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DISTANTI MA VICINI di Flavia Grosso

“Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente” – Rita Levi Montalcini

Mi misi distrattamente la mano sul viso e solo in quel momento mi ricordai della mascherina che indossavo. Come una museruola, soffocava anche i miei lineamenti, i miei sorrisi, i miei sentimenti.

All’improvviso sentii un nodo alla gola. Rabbia e dolore insieme. Quella terribile pandemia aveva proprio cambiato le nostre vite. La stazione ferroviaria era gremita ma sembrava vuota allo stesso tempo. Decine di persone sostavano aspettando il treno per Firenze, sulla banchina, distanziate il giusto, almeno un metro l’una dall’altra. I loro occhi erano tuttavia vuoti, spenti, espressioni omologate da pezzi di stoffa legati e attorcigliati a visi contriti.

Immersa nei mei pensieri non mi ero neppure accorta che il treno già sostava in stazione, pronto per far salire i passeggeri. In modo ordinato, la gente aveva cominciato a procedere sulla banchina. Mi assalì a quel punto uno strano timore, mai provato prima, di urtare gli altri e di ogni forma di contatto umano. Un silenzio innaturale era piombato all’improvviso intorno a me. Un silenzio intriso di diffidenza e noncuranza.

Salii dunque sul treno. Ero fortunatamente la terza della fila. Mi accorsi che il mio biglietto corrispondeva al posto lato finestrino.

“Che fortuna!” pensai.

Mi sedetti.

“Un’ora e mezza e sono arrivata!”  mi rincuorai.

Poi, avrei finalmente riabbracciato mia madreche non vedevo da quattro mesi, da quando era iniziata quell’assurda epidemia proveniente dalla Cina, che aveva obbligato milioni di persone a stare in casa, strette ai propri familiari. Certo, avevo sempre parlato con lei via Skype ma adesso, coraggiosamente, avevo deciso di prendere per la prima volta il treno. Di ricominciare a viaggiare.

«L’epidemia è finita, ma per prudenza i sacrifici della “fase 2” devono continuare ancora» mi diceva lei, ripetendo compulsivamente i discorsi del politico di turno.

“Ma per quanto tempo?”

Cacciai dalla mente quel pensiero invadente che mi aveva messo di cattivo umore. Avrei rivisto mia madre. Avevo una cosa importante da dirle. Ed era solo questo che adesso contava.

Il treno ormai si muoveva. Dapprima lentamente poi di gran lena. Fuori dal finestrino, sfilavano ordinati i vigneti della campagna. La Toscana. La mia terra natìa. Dove avevo corso, giocato a nascondino, inciampato, riso e pianto. Tra i filari si intravedeva già il timido luccichio dell’uva ancora acerba. Nascosto, appariva qua e là qualche casale in pietra, con all’esterno gli attrezzi di lavoro. Come se la vita contadina non si fosse mai interrotta.

Adesso il sole di giugno era ormai alto e faceva scintillare i pampini della vite alternando giochi di luce e ombra. Si intuiva l’aria calda dell’estate. In lontananza, decine di cipressi sulle dolci colline ne punteggiavano il crinale come trattini disegnati da mano esperta.

Nessuno all’interno dello scompartimento parlava. Gli sguardi erano tutti incollati ai PC, qualcuno aveva gli occhi chiusi. Il silenzio rotto solo a tratti dalle suonerie.

“Che contrasto con la bellezza genuina della natura primaverile, con la luce, con il sole! Come potevano coesistere natura, luce e morte?” pensai “Come poteva diffondersi un terribile virus in tanta armonia?”

Ero l’unica dello scompartimento a non fissare uno schermo.

“Cosa ci troveranno di tanto interessante per non guardare là fuori?” e, sentendomi quasi orgogliosa della mia diversità, continuai a scrutare il paesaggio, sperando di trovare risposta a tutte le domande che si affollavano disordinate nella mia mente.

