, ma l’ape rimaneva ancora sul bordo del bicchiere, e il ragazzo sotto la porta, con il nonno immobile, a pochi passi da lui. Le campane della chiesa russa risuonavano in lontananza, gli uccelli cantavano a squarciagola, senza trovare un solo attimo di tregua dalla loro parata di follia.
Nemmeno una telefonata in dodici giorni. Lo pensavano entrambi, nonno e nipote, anche senza dirselo. Lo avevano pensato e intuito a partire dal quarto giorno di silenzio. I due genitori del ragazzo avevano detto che avrebbero chiamato fin dal secondo giorno, per avere notizie del loro Sauk e anche per raccontare del loro viaggio misterioso, di cui avevano detto così poco a entrambi, qualcosa solo a Saumek, ma giusto un accenno, per non preoccuparlo. Dal secondo giorno al quarto, nonno e nipote non avevano pensato per niente a quel silenzio ancora lontano. Ma dal quarto giorno in poi, il silenzio dei genitori di Sauk fu il loro primo pensiero in comune e cominciò a preoccuparli e a farsi sempre più vicino.
Il ragazzo voleva ancora parlare al nonno dell’anima e dell’esistenza, ma in quell’ultimo giorno le parole fecero fatica ad uscire. Saumek beveva il vino Taurasi e lo guardava fisso. Il latte del ragazzo era fermo nel bicchiere, accanto all’ape, posata sul bordo fresco di vetro.
Non un filo di vento in quel mattino, dove tutto appariva così calmo e limpido da non sembrare nemmeno più vivo. Sauk voleva uscire per raggiungere il mercato. Vai pure, gli fece il nonno Saumek. Io rimango qui, e così fu. Il vecchio rimase da solo, nelle sue abitudini solitarie di sempre, e lasciò andare Sauk da solo al mercato, come era capitato anche altre volte. Dalla finestra il vecchio guardava il ragazzo sbiadire nella luce, annientandosi nei riverberi dei campi azzurri e nel vociare delle poche persone di passaggio, che arrancavano nell’innocenza dolce di quell’ora. Sauk si faceva sempre più magro e nella distanza sempre più sbiadito e infelice. Sembrava un altro, eppure in quella strisciolina c’era anche l’anima turbinosa di Saumek, pensava il vecchio, immaginando quello che avrebbe provato quando tra poche ore sarebbero venuti a riprenderlo: quando da quella stessa finestra lo avrebbe visto svanire insieme alle lunghe ombre dei suoi giovani genitori, i fari rossi della loro macchina spedita nel buio, sempre più lontani, poi lontanissimi e minuscoli come delle api, fino a diventare rosa e poi tutti neri, come la fine di un giorno di festa o di un’intera esistenza. Saumek osservò la colazione intatta del nipote, il geranio imperiale e rosso cremisi che ormai si appassiva accanto alle due conserve, mentre l’ape era appena affogata nel bicchiere ricolmo di latte di Sauk.
Durante l’assenza del nipote, Saumek rimase pensieroso, in cucina. Il rumore della pendola riecheggiava in tutta la casa e dentro la gola chiusa dei suoi ricordi. Quei rintocchi erano lunghi come anni. Il vecchio allungò un dito nel bicchiere di latte, raccolse l’ape spugnata nel bianco e la ingoiò.
