Fango, paglia e antenne paraboliche

Le prossime tappe di questo nostro viaggio autunnale oltre la catena dell’Atlante ci spingono ancora più a sud, fino al confine con l’Algeria.
Caricato il bagaglio? Pronti? Allora andiamo!
Superati i 2.000 metri del passo Tizi n Tichkca, il panorama si spoglia e progressivamente inaridisce: la neve e i boschi lasciano posto ad arbusti arsi e spinosi prima e in seguito a canyon profondi che ricordano con nostalgia di quando, in un tempo ben lontano, le acque di fiumi ormai scomparsi erodevano le loro pendici.
Quindi il deserto a impolverirsi: rocce, pietre, ciottoli, terra, sabbia.
Alla fine, là dove non piove praticamente mai, è proprio come nelle vecchie cartoline: dune rosse a perdita d’occhio, una palma solitaria, un cammello accovacciato e un nomade berbero con tanto di turbante azzurro e Ray-Ban scuri a goccia.
Il viaggio procede lento e uniforme, variano solo le tonalità dei colori, fino a che d’improvviso, al di là di un’altura, si apre una vallata, lunga e sinuosa, che per un qualche generoso scherzo geologico è riuscita a proteggere un corso d’acqua, a tratti anche consistente. E un’oasi.
Il termine francese palmerie rende meglio l’idea di una striscia rigogliosa di palme, alberi da frutto, orti e foraggio che costeggia il fiume. Un nastro verde, compatto, che ne asseconda le anse, disegnato con geometrica precisione dalla portata delle canalizzazioni; oltre la capacità idrica, il nulla.
Nella migliore delle ipotesi qui sorge una città: Ouarzazate, Erfoud, Zagora; nella peggiore una casbah, uno ksar o solo qualche casa sparsa.
La casbah originariamente era un avamposto militare intorno a cui pastori e contadini costruivano le loro abitazioni; oggi può essere anche un ristorante per turisti o un hotel, suggestivo ma un po’ cafone, affiliato a una grande catena internazionale. Lo ksar è un villaggio fortificato, eretto da diversi nuclei familiari che difendevano così i loro accessi all’acqua dagli attacchi degli ksar vicini.
Le ultime sono invece dimore semplici, al nostro occhio anche molto più di umili, spesso temporanee, alloggio stagionale di pastori nomadi.
Alcuni elementi accomunano questi, per altro diversi, sistemi urbanistici.
I singoli nuclei abitativi sono di forma cubica (se non piove né tanto meno nevica a che serve un tetto spiovente?) e le finestre sono poche e piccole per tenere lontane quanto più possibile sabbia e caldo.
I materiali di costruzione sono quelli a disposizione: sabbia, paglia, eventualmente pietra (e allora si parla di una tecnica edile detta pisè) o legno di palma (particolarmente flessibile e resistente).
Sembrano castelli di sabbia destinati a essere portati via dall’acqua non appena arriva… inshallah.
Alcuni sono complessi e dotati di mura di cinta merlate, torrioni e portali borchiati. Altri invece sono elementari, minimalisti, quasi l’essenza della casa nei suoi tratti fondamentali. Tutti, indistintamente, hanno però sul tetto l’antenna parabolica per la televisione e forse anche la connessione Internet.

Il vecchio e i bambini
Le strade che percorriamo sono una semplice striscia d’asfalto slabbrato, distesa sulla terra nuda; le automobili, i camion e i pullman ne rivendicano il diritto di passaggio esclusivo. Biciclette e motorini, uomini, donne e bambini a cavallo di asini o su carretti trainati da asini o ancora a piedi, hanno infatti a loro disposizione un’ampia banchina in terra battuta.
A mezza costa, sul gomito di una curva, in un posteggio delimitato soltanto da un paracarro malandato, ci fermiamo: il colpo d’occhio della vallata e dell’oasi in lontananza da qui è spettacolare.
La gente del luogo lo sa e si è organizzata: un vecchio ha costruito una baracca con sabbia, paglia e pezzi di lamiera ondulata che chissà dove è riuscito a recuperare. Sul tetto l’antenna parabolica. Vende geodi, rose del deserto e fossili, cammellini di peluche, monili in agent berber e cuscussiere in terracotta. Le stesse identiche cose che si incontrano in qualsiasi altro angolo di questa porzione di Paese. Un cartellone pubblicitario in alluminio della Coca Cola, appeso a una parete della baracca, funge da insegna del servizio bar che consiste in un armadio frigorifero al cui interno trovano posto bottiglie di plastica di Coca Cola, aranciata di un marchio locale e acqua minerale, ma solo naturale. In fondo, una porta di ferro dà accesso al bagno: una turca col secchio per tirare l’acqua.
Non siamo in alta stagione e di turisti questo vecchio ne vedrà pochini, specialmente qui, ben oltre le mete dei tour più popolari.
Tra un auto e l’altra, tra un pullman e l’altro, rimane tempo per un bicchiere di tè verde, dolce e bollente, e per una sigaretta, magari una di quelle buone, barattate con un turista in cambio di un braccialettino berbero, seduto davanti alla televisione. La scelta tra la decina di canali disponibili, non gli manca certamente.
Poi arrivano i bambini. Hanno sentito il nostro fuoristrada a noleggio fermarsi e si sono messi a correre verso di noi dallo ksar giù nella valle. Il loro turno a scuola evidentemente è in un altro orario se sono qui a chiedere un’elemosina. Ne incontri a gruppi, omogenei per età, che si spostano a piedi di villaggio in villaggio, da mattina a sera, per andare a scuola; zainetto di marca taroccato, comprato al mercato, sulle spalle; jeans e T-Shirt i maschietti, vestito tradizionale e foulard a coprire i capelli quasi tutte le femminucce; qualche volta anche un grembiulino bianco o blu.
Camminano, corrono, si spintonano e si inseguono giocando sul ciglio in terra battuta della “nostra” strada, fino a quando non tagliano dentro in perpendicolare. Si inoltrano nel deserto, guidati da piste invisibili a un occhio straniero, e scompaiono infine dietro un’increspatura dell’orizzonte.
Un’antenna parabolica probabilmente attende a casa anche loro. Mi domando se preferiscono i cartoni animati giapponesi, i documentari della BBC, le serie di Netflix o, anche se è difficile da immaginare, Facebook o TikTok.