Il treno adesso stava attraversando il fiume Arno. La voce metallica proveniente dall’altoparlante mi risvegliò da quei pensieri ricordandomi che stavo per arrivare nella mia Firenze. Giotto, Michelangelo, Brunelleschi … la Firenze che tutto il mondo ci invidia. Le mie amate colline …

“Eccomi, finalmente giunta a destinazione” dissi a me stessa.

La discesa dal treno mi sembrò assai più noiosa della partenza. Mi consolava tuttavia il fatto che sarei finalmente arrivata a casa.

***

Quei minuti di taxi mi sembrarono interminabili. Ero stanca del viaggio, ero stanca di quella mascherina appiccicata sul viso, e soprattutto ansiosa di rivedere mia madre.

Quando ero adolescente litigavamo spesso, ma ultimamente i rapporti tra noi erano migliorati. E poi, forse, il tempo aveva fatto maturare anche me, che ormai ragazza non ero di certo più, 30 anni … tanti e pochi allo stesso tempo. Da quando avevo finito gli studi, Economia a Roma, e mandavo i curriculum a destra e a manca, mi confidavo spesso con lei.

«E … certo Francesca, con quel tuo caratterino non ti prenderà mica nessuno, se non cambi!» ogni tanto predicava… e io sapevo che in fondo un pizzico di verità c’era nelle sue parole.

Adesso però tutto si era fermato, direi addirittura congelato. La settimana, che prima dell’epidemia voleva dire un sacco di colloqui con i professori e appuntamenti di lavoro sperando in un’assunzione, adesso si traduceva soltanto in uno “stare in casa”, ascoltando con impazienza alla televisione l’evolversi della situazione.

«Già, … il tempo» mi lamentavo con mia madre. «Come si fa ad aspettare così … senza sapere quello che si farà domani, senza obiettivi e traguardi immediati? … non è vita!»

Seguiva puntualmente la voce coscienziosa della mamma:

«La vostra generazione non sa mai aspettare che le cose cambino! … Dai tempo al tempo e vedrai …»

“Da dove prendeva la sua inesauribile forza di non mollare mai, caspita, di non arrendersi?” Ora che la mia vita era sospesa a causa dell’epidemia, mi domandai se forse in fondo un po’ mi stavo abituando a svegliarmi senza fretta la mattina e a non guardare l’agenda dell’iphone ...

Il conducente del taxi, munito anche lui di mascherina, mi venne ad aprire la portiera, come ormai nessuno fa più, quindi pagai frettolosamente. Afferrai l’impermeabile e il mio bagaglio. La mamma già mi aspettava sorridendo sull’uscio della porta, oltre il giardino.

«Mamma!» esclamai a gran voce.

«Francesca!» pronunciò il mio nome con le braccia spalancate verso di me.

La blusa un po’ sgualcita, scivolata sui jeans, faceva intravedere ancora la sua bella silhouette.

Malgrado l’età, mia madre era ancora bella.

«Che bello vederti … finalmente! … togliti dai…quella brutta museruola … che mi sembri un cane nel cortile … vieni qui … abbracciami!»

Quella stretta forte la percepii ancor più vigorosa, abituata alla distanza dal mondo esterno da oltre quattro mesi.

«Bambina, adesso ti coccolo un po’ io, ti ho preparato le lasagne, i tortellini … persino la marmellata di ciliegie fatta in casa, … vedrai, ti riposerai qui. Guarda, hai tutto il giardino a tua disposizione … volessi anche prendere un po’ di sole … sei così palliduccia amore mio!»

Mi chiamava spesso “bambina”, quasi a voler sottolineare che per lei ero sempre la sua piccola, e a rimarcare quell’intimità che tra noi non doveva mai finire, nemmeno quando sarei diventata … davvero adulta.

«Ma no, mamma, stai tranquilla, è che sono stata in casa, come tutti … non si poteva uscire, se non per fare la spesa. Hai avuto notizie oggi, si capisce quando finirà questa cosa terribile?»

