HO VISSUTO ILCAMMINO di Alessandro Marazzato (prima parte)

SANTIAGO: IL CAMMINO DELLE STELLE

La seguente narrazione che segue si aggiunge alle innumerevoli già scritte sia da autori conosciuti che da semplici pellegrini che, non avendo certo la velleità di provetti scrittori, sono comunque la testimonianza diretta dell’impresa, un’esperienza unica che trascende la vita reale. È una storia come tante altre, ma è anche una storia unica, diversa da tutte perché è la mia storia. Scritta col mio modo di vedere, di percepire e di raccontare.

Non ho razionalmente compreso il perché di tale mia scelta, neppure ora che ho terminato il Cammino già da un anno. Mi sento ancora pervaso dalla vicenda e dalla voglia di riprendere a percorrere quelle strade non sempre facili, non sempre semplici e non sempre certe che conducono a Santiago e alla tomba dell’Apostolo Giacomo.

Alla domanda, rivoltami spesso, del perché ho iniziato l’esperienza del Cammino, le risposte che mi sono dato e mi do sono discordanti perché non riesco a comprendere fino in fondo il “mistero” che mi ha spinto a intraprenderlo e che muove tante folle da ogni parte del mondo.

Qualcuno dice che sia simile a un percorso di crescita, come quella del bambino che viene accompagnato da braccia amorevoli verso una destinazione che lo farà diventare adulto.

Altri motivano la scelta con la fede e il desiderio di una conoscenza e maturazione spirituale.

Tanti lo giudicano una competizione con sé stessi per misurare le capacità fisiche e la resistenza.

Ma la grande maggioranza, tra cui io, non sa darsi una risposta razionale, dice che la troveranno “cammin facendo”.

Io mi sono convinto che il senso profondo attribuito al Cammino è estremamente soggettivo e ognuno trae le proprie conclusioni, il proprio bilancio finale, interrogandosi e riflettendo su quale sia il significato e il senso di quanto vissuto e perché ha intrapreso il viaggio.

Questa avventura non ha nulla di paragonabile ad altri percorsi che ho attraversato muovendomi a piedi, in massima parte, su sentieri agresti o montani. Non si può considerare alla stregua di un semplice trekking o una vacanza. Ciò che lo rende inimitabile e unico è l’atmosfera di altruismo e pacifica convivenza che si respira, i sorrisi, i pianti, la tenacia, il confronto tra persone provenienti da ogni ogni dove e da ogni cultura. É la constatazione di quanto c’è di buono nell’umanità, di quanto la presunta nostra unicità, sia simile a quella di chi ci accompagna.

Un aspetto emerso dopo poco tempo che camminavo è il fatto che la nazionalità, l’etnia, il mestiere svolto, le amicizie e i soldi non hanno alcuna importanza; sono le azioni e la considerazione verso il prossimo a qualificare questa speciale transumanza.

Sono le sensazioni e le emozioni che rendono indimenticabile, affascinante e attrattiva l’atmosfera del cammino delle stelle. Le esperienze maturate, il condividere un fine comune che pone tutti i pellegrini sullo stesso piano infondono la forza di camminare ogni giorno per ore, con tutto ciò che questo comporta. Pur essendo equipaggiato perfettamente, informato e preparato ad ogni evenienza, le fondamenta su cui si basa questa esperienza sono soprattutto due: la forza di volontà e la tenacia.

Mi trovavo spesso a camminare faticosamente, magari a provare dolore e affrontare imprevisti nuovi che dovevo risolvere rispolverando la mia fantasia.

Queste prove erano uno stimolo importante, una sfida con me stesso e alle convinzioni strutturate da anni da parametri consolidati, ripetuti e perciò tranquillizzanti, che venivano messi in discussione da persone diametralmente opposte a me, con modi di pensare e comportamenti che a volte faticavo a comprendere.

Si dice che il Cammino si suddivida in tre parti. Molti lo affermano, convinti che ci sia necessità di catalogare le nostre azioni secondo schemi ben precisi. Io condivido apertamente la seguente suddivisione anche se non esiste una linea di demarcazione precisa uguale per tutti.

