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DIO MI HA CREATO NUDO di Andrea Negro

Dio mi aveva creato nudo. E quel manicotto smilzo e gommoso, che mi ero ritrovato in mezzo alle gambe, non aveva più significato di un gomito o di un lobo: era solo una delle tante parti interessanti di me. Poi, per ragioni adulte, me lo rinchiusero in una coltre di ovatta pelosa, mentre il gomito e il lobo e l’alluce e l’ombelico continuavano a volteggiare rosei e giocosi nell’aria. Sfuggendomi i misteri di tanta costrizione, cercavo con pervicacia di liberare il manicotto e innaffiare di vita il mondo, ma la coltre pelosa si riproduceva e l’acqua santa bagnava me; rendendo il mio, un mondo umido e stagnante. L’ovatta scomparve quando imparai a frequentare da solo una stanza con strani sedili bianchi e manopole da girare, che scrosciavano altra acqua, meno santa.

In quegli anni di prima autogestione avrei potuto ribellarmi alla tirannia del contenimento coatto del mio manicotto. Avrei dovuto capire che la nuova gabbia di cotone a righine colorate non svolgeva più alcuna funzione igienica, avendo io il pieno controllo del mio impianto idraulico. Avrei dovuto e potuto captare le pruriginose istanze alla base della sua rinnovata cattività. Le mie tensioni autarchiche erano però ancora acerbe: invece di lasciare che perlustrasse curioso l’universo come un gomito o un lobo, isolai il manicotto dal resto del corpo, conferendogli sì una rassicurante specialità, ma facendo il gioco dei suoi carcerieri. Nonostante fosse lontano l’avvento di una forma blanda ma irreversibile di piacere, giocare col manicotto divenne assai più divertente che trastullarmi il gomito o il lobo. E il timore di essere scoperto dai despoti esaltava la dimensione eversiva dello svago, più vicina, tuttavia, al brivido della disobbedienza che alla realizzazione delle tensioni autarchiche.

Poi arrivò anche il piacere e il gioco finì. Pubertà, adolescenza e giovinezza eressero maestosi bastioni intorno al manicotto, non più smilzo e gommoso. Lui impartiva ordini che mani e lingua eseguivano con compiaciuta disciplina, rimanendo però prigioniero, ora volontario, dei pudori borghesi ereditati dai suoi secondini. E di nuove gabbie di cotone, ora firmato. Il mio destino coincise presto col destino del manicotto: dietro quella sottile membrana di finta, vorace autodeterminazione, ero prigioniero io quanto lo era lui. Il corto circuito di credermi padrone di me stesso e sentire di non esserlo affatto non poteva durare a lungo: nell’ombra, stavano maturando le inespresse pulsioni autarchiche dell’infanzia.

Come sempre nelle rivoluzioni, ci fu bisogno di un gesto simbolico di emancipazione. Portai il manicotto in una spiaggia dimenticata e lo liberai dall’acrilico della sua galera. Rimase al sole e al vento per ore, sorridendo ai gomiti e ai lobi, respirando l’ossigeno salmastro e rinnegando quarant’anni di esilio. Quell’impudenza cambiò il mio destino. Da quel giorno, ogni volta che posso, ritorno allo stato neonatale, cercando di sfruttare le poche occasioni che i nostri granitici tabù mediterranei mi offrono. Ci sono spiagge progressiste d’estate, e d’inverno casette di montagna dal legno chiaro, in cui si diffonde un caldo insopportabile e salvifico: le chiamano saune finlandesi.

Ne ha una questo presepe incantato dove sto svernando il Natale, e ieri mi è venuta voglia di farmi arrosto nei suoi 90 gradi benedetti. Nelle saune dell’Alto Adige la nudità integrale è consentita, anzi in molti casi imposta, tanto che gli ospiti muniti di costumino sono un’esigua minoranza, oggetto di benevolo compatimento. Sono terre che di secondo nome fanno Sud Tirolo, figlie naturali di quell’illuminata civiltà mitteleuropea, che avrà pure dato i natali a qualche innocuo dittatore coi baffi, ma che di certo ha un buon rapporto col proprio corpo nudo. Nelle saune della Valle d’Aosta, invece, ci si copre con cura le parti intime e chi sgarra viene esposto alla pubblica riprovazione. Ieri la gogna è toccata a me.

