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CUTTER di Milena Piccioni

Su, sopra di noi, nell’immenso cielo che ci ricopre, Cutter salta su e giù da una nuvola all’altra con le sue grandi e pesanti forbici.

È un bambino minuto con riccioli d’oro che gli coprono la fronte. Chi lo conosce lo chiama così, sebbene forse siano pochi a conoscerlo sulla faccia della terra. Lo chiamano in questo modo perché ha un ruolo molto importante: con le sue forbicioni, Cutter taglia le nuvole, crea forme e sculture che ognuno ammira dalla profonda terra. Si nasconde tra le nuvole per non farsi vedere, malgrado un giorno la sua immagine non fu poi così nascosta.

Era una mattina soleggiata, con poche nuvole. Il ragazzo saltava da una nube all’altra tagliandone i bordi. Nella prima fece un bellissimo cigno, immenso per il bianco che lo formava. Nella seconda fece una conchiglia, con tutte le spirali che l’avvolgevano.

In questo modo abbelliva il cielo e sapeva che ogni bambino sotto i suoi piedi si divertiva a cercare le forme più strane.

Le forbici tagliavano veloci i batuffoli di nuvola bianca che venivano via al chiudersi delle lame, svanendo in alto nel cielo. Erano come zucchero filato alla vista, ma fumo al tatto. Eppure, Cutter le prendeva, le tirava e le tagliava come se fossero cuscini ripieni di stoffa.

Zac zac zac, era il suono che sentiva da secoli. Finita una forma, faceva un bel salto con lo strumento nelle mani e passava all’altra. Spesso nel salto lanciava le forbici in aria e si divertiva a riprenderle al volo, facendole roteare più volte. Le sue nuvole erano come i cespugli per un giardiniere, come capelli per un parrucchiere…solo che le vedevano tutti.

Era forse la ventesima nuvola che modellava quel giorno quando si preparò al salto verso la numero 21, prendendo la rincorsa. Lanciò come sempre le forbici in aria, forse più alte del solito, ma qualcosa non andò per il verso giusto. Mentre Cutter si trovava a mezz’aria tra una nuvola e l’altra, le forbici erano metri più in alto, poco più avanti la sua testa. All’atterraggio, aprì il palmo della mano aspettando, con un sorriso divertito, l’utensile che stava scendendo. Purtroppo, però, non sentì nessun peso sulla sua mano sinistra e stava aspettando da troppo tempo ormai. Spalancò gli occhi quando vide che non aveva nulla tra le dita. L’oggetto stava già cadendo giù a kilometri di distanza, giù, giù e giù fino a toccare terra…

La bambina era sul prato, intenta a dipingere. La tela davanti a lei, i colori a fianco e lo zainetto vuoto dietro di lei. Era da sola e passava il tempo in compagnia dei suoi pennelli, trascinandoli su e giù sulla tela bianca del quadruccio che stava creando. La sua attenzione era tutta sul disegno e sui colori che stava applicando quando all’improvviso sentì un tonfo alla sua sinistra che fece tremare tutti i pennelli. Il rumore fu clamoroso come se un meteorite fosse precipitato al suolo.

La bambina si spaventò non appena sentì quel suono, si accovacciò per ripararsi dalla catastrofe. Chiuse gli occhi fortissimo, si tenne le gambe strette al petto e aspettò ammutolita.

Nulla successe nei secondi avvenire. Aprì un occhio, poi l’altro e quando vide ciò che aveva davanti a sé, rilassò i muscoli e spalancò la bocca. Un paio di grandi forbici era lì davanti a lei, con una lama impiantata al suolo.

Cadono forbici dal cielo?

La ragazza stupita si avvicinò piano piano a quell’oggetto così lucido e splendente che sembrava fatto dagli dei. Intorno avevano dei ghirigori dorati e le lame erano così trasparenti che ci si poteva specchiare sopra.

Non osava toccarle, ci girò solo intorno sovrappensiero.