La prima inizia a San Juan pied de Port per finire a Burgos.

È definita la tappa dei piedi dove sono messi alla prova il fisico e la resistenza. Ricordo la prima tappa passando per Orisson per andare alla collegiata di Roncisvalle.

Quei primi otto km di dura salita mi han fatto dubitare della mia capacità di giungere alla fine. È quella in cui affiorano vesciche e altri mali causati dallo sforzo di camminare e di sopportare il peso dello zaino. Ogni giorno un nuovo dolore ricorda i chilometri fatti, la sete patita, il caldo e il pensiero della rinuncia a favore di contesti più comodi. A questi dolori si aggiunge la solitudine, condizione necessaria e insita in questo camminare ripetitivo e condizionante alla quale bisogna adattarsi.

La seconda, che va da Burgos a Leon, è la tappa della testa durante la quale la razionalità, così come siamo abituati ad esercitarla, comincia ad offuscarsi per sintonizzarsi sull’esperienza in corso. Affiorano nuove sensibilità, nuove prospettive e parecchi dubbi. È la tappa che ci avvicina all’essenza del Cammino, alle distese sconfinate, agli orizzonti immensi, alla speranza e alla condivisione.

L’ultima è definita quella del cuore, dove le emozioni si solidificano con tutto il nostro essere. Comanda l’emotività. L’attesa della conclusione si fa pressante e forte è la nostalgia del tempo vissuto nell’esperienza comunitaria del Cammino. Non volevo che finisse, desideravo camminare nel sogno di raggiungere la tomba di Santiago e allo stesso tempo speravo si allontanasse. Desideravo un Cammino senza fine.

*****

Di seguito racconto tutte le tappe in successione, non con la precisione di una guida, ma con l’intento di descrivere ciò che ho vissuto, ciò che mi ha maggiormente colpito e si è scolpito nella memoria. Scrivo con l’incertezza del neofita, che si avvicina alla narrazione di un’esperienza grande e sovrastante, col timore di non avere la capacità di delinearla con precisione e veridicità.

A volte confondo realtà e desideri che, nel Cammino, sono un tutt’uno. Racconto parti delle esperienze vissute percorrendo la via delle stelle, ricordandomi quotidianamente che le parole che mi sono rimaste impresse sono quelle che hanno toccato il mio cuore perché la verità alberga lì e non nei successi o nei disastri che hanno costellato il mio procedere nei meandri di un’esistenza, a volte fortunata e a volte no, ma sempre caratterizzata dalla necessità di sperimentare, di conoscere e misurarmi.            

È nel cuore che si palesano i contenuti veri che ci spingono verso gli altri.

I trionfi, le sconfitte, il denaro, la società frenetica, l’azzeramento della capacità critica, l’omologazione, sottese al denominatore comune dell’arrampicata sociale, ci distolgono dal vero significato della vita.

Spesso siamo tentati di porci su un piano superiore agli altri, a volte siamo convinti di avere la verità in mano e in quel momento ci riempiamo di un’arroganza che ci ottunde. Diveniamo dei dittatori perché siamo convinti della nostra conoscenza e della saggezza che permea il nostro agire, perdiamo così il rispetto per gli altri e costruiamo barriere.

La sapienza non viene solo o tanto dai titoli accademici che abbiamo agguantato, ma viene prevalentemente dal cuore. Vi è appunto una sapienza del cuore, specialmente tra quelli che vengono classificati come gente semplice, che riesce a farci capire cose che i nostri titoli neppure sfiorano.

È l’umiltà della quale dovremmo essere pregni ma che fa a pugni col nostro quotidiano modo di vedere e intendere la realtà. Ecco cosa cerco e ho cercato e spero di avere trovato, per comprendere e compensare errori e vittorie.

Il sole è abbacinante, non riesco a guardare l’orizzonte, il mio futuro e quello che sarò.

Non posso fare a meno di pensare al tempo trascorso, ad un passato prossimo e remoto. Emergono le azioni incompiute, le cose lasciate a metà e pure quelle mai iniziate per codardia o cialtroneria, mi sfilano davanti anche quelle positive che avrebbero potuto essere migliori se solo mi fossi dedicato un po’ più puntualmente a completarle e mi dico che forse qualcosa da elaborare ce l’ho pure io, come quelli che hanno vissuto come me.