Entro nel centro benessere di Antagnod, Val d’Ayas, e una matrona biondiccia mi fornisce asciugamano, accappatoio e infradito. Dopo una breve tappa nello spogliatoio, mi porto nella zona relax, dove calamito gli sguardi dei lussuriosi in costume. Mi sfilo l’accappatoio con consumata sapienza scenica e indugio nel mio stato primordiale, in cerca di orientamento. Gli occhi degli ospiti si zavorrano di una gravità sdegnata ed incredula. E quando mi siedo nudo sulla panchetta a gambe larghe, perché è così che si sta nella sauna finlandese, schizzano fuori dalle orbite. Nel forno con me, un quarantenne atletico d’incerta nazionalità e un ometto bolso con figlio scarno sui venticinque, che più tardi scoprirò essere brasiliani. L’abitudine alle occhiate melliflue e bacchettone mi fa ignorare le loro. Mi concentro sulla paradisiaca tortura dell’aria rovente sulla pelle, sublimata dalla nobile liberazione del mio corpo nel mondo. Al termine dei canonici quindici minuti di cottura, scivolo fuori e mi dedico alla lettura, riavvolgendomi composto nell’accappatoio.

Mezz’ora dopo punto l’idromassaggio in cui da circa quaranta minuti bruca semi-incosciente il resto della famiglia brasiliana: mulatta ruminante sui quarantacinque e dodicenne filiforme e spenta, la protezione della cui innocenza scatenerà i disordini successivi. Le fisso a lungo, invitandole ad uscire con l’insolenza del mio sguardo, ma madre e figlia hanno deciso di sviluppare le branchie, lì dentro. Non c’è altra soluzione che dividere la vasca con loro. Mentre mi libero platealmente dell’accappatoio, preparandomi al gioco dei piccoli sfioramenti di piedi e ginocchia sott’acqua, la brasiliana adulta si ridesta, cala gli occhi bovini sulla metà bassa del mio corpo e fugge dall’idromassaggio trascinandosi dietro la figlia immacolata. Poco ci manca che le metta una mano davanti agli occhi. Tanto meglio, ho la vasca tutta per me e per la mia pericolosa nudità. Mi rimesto per un po’ nelle bolle prima di inguainarmi nell’accappatoio e decidere di uscire all’esterno, dove da una tinozza di legno scuro, grazie al contatto dell’aria gelida con l’acqua ribollente, esala un vapore denso e sulfureo.

Per raggiungere quel dolce inferno, passo davanti alla matrona biondiccia.

«Signore, mi scusi.»

Beccato!

«Vorrei ricordarle che il regolamento del nostro centro prevede l’uso del costume in tutti gli ambienti, per rispetto di quei clienti a cui può dare fastidio la nudità integrale.»

Beccato e mazziato!

Con scarsa convinzione biascico che mi dispiace aver turbato la serenità degli altri ospiti, ma che non sapevo di quel divieto. E che ora mi è impossibile, ma la prossima volta verrò munito di costume: integrale, come i nuotatori. L’ultima battuta purtroppo mi rimane in canna per la recente avversione verso qualsiasi complicazione relazionale. La matrona annuisce soddisfatta e mi concede di uscire a scandalizzare la Valle. Nella tinozza incandescente macerano i due soggetti maschi sudamericani già incontrati in sauna. Mi rispoglio e, per distrarli dai miei attributi, intavolo una fiacca e ostica conversazione sulle differenze di accento tra il Portoghese di Lisbona e il Portoghese di Rio. Scemata la chiacchiera, rimetto l’accappatoio ghiacciato – qualcosa di molto simile all’ibernazione – e abbandono tinozza e compagnia latina. Rientro al caldo, riguadagno la zona relax e mi tuffo nell’idromassaggio vuoto: solo, nudo. Beato.

Mi doccio e mi rivesto. Al momento di pagare, pungolo la matrona sulla commedia gialla “Chi mi ha denunciato per atti osceni in luogo pubblico”. Dietro la rigorosa custode della morale valligiana si nasconde una pettegola: dopo un paio di ammiccamenti mi confessa che la segnalazione è partita dall’erbivora carioca, perché scioccata dal mio ingresso brutale nella vasca, con tanto di ostensione del mio apparato riproduttore alla figlioletta. Io mi chiedo: mezzo Brasile è popolato da indios che vagano nudi per l’Amazzonia. I vostri riti tribali abusano del corpo per incarnare una selvaggia spiritualità pagana. Avete il Carnevale più sconcio del pianeta. E mi rompi i coglioni se per tre minuti condivido con te e tua figlia una vasca idromassaggio come mamma m’ha fatto? Esco disgustato da quel ricettacolo di bigotti con un’idea che mi rimbalza in testa: cancellare il viaggetto a Bahia ed assicurarmi un biglietto di sola andata per la Lapponia.

DIO MI HA CREATO NUDO è un racconto di Andrea Negro

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