Dopodiché, alzò il mento per trovare il proprietario alla quale erano cadute.

Non vide nulla.

Cutter era impallidito quando vide le sue amate forbici roteare sempre più lontano da lui. Si coprì gli occhi con una mano quando atterrarono al suolo.

Vicino a loro c’era una bambina che vedeva a malapena da quell’altezza sebbene la nuvola su cui si trovava non fosse, poi, così in alto. Un errore imperdonabile quello, che gli sarebbe costato per il resto della vita.

Quando si accorse che la ragazza stava guardando in alto, verso di lui, Cutter si nascose dietro la sua nuvola: non poteva esser visto.

Cosa poteva fare, dunque? Continuare a tagliare nuvole con i denti? Così tutte avrebbero avuto la forma di una mela mangiata e ciò non poteva permetterselo.

Doveva assolutamente riprendere le sue forbici.

Fece capolino dall’estremità della nuvola, lentamente come un bambino impaurito pronto ad avere la sua punizione. Strinse i denti e le fece un gesto con la mano, sperando che la ragazza potesse vederlo nell’immenso cielo che la sovrastava.

Si mise una mano in fronte per oscurare il sole splendente e strinse gli occhi più che poteva.

Ed eccolo lì. Un puntino dotato di due piccole braccia si intravedeva nella nuvola più bassa. Sembrava averla notata e le faceva un gesto con la mano, su e giù: voleva che gli lanciasse le forbici.

La ragazza si stupì non appena mise a fuoco la figura in alto a lei e rimase lì imbambolata come una statua quando decise di lanciargli lo strumento.

C’erano bambini che vivevano nel cielo?

Forse stava sognando e si diede un pizzicotto. Ma la figura continuava ad osservarla e cercava disperatamente aiuto.

Lei glielo avrebbe dato. Si accucciò per prendere le lame. Erano pesanti, troppo per una fragile bambina. Provò con tutte le sue forze che aveva in corpo, strinse i denti e le fece roteare intorno a lei come un giavellotto, prima di lasciarle andare a metri di distanza. Purtroppo, le grandi forbici non raggiunsero la nuvola e caddero di nuovo nel punto già colpito dalle lame.

 Il ragazzo sopra di lei nemmeno si sforzò a prenderle, erano troppo in basso.

Con uno sbuffo la ragazza tentò di nuovo. Riprese le forbici e le fece roteare intorno alla sua testa, ancora e ancora fino a quando le braccia non le fecero male. Poi lasciò andare.

L’oggetto andò su e su sempre più su e finì per sfiorare la nuvola dove lo strano bambino si sporgeva. Ma nulla. Egli non riuscì a prenderle sebbene si sforzò così tanto da rischiare di cadere.

 Le forbici ricaddero al suolo seguendo la stessa traiettoria della partenza tanto che la ragazza fu costretta a retrocedere per non essere colpita da quel pesante acciaio. Caddero proprio sul punto dove pochi istanti prima c’era la bambina.

Si disse che avrebbe provato un’ultimissima volta prima di dire addio a quello straniero. Riprese le forbici, le fece roteare…e via! Stavolta andarono più su, forse grazie ad un venticello che si alzò, come se la natura volesse aiutarli. Le forbici viaggiavano in alto come razzi fino a superare la nuvola bianca. Il ragazzo si sporse più che poteva e saltò per prendere al volo, altrimenti sarebbero di nuovo cadute nel vuoto. Questa volta egli le prese ben salde, ma qualcosa non andava. La bambina vide che il ragazzo era sempre più vicino.

Cutter ci sperò, ma solo al terzo tentativo della giovane riuscì a prendere il suo tesoro. Dovette lanciarsi in aria per raggiungerle, e così fece. Quando toccò quelle lame trasparenti, non poté fare a meno di sorridere, le strinse al petto più che poteva e chiuse gli occhi. Purtroppo, però, forse per la voglia di riabbracciarle, non si curò di dove mettere i piedi, abbandonandosi solo alle sue forbici.