Pensando ancora a quello che sarebbe stato di lui senza il suo piccolo Sauk. Dopo quei giorni, così fragili e intensi, erano accadute in apparenza solo parole o fantasmi di parole, nessun fatto, nessuna azione particolare che potesse ridurlo così. Ma da quelle parole si era smosso qualcosa di tremendo, una sorta di vincolo, che prima non era mai accaduto. La sua anima adesso era al mercato e quella di Sauk accanto ai vetri sporchi di sole della grande cucina, come Saumek immaginava. Il vecchio pensava a sua figlia, la giovane madre di Sauk, ai suoi capelli raccolti, alla sua nuca triste da studentessa e al motivo terrificante di quel loro silenzio, così ostinato e continuo, ancora diverso da quello che il vecchio Saumek gustava con il suo unico nipote, tutte le sere, dopo aver cenato, come poi ancora ricordò, con un filo di dolore al centro del petto. Che cosa sarebbe mai accaduto? E se quella sera non fossero più tornati a riprenderlo, che cosa sarebbe ancora mai successo o nemmeno mai più stato tra loro due, nonno e nipote, oltre quella lunga carovana di giorni? Sauk sarebbe rimasto insieme a lui con lo stesso piacere ed entusiasmo di quei dodici giorni, oppure avrebbe vissuto quel prolungamento come una sorta di prigionia e di castigo? Il vecchio Saumek sarebbe rimasto ancora lo stesso davanti ai suoi occhi scontrosi e castani o invece no? Avrebbe costituito ancora per lui la sua anima, o soltanto un chiodo nero di ruggine da cui sganciarsi? Il vecchio attaccò una lunga sorsata di latte, sperando di placare l’ansia dei suoi ultimi pensieri. L’ape, dentro di lui, pareva risvegliarsi nella crema rosata del flusso, non era morta ma solo svenuta, e adesso gli ronzava dentro, sfiorando come steli tutti gli organi interni e imbiancati, riposandosi in ultimo sulla punta affilata del suo cuore. Il pungiglione ancora ammollato adesso cominciava a seccarsi nel buio dei sentimenti di Saumek. L’ape tremolava sui rovi del suo miocardio, forse aveva raggiunto un ventricolo atriale, mentre Sauk comprava delle tendine rosse con i suoi risparmi, per regalarle al nonno e fargliele sistemare al più presto in cucina, dove il sole inondava di troppa luce le sue povere giornate, fino a pomeriggio inoltrato. Quelle tendine rosse avrebbero invece sedato la violenza del sole della campagna e reso quella cucina immersa nel tramonto del tessuto, quasi come un lume rosa di candela, si diceva il ragazzo, avviandosi verso casa.
Il vecchio Saumek era ancora fermo. L’ape stordita, che riposava sul suo cuore come sulla schiena curva di un ragazzo soldato. Il nipote, di ritorno dal mercato, abbracciò Saumek con affetto, come se non lo vedesse da mesi; lo strinse ad occhi chiusi in quell’abbraccio maldestro dell’ultimo giorno, un abbraccio che sembrava allontanarli per quanto si intensificasse la stretta tenace dei due corpi. Poi gli chiese se durante la sua assenza avevano telefonato per lui, ma Saumek non gli rispose. Sauk lo vide diverso; fece finta di niente e intanto svolse le tendine nuove, che erano arrotolate in alcuni fogli di carta da pacchi, distendendole con cura sul tavolo della cucina. Sauk attendeva una risposta, almeno dal suo sguardo. Saumek guardò le tendine con attenzione, poi sollevò il viso e un po’ gli sorrise.
“Ti piacciono, Saumek? Sono un mio piccolo regalo per te”.
“Un tuo bellissimo regalo, Sauk, e nemmeno così piccolo, sai? Sono davvero belle. Ti ringrazio di cuore, ma non dovevi”.
“Certo che dovevo, invece. Le sistemiamo insieme, prima del tramonto. Prima che io vada, quindi. Te lo prometto”.
“Prima che tu vada, d’accordo. Siamo ancora in tempo, Sauk”.
“Al mercato faceva un gran caldo. Un caldo infernale, sai?”, gli fece Sauk.
“Ho ingoiato l’ape caduta nel bicchiere di latte. Credevo fosse morta, Sauk. Ma invece credo che sia ancora viva. Dentro di me. La sento solo dormire e appena appena tremare; sarà stordita, immagino. Non mi è mai successo, è la prima volta”.
Sauk guardò il nonno, il bicchiere di latte, poi di nuovo il suo viso stanco e rabbuiato.
“Davvero? Un’ape è caduta proprio dentro di te?”
“Proprio così, Sauk. Anche se non credo che resisterà a lungo laggiù, dico nel mio abisso, o chissà…”.
“Un’ape nel tuo abisso, Saumek, penso proprio che non arriverà mai alla fine”, gli fece Sauk, abbassando di colpo lo sguardo, pensieroso e sempre più turbato.
Saumek non gli disse altro e nemmeno il nipote, che intanto palpava ancora le tendine rosse distese sul marmo del tavolo; se le lasciava scivolare tra le dita, con un certo affetto, quando suonarono al telefono. La pendola in quel momento staccava le dodici.
Saumek si ritirò nella stanzetta, l’unica dove aveva il telefono. Chiuse la porta e rispose con un filo di voce, socchiudendo gli occhi. Sauk fu invece preso da un fremito. Lasciò andare le tendine e si precipitò giù in strada, correndo di nuovo verso la fornace del mercato.
Intanto Saumek parlava con sua figlia al telefono:
“Arriveremo verso sera, papà. La questione è stata complessa, come immaginavo, d’altra parte. Non abbiamo avuto modo di avvertirti, poi ti spiegheremo meglio da vicino. Ma Sauk? Avrà fatto le sue solite domande, anche sul nostro silenzio, immagino. È così?”.
