DONNE A CONFRONTO di Aurelia Ciullo

Le luci del corso in quel periodo erano particolarmente suggestive.

Le persone non rinunciavano alla passeggiata serale, seppur stretti in un unico abbraccio coi loro cappotti.

Parole fumanti di aliti caldi, mani che gesticolavano in aria un po’ goffamente e cani umanizzati in inutili tutine “Adidog”.

“Il solito ridicolo Natale!” pensava tra sé Ginevra camminando con pigrizia “Tutti che si affannano come formiche, come se il fare acquisti e regali sia un vero e proprio lavoro.”

La giovane donna amava lo shopping, ma non simpatizzava molto con quel periodo dell’anno che le metteva quasi ansia. Ansia per dover ricordare di ricambiare tutti i doni che le venivano fatti. A cominciare da Viviana, l’amica ventennale, che cominciava ad annunciarle il suo regalo già tre mesi prima:

«Ti ho fatto un pensierino!» civettava al cellulare.

Come per dire:

«Devi farmelo anche tu, capito?»

“Si riduce tutto a una festa consumista e materialista, anche molto ipocrita!” pensava tra sé Ginevra facendosi spazio tra la gente che nonostante la sua evidente mole, sembrava presa solo da sé stessa, sfiorandola, quasi come a non vederla affatto.

Ansia natalizia per i parenti che doveva raccattare, ma che poi non si presentavano più all’ultimo momento e con scuse banali. Era troppo stressante il Natale per tutte queste ragioni. La cultura e la tradizione la costringevano a “formalizzare”, cosa che la ragazza detestava.

«Aia!» si ritrovò a gridare con fastidio toccandosi una spalla.

Una donna altissima con addosso un voluminoso visone, la urtò come se fosse l’unica donna a passeggiare sulla faccia del pianeta Terra.

Ginevra continuava a meravigliarsi della maleducazione delle persone. La gentilezza e il garbo sono doti rare ma ancora esistenti.

L’altezzosa in pelliccia non le degnò neanche un briciolo di sguardo, figuriamoci un «Mi scusi!»

Per fortuna a distrarla da quel pensiero negativo, fu una vetrina particolarmente attraente. Lo shopping era la miglior festa che Ginevra conoscesse. D’altronde l’auto regalo aveva più senso. Non sbagliava mai i gusti dell’altro in quanto il mittente era sé stessa medesima.

Le luci del negozio facevano grondare di sudore e rimmel le commesse in miniabiti aderenti e labbra troppo rifatte per comprendere cosa dicessero.

Costretta ad entrare perché un filo invisibile la catapultò dentro, la giovane donna si ritrovò vis a vis con la commessa più inesperta, ma che emanava un certo senso di pudore e ingenuità. A differenza delle colleghe era minuta e invisibile il suo stare al mondo. In poche parole, inadatta al ruolo disinvolto della venditrice.

Ginevra fu attratta da lei e, con voce sottile, la ragazza la invitò a seguirla per provare il capo prescelto.

Il camerino era polveroso e bollente di luci troppo invadenti, per lo stato in cui si trovava la giovane cliente.

Ginevra si pentì in cinque lingue diverse di essere finita in quel bugigattolo, quando sentì che la cerniera del vestito scricchiolò: “Trac!”.

Con istintiva onestà avvisò la commessa.

Attraverso la tenda una piccola mano attendeva il capo incidentato.

«Ops!» esclamò Ginevra paonazza d’imbarazzo. «Mi dispiace ma posso pagare il danno!»

«Non si preoccupi signora!» ribatté flebile la ragazza del negozio «Nel suo caso è comprensibile che capiti una cosa del genere, pensiamo a tutto noi!» continuò con slancio rilassato.

Quel plurale maestatis che aveva usato le diede coraggio.

Ginevra, rincuorata, abbandonò l’idea di riprovarne un altro, proprio per evitare il danno di partenza.

Così si buttò su un maxi-pull che aveva già arpionato il suo sguardo famelico all’ingresso del negozio.

“Mi sta tutto stretto!” pensò allo specchio. “O sono io troppo larga per qualsiasi capo…uff!” e, sbuffando su un ciuffo di capelli, pensò che in fondo non potesse già farne a meno di quel verde ottanio che la ipnotizzava. Non vedeva l’ora di portarsi a casa quel maglione tutto caldo e morbido.

Una voce dal tono squillante che irruppe in modo prepotente sui suoi pensieri, la fece quasi trasalire:

«A me sta meglio questo modello, sono più magra della signora!» fece la voce riferendosi a Ginevra.

Una donna di media altezza e dalle labbra sottili (praticamente insignificante), si compiaceva soddisfatta sotto le luci del negozio, come se fossero i riflettori di un palcoscenico.

Il suo fu un monologo di narcisismo tipo:

«Specchio, specchio delle mie brame! … ».

Ginevra si stupì di quell’uscita infelice da parte di una perfetta sconosciuta ma decise d’ignorarla. Preferiva rispondere con un lungo silenzio, piuttosto che controbattere a tanta indelicatezza.

Ma, dopo circa un minuto, quello che sembrava un lungo silenzio, s’interruppe.

L’entrata in scena di una vocina dall’altro angolo del negozio.

Era la timida commessa che assisteva gli acquisti di Ginevra. La ragazza, con decisione e senza alcuna pausa, tirò fuori dal petto tutto il fiato che aveva in un’unica lunga frase:

«Signora! Ma, non lo vede che questa nostra cliente è in stato d’attesa?»

Ora, il silenzio regnava sovrano sopra le loro testoline.

DONNE A CONFRONTO è un racconto di Aurelia Ciullo

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