Fu questo un grave errore.

Si accorse troppo tardi che le forbici stavano cadendo nel vuoto, di nuovo. E lui con loro.

Lo spinsero giù e giù, trascinandolo verso il basso. Cutter urlava più che poteva. Non aveva mai provato un’esperienza del genere. Le sue urla riecheggiarono in tutta la terra raggiungendo anche le orecchie della bambina.

Fu così che si schiantò al suolo subito dopo l’attrezzo.

Rimase lì, disteso con vicino la ragazza che si coprì gli occhi per non vedere lo schianto. Cutter si sollevò dolorante, mai aveva toccato terra. Era così dura e infrangibile. Niente a che vedere con le nuvole. I capelli erano tutti scompigliati ma le sue forbici erano intatte. Almeno le aveva recuperate. Cutter non era nulla senza di quelle.

La bambina si fece avanti, come per accertarsi che fosse tutto a posto.

Aveva capelli scuri e occhi marroni. Una fascia le copriva i capelli, mentre le punte si allungavano fin sulle spalle.

Gli fece un grandissimo sorriso come se fosse una visione, un angelo caduto dalle nuvole. Le sorrise di rimando, ma il ragazzo era triste.

Guardò in alto e poi in basso, dove erano i suoi piedi. Non era a casa e non aveva la più pallida idea di come ritornarci. Saltò e saltò più che poteva con le braccia in alto per toccare la nuvola bianca. Ma nulla, ogni sforzo fu vano.

Come se la bambina avesse compreso, gli si avvicinò e gli toccò la spalla.

Lo avrebbe aiutato a tornare sulle nuvole.

La bambina raccolse tutti i pennelli, la tela, i colori e se li mise nello zaino. Lo portò sulle spalle e iniziò a camminare.

Cutter, pensieroso, aspettò lì fermo, dove era caduto. Forse un miracolo lo avrebbe salvato. Quando si disse che aveva aspettato a sufficienza, iniziò a seguire la sua guida, strascinando le sue forbici.

Dopo ore di cammino per una meta a lui ignota, i due compagni si fermarono per riposare.

Cutter era stanco, sentiva una forza premergli sulle spalle che non esisteva lì in alto nei cieli. Si accomodò in una roccia e si riposò, alzando lo sguardo verso la sua casa. Le nuvole erano grigie e spente. Nessuna aveva una forma, erano tutte ammassate come pugili che combattono tra loro.

Il ragazzo si mise a piangere, triste per quel cielo così cupo e per quelle nuvole così stracciate e insignificanti. Era lui che doveva dare loro un senso, un significato…ma egli non c’era.

Zac zac, si mise a fare con le forbici, come a ricordare quel suono che udiva metri più in alto.

Qualcuno gli si avvicinò e si sedette accanto. Era la ragazza che non appena vide il suo sguardo triste rivolto alle nubi, collegò ogni cosa. Capì che quel bambino era essenziale al mondo e che quelle forbici non erano un semplice attrezzo: lui le usava per tagliare le nuvole.

Qualcosa gli si posò sulla mano: era un fiore, bello e semplice. Profumato come le nuvole di prima mattina. Cutter sorrise a quella vista e guardò la persona che lo aveva raccolto. I petali circondavano quello stelo in un modo che il ragazzo non aveva mai visto, se non da lontano. Si mise il fiore in tasca e lo strinse forte: non avrebbe perso anche quello. Alzò lo sguardo sulla ragazza e vide che ella indicava un punto lontano alla sua destra. Lì, distante, c’era una grande montagna che sfiorava le nuvole. Da quella cima, poteva tornare a casa.

Si misero di nuovo in cammino, stavolta più speranzosi di prima. La bambina era sempre avanti a lui, sapeva la strada per raggiungere la vetta. In quel modo sarebbe saltato su, nella nuvola più vicina e avrebbe ripreso il suo compito secolare.