Non è tanto il distacco dalle cose, dagli affetti, da quegli amori che mi hanno perseguitato, dal lavoro e dalla quotidianità che mi amareggiano, piuttosto è l’idea che il tempo non mi basti per ricucire gli strappi della vita. È la paura di andarmene con la lista della spesa ancora in mano nel grande supermercato della vita, come è successo al mio amico che se ne è andato anzitempo corroso dalle indecisioni e poi dal cancro. Non voglio rimanere lì, fermo, di fronte agli scaffali delle opportunità, incapace di decidere.

Mentre avanzo, portandomi appresso lo zaino che è tutto quello che in questo viaggio fisicamente posseggo, cammino tra i sassi del sentiero sconnesso come la mia vita parallelamente al sentiero boscoso che porta a Santiago. Un sentiero mentale e uno fisico che si specchiano, si intersecano e si allontanano. Non so chi sono. Mentre le foglie dei rami del bosco limitrofo mi accarezzano le gambe nude mi sento, man mano che avanzo, più leggero e penso agli anni vissuti nell’oblio, sperando in un avvenimento che mi liberasse dagli incubi quotidiani, dalla frenesia, dall’obbligo di essere qualcuno.

Il successo raggiunto come architetto non mi appaga, ho un carattere di merda o semplicemente la mia instabilità non mi permette di fermarmi ad assaporare gli obiettivi raggiunti e per questo sono sempre alla ricerca di qualcos’altro. Bramo una catarsi, un rito propiziatorio che mi porti consapevolezza, conoscenza e stabilità. Quella stabilità che è coscienza e accettazione di come sono e di quanto mi accade intorno.

Di una cosa sono certo e cioè, che non voglio essere il sacrificato, il capro espiatorio della mia nullità anche se sono la causa della mia vita dissestata. Cerco l’intima conoscenza di me, di quell’essere che sono io per me stesso. Cerco l’aiuto di una qualche divinità che mi faccia risorgere e, come un mattino dopo una notte di burrasca, mi disveli l’orizzonte limpido e sereno nel quale vedere apparire l’isola agognata.

Sono naufrago delle mie stesse incertezze, un marinaio in cerca di una rotta sicura, uno scalatore che brama la vetta dalla quale spaziare su un mondo che ora non mi appartiene. Ogni volta che, convinto di aver raggiunto la meta, mi sedevo a rimirare la vastità dell’orizzonte, certo di aver trovato un punto saldo, mi ritrovavo poi più confuso e desideroso di un’altra tappa, che mi portasse sempre più vicino a ciò che agognavo.

La mia vita non è stata il processo di liberazione dalle impurità dello spirito, dall’angoscia del successo, dalla folle ricerca del denaro e così ho perso la memoria dello stato di purezza bambina, quel mondo fantastico che, seppur di sogno, è governato dal bene e dalla speranza.

Voglio liberarmi l’anima dalle passioni e dall’ego per riaprirmi alla saggezza degli innocenti. Desidero un secondo battesimo o una confessione che mi mondi e mi renda libero.

Non so se quello che sto cercando esista nella confusione di questo mondo dedicato al successo personale, alla coercizione per dribblare gli altri, alla falsità come mezzo per fare breccia nella competizione caotica per emergere.

Ho bisogno di una nuova innocenza che mi permetta di vedere con occhi di bambino e, anche se sono vecchio, vive in me la speranza che in questo viaggio verso una meta che, in tempi passati, accostavo a una forma di superstizione frutto di errore e di ignoranza, invece ora agogno, seppur nel dubbio, come un assetato l’acqua.

Scrivo le emozioni che mi accompagnano e, nello svolgersi dello scritto e del tempo, si modifica la percezione che ho del Cammino, della gente che mi accompagna e di quella che incontro stanziale nella loro immobilità.

Camminare è un divenire mutevole, ogni giorno si sovrappone al precedente fino a costruire una catasta di emozioni, impressioni, immagini e turbamenti che hanno un unico comune denominatore: camminare in libertà.