Saumek ascoltava la voce di sua figlia in un silenzio religioso. Non la interrompeva mai e ritardava anche a risponderle.
“Ci sei ancora, papà?”.
“Ho ingoiato un’ape viva. Svenuta e invece creduta morta, pensa…, solo questo”.
“Che cosa dici?”.
“Sauk è stato molto felice in questi dodici giorni. Non credo che sia stato mai così felice e nemmeno io lo sono mai stato, credimi. In paese è arrivato anche il circo Medrano. Quel tendone ci ha tenuto compagnia fin dal secondo giorno. Mutava il colore nel tempo della luce, ogni mattino, senza lasciarci mai la mano e lo sguardo, fino a quando fuori non faceva buio e non cominciavano le stelle”.
“Papà, per favore: perché non cerchi di seguirmi? Stai bene, vero?”.
“Mi ha anche comprato delle tendine rosse per la cucina. Le metteremo poco prima del vostro arrivo, me lo ha promesso, in modo che…”.
“… vorremmo arrivare prima di sera, se ci riesce, così abbiamo tempo di salutarti e di stare ancora un po’con te. Mi ascolti, vero?”.
“Volete cenare qualcosa, allora?”.
“Non preoccuparti di questo, dimmi solo dov’è Sauk, adesso. Come sta?”.
“In cucina, penso. Tuo figlio sta bene. È stato sempre bene con me, nella mia casa, ma anche fuori. Dal primo all’ultimo giorno”.
“Non sa che stai parlando al telefono con me?”.
“Non credo che lo sappia, potrebbe appena immaginarlo, o forse nemmeno”.
“Sauk ha ucciso una ragazza, papà. Tu questo non devi mai dimenticarlo, ormai non ci sono più dubbi”.
“Non è ancora sicuro, Martina: è così che mi avevi detto l’ultima volta, era solo un’ipotesi”.
“Adesso non più. Abbiamo fatto il possibile, anche oltre. Abbiamo creduto a un errore, ma purtroppo… maledizione quanto è difficile… purtroppo è tutto vero, invece. Domani dobbiamo consegnarlo. Ci sono diversi testimoni ad averlo visto. Non c’è più tempo, ormai. È tutto finito, cerca di fartene una ragione, Saumek”.
“Non credo che resisterà a lungo laggiù”.
“Hai capito quello che ti sto dicendo?”.
“Parlavo solo dell’ape”.
“Ancora insisti, papà? Ma che cosa ti succede? Non riesco più a seguirti”.
“Quanti anni aveva la ragazza?”.
“Ventisei”.
“Sauk ne ha solo quattordici. Non può essere possibile che abbia fatto una cosa del genere a una ragazza che ha quasi il doppio dei suoi anni”.
“Lo so, ma in certe dimensioni così estreme nemmeno più esiste il tempo e quindi nemmeno l’età e le sue distanze. Dobbiamo rassegnarci, è tutto quello che ci resta”.
“Che cosa gli avrà preso?”.
“Vorrei saperlo anche io. Non riesco a immaginarlo. Ci stiamo impazzendo, ma non ci arriviamo a capire. Forse… forse non c’è più niente da capire…”.
“Tuo figlio Sauk è la mia anima”.
“Più di qualcuno lo avrebbe visto, papà. Tre testimoni oculari, al momento, ma credo che se ne aggiungeranno degli altri. Sauk era parte del gruppo che la seguiva da tempo. Abbiamo fatto il possibile per convincerli a tacere, anche se Riccardo non era d’accordo e mi ha fatto guerra, fin dal primo momento in cui ho ipotizzato una sorta di trattativa. Abbiamo litigato, in questi dodici giorni, proprio per questa ragione. Ho proposto loro, ai loro famigliari, una somma importante, ma non c’è stato verso. Hanno deciso di parlare e di raccontare tutto. Lo faranno quanto prima, papà. Dicono che sia giusto così. Anche Riccardo lo dice, lo dico anche io, adesso e credo che lo dirai anche tu, non è così, papà Saumek?”.
“Le tendine rosse nella cucina le ha comprate lui, di sua iniziativa, con i suoi pochi risparmi, senza che io gli dicessi nulla. Era preoccupato per la troppa luce del giorno, capisci?”.
“Sei sicuro che non ti stia sentendo, papà?”.
“L’ho lasciato in cucina, ma adesso non so se sia ancora lì”.
“A te ha detto qualcosa?”.
“Di questa ragazza niente. Nemmeno del resto”.