Sudavano quando raggiunsero metà strada e lo fecero il doppio quando furono in vetta. Specialmente il ragazzo, che non era fatto per quel posto. Arrivati su in cima, dopo giorni di cammino, i due compagni iniziarono a perlustrare il cielo in cerca della via giusta per far salire Cutter.

Purtroppo per loro, il vento sembrava aver spazzato via tutte le nuvole in cielo, lasciando solo il colore blu intenso. Una, nemmeno una, era presente per aiutare il ragazzo.

Con le forbici ancora in mano, Cutter si inginocchiò iniziando a piangere, coprendosi gli occhi, ma all’improvviso sentì un fischio. Un suono acuto uscì dalla bocca della ragazza che si mise due dita tra i denti e attese. Il ragazzo era perplesso e si domandò cosa mai stesse aspettando.

Ella sembrava speranzosa, sebbene lui avesse la disperazione negli occhi. Dopo qualche minuto, si sentì un forte battito di ali, uno spostamento di vento e un’ombra coprì il volto di Cutter.

Egli alzò gli occhi al cielo e spalancò la bocca: un enorme uccello rapace volava sopra di loro, e sperò tanto che non fossero le sue prede. La ragazza sembrava tutt’altro che impaurita, anzi soddisfatta. Gli fece cenno di alzarsi e in un batter d’occhio lo spinse giù lungo il fianco della montagna. E così Cutter cadde di nuovo nel vuoto.

Qualcosa di morbido e setoso stava sotto di lui. Strabuzzò gli occhi e poi capì: il grande rapace stava volando con loro due sopra. La ragazza era davanti a lui il quale guardava la coda dell’animale. Su e giù, destra e sinistra. Volava velocissimo tanto che Cutter fu costretto a reggersi alle sue penne per non cadere di nuovo, stando attento a non tagliargliele con le sue forbici. Erano altissimi, molto più in alto della montagna, ma ancora le nuvole erano sopra di loro.

Un altro fischio uscì dalla bocca della ragazza e l’uccello obbedì a quell’ordine. Andò su, su sempre più su e i due lanciarono un urlo al vento. Con la bocca spalancata e le mani che stringevano l’animale, i due ragazzi si trovarono quasi al confine con lo Spazio quando decisero di saltare.

Caddero di nuovo nel vuoto ma stavolta, prima della terraferma, ci dovevano essere le nuvole. Mentre urlarono in quella discesa infinita, una nuvola bianca si faceva sempre più vicina e poi…puf!

I due rotolarono per molto tempo prima di riuscire a fermarsi. Cutter si alzò dolorante, tenendosi la testa fra le mani. Barcollava sui suoi piedi, quando si accorse che ciò che li sosteneva non era una fredda e umida terra marrone, ma una soffice e spumosa nuvola bianca.

Iniziò allora a saltellare, a giocare, a far girare le forbici, a prendere per mano la ragazza che lo aveva aiutato e abbracciarla più che poteva. Lo aveva riportato a casa. Era così contento che non aveva mai provato una sensazione simile in vita sua.

La ragazza rise di rimando, felice per lui e per aver aiutato la vita di un giovane essenziale per il mondo.

Erano così contenti che non si accorsero che la ragazza, piano piano, iniziò a tremare, forse per il freddo. Ella, infatti, non era stata creata per quel posto. Le nuvole non le appartenevano.

Cutter si spaventò, ma decise di aiutare lei, ora. Prese le sue grandi forbici e modellò la nuvola che li sosteneva.

Zac zac zac, la ragazza lo guardava esterrefatta, mentre batteva i denti.

Il ragazzo tirava, spostava e tagliava quel morbido cuscino. Dopo qualche minuto, egli finì il suo lavoro ed ella rimase a bocca aperta, come se il freddo se ne fosse andato per un secondo. Cutter le aveva creato una bellissima e lunghissima scala bianca che scendeva giù, giù e giù fino a toccare terra, o almeno a sfiorarla.

Cose incredibili uscivano da quelle mani e da quelle forbici, pensò la ragazza.