Non mi rispose, tanto era presa a portare dentro casa il mio bagaglio.

***

La mia camera, quella dove avevo dormito per anni prima di andare a studiare all’università, era proprio identica a come l’avevo lasciata. Gli stessi quadretti, gli stessi soprammobili. La stanza affacciava sul lato ovest della casa di fronte ad una grande magnolia che durante la fioritura si impreziosiva di enormi fiori bianco avorio. Nel tardo pomeriggio la luce assumeva toni ancor più caldi, aranciati, contribuendo a far dilatare gli angoli della stanza che così illuminata pareva più spaziosa.

Era l’ora, quella del tramonto, che più amavo. Spalancai immediatamente la finestra per fare entrare in camera i profumi primaverili provenienti dal giardino che la mamma curava sempre con lo stesso entusiasmo …anche dopo la morte di papà, e chiusi gli occhi quasi a voler imprimere nella mia mente l’odore dell’erba appena tagliata che tanto mi mancava in città. All’improvviso lo squillo del cellulare lasciato ancora in borsa mi fece sobbalzare. Rovistai febbrilmente per non perdere la chiamata e finalmente schiacciai il tasto per rispondere.

«Allora, ce l’hai fatta Francesca? Sei arrivata a Firenze? Sei riuscita ad affrontare il viaggio ai tempi del virus? Sana e salva?»

Una voce maschile mi riportò alla realtà.

Era Marco, mio storico compagno di università. I suoi toni seri, a tratti sarcastici, talvolta mi facevano andare su tutte le furie, ma era davvero l’unico che riusciva a prendermi per il verso giusto. E forse a capirmi davvero.

«Sì …è che … tutta quella gente alla stazione, il fatto di dover stare tutti distanziati, con le mascherine, insomma, non mi sono ancora abituata, temo che mi ci vorrà ancora per adeguarmi a questo nuovo modo di vivere così innaturale …»

«Vedrai, ti ci abituerai. Ah, sai, ti avevo accennato che avrei dovuto incontrare a Monaco quel cliente, te ne avevo parlato, no? Beh, … tutto annullato. Almeno per ora. Videoconferenza. Hanno paura del virus anche qui in Germania. Un vero disastro Francesca.»

Marco era andato a lavorare in Germania subito dopo l’Università. Durante gli studi, a Roma, aveva fatto sport a livello agonistico, canottaggio. Poi, con grande dispiacere, aveva dovuto lasciare il suo amato sport per dedicarsi alla tesi di laurea, ma il suo cuore rimaneva sempre su quel fiume.

Dopo la laurea, aveva cominciato a mandare curriculum a tutte le principali aziende europee. Poi aveva fatto un colloquio presso una famosa azienda in Germania, a Monaco. Evidentemente durante l’intervista avevano percepito tutta quella energia e deciso di assumerlo da subito. Marco non ebbe la minima esitazione. Almeno apparentemente. Rimaneva però il suo rimpianto di aver lasciato l’Italia e il suo sport, per trovare un lavoro “normale” come lo definiva lui. Mi parlava infatti ore e ore dei suoi lunghi allenamenti sulfiume, sino alle ultime luci del tramonto, dello spirito di squadra e delle sue gare appassionanti.

«Vedi, Francesca, mi aveva confessato proprio prima di partire, devo per forza accettare di lavorare in questa azienda, in Italia non c’è adesso il lavoro che cerco, ma se potessi… ti giuro, vorrei fare qualcosa per il nostro Paese …»

***

«Francesca! Francesca!»

«Non mi sentivi? Eri assorta nei tuoi pensieri?» esclamò mia madre entrando nella mia camera.

«Sì … è che ero un attimo distratta, mamma … sarà la stanchezza del viaggio …»

«Dai, vieni in giardino, non stare tutta sola in camera tua, ti va se ci mettiamo un po’ fuori, all’aperto? Fa ancora caldo. Ho preparato un ciambellone allo yogurt. Eccolo, te l’ho già messo nel piatto.»