“Vorremmo che la cosa rientrasse al più presto e che il ragazzo si consegnasse con noi, per evitare ulteriori complicazioni, capisci? Meglio arrivare prima degli altri. Riccardo adesso sta mangiando un toast con l’avvocato. È una donna di Trento, molto in gamba. Si chiama Astrid, il nome forse è un po’ strano, ma questo adesso non conta. Si è da sempre occupata di minori ed è preparatissima sull’argomento. Sta scrivendo molto, prende appunti e non ci lascia un momento. Ci parla a lungo di storie tremende legate a reati di minori, di tanti altri ragazzi indiavolati, dell’età di Sauk e anche più piccoli e forse anche più feroci di lui. Sarebbe importante che tu in qualche modo lo preparassi, o al limite potresti accompagnarci, non credi? Potrebbe essere importante che tu ci fossi. Dovremmo raccontare che Sauk è scappato, o che si è sentito male o che ha perso conoscenza e noi non sapevamo più dove trovarlo, ma non diremo a nessuno che è stato da te. Inventeremo qualcos’altro, di sicuro, vedremo quale versione possa fargli ancora del bene, questo lo valuterà l’avvocato, naturalmente. Qualcosa che non lo danneggi e che non aggravi di più la sua situazione già compromessa, ecco, ma tu, papà, ne rimarrai fuori. Voglio che tu lo sappia, te lo prometto”.
“Non potrò accompagnarvi, purtroppo. Ho alcune sfide di scacchi e altre incombenze che non posso più rinviare. Mi dispiace”.
“… tre persone diverse, che non si sono mai incontrate, dicono e giurano che la ragazza morta era cieca, ed è stata colpita e uccisa da nostro figlio con una freddezza terrificante, sono state le loro parole. Questo fattore della cecità della vittima rappresenterebbe un’aggravante importante, di enorme rilievo. Dicono che le sue sassate le hanno squarciato la gola. La ragazza lapidata avrebbe sbarrato gli occhi nello squarcio delle sassate di Sauk. Era una ragazza cieca e quindi indifesa, papà. Non credo vi siano più speranze per il nostro uccellino”.
“Nessuno sa che Sauk è qui con me?”.
“Nessuno. Tranne noi due e mio marito e poi l’avvocato Astrid”.
“Tuo marito che cosa dice?”.
“Riccardo parla poco, sempre di meno, dovresti conoscerlo. Ormai cosa c’è più da dire, poi. La sua vita è distrutta, come è distrutta la mia, la nostra e anche quella di Sauk”.
“Dobbiamo fare qualcosa. Sauk è innocente, me lo sento”.
“Anche noi vorremmo che fosse così, papà, ma non cambia molto quello che noi vorremmo che fosse. Adesso devo attaccare. Ti prego di non fare parola di quello che ci siamo detti, ma cerca solo di prepararlo, come sai fare tu. Lo sai bene quanto ci tiene a te…”.
“Ci proverò. Non sarà facile”.
“Lo so bene, questo. E so anche che adesso ti amo di più, papà Saumek. In ogni caso, e qualsiasi cosa ci succeda”.
“A stasera, allora?”
“A stasera, papà Saumek”.
I due rimasero in silenzio prima di abbassare i ricevitori. Anche fuori regnava lo stesso silenzio che avvolse il loro breve respiro. Il mercato vecchio scioglieva i suoi tendoni e Sauk ritornava a casa sorridente, con un medico che arrancava trafelato al suo fianco, un vecchio magrissimo e molto miope, che Sauk stava trascinando di furia a casa del nonno per la questione singolare dell’ape ingoiata viva, che a quanto pare lo aveva sconvolto.
Il medico entrò nell’ombra fresca della casa, asciugandosi la fronte grondante con un fazzoletto nero, grande quanto uno strofinaccio. Sauk gli faceva strada, annunciandosi al nonno con un lungo fischio. Saumek era già in cucina, le spalle alla porta, a cucinare fagioli di Spagna nel fumo bianco.
“Allora, buon Saumek! Che cosa mi fai sentire? Hai davvero ingoiato un’ape viva?”.
Saumek si girò con uno sguardo freddo, scostante, che attraversò prima il vecchio dottore poi il viso sovreccitato del nipote Sauk, che affannava anche lui, più per l’emozione della sua impresa che per la corsa.
“Non capisco”.
“Tuo nipote Sauk, è lui che me lo ha detto. È venuto a chiamarmi di corsa, dicendomi di fare presto. Allora? Mi spieghi come sono andate le cose?”, scostando una sedia dal tavolo e prendendo posto.
“Non è successo niente. Sto bene, come puoi vedere. Ci berrò su del vino e la farò annegare del tutto. Non preoccuparti per me, non è il caso”.