Con una via per poter tornare a casa e con un’esperienza che nessuno avrebbe mai fatto in vita sua, la ragazza lo salutò per sempre con un abbraccio.

Cutter le fece capire tutta la sua gratitudine per ciò che aveva fatto per lui. Dopo qualche minuto, si staccarono e si salutarono con un cenno della mano. Dopo, ella si girò e scese i gradini uno ad uno fino a scomparire nel nulla.

Felicità, gioia e gratitudine erano ciò che il ragazzo sentiva in quel momento. Aveva fatto un’esperienza mai provata prima e con le sue forbici nelle mani si girò per poter continuare il suo lavoro fermo da troppo tempo ormai.

Ma qualcosa lo bloccò di nuovo. Lì, difronte a lui nel bel mezzo della nuvola c’era lo zainetto che la ragazza aveva portato per tutto il viaggio.

 Per la miseria, se lo era dimenticato!

Forse le era scivolato nel momento in cui l’uccello li aveva fatti cadere. Forse per quel freddo lo aveva scordato. Cutter aprì lo zaino e tirò fuori ogni cosa. Prima dei pennelli, poi una tela disegnata. Rimase ammaliato e stupito quando vide ciò che era rappresentato sopra: una nuvola a forma di cigno e una a forma di conchiglia. Dopotutto, non è stato forse un caso se egli aveva conosciuto proprio quella ragazza.

Per ultimi tirò fuori dei colori: rosso, rosa, arancione e giallo. Se li stava mettendo dentro la tasca quando si ricordò che era già occupata. Il bellissimo fiore che lei gli aveva donato per tirarlo su di morale era ancora tutto intatto, perfetto. Se fosse rimasto lì con lui, tra le nuvole, sarebbe rimasto così per sempre a differenza di tutti gli altri fiori e creature che vivono sotto i suoi piedi. Sarebbe rimasto eterno e immortale così come era Cutter. Quel fiore rappresentava molto: un piccolo pezzo di terra nel cielo. Il sole stava per nascondersi quando decise di fare una cosa.

Decise di ricambiare lo sforzo e l’impegno che la ragazza gli aveva dimostrato per farlo tornare a casa. Si mise il fiore in tasca, prese le forbici, i colori, i pennelli e li usò tutti insieme in un’opera d’arte.

La ragazza si accorse troppo tardi che il suo zainetto non era più lì con lei.

Era comunque felice per aver aiutato il suo misterioso amico a tornare lì, dove trascorreva le sue giornate e le sue notti. Mise piede in quella calda terra e sorrise. Non si sarebbe mai dimenticata ciò che aveva vissuto.

Il sole si stava nascondendo, alzò lo sguardo verso il cielo per poter salutare un’ultima volta quel ragazzino…e rimase senza fiato.

Sopra di lei nuvole rosse, arancioni, gialle, rosa e di tutte le sfumature possibili che ne sono in mezzo la sovrastavano in uno spettacolo magnifico. Il ragazzo aveva usato ciò che lei gli aveva lasciato, sia fisicamente che col cuore. Lo zainetto con i colori all’interno, dopotutto, erano serviti a qualcosa. Egli li aveva usati per colorare le sue nuvole.

Sorrise a quella vista e lo fece ancora di più quando sulla destra vide la forma della grande nuvola che le sorrideva: un bellissimo, magnifico fiore rosso era dipinto sopra di lei. Quel fiore che ella gli aveva regalato qualche giorno prima per consolarlo. Era un grazie. Un grazie per tutto quello che aveva fatto per lui.

E così ogni giorno Cutter taglia le nuvole con le sue forbicione e ogni sera dipinge il cielo con i colori che la sua guida gli ha lasciato la quale per tutta la vita, fino alla vecchiaia, guarderà in alto verso il creatore del tramonto. Ci regala uno scenario spettacolare per non smettere mai di dire grazie a colei che lo ha salvato.

E così per l’eternità.

CUTTER è un racconto di Milena Piccioni

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