Crudeltà

“Il mondo è bello perché vario.” Recita un vecchio proverbio.
Ma la “varietà” delle persone è talmente vasta e molteplice che è difficile, se non impossibile, stabilire una scala di valori attendibile.
Esistono uomini la cui sensibilità è così forte che si sentono in colpa solo per aver commesso un atto impulsivo o per aver proferito una parola sbagliata, oppure per aver intrapreso una conversazione animata e controversa.
Queste persone sono capaci di rimuginare nella loro mente lo stesso argomento per intere ore e non riuscire, perfino, a prendere sonno la notte, per una sciocchezza qualsiasi.
Al contrario, nell’estremità opposta della scala dei valori, vi sono individui che non manifestano, all’apparenza, sentimenti, rimorsi o pentimenti di qualsiasi genere, anche nel caso commettano un crimine efferato o una nefandezza cruenta.
Tra questi due estremi, vi è poi una serie infinita di sensibilità cui corrisponde un’altrettanta varietà d’anime umane e di modi di pensare.
Naturalmente, le crudeltà di cui parlo, possono essere commesse sia verso esseri umani più deboli, che verso delle povere bestie indifese.
Nei confronti di queste ultime, poi, sembra che tutto sia lecito e possibile, come se non si trattasse di esseri viventi, capaci di percepire dolore o patire sofferenze, per il solo fatto che non riescono a gridare in faccia ai loro carnefici, tutto il disprezzo e la rabbia per le sofferenze che subiscono.
Queste crudeltà, peraltro, vengono spesso perpetrate non solo da criminali incalliti, ma da fanciulli dalla proverbiale innocenza.
Anche nel mondo infantile, infatti, esistono esseri dalla sensibilità più disparata.
Vi sono bambini che si addormentano con un bambolotto di peluche, altri che riescono a torturare una povera bestia per il solo gusto di vederla soffrire, manifestando un sadismo insospettato.
Credo che, negli anni cinquanta, gli atti di ferocia contro gli animali commessi dai bambini, fossero più frequenti, forse perché i disagi e le privazioni del dopoguerra, avevano reso tutti più crudeli e spietati…
A quel tempo, gli spostamenti tra il paese e la campagna avvenivano per mezzo di carretti trainati da animali da tiro: cavalli, asini o muli.
E quando, la sera, i contadini rientravano in paese, non possedendo, nelle loro case, una vera e propria stalla, ponevano l’animale in un luogo riparato e posteggiavano il carretto davanti alla loro abitazione, allo stesso modo in cui oggi si parcheggia l’automobile.
Per questo motivo, nei paesi, solamente le strade principali erano asfaltate, mentre le secondarie erano ancora di terra battuta.
In quel lontano periodo, con alcuni amici, facevo parte di una squadra di basket, ed insieme, la domenica, ci recavamo nella cittadina di turno per svolgere la partita del campionato di prima divisione, cui la nostra società era iscritta.
E, poiché le gare si svolgevano nel pomeriggio, noi giovani, arrivando sul posto nella mattinata, ci dividevamo in gruppi e approfittavamo per fare un giro “esplorativo” per le vie del centro.
«La settimana scorsa sono venuto in questo paese per fare una passeggiata…» disse Piero, l’amico al quale mi ero unito «… e nella seconda traversa della strada che stiamo percorrendo, ho visto una bella ragazza. Ho l’impressione che anche lei mi avesse guardato. Andiamo a vedere?»
«Non vorrai perdere tutta la mattinata in cerca di questa ragazza?» dissi conoscendo la sua caparbietà.
«No,» rispose Piero «stai tranquillo! Facciamo solo una capatina. Se non vediamo nessuno, andremo via!»
C’incamminammo lungo il percorso in salita per raggiungere quella famosa traversa.
Ed eravamo quasi arrivati, quando ad un certo punto, proprio da quella via, sentimmo provenire delle voci concitate e uno strano verso, come di un animale che stesse per soffocare.