«Allora… che novità mi racconti amore mio? Cosa hai fatto durante questo tempo “sospeso”? Non ti sarai mica fidanzata eh? … dimmi la verità… a me lo puoi dire…»

Addentai avidamente la fetta di ciambellone preparata dalla mamma. Aveva lo stesso sapore di sempre. Quello delle mattine in cui di corsa dovevo scappare a scuola e quello delle giornate noiose con l’influenza a casa. Era il ciambellone della mia infanzia, che in quell’attimo mi ricordò che in fondo non sarei potuta andare da nessun’altra parte. In nessun’altro luogo. Che il mio posto era proprio lì. Tra quelle colline. Nel Chianti.

«Nulla del genere, mamma, ho solo preso una grande decisione …»

«Davvero? Sono tutta orecchi! perché non me ne hai parlato prima al telefono?»

Un uccellino venne proprio in quell’istante a posarsi sulla sedia del giardino, quella vuota a fianco delle poltroncine bianche in ferro battuto. Cominciò a cinguettare alla ricerca delle briciole cadute per terra.

«Vedi, mamma, ti ricordi le terre che abbiamo ereditato dal nonno Leopoldo? Quelle che sono coltivate a vigneto, 30 ettari, giusto? Ebbene, dopo questa terribile epidemia, ne voglio fare una vera azienda agricola! Voglio produrre il vino, il vino rosso della nostra terra. Delle colline fiorentine: il nostro Chianti classico. Ho deciso di rimanere a vivere qui, mamma. Voglio far fruttare la mia terra, per qualcosa di buono. La mia generazione deve riscattarsi e ho trovato il modo giusto per farlo. La mia laurea mi servirà pure a qualcosa no? Diventerò una vera imprenditrice agricola!»

Gli occhi della mamma si velarono di lacrime. Non avrebbe mai immaginato che io avessi potuto desiderare una cosa del genere … senza mai averle detto nulla prima di allora.

«Vedi, guardando tutte quelle bandiere fuori dai balconi, e quei canti, ho capito finalmente che la nostra Italia ha bisogno di giovani come me. Questa brutta epidemia mi ha fatto riflettere parecchio. Quante persone morte qui a Firenze e in tutta la nostra Toscana … quanto dolore! Noi giovani abbiamo il dovere di rilanciare il nostro Paese, senza andare sempre a cercare altrove quello che abbiamo sotto i nostri occhi, qui, nella nostra maltrattata Italia. Terremoti, inondazioni, crolli, e adesso persino questa epidemia… non ci resta che rimboccarci le maniche. Ti ricordi tutti i discorsi del nonno? Voglio tramandare qualcosa ai miei figli. Qualcosa di reale, tangibile, concreto. Qualcosa che rimanga davvero. Le energie datele al vostro Paese e non al nemico … borbottava sempre nonno Leopoldo, ricordi? Lui che aveva vissuto la grande guerra… Voglio proprio seguire i suoi consigli.»

Mia mamma non aggiunse altro, si avvicinò a me e mi abbracciò. 

Chiusi gli occhi.

Quell’abbraccio mi sembrò infinito.

Avevo finalmente ritrovato me stessa, avevamo ritrovato noi stesse. Il nostro passato poteva toccare il mio futuro, e questo ricongiungersi mi avrebbe resa una persona più intera, più solida.

Adesso il sole inondava completamente il giardino. Dal glicine fiorito, sul lato sinistro del patio, cadde un “grappolo” lilla sulla ghiaia. Come una sorta di segnale dal cielo, in quell’attimo pensai a mio padre. Chissà se stando in vita avrebbe approvato la mia scelta. Quel mio nuovo progetto.

Ad ogni modo, sentivo che dovevo andare avanti. Volevo finalmente riscuotere quel credito che la vita doveva ancora darmi. E se non me l’avesse dato spontaneamente me lo sarei preso con la forza. Era arrivato il momento di far uscire tutta quell’energia, che era rimasta lì, soffocata a lungo ad aspettare l’occasione giusta. Riaprii gli occhi.