In quest’epoca sempre più frenetica, dove ogni cosa, dai sentimenti alla cosiddetta normalità della vita, è consumo, bramosia e ricerca di ricchezza, distruzione e apparenza, camminare consente di avvicinare e scoprire, con ritmi lenti e senza affanno di raggiungere un obiettivo a ogni costo, quanta bellezza ci circonda. Mi sento addosso un’irrequietezza difficile da definire. Sento nelle gambe il bisogno di andare più in là, oltre la sicurezza delle pareti domestiche. Provo il desiderio di misurarmi, non con la difficoltà delle cime o i venti del mare, ma con me stesso e le certezze che mi sono costruito attorno.

Leggo, in un saggio, che il procedere lento ci permette di entrare non solo in sintonia ma anche in intimità con gli ambienti attraversati e ci aiuta a liberare la mente dagli stress, facendo emergere la soluzione ai problemi e a scaricare l’energia negativa accumulata nel nostro procedere. Ci voglio credere e provare. Non importa quanto tempo occorra, anche se anziano, penso di averne ancora abbastanza. Almeno lo spero. Non mi spaventano né la durezza e neppure le fatica. Non vivo il disagio di sistemazioni precarie, non provo angoscia alla necessità di centellinare il denaro. Non mi preoccupano le variazioni atmosferiche e tanto meno mi faccio distrarre da pensieri ipocondriaci. Riconoscere che la vita è fragile e fugace è una buona ragione per abbandonare il bisogno di preoccuparsi.

Era il 2016 quando, per la prima volta, pensai seriamente e poi costantemente al Camino de Santiago, ma, nonostante il fascino che che quest’avventura esercitava su di me, lasciai che il desiderio si appannasse. Che l’idea divenisse memoria.      

Un fatto, molto tempo dopo, riportò la mia attenzione al Cammino. Suscitò in me quel bisogno umano di tentare di arrivare a toccare l’inspiegabile infinito che chiamiamo Dio. Questo sconosciuto che rimbalza in ogni nostro desiderio di conoscenza trascendentale. Avevo e ho il bisogno di capire il perché di questo assoluto, metafisico e universale desiderio.

La decisione avvenne dopo aver visto il film il Cammino per Santiago, del regista Emilio Estevez, tre anni dopo.

Si risvegliò impellente la voglia di percorrerlo, di assaporare le distese silenziose di quei paesaggi aridi e potenti. Mi avevano incuriosito la gente che camminava silenziosa, gli scenari mozzafiato, la comunione che si andava inspessendo tra i quattro protagonisti del film, i luoghi e gli stili di vita diversi che scorgevo nei vari borghi che il percorso attraversava. Più di tutto mi colse la serenità dei camminatori e i loro obiettivi che non mi parevano così ambiziosi. Allora del Cammino non avevo ancora capito nulla, ma mi frullava in testa e mi appariva come una sirena, attraente e misteriosa, foriera di sensazioni magiche.

 Nel 2020 ero già a Creta da quattro anni e stavo percorrendo le Samaria Gorge. Diciotto chilometri in discesa tra rocce, ghiaia e qualche rado torrentello in carenza d’acqua.

Nel discendere tali gole ricominciai a pensare al Cammino come ad un’esperienza ormai per me necessaria e indubbiamente fattibile, visto che ero in procinto di rientrare in Italia, dove da lì sarei potuto partire. M’immaginavo le lunghe camminate in compagnia di nessuno o di qualche raro viandante. Poi non fu così.

Dopo essere partito da Xiloskalo, per percorrere le Samaria Gorge, arrivai al porto di Agia Roumeli con negli occhi le immagini che mi ero costruite sul Cammino. Non tutte attinenti e non tutte veritiere. Di fronte alla vastità del mare, del cobalto che in quella giornata tinteggiava le acque frementi, agitate da un vento radente, capii che la mia esperienza a Creta doveva esaurirsi presto.

Mi sentivo sazio dell’esperienza che avevo vissuto in quei quattro anni trascorsi con leggerezza. Capii che restare significava intorpidire ogni desiderio di conoscenza, offuscare ancora di più il mio passato e stordire il desiderio di riemergere alla vita, in poche parole, vivevo la necessità di dare un taglio netto alle mie recenti radici piantate nell’isola.