In città a far spese
Il mercato settimanale è come nelle nostre grandi città, però non si sposta di piazza in piazza. Ogni giorno si trasferisce in un altro paese, dove inevitabilmente costituisce un forte elemento di aggregazione. Chi vuole vendere e chi deve comprare si dà appuntamento qui. Un piazzale protetto da un basso muro di sabbia impastata è adibito ad accogliere le bancarelle, ma il commercio è attivo anche al di fuori di questo margine e gli ambulanti seduti a terra, i clienti e i molti semplici curiosi creano una strozzatura sulla strada e un conseguente ingorgo, impensabile altrove e altrimenti.
Verdure, legumi e spezie arrivano da coltivazioni in zona, la carne con i camion frigorifero dai macelli centrali delle grandi città, mentre abbigliamento e casalinghi portano spesso l’etichetta “Made in China” anche qui.
Lungo la strada che attraversa il paese dove si tiene il mercato, l’unica esistente e che permette di accedervi e di lasciarlo, il viavai della gente è intenso.
Un pastore porta sulle spalle un capretto che ti segue passargli rumorosamente accanto incuriosito, con gli occhi spalancati e le pupille a fessura, sollevando il capo.
Un camion ci incrocia stracarico di foraggio, tanto che non basta a entrambi farsi da parte sulla banchina per evitare quasi di toccarsi. Il carico fuoriesce dal cassone telonato e i legacci trattengono a malapena quanto stivato sul tetto, che deborda fin sul parabrezza davanti al guidatore. Sembra un enorme covone con le ruote che sobbalza pericolosamente a ogni buca e ondeggia a ogni curva.
Una bambina, calzoncini corti, camicetta graziosa e piedi scalzi attraversa la strada: è stata al pozzo e porta a casa due taniche d’acqua.
Due ragazzi vestiti all’occidentale camminano mano nella mano; uno regge un sacchetto di plastica nero, l’unico tipo di shopper che ti danno qui, che tu sia stato in farmacia, in un negozio di alimentari della cooperativa o nella piazza del mercato. Non è una coppia gay: sono solo amici. E chiunque abbia a che fare con noi occidentali, guida, accompagnatore o concierge d’hotel che sia, è ormai stanco di “giustificarli” ogni volta e non trattiene più un po’ di fastidio nella voce. Una famiglia, padre alla guida, figlio maggiore in piedi tra le sue braccia, madre seduta dietro e in mezzo stretta tra i corpi dei due genitori la sorellina più piccola, rientra a bordo di una Motobecane da 100 cc che arranca sbuffando fumo bianco dalla marmitta.
Tutti saranno a casa questa sera, chi con il cassone del proprio camion o i basti di verdura e legumi svuotati, chi con il sacchetto nero pieno di carne e datteri per la cena, chi con un capretto in meno nel recinto ma chissà cosa di più necessario con sé; chi a piedi, chi sul ciclomotore, chi a cavallo del mulo o sul carro, tutti torneranno alla loro casa di fango e paglia con l’antenna parabolica. Vedranno Trump e Xi Jinping o la serie Narcos e lo spot pubblicitario che promette “Un Ramadan più generoso con le offerte LG Electronics”.

