Fiammiferi

La capsula del tempo era una semplice scatola di latta.
Ettore l’aveva trovata ai piedi dell’olmo in giardino, l’albero al riparo del quale aveva giocato tante volte a nascondino. Là Achille si divertiva a fargli le linguacce, da bambino: aveva le gambe lunghe, suo fratello, e arrivava a batterne il tronco e gridare tana sempre un minuto buono prima di lui.
Anche suo padre aveva ammesso di aver seppellito qualcosa fra le sue radici.
Quando gli aveva chiesto cosa fosse, era stato osservato a lungo, gli occhi fissi su qualcosa che Ettore non vedeva. A posteriori, avrebbe potuto riconoscere nello sguardo di suo padre il senso di colpa e l’inadeguatezza che lo aveva attanagliato per anni.
La capsula era una comunissima scatola da biscotti, di quelle rotonde usate per conservare le delizie danesi al burro. Sua madre le aveva collezionate per decenni in un’alta credenza di mogano che odorava di naftalina. Ne aveva avuto una cura quasi maniacale, al limite dell’ossessione.
Chiudendo gli occhi, poteva rivederle ordinate secondo grandezza, poste abbastanza in alto, al riparo dalle mani dei bambini e dai loro giochi. Forse quella che aveva trovato veniva proprio da lì.
Il metallo della scatola si era ossidato. Ciononostante, non si era scoraggiato ed era arrivato a sollevarne il coperchio; il tanfo di muffa lo aveva investito in pieno, costringendolo a indietreggiare.
Quando era riuscito ad aprirla del tutto, aveva sgranato gli occhi per la sorpresa: doveva essere uno scherzo di suo padre, quello. Dopo il suo funerale, però, aggrapparsi a quel suo ultimo brandello di esistenza era tutto ciò che gli rimaneva.
L’oscuro presagio della sua dipartita era giunto assieme ai rintocchi di un orologio, posto nell’ingresso di casa: non aveva mancato un colpo, in anni di onorato servizio, se non la notte prima che suo padre li lasciasse.
Achille era tornato dall’Inghilterra con il primo volo, senza più lacrime. Si erano stretti l’uno all’altro, fondendo i respiri per tornare nel grembo materno e scomparire.
Calare la bara di mogano sei metri sottoterra aveva reso definitiva e immutabile la tragedia che si era abbattuta su di loro.
Non avrebbe mai dimenticato il sussultare delle spalle di sua madre, il peso del dolore che erano state costrette a sopportare. Avrebbe seguito il marito qualche mese più tardi, accompagnandolo nell’oltretomba come aveva fatto in vita.
Né lui, né suo fratello avevano avuto il coraggio di vendere la villa di famiglia ereditata. Così, di tanto in tanto, Ettore saliva in auto e guidava sino alla sommità della collina su cui essa era arroccata.
Si stringeva in una coperta e rimaneva fuori dalla sua proprietà, sorseggiando caffè. Gli piaceva ricordare i bei tempi andati, l’infanzia che pareva tanto lontana.
Fu proprio durante una di quelle occasioni che gli apparve il fantasma di suo padre, pallido come un cencio slavato.
Ettore si era appisolato al volante, poco dopo aver inserito il freno a mano. A svegliarlo era stato un cigolio prolungato, simile al ruotare faticoso di una porta su cardini arrugginiti.
Il baluginio spettrale lo aveva guidato fino all’olmo, dove una volta giunto si era reso conto di essere solo.
Era tornato il giorno seguente e si era messo a scavare, mosso dalla convinzione di aver visto suo padre: lui voleva che scoprisse il suo segreto; forse per chiudere i conti con questo mondo e oltrepassare la linea che lo separava dal posto a cui si accede dopo la morte.
Aveva lavorato con il badile per mezza mattinata, senza trovare altro che non fossero radici, gusci di lumaca e terra umida.
Scoraggiato dal constatare che si fosse trattato di un’allucinazione, si sorprese non poco nell’udire un rumore metallico accompagnare l’ennesimo affondare della vanga. Ricordava i nervi a fior di pelle e l’eccitazione, la pelle d’oca.
Ed eccolo là ora, a rigirarsi per le mani un mucchio di fiammiferi.
Già, era questo che la scatola conteneva: semplici zolfanelli. Gli rimaneva da scoprire quanto fossero importanti da indurre suo padre a sotterrarli.