Nei giorni che seguirono la mente era fissa sulla Spagna e sulle regioni che avrei dovuto attraversare se volevo percorrere El Camino de Santiago: Aragona, Navarra, La Rota, Castiglia e Leon e la Galizia. Iniziai una ricerca sulle caratteristiche di quei luoghi e sulla storia del Cammino.

Lessi alcune parti del Codex calixtinus, il Liber Sancti Jacobi del XII° secolo, la prima guida cartacea del Cammino, precisamente il quinto libro, e si cementò l’idea di partire.

Tale desiderio, che ancora oggi, dopo aver concluso il mio primo Cammino di Santiago, o meglio, il cammino delle stelle, mi si è appiccicato addosso come una seconda pelle e mi spinge a riprovare, mi stimola a rifarlo poiché, tutti quelli che l’hanno percorso più volte, asseriscono essere sempre diverso e portatore di novità.

Non volevo essere come Ulisse: spettatore curioso ma inerme perché legato all’albero maestro della nave.

Mi sconvolgeva il desiderio, mai sopito, che mi accompagnava nelle mie escursioni in quei desolati e aridi paesaggi dell’isola di Creta, di cimentarmi con quel percorso di 900 km che da San Jean porta a Santiago e poi a Finisterre. Una brama che, come un miraggio, si stagliava di fronte a me suscitandomi la voglia di affrontare l’esperienza. Assetato di avventura mi crogiolavo nella smania d’intraprendere il viaggio del pellegrino. Quel viaggio, che, a detta di tanti, ti sconvolge l’anima e ti rende diverso. Ero attratto inspiegabilmente dall’immagine del nomade solitario, del pioniere in un tempo dove le scoperte e le prove erano difficili, ma più di tutto dall’idea che ho di me, e cioè, di colui che cammina solo e sicuro e non si fa toccare dagli avvenimenti esterni.

Non mi bastavano più le escursioni in alta quota sulle Dolomiti, e neppure i sentieri sulle assolate montagne di Creta nella zona del Psiloritis, né tanto meno quelli sulle montagne verdi e affascinanti dell’Ovest: le Lefka Ori. Lì ho calcato molte volte i miei passi percorrendo panorami difficili e suggestivi. Passi che, quasi come un mantra, risuonavano cadenzati nel procedere lento e silenzioso, dove io mi perdevo quasi come in una preghiera.

Non sono state neppure la percorrenza del Deserto del Gobi in Mongolia o le contemplazioni delle distese assolate dell’Eritrea ad appagare la mia sete di viaggiare alla ricerca di me stesso.

Anche i sentieri boschivi delle Alpi mi erano venuti a noia, erano camminate lunghe al massimo tre o quattro giorni e non tempravano il mio spirito ma solo il fisico. Desideravo di più, bramavo un’esperienza che mi colmasse di emozioni, volevo una risposta al bisogno di spiritualità e a ciò che mi era accaduto e che aveva sconvolto e cambiato la mia vita. Forse bramavo quella libertà di spirito che solo il camminare a lungo, come una terapia, può dare, convinto che il passo ripetuto è taumaturgico. Così avevo sentito dire da chi il Camino lo aveva già concluso.

A volte, seduto su uno scoglio a rimirare le onde spianate dal catabatico e polverizzate in nebbiolina sottile sospinta da un vento impetuoso, pensavo che di me forse si sarebbe perso il segno e che di me non rimanesse abbastanza per continuare ad andare peregrino.

Neppure le veleggiate tra le isole dell’Egeo e quelle del Mare Nostrum davano risposte alle domande che mi ponevo. Trasportato dal Mentemi, con le vele gonfie e la barca sbandata, ho sempre cercato di andare oltre, di cercare il limite, di completare la sfida che avevo acceso in me stesso.