Quel gran vuoto, anzi quell’enorme voragine lasciata dalla morte di mio padre, in quell’istante mi parve pienamente colmata dal sorriso di mia madre. Era da anni che non vedevo i suoi occhi così brillanti, che adesso mi parevano luccicare come la cascata del glicine inondata dagli ultimi raggi del pomeriggio.

***

La mattina seguente mi svegliai di buonora. Presi al volo un paio di jeans e una maglietta e senza far rumore sgattaiolai all’esterno, dall’ingresso secondario della casa. Volevo andare a vedere dove erano esattamente le terre di famiglia, quei famosi vitigni di cui avevo sempre sentito parlare sin da bambina.

«80% Sangiovese e 20% uve a bacche rosse!» ricordo diceva sempre il nonno «Ne viene fuori un nettare: il Chianti classico migliore di tutta Firenze! Ricco di note speziate e balsamiche!»

E poi continuava:

«Vedi Francesca, fare il vino è un’arte. Prima la raccolta dell’uva, che deve rispettare il giusto grado di maturazione del grappolo e che deve essere lenta, in modo che i tannini evolvano gradualmente, poi la pigiatura, che deve essere soffice … ricorda sempre, i grappoli devono rimanere piuttosto integri…che sennò fai un gran danno, ne verrebbe fuori un vino altamente scorbutico …»

Poteva parlare dei suoi vitigni per ore … non si stancava mai. Era stata la sua grande passione. La sua vita. Quei filari li aveva trattati come figli. Quando morì, la produzione del vino, come prevedibile, si interruppe. Mia madre pensò allora di vendere le terre, perché non aveva il tempo di occuparsi della coltivazione e di tutto il resto. Qualche anno fa, infatti, avviò le trattative per la vendita ma poi non se ne fece più nulla perché il nostro vicino, che dapprima si era dimostrato interessato, si trasferì all’improvviso. Rimanevano adesso quattro o cinque contadini che coltivavano la vigna, ed un agronomo, che sovrintendeva e si occupava di gestire la nostra tenuta.

Salii dunque in macchina, pronta ad assaporare fino in fondo quella bella giornata di sole. Mi ricordavo perfettamente la strada che conduceva verso Greve in Chianti, famosa per la sua piazza medievale dai toni pastello e per i suoi portici. Ci ero andata molte volte da piccola,

nei pomeriggi d’estate, quando brulicava di turisti stranieri. Che nostalgia quelle belle serate estive piene di gente. Tutto quel vociare mi metteva un’euforia straordinaria ma adesso, con il distanziamento sociale imposto a causa del virus, tutto sembrava sospeso, come ibernato.

La strada proseguiva con un lungo rettilineo. Svoltai verso sinistra e imboccai una leggera salita costeggiando un boschetto profumato di lecci che ombreggiava la strada per alcune centinaia di metri. Ogni tanto si attraversava un piccolo centro abitato. Poche case. Affacciate al balcone, le vecchiette chiaccheravano animatamente scambiandosi qualche ricetta di cucina.

Una decina di chilometri e sarei arrivata davanti al famoso cancello verde, di cui mi aveva parlato sempre mia madre. Ero a dir poco eccitata, non stavo più nella pelle dalla curiosità. Inspirai profondamente quell’aria fresca quasi a voler trattenere più a lungo possibile quella stupenda sensazione di libertà ritrovata.

Il paesaggio adesso era cambiato. Si stagliavano solo vigneti a perdita d’occhio…inframezzati da gruppi di covoni di fieno. Ecco il cancello verde sulla sinistra…dovevo essere finalmente arrivata a destinazione.

Spinsi il piede a fondo sul pedale del freno. L’auto si arrestò. Spensi il motore. Tutt’intorno il silenzio era rotto soltanto dal frinire delle cicale.