Berberi e arabi
Più avanti entriamo in una città.
Intorno alla medina si è sviluppata la parte moderna che ovunque ha lo stesso aspetto: case a due piani che si affacciano tutte sulla strada in due sole file disordinate, una al di qua e una al di là. Dietro sempre il nulla.
Al piano terra, all’ombra del porticato, laboratori di artigiani, macellerie, panetterie, bar e la farmacia. Sembra siano stati ricavati dai box per le auto: un unico vano, senza una vera vetrina, né una porta, spesso nemmeno il bancone. Manca una reale soluzione di continuità tra il dentro e il fuori del negozio.
Il commercio è una relazione, un rito, non certamente il nostro protocollo: entro, scelgo, imbusto, pago, esco. Capita, non è una favola per turisti, che venditore e cliente bevano assieme un tè nel negozio, dentro o fuori; prima, dopo o durante l’acquisto.
Nei suk delle città maggiori, un garzone del bar più vicino cammina tutto il giorno su e giù tra le bancarelle, portando una grande teiera, bicchierini dorati e zollette di zucchero.
Al primo piano, grate in ferro battuto alle finestre proteggono la sicurezza di chi vi abita. Sembra strano però, in un contesto di così diffusa povertà, pensare a una frequenza di furti in appartamento tale da giustificare una simile consuetudine. Più verosimilmente è un elemento decorativo tradizionale.
Sul tetto, spesso calpestabile e limitato da un parapetto in muratura, ancora antenne paraboliche, tante quante sono gli appartamenti e le famiglie.
Ci hanno spiegato che si può costruire solo con il colore che contraddistingue la zona, o per meglio dire con la tonalità di rosso che la contraddistingue e poi eventualmente tinteggiare la facciata a calce.
Maggiore libertà è concessa solo ai portoni e alle saracinesche dei negozi-box. Un segno di distinzione che sostituisce in qualche modo l’insegna.
La strada che si allarga, la presenza di un incrocio, una rotonda, un semaforo e marciapiedi lastricati sono indice della maggiore ricchezza di tutto il paese e, di conseguenza, di una maggiore importanza. Ma una piazza con la moschea e un edificio pubblico con le bandiere che sventolano sulla facciata, spesso una scuola, non mancano comunque mai.
Fatta eccezione per le ore più calde della giornata, la vita si svolge all’aperto: sulla strada o davanti al proprio laboratorio artigianale, ai tavoli del bar o distesi a terra all’ombra di un muretto.
Le donne, quasi mai sfaccendate, attraversano la città per recarsi a un appuntamento o a fare compere. Se ne vedono anche a cavallo del mulo o in piccole compagnie su un carro trainato da un cavallo, che qui costituisce l’unico sistema di trasporto, condiviso più che pubblico, per collegare tra loro i paesi vicini.
In queste valli convivono sostanzialmente due razze: quella indigena berbera e quella araba, arrivata con le conquiste, e se negli uomini le differenze sono difficili da cogliere dalla distanza, per le donne tutto è più semplice. Vestite di nero, capo e volto coperto sino a lasciar fuori anche un solo occhio, sono le donne arabe. A volto e spesso anche capo scoperto, vestite di un mantello colorato e sgargiante come un sari indiano, sono invece le donne berbere.
Le più anziane portano ancora evidenti sulla pelle del viso, delle braccia e delle mani i tatuaggi rituali che ne identificano la discendenza e marcano le tappe fondamentali del loro percorso sociale, in un articolato linguaggio simbolico.
Il velo, che copre teste e volti delle donne arabe, non è un cappuccio ma una sorta di foulard. Come un sipario, può aprirsi davanti ad amiche e parenti o chiudersi all’arrivo dello straniero.
Raramente è fermato, più spesso è semplicemente trattenuto sotto il mento con le mani o con i denti se queste dovessero essere impegnate.
La lunga tunica nera del chador costituisce l’abbigliamento più comune. Ondeggia obliqua proprio a causa del braccio tenuto piegato sotto la stoffa per permettere alla mano di bloccare il velo. La figura che cammina offre così allo sguardo una sinuosità insolita, un dondolio sensuale e quasi eccitante. Accompagna occhi scuri e sguardi profondi, disegnati con il kajal, che sfuggono da sotto il velo.
A sera siamo tutti a casa, noi in una stanza d’albergo, io davanti alla televisione.
Vado sul sicuro e cerco Melody Hits: un’emittente che trasmette video di cantanti marocchini. Come MTV, ma solo per la musica locale; ovunque nel mondo c’è almeno una stazione così, da Marrakech a Tallin, da Lisbona ad Ankara.
Le immagini e i suoni imitano nei modi e nelle forme i modelli europei e americani. Ciò nonostante, lo “stile arabo” traspare e mi piace cogliere la sfumatura dove occidente e oriente si incontrano. Gli esiti possono essere molto interessanti anche se, il più delle volte, fanno invece sorridere di tenerezza.
Vedo auto costose, abbigliamento firmato, gioielli, case di lusso e prestigiosi oggetti di design: il consueto catalogo delle vanità prêt-à-porter che tutti conosciamo bene.
Mi preparo per scendere a cena e penso che così anche questi ragazzi sanno che cosa desiderare, le loro mamme che cosa temere e i loro padri che cosa detestare.
Per quanto in una camera d’albergo e in una terra straniera, in qualche modo mi sento a casa in questo angolo di “altro” che, nel bene e nel male, ancora prova a resistere.

Fango, paglia e antenne paraboliche è un racconto di Corrado Calza