Sentivo, come quando sfidavo il mare, e sento ancora forte, il bisogno di cimentarmi, di misurarmi e conoscermi, di fare chiarezza, di capire il perché di fatti e accadimenti che hanno segnato il percorso della mia esistenza. Ho la necessità di decidere come voglio vivere la china della mia vita per completare un percorso iniziato settant’anni fa. Obiettivamente, il mio orizzonte è, oggi, più ristretto. Non vivrò in eterno e mi urge dentro la necessità di un progetto a breve termine che contempli le fasi che mi restano da vivere, così oggi declinate: giovane anziano da 64 ai 74 anni, anziano da 75 a 84 anni, grande vecchio da 85 a 99 anni e centenario.

A centenario difficilmente arriverò ma mi piacerebbe vivere una parte da grande vecchio in buona salute e con la serenità raggiunta, ma le altre due le voglio vivere appieno, se Dio vorrà.

Le veleggiate sull’alto Adriatico o sul Mar Rosso, l’attraversata a cavallo delle Ande, della Pampa argentina o la circumnavigazione di Cuba o il veleggiare sul canale di Bigol, che seziona l’arcipelago della Terra del Fuoco nell’estremo Sudamerica, vissute da giovane anziano, mi hanno lasciato in cuore il desiderio di percorrere comunque il Camino de Santiago nella speranza di una ritrovata quiete, di un emendamento che riporti ordine nel caos di una vita sincopata.

Non sapevo che anche a settant’anni c’è ancora bisogno di futuro e ora provo quel desiderio quasi con furore. Quel futuro che altro non è che uno sguardo fugace sul tempo trascorso e che costruisce l’ossatura di ciò che siamo adesso e ci proietta avanti.

Cosa sono ora?  Sono forse solo un granello di sabbia che scivola lentamente, spinto dal vento che smuove la sabbia sopra di me, sulla duna del deserto, frammisto a migliaia d’altri che, come me, si fanno tale domanda? Dove sta la mia unicità se sono solo un una minuscola parte dell’universo in balia degli eventi? Cos’è questo bisogno di ricerca che, come una voce minacciosa dell’invisibile e dall’ignoto mi perseguita?

Non bramo certo il futuro del ragazzo giovane che cerca la dimensione della propria vita e neppure quello della mezza età dove si tirano le prime somme, ma quello della vecchiaia, nella quale ci si può volgere indietro e guardare, come dall’alto di una vetta, il percorso della vita compiuto fino a questo momento. Quel percorso che vedevo, però, non mi dava piena soddisfazione. C’erano ombre che mi impedivano la visione chiara di ciò che sono stato. Non sono soddisfatto di me stesso e desidero una redenzione, parola che mi è ancora difficile pronunciare.

È per questo che cammino teso alla ricerca di una risposta che spero di trovare alla fine e scoprire che tutto quello che facciamo, che desideriamo e sogniamo, che tutta questa agitazione si condensa in quella parola che non ero ancora capace di esprimere.

Amore.

Il termine spaventevole che ci porta alla salvezza, che ci eleva al di sopra delle meschinità del mondo. Unico sentimento che ci rende capaci di attraversare indenni la vita ed evitare le debolezze che, come trappole, ci avvinghiano, ci fanno incespicare e ci trattengono. Solo attraverso l’amore riusciamo nell’intento di andare avanti, progredire e considerare gli altri non come degli estranei ma dei compagni di viaggio che hanno le nostre stesse difficoltà.

Ora questo sentimento mi accompagna e non temo più la fine. Non mi scoraggia la vergogna negli occhi dei bisognosi che non ho aiutato, i richiami muti nelle lacrime silenziose sulle gote dei disperati che non ho asciugato, i visi girati dall’altra parte per pudore di chi aveva il desiderio della fine e che non ho saputo accarezzare. Non temo più il rossore di quelli che non hanno avuto il coraggio di scegliere. Alla fine, anche la troppa sofferenza, il vuoto del futuro, il crollo dei desideri, che mi inducevano a concludere il percorso della vita, diventavano sopportabili e trasformavano la caduta in un desiderio di ascesa.

Ho vissuto, forse, troppo dolore, troppa incapacità. Ho visto troppi occhi inespressivi, vuoti, che mi ricordano chi ho, mio malgrado, accudito fino alla fine del proprio percorso. E ciò mi dà la forza di continuare e di sperare.