“Vuoi che ti visiti, Saumek? Sei sicuro che vada tutto bene?”, gli disse il medico.
“Sicuro, va tutto benissimo, fidati. Se vuoi pranzare qualcosa con noi sei il benvenuto, e lo sai… Ci saranno fagioli e poi del formaggio e delle olive nere, e anche dei pomodori secchi”.
“Ti ringrazio, ma devo ritornare allo studio. Fammi sapere tue nuove, in ogni caso. Se mi riesce farò un salto stasera, d’accordo?”, gli disse, alzandosi in piedi con stanchezza e asciugandosi ancora una volta il sudore dalla fronte perlata.
“Stasera non sarà possibile”.
“Allora nel pomeriggio”.
“Nemmeno questo pomeriggio, mi dispiace”.
“Facciamo così, Sauk. Se qualcosa dovesse andar storto, questo è il mio nuovo numero. Avanti, carta e penna e scrivilo come si deve, ragazzo”, rivolgendosi al ragazzo, che si precipitò a rimediare foglio e penna, per sedersi al tavolo e scrivere con cura il nuovo numero che il medico gli dettava con una lentezza d’altri tempi, mentre l’ape in quel momento usciva dalla bocca di Saumek slanciandosi verso i vetri soleggiati della finestra.
“Ce l’ha fatta, la maledetta! Finalmente sei libera, mia regina…”, disse Saumek, rischiarandosi per un attimo in viso.
Gli occhi di Sauk e del medico ruotarono incantati fino al punto preciso dove l’ape, ancora spugnata di latte, si era fermata, adesso tremando leggermente con le ali come con le ciglia delle sue zampette. Quegli occhi erano lucidi e leggeri dentro la luce feroce del mezzogiorno.
“Meglio così, allora: significa che al momento non avrai bisogno di me”, fece soddisfatto il medico.
“Questo me lo tengo lo stesso”, disse Sauk, impugnando con sicurezza il foglio con il nuovo numero di telefono del medico. “Per ricordo. Stasera parto”.
“Ma davvero? Il tuo ragazzino riparte?”, disse il medico, guardando fisso la nuca stanca di Saumek, che intanto girava i fagioli di Spagna nel suo tegame fumante, sempre nello stesso verso meccanico, senza più vita.
“Questa sera passeranno a prenderlo mia figlia con suo marito, prima che faccia buio, al crepuscolo. Lo riporteranno a casa”, gli disse Saumek, senza voltarsi.
“Era così in pena per te, avresti dovuto vederlo. Mi ha trascinato di forza, senza darmi il tempo”, fece il medico, adesso guardando con dolcezza Sauk.
“Siamo arrivati al dodicesimo giorno, ormai”, sussurrò Saumek, mentre una sua lacrima scivolava nel tegame.
Il medico andò via con un passo più calmo e l’aria rasserenata. Sauk rimase sull’uscio a guardarlo svanire, con un braccio ancora alzato in segno di saluto. Suo nonno rimase ancora fermo, di spalle alla porta, il viso sommerso nel fumo dell’addio.
I due pranzarono presto, senza troppo appetito.
“Il medico ha detto che hai un viso buono. Che sei un bel ragazzino e che eri molto in pena per me”, gli disse Saumek, con una voce severa e misteriosa.
“Chi era al telefono, nonno Saumek?”, fece Sauk.
“Tua madre. Mi ha detto che arriveranno prima di sera”.
“Ma… perché in tutti questi giorni non si sono fatti vivi?”.
“Credo che abbiano avuto dei problemi per chiamarci”.
“Di che tipo?”.
“Non me lo ha detto di che tipo. Tua madre li ha chiamati solo problemi”.
“Non ti ha chiesto di me?”.
“Certo che mi ha chiesto di te, perché non avrebbe dovuto!”.
“E tu che cosa gli hai detto di me?”.
“Che tu sei la mia anima e che io la tua”.
“Davvero? Hai detto proprio questo alla mamma?”
“Certo che gli ho detto questo”.
“E lei?”.
“Lei ha ascoltato e credo che sia stata contenta delle mie parole”.
Sauk lasciò la posata sospesa, e guardò fisso suo nonno negli occhi grigi.
“Tu credi davvero a tutto questo?”, gli chiese Sauk.
“Certo. Profondamente, ragazzo mio”.
“Anche io lo credo profondamente, ed è anche per questo che mi mancherai moltissimo, più di quanto tu possa immaginare, Saumek”.