Ettore ruotò sulla sedia girevole per osservare la città attraverso le ampie finestre del suo studio. Le luci erano spente, colpa di un blackout che lo aveva costretto ad usare alcune candele.
Intravide un che di provvidenziale, in quel guasto: l’odore della cera d’api, infatti, gli ricordava sua madre e il suo strano modo di sorridere.
Che entrambi gli spiriti dei suoi genitori gli stessero chiedendo la pace?
Qualche sigaro, un paio di matite dalla punta spezzata, un fermacarte in stile neo-contemporaneo di dubbio gusto: lo scrittoio avrebbe potuto essere meno ingombro, ma a lui andava bene così.
Il modulo delle sue ipotizzate dimissioni giaceva abbandonato in un angolo, tanto lo aveva assorbito quella vicenda familiare. E proprio là, sepolta fra estratti conti e scartoffie, c’era anche la capsula del tempo.
«Ti ho portato della cioccolata!»
Il volto di sua moglie Diana apparve ondeggiando alla luce di una torcia. Posò la tazza sullo scrittoio e gli sedette sulle ginocchia, bella e seducente dall’alto dei suoi quarant’anni compiuti.
«Mi ami ancora?»
Ettore rise, era di buon umore quella sera.
«Che domande sono?»
Gli rivolse un sorriso stanco e schiuse le labbra, sul punto di dirgli qualcosa. Era conturbante persino con quelle rughe agli angoli della bocca, il canino sbeccato di quando ragazza era caduta dalla bicicletta.
Erano mesi che non si toccavano, il letto matrimoniale rimaneva un guscio vuoto di disillusione e sogni infranti. Nessuno dei due sembrava avere colpa di niente, se non quella di non averci creduto abbastanza a fondo.
Semplicemente lui era rimasto ancorato al passato, Diana no: lei voleva un futuro, un figlio magari, che Ettore non le aveva mai dato.
Lui si sporse propositivo al suo indirizzo, ma lei rimase ferma, passiva, le braccia serrate contro il costato. Soltanto gli occhi vagavano inquieti, vivi.
Gli sembrava di stringere tra le mani una statuina di vetro, pronta ad andare in frantumi alla minima pressione. Ma ci provò lo stesso, riempiendo quel silenzio con i baci, infilando fra le labbra tutto ciò che non sapeva dire a parole.
Le passò le dita tra i capelli, lasciandole correre lungo la schiena in un crescendo di passione e desiderio.
Eppure, lei continuava a rimanere rigida: non lo assecondava; rifuggiva il suo contatto.
Ettore si fermò, ansimando piano, per seguire lo sguardo di sua moglie insinuarsi nella penombra.
Il buio danzava alle loro spalle, accompagnando i sospiri e il silenzio.
«O me o il tuo passato!»
Diana si sottrasse alla sua stretta, portando via con sé persino il suo profumo.
Le fiamme tremolarono al suo passaggio, chinando il capo.
Una volta scomparsa oltre la porta, l’ultimatum gli risuonò nelle orecchie sino a dargli la nausea.
Assestò qualche colpo alla cieca, in un turbinio di scartoffie e cera. La stanza si fece più buia, ombrosa. Percepì il pizzicore delle lacrime affacciarsi dietro gli occhi, la gabbia di rabbia infrangersi.
I fiammiferi si erano riversati a terra, le capocchie rosse come sangue.
Era cominciato tutto con quei cerini: avevano aperto una porta sul passato che Ettore non sapeva se chiudere o lasciare aperta. Ne afferrò una manciata, frantumandoli tra le dita con uno scatto di polso.
Che diamine significavano?
Che fossero maledetti?
La risposta gli arrivò poco dopo.
Era contenuta in una lettera.
Era datata 24 Giugno 1975.
Quello era il giorno del suo secondo compleanno.