Quanto odore ha nauseato le mie narici e quanta indifferenza ha lordato le mie mani inabili ma, nell’intima essenza, nell’accettazione di queste persone, ho trovato l’energia per camminare.

Anche i corpi che lentamente si assomigliano esaltando i ventri gonfi, e la pelle cadente senza alcun supporto di tendini e muscoli, che hanno mosso il corpo per decine di anni, si riflettono nei miei sogni come incubi, costruendo una sottile e strisciante idea che si insinuava tra le sinapsi del cervello: io non voglio finire così. Voglio finire avanzando.

Un uomo cade in piedi.

Tutti questi pensieri che s’infittivano nella mente mi stimolavano a sperare che, forse nel Cammino di Santiago, avrei trovato riscontro.

Ho iniziato a frequentare i social per trovare informazioni: Facebook, Instagram e tutti gli altri.

Mi soffermai su questi due.

Una delusione! Una ricerca costante nella quale rinvenire esperienze ed emozioni per capire il significato di tale viaggio. Il perché la gente lo intraprendesse. Da cosa fosse mossa o stimolata. Cosa cercasse.

Delusione. Tutti parlavano, parlano e scrivono del peso dello zaino, di lunghezza dei vari tratti del percorso, delle difficoltà fisiche, del sole, del caldo, della mancanza d’acqua nelle Mesetas, del cappello e dei costi. Scrivevano e scrivono dei luoghi da visitare, degli edifici da ammirare, delle città da percorrere.

Non mi bastava.

Cercavo altro. Tutti pubblicavano, più o meno, le stesse immagini nelle varie tonalità delle stagioni. Ricordo la quercia solitaria in mezzo agli sterminati campi di grano delle Mesetas, postata in ogni dove e la mia rabbia e il mio rammarico cresceva nel vedere il desiderio di dare al pubblico l’immagine più bella. Vedevo in questo esercizio un’autoreferenza, la voglia di primeggiare e competere per capacità fotografica nel proporre tale immagine, comunque meravigliosa e suggestiva.

«Quando gli passerò vicino gli darò fuoco». Mi dicevo, tanta era la delusione di non trovare ciò che cercavo. E ancora, seguendo l’ipermercato dei social, trovavo i più svariati consigli sull’abbigliamento. Praticamente, io amante del cotone indiano o egiziano, dovevo bandirlo e sostituirlo con tessuti tecnici che puzzano dopo cinque minuti di sole. Dovevo abbandonare i miei bastoni di nocciolo col puntale in ferro da me tornito e con gli stemmi delle località visitate e dei percorsi alpini eseguiti. Mi consigliavano di dimenticare i vetusti scarponcini da trekking che potevano avere, come leitmotiv, la canzone degli alpini vecchio scarpone.

Ho comprato quindi bastoncini e scarpe da trekking. Dopo qualche allenamento i piedi gridavano vendetta. Ho riesumato le vecchie scarpe ma ho tenuto i bastoncini. Mi parevano utili e lo sono stati.

Scorrendo i vari siti su internet, ragazzi e ragazze, dall’alto della loro esperienza mi insegnavano, consigliandomi, che atteggiamento mentale tenere, cosa fare e come attrezzarmi, che tipo di training fare in caso facessi fatica a dormire o se, in qualche modo, mi sentissi intimorito dalla lunghezza del cammino.

Intimorito io? Che ho camminato in ogni dove. Ho percorso tre alte vie delle Dolomiti, attraversato il Mar Rosso con la barca a vela, ammirato le sconfinate e assolate distese dell’Eritrea e percorso il deserto del Gobi in Mongolia. Ho pure cavalcato sulla Pampa argentina, attraversato la parte sud delle Ande per andare in Cile a cavallo e navigato sul canale di Bigol per raggiungere Punta Arenas.

Non capivo e non capisco che timore avrei dovuto avere. Sono avvezzo a cavarmela da solo, a vivere da solo, confidando nella mia capacità di sopravvivenza. Sono uno che emotivamente basta a sé stesso pur desiderando il contatto umano e l’amore di mia figlia.