“Prima di sera metteremo le tendine rosse alla finestra e allora tu mi racconterai tutto per bene, prima che arrivino i tuoi. Mi racconterai tutto quello che devi ancora dirmi: lo farai con la massima precisione, nella loro attesa: sei d’accordo, Sauk?”.
Il ragazzo non gli rispose subito. Riprese a mangiare con un filo di appetito in più, forse non aveva colto bene la domanda del vecchio Saumek e nemmeno il suo sguardo, che si faceva sempre più cupo e minaccioso, mentre ruotava dagli occhi smarriti di Sauk al cibo fumante che gli brillava nel piatto ancora mezzo pieno.
“Ormai manca così poco al loro arrivo; pare che questo tempo sia volato, che strano, all’inizio sembrava non passare mai”, gli disse piano Sauk.
“Potresti dirmi anche la verità, allora. Almeno l’ultimo giorno, non credi? Abbiamo ancora del tempo, prima che faccia sera. Un tempo che farà più fatica a passare e a morire, perché sarà meno giovane di quello dei giorni precedenti”.
“La verità? La verità di cosa, poi? Non ci arrivo, Saumek, questo discorso è troppo difficile per me”.
“Lo sai benissimo di quale verità sto parlando!”.
“Andiamo, adesso esageri, nonno. Mi sembra un interrogatorio”.
Il nonno sollevò gli occhi e trafisse Sauk con uno sguardo bruciante.
“Che cosa ti succede? Non stai più bene, Saumek?”, gli fece il ragazzo, adesso impaurito.
La campagna sprofondava nel suo squarcio ancora azzurro, anche lei rapita dall’ascolto della verità e della sua prima tensione verso quella mossa azzardata da parte del vecchio giocatore imbattuto. Il solitario, come diversi appassionati erano soliti chiamare Saumek.
“Che cosa si prova ad ingoiare un’ape viva, nonno?”, cambiando subito discorso, Sauk, con una disinvoltura che lasciò spiazzato il vecchio.
“Non sapevo nemmeno se fosse viva o morta”, gli rispose, con vaghezza, stando quasi al suo gioco.
“E poi?”.
“Poi…, insomma: ho solo pensato che forse mi stava ingannando, e allora ho capito che era soltanto svenuta per finta nel latte, per prendersi gioco di me e anche di noi, quindi, per spaventarci, infatti con te la regina ci è riuscita alla perfezione”.
“Dormirai da solo, stanotte. Avrai perso un po’ l’abitudine, vero? Ritornerai di nuovo il re della tua casa, il re solitario, come ti chiamano gli altri scacchisti”, gli fece Sauk, guardando fuori.
“Abbiamo parlato così a lungo e tu mi hai tenuto nascosta una cosa così importante. Non riesco a crederci. Non me lo sarei mai aspettato da te, Sauk, per quanto grande sia l’amore che ci lega”.
“Non capisco, Sire. Non ci arrivo ancora, mi perdoni, ma non riesco proprio a seguirla stavolta”.
“Tu non sai perché sei qui, Sauk?”.
“Non mi guardi così, per favore… Mi sta mettendo paura, Maestà”.
“Il motivo per cui tua madre e tuo padre ti abbiano portato qui, per dodici giorni. Sei sicuro di non averlo compreso ancora, fino ad oggi, intendo?”, gli disse Saumek, in un crescendo di ansia.
“Non credo che debba esserci un motivo particolare. Impegni loro, forse, immagino solo questo”, ritornando di colpo più serio e anche smarrito.
“Io conoscevo il motivo della tua venuta, invece; non lo credevo e non lo volevo possibile, ma in qualche modo ne ero già al corrente, Sauk. Non è vero che tu non ci arrivi! La tua mossa è sbagliata”.
“Perché sta diventando tutto così difficile, proprio il nostro ultimo giorno, poi? Sei diventato un altro re. Hai un viso che non riconosco più e tutto questo non è giusto e fa male a tutti e due, soprattutto a me”.
“Un altro re… è dove comincerebbe il mio impero?”.
“Nella tua anima, Saumek… ma non quella del primo giorno”, ritornando a guardarlo, adesso con gli occhi lucidi, il ragazzo.
“Questo giorno è uguale al primo, al secondo e al quarto, come al decimo e all’ottavo o al sesto. Ormai sono ritornati tutti uguali, senza speranza”.
“Perché dici questo, adesso? Io invece penso che tu… ”
A quel punto Saumek sferrò un pugno sul tavolo di marmo, facendo oscillare piatti e posate, schizzare fuori i fagioli di Spagna e il vino dal bicchiere sul polso di Sauk, che sussultò e balzò in piedi per lo spavento. Fissò Saumek, con il fiatone e lo sguardo atterrito, stentando a riconoscerlo per quella improvvisa ondata di violenza, che gli aveva spezzato le ossa delle sue ultime parole nella bocca.