Il casinò riluceva dorato.
L’edificio svettava in altezza oltre gli adiacenti, una barca di mattoni e calcestruzzo che aveva fatto la fortuna della sua famiglia. Illuminato com’era, da solo sarebbe bastato a rischiarare la notte che lo avvolgeva.
Ettore aveva sempre disprezzato l’attività che suo padre aveva messo in piedi: il suo successo erano i vizi della gente, le loro debolezze. I soldi che avevano fatto la loro fortuna erano sporchi di un’umanità perduta in sé stessa.
Era questo il motivo per cui né lui, né Achille avevano voluto avere a che fare con l’azienda di famiglia, se così poteva essere definita.
Smontò dall’auto, alzando lo sguardo sul gigantesco ferro di cavallo al neon infisso sulla facciata.
Dall’altro lato della strada c’era una chiesa, a confronto molto piccola, che pareva essere stata messa là più per beffa che per altro. Lo spirito è forte, ma la carne è debole, pareva dire.
Non entrava lì dentro da anni, sin da quando aveva terminato gli studi superiori e aveva voluto immettersi nel mondo del lavoro. Quello vero, dichiarava lui, cosa che lo aveva portato a non pochi contrasti con suo padre.
Le porte dorate pulsavano ipnotiche.
Una gran folla attendeva all’esterno. Erano uomini mascherati con pellicce e gioielli e cinquantamila euro di rolex addosso. Avevano gli occhi sovraeccitati, le dita contratte nella smania di poter finalmente entrare e indebitare tutto ciò che possedevano al gioco.
Quanto si poteva cadere in basso?
Al confronto lui, con il suo misero stipendio da capoufficio, lì dentro avrebbe potuto entrarvi come inserviente, di quelli che puliscono i bagni dove quei gran signori andavano a consumare alcol e droga.
Percepì un dolore al costato, man mano che si avvicinava, una fitta che andava e veniva al battito del suo cuore.
Era difficile pensare di oltrepassare quella soglia dopo aver letto quello scritto.
Non era più in grado di ragionare.
Forse non avrebbe dovuto; forse poteva chiudere gli occhi e far finta di non aver mai letto quella missiva. Il passato era passato, dopotutto, specialmente quando era talmente remoto da non serbarne memoria.
Ettore si fermò sul posto, immaginando quel luogo prima che sorgesse il casinò.
C’era un negozio di alimentari all’angolo, un gruppo di case che non andavano oltre il quarto o quinto piano. Poteva scorgere anche la cuccia di un pastore tedesco, Maya, e un paio di bambini che correvano per l’isolato.
C’erano persino un piccolo parco giochi, una macchia di verde in tutto quel cemento, e comignoli anneriti che sputavano fumo per l’imminente inverno.
E vedeva una moglie e un marito cullare un neonato. Apparivano ignari di quello che sarebbe successo.
Lui aveva un neo sulla tempia sinistra ed era fulvo di capelli, lei sorrideva spesso ed era minuta.
Il loro figlio strillava fra le coperte, agitando i piccoli pugni in aria; polmoni d’acciaio, lo avevano soprannominato.
Tutto questo immaginava: una realtà spazzata via dal casinò di suo padre; dalle fiamme che avevano reso possibile il suo progetto; dai fiammiferi che aveva trovato nella scatola di latta; dall’avidità di un uomo.
«Ho bisogno di un attimo!» disse al buttafuori attento all’entrata.
Questi, riconosciutolo, lo guardò sospettoso; poi chiuse le porte alle sue spalle.
Ettore si immise lungo il corridoio dipinto di rosso, i passi resi ovattati dalla moquette, fermandosi infine di fronte ad una parete.
Il muro dei successi, lo aveva chiamato suo padre una volta, tappezzato da tutti gli articoli di giornale e le foto che elogiavano il casinò e il suo fondatore.
Un grande mucchio di merda, avrebbe preferito lui.
Con la lettera stretta in pugno, esaminò ogni centimetro quadrato della parete fino a trovare la foto che gli interessava.
I bordi erano frastagliati, anneriti dal fuoco, e sembrava essere stata sfocata dal calore delle fiamme.
Eppure, Ettore riusciva ugualmente a vedere i suoi genitori, quelli veri, sorridere: sua madre lo stringeva al petto, lui stesso guardava l’obbiettivo con l’espressione imbronciata tipica di chi è stato appena rimbrottato.
Doveva essere stata scattata pochi mesi prima che morissero uccisi dalle fiamme; prima che colui il quale aveva chiamato papà mettesse a ferro e fuoco quel posto.
La loro vita era stata il prezzo necessario per costruire quel luogo di perdizione.
La lettera lo confermava.
Abbassò lo sguardo, incapace di continuare a sostenere il contatto visivo con i suoi genitori più del necessario.
Quella era la prova evidente che aveva vissuto la vita di un altro, che Achille non era suo fratello.
Era stato adottato.
Macchiarsi della morte di un bambino doveva essere stato troppo scabroso persino per lui.
Così aveva preso il suo cognome e lo aveva chiamato padre.
Ma c’era ancora qualcosa che poteva fare.
Quantomeno avrebbe fatto in modo che la verità scoperta non fosse calpestata.
Glielo doveva agli spiriti di tutti i suoi genitori, biologici o adottivi che fossero.
Chissà se c’era una forma di redenzione, nella morte.
Tornò sui propri passi, diretto verso l’ingresso con la fotografia in pugno.
Poi spalancò le porte e osservò la folla.
Il buttafuori lo guardava aggrottando la fronte.
Si concesse un bel respiro, prima di fare il suo annuncio:

«Signori, si chiude!»

Fiammiferi è un racconto di Davide Pietrafesa