Era una specie di miagolio strozzato, un grido, un rantolo, un urlo selvaggio che ci provocò una sensazione d’angoscia.
Incuriositi, ci precipitammo in quella direzione e scorgemmo qualcosa che non avremmo voluto vedere: un gatto aveva un cappio al collo ed era stato impiccato alla ruota enorme di un carretto parcheggiato a un lato della stretta stradina di terra battuta.
La povera bestia annaspava a vuoto, nell’aria, con le quattro zampe, invocando aiuto con un miagolio che aveva qualcosa d’umano.
Dall’altra parte della via, due bambine guardavano la scena con atteggiamenti diversi.
«Liberalo! Si farà male… Il gatto è mio!» implorava la più piccola delle bimbe, piangendo disperata.
«Perché piangi? Scema!» gridava, ridendo, la più grande «È solo un gatto. E poi è un ladro. Deve morire! Ridi anche tu, come faccio io … Non vedi come balla?»
Guardammo quella scena non credendo ai nostri occhi. Poi ci precipitammo verso il carro. Piero voleva liberare il gatto, togliendogli il cappio dal collo.
«Aspetta!» gridai «Avvolgi il gatto in questo straccio, così non ti graffierà!» e gli lanciai un vecchio sacco che avevo visto sopra il carro.
Piero lo buttò addosso all’animale che smise all’improvviso di agitarsi.
Io slegai la corda dalla ruota e, mentre il mio amico continuava a tenere ferma la povera bestia, cercai di allentare il cappio dal collo.
In quell’istante, il gatto con uno scatto improvviso, riuscì a svincolarsi dalle mani di Piero, cadde a terra e, con il sacco in testa, cominciò a correre, urtando a ogni ostacolo.
Ben presto il sacco rimase sulla strada, mentre l’animale correva disperato con la corda ancora attaccata al collo. Lo vedemmo, subito dopo, svoltare la cantonata e dileguarsi.
«Papà! Vieni, stanno rubando il gatto!» cominciò a gridare perfidamente la più grande delle bambine.
Si affacciò alla porta un uomo. «Che cosa succede, Anna?» gridò.
«Volevano rubare il gatto. Non è vero, Gina?» rispose l’interpellata, cercando l’appoggio della sorella minore.
«Non è vero! L’hanno solo liberato!» rispose Gina, beccandosi, per aver sostenuto la verità, una tirata di capelli dalla malvagia sorella.
«Sua figlia, aveva impiccato il gatto a quella ruota.» spiegammo noi.
L’uomo ci guardò sbalordito, ma non rispose.
Poi guardò le figlie e disse:
«Andate su! È quasi pronto da mangiare.»
Entrarono in casa e chiusero la porta…
Non riesco ancora ad immaginare cosa fosse passato nella testa di quell’uomo e cosa egli abbia detto, dopo, alle figlie ma penso spesso, con un misto di rabbia e di tristezza, al comportamento falso e bugiardo di quella bambina che non mostrava alcun senso di pietà o di pentimento per quello che aveva fatto.
A volte, ripensando all’episodio, mi domando se crescendo, quella bimba, si fosse resa conto di ciò che aveva commesso o se, nel suo animo, seguitasse ancora a regnare incontrastata, la crudeltà dimostrata in quell’occasione.
È certo, che l’animo di un essere umano comincia a rivelarsi fin dalla prima infanzia…
E noi, mentre ritornavamo a casa, raccontando ai nostri amici quanto ci era accaduto, evidenziammo il comportamento dissimile manifestato dalle due sorelle.
Purtroppo, i maltrattamenti degli animali, sia pure compiuti dagli adulti, per vari motivi, continuano ancora oggi a coprire le pagine dei giornali e a occupare le trasmissioni televisive.

Basta vedere come sono trattate le povere bestie quando vengono portate ai macelli o come esse siano stipate dentro a piccole gabbie, in alcuni circhi, i cui proprietari, a parole, proclamano il loro amore per queste creature ma, nei fatti, le sottopongono a sevizie inaudite e ad atroci crudeltà.

Crudeltà è un racconto di Franco Lo Presti