“Adesso mi racconterai tutto quello che è successo!”, gli disse Saumek, con gli occhi infestati di sangue e di amore.
“Non so di cosa parli, nonno Saumek, te lo giuro”.
“Sai benissimo di cosa parlo, Sauk!”, sferrando un pugno ancora più violento sul tavolo, facendo rovesciare e poi rotolare un bicchiere vuoto, che Sauk raccolse per tempo, prima che si infrangesse.
I due, dopo i colpi tremendi sul tavolo, ritornarono distanti, segregati in un altro silenzio, così diverso da quello che aveva accompagnato le loro conversazioni crepuscolari e poi notturne. Il vecchio riprese luce a fatica, calmando appena il suo respiro. Il nipote gli chiese sottovoce quello che avrebbe mai saputo, ancora atterrito dagli effetti dell’esplosione e dal cambiamento spaventoso, avvenuto di colpo nel suo vecchio e amato Saumek.
“Tre persone diverse ti hanno visto colpire a morte una ragazza cieca. È qualcosa di tremendo e di imperdonabile, Sauk. Sei qui perché i tuoi genitori volevano cercare una verità prima che fosse troppo tardi, e tenerti al riparo, in un luogo che fosse difficile da raggiungere e che nessuno al momento conoscesse, ma a quanto pare…”.
“…non l’hanno trovata più una verità?”, disse Sauk, con gli occhi perduti, un’espressione astratta che lo sbiadiva.
“Dovrai consegnarti e confessare, entro domani. Ti hanno riconosciuto. Coincide tutto quello che hanno visto, come quello che tu mi stai negando. Me lo ha detto tua madre, al telefono, poco prima che tu ritornassi dal mercato. Non può non essere vero, allora, capisci? Mia figlia non mi ha mai mentito”.
Sauk non disse altro. Fissò con dolore il piatto di fagioli di Spagna, ancora mezzo pieno, con le chiazze di olio verdastro che si espandevano alla luce ancora forte del giorno.
“Stasera metteremo le tendine rosse insieme, Saumek. Prima del tramonto, come ti avevo promesso. Può essere che in quel momento riuscirò a ricordare qualcosa, ma adesso non parliamone più, per favore. Siamo stanchi, tutti e due. Prendiamoci ancora del tempo, per favore. Potrebbe farci troppo male e io non voglio più questo, capisci, sopratutto oggi, che dobbiamo salutarci”, disse, ancora spaventato e ormai sfinito, Sauk.
“Che cosa ti è successo, Sauk? Non abbiamo molto tempo, dimmelo adesso, altrimenti mi farai morire…, potrebbe esplodermi il cuore, prima che tu riparta, te ne pentiresti per l’eternità; così diventerei la tua maledizione e non più la tua anima”, avvicinandosi con lentezza al nipote e oscurandolo della sua grande ombra, che si allungava sulla figura minuta del ragazzo, come quella di una quercia selvatica.
E solo allora qualcosa in Sauk sembrò smuoversi e lo portò a cominciare, con estrema lentezza e con un filo di voce; sembrava la voce debole di un vecchio e non più quella di un ragazzo. La voce oscura di Saumek, giusto quella dell’ultimo giorno, durante quel suo primo incontro in cui ne usciva battuto, come non gli era mai successo, in nessuno dei suoi incontri di scacchi.