Rimasi immobile per qualche minuto a contemplare quel paesaggio intorno a me, fantasticando su come avrei potuto trasformare quella tenuta. Mi sentivo proprio come una pioniera, piena di forza ma anche di paura allo stesso tempo. La luce abbacinante del sole di mezzogiorno avvolgeva adesso tutta la vegetazione. I vigneti infuocati, si stagliavano verso l’orizzonte, come tanti soldatini in fila.

Mi guardai intorno, nessuna targa ai lati del cancello ne indicava la proprietà. Oltre l’inferriata vi era una piccola casa, intonacata di bianco con il tetto di tegole rosse e a fianco alcuni cipressi.

All’improvviso vidi uscire una sagoma maschile. Era Marco.

«Marco! Sei proprio tu, non credo ai miei occhi, cosa ci fai qui? Non dovevi essere a Monaco?»  esclamai a dir poco incredula di trovarlo lì.

«E come hai fatto a sapere dov’ero?»aggiunsi precipitosamente quasi balbettando perl’emozione.

Si avvicinò a grandi passi sicuri verso di me, spalancando il cancello per farmi entrare.

«Qualcuno che conosci molto bene evidentemente è stato mio complice, mia cara…e poi mi avevi confessato tempo fa il tuo progetto, ricordi?»

«Quando ti ho chiamato al telefono, ieri, in realtà ero già arrivato qui, in Toscana. Nel Chianti. Ho capito che quel lavoro in Germania proprio non faceva al caso mio…avevo cercato a lungo di convincermi che era giusto accettare …ma in realtà mi sbagliavo, non era quello che realmente volevo.»

«Rilanceremo questa azienda insieme! Ti ho anche portato alcuni documenti. Faremo insieme il “business plan” per la richiesta del mutuo …»

Sentivo il mio cuore battere all’impazzata …ma soprattutto che non c’era alcun modo per fermarlo. Udire quelle parole era davvero quello che avevo sempre sognato.

«Metteremo a frutto insieme le energie per la nostra Italia, che adesso deve proprio ripartire. Proseguì lui guardandomi fisso negli occhi. Faremo rivivere questa azienda! Ripartiremo proprio dalle origini. E poi, se vorrai, riprenderemo a remare, sull’Arno.»

Non avevo mai visto il suo sguardo così fiero, luminoso.

Poi mi prese per mano, calpestando il terreno calcareo, ciottoloso, e mi portò proprio davanti al primo ceppo di filari. Si avvicinò a me e dopo aver strappato dal raspo un grappolo d’uva ancora acerba, me lo porse, con la stessa dolcezza di quando si regala un fiore.

«Tieni, adesso l’uva è ancora acerba ma dopo la vendemmia, in autunno, sono convinto che ne verrà fuori un ottimo vino. Il nostro vino. Il nostro Chianti Classico.

Mi accorsi che adesso stringeva forte la mia mano. Non credevo a miei occhi, a quello che stava succedendo, che ci stava succedendo. Che il mio progetto adesso era diventato anche il suo.

«Abbiamo bisogno di tornare alla normalità» aggiunse ancora. «Questo “lock down” è durato anche troppo, ha bloccato tutto, soprattutto la voglia di vivere delle persone, di intraprendere, di osare. La vita invece è fatta di ideali, di progetti, di passioni, non possiamo rimandare ancora…a costo di sbagliare, amore mio. Voglio avere fiducia nel nostro futuro…insieme.»

L’epidemia aveva senza dubbio messo duramente alla prova le nostre vite, però aveva fatto emergere qualcosa che probabilmente c’era già dentro di noi e che soltanto pochi mesi prima non riuscivamo a vedere.

«Le grandi sfide della vita portano sempre a grandi vittorie» mi diceva sempre il nonno Leopoldo.

E questa volta aveva proprio ragione.

DISTANTI MA VICINI è un racconto di Flavia Grosso

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