“La seguivo da giorni. Non sapevo che fosse cieca o quasi cieca. Non avevo mai visto una ragazza quasi cieca prima di allora. La sua accompagnatrice, invece, era molto grassa, non quasi, e mi guardava troppo, mangiando sempre qualcosa di dolce mentre mi sorrideva con la bocca sporca, credendo che io guardassi lei, mentre invece non era così. Solo una volta sono riuscito a incontrare quella ragazza da sola, senza accompagnatrice, che era quasi scesa la sera, o forse era ancora più tardi della sera, ma questo non me lo ricordo. Mi trovavo in un luogo isolato e con poca luce, non molto lontano dal suo portone bluastro, ormai sapevo bene dove abitava la ragazza, che doveva essere più grande di me. Non capiva molto bene quello che le dicevo, perché le parlavo sempre a denti stretti e nelle ombre e le ripetevo cose confuse, a volte anche un po’ comiche e senza senso, ma solo per intrattenerla e trovare il momento giusto per sorprenderla e inventarmi qualcosa, qualcosa di nuovo e di emozionante, ma da persona grande, semmai un complimento o una frase simpatica e non troppo sconcia, che la facesse ridere, o anche soltanto sorridere e prendere fiducia, mentre gli altri intanto mi guardavano, ché si erano nascosti nell’attesa di quello di cui sarei stato capace e che nemmeno io conoscevo e immaginavo di poter fare. Fino all’ultimo non ero in grado di conoscermi, per sapere chi fossi in quel momento, davanti a lei e anche davanti a loro, che mi erano alle spalle, ma che lei, la ragazza, non avrebbe potuto vedere, così come non poteva vedere me. Mi sentivo una persona sconosciuta, così come doveva avvertirmi lei, nel buio. A un certo punto le alzai tutta la gonna e le sputai addosso e sulle cosce, non so nemmeno perché lo feci, e quando lei si girò di spalle per scappare io le corsi dietro. Si mise a strillare e diventò sempre più impaurita dentro gli strilli e anche nei capelli lunghi che le scendevano tutti sul viso, come un velo e sotto i miei sputi che la inseguivano come lucciole. Io mi accanivo e non la lasciavo più andare. Gridava ancora, sempre più forte e io ridevo e non riuscivo più a fermarmi, non sapevo più come funzionavo e dove mi spegnevo, mi sentivo un altro e anche lei sembrava un’altra da quella che ricordavo. Poi l’ho afferrata e le ho detto di calmarsi, che non le avrei fatto niente, davvero, le feci, fai la brava, proprio così. Lei allora si è staccata e ha ripreso a correre e poi a sbandare e a cadere, proprio come una persona che non vede, ma in fondo anche io, in quel momento, non vedevo. Non vedevo più niente, ma in compenso sentivo tutto il fuoco azzurro del mondo, che mi bruciava dentro. Io ero lì vicino quando lei è caduta. Aveva gli occhi chiusi, si era fatta male a un braccio e non riusciva più a muoversi per il dolore, immagino che quel braccio si fosse rotto. Il braccio rotto era sporco di terra e di sangue, e a me sembrava solo sporco di gelato, è per questo che non le ho chiesto più scusa”.
“Poi?”.
“Era solo un po’ cieca, o quasi, pensai, quando la vidi a terra. L’accompagnatrice l’aveva lasciata prima perché ormai…”.
“Come è possibile tutto questo, Sauk? Ti fermi un momento? Guardami, per favore”.
“Senza una ragione, Saumek. Mi dispiace un sacco. Non me lo spiego, adesso basta, per favore, non respiro…”, stringendo forte gli occhi, Sauk.
“E tutti gli altri che erano con te?”.
“Sono rimasti a guardare, non hanno fatto molto. Erano spaventati a morte ma erano lì solo per vedere dove sarei mai arrivato da solo, senza la loro paura. Loro non immaginavano che io trovassi il coraggio, ma forse alcuni di loro lo avrebbero desiderato quel coraggio, ancora di più di quella ragazza, ma questo non lo ammetteranno mai. Anche a loro quella ragazza piaceva un sacco, anche se non li vedeva”.
“Senza una ragione, quindi?”.
“Non lo so più, forse, è possibile che sia solo così… Non me lo spiego, nemmeno ora, mi dispiace tantissimo, Saumek”.
Il vecchio Saumek non gli disse e non gli chiese altro. Si alzò e si spostò con fatica nella sua stanza da gioco, trascinandosi dietro tutto il presagio e l’impero del suo rabbuio. Sprofondò sulla poltrona, accanto alla finestra, con gli occhi vitrei di un convalescente. Allungò una mano verso la sua scacchiera. La dispose sulle ginocchia e poi la aprì. Al suo interno era riposto un pugnale affilato, dove si stagliava la luce appena più debole del giorno. Lo guardò con attenzione; poi chiuse gli occhi.
Sauk sparecchiava intontito la tavola e fischiettava un motivetto leggero. L’ape dalla finestra ronzava forte, ormai perfettamente asciutta e in gran forma, dopo il suo breve viaggio nell’abisso solitario di Saumek. Sauk si avvicinò al vetro ancora tiepido, la cinse in un bicchiere sporco e la richiuse lesto, con il palmo sinistro. La lasciò dibattersi per qualche secondo, poi la uccise.
Proprio in quell’istante Saumek riapriva gli occhi. La scacchiera ritornò vuota del suo pugnale affilato, nella luce già greve dei campi.
Da quel dodicesimo giorno Saumek e suo nipote Sauk non furono mai più ritrovati.

Cronaca del dodicesimo è un racconto di Luigi Salerno