Nella solitudine trovo la forza di andare avanti. Non sono un misogino, anzi, il mio procedere nella vita lo dimostra. Amo stare con gli altri ma alla fine ho un forte desiderio che mi spinge ad isolarmi, a cercare quella nicchia nella quale posso leccarmi le ferite in santa pace e scrivere o dipingere.

L’unico timore sono le mie paure ancestrali e quelle costruite durante una vita a volte molto difficile. Diffido forse, più di tutto, del tempo perché l’età non perdona. C’è la paura latente che le forze possono venire a mancare, che il fisico non regga allo sforzo, che la mente ceda sotto la pressione di un impegno così importante. A volte c’è anche un po’ di paura della solitudine, ma a quella ormai sono abituato. È una condizione mia propria che mi porto appresso da sempre e che ho imparato a vincere e a conviverci.

Per fortuna consigli sul sesso ne ho trovati raramente e non ho perso tempo a leggerli. Sono convinto che mi avrebbero consigliato preservativi resistenti fino a cinque bar. Indicazioni che a me, che ho sorpassato la veneranda età dei settanta, proprio non mi sarebbero per nulla tornate utili.

L’unico vero timore che avevo e ho, poco evidente, nascosto dalla mia caparbietà e sopito entro una trincea di convinzioni è la paura di denudarmi, spogliarmi delle mie certezze davanti agli altri. Perché questo succede durante il Camino per chi lo affronta con sincerità. Accade che, se hai il coraggio di aprirti a chi ti è vicino, un bel momento ti senti nudo, vulnerabile ma forte, capace di sopportare i giudizi o accettare gli occhi indiscreti che ti frugano dentro e s’insinuano nell’anima, e ti rendi conto, in quel momento, che succede perché i tuoi compagni ti amano.

Detto ciò, la passione per quest’avventura mi ha portato a interpellare conoscenti che avevano già maturato l’esperienza. La risposta più bella me l’ha data uno del mio paese:

«Che vuoi che ti dica. Fallo punto e basta. Capirai da te come muoverti. Se lo zaino pesa troppo e ti affatica, butta via qualcosa e … cammina da solo».

A partire dagli anni ’90 il Cammino acquisisce la popolarità che oggi lo contraddistingue da tutti gli altri percorsi, soprattutto dopo che il 23 ottobre 1987 il Consiglio d’Europa ne ha riconosciuto l’importanza, dichiarandolo come il primo “Itinerario culturale europeo“.

Il Cammino di Santiago per eccellenza è quello francese che parte da Saint Jean Pied de Port, scavalca i Pirenei e arriva fino a Santiago per poi, volendo, raggiungere Finisterre. È il cammino più frequentato, migliaia di persone, ogni giorno, camminano su questo percorso. Non esistono tappe prefissate, ci si ferma quando si è stanchi, negli ostelli che ci sono lungo la strada.

Sul cammino, tra i pellegrini si creano dinamiche di aiuto e di sostegno, quindi c’è sempre una presenza in caso di bisogno che è anche una delle cose più belle del cammino: le amicizie e i legami che si creano camminando assieme agli altri.

Le persone che percorrono il cammino sono le più diverse. Si trovano ragazzini davvero giovani e pensionati. Gente di tutte le età e proveniente da tutto il mondo, dagli americani ai coreani, dagli inglesi ai norvegesi, dai russi ai giapponesi.

I motivi che ci inducono ad affrontare quest’esperienza sono i più disparati. Ognuno ha la sua motivazione personale. C’è chi ha perso il lavoro e vuole fare chiarezza, c’è chi ha perso il marito o la moglie e non sanno da che parte ricominciare. C’è chi si porta dentro una lacerante delusione e cerca un nuovo inizio. Ci sono anche quelli con lo spirito dell’avventura che vogliono cimentarsi in un viaggio che non è una vacanza. Ma il motivo principale e più profondo è che ognuno è alla ricerca di qualcosa che manca nella quotidianità e, molto spesso, quel qualcosa è la comprensione e la conoscenza di sé stessi.

Alcuni lo fanno anche con superficialità confondendo un percorso di crescita con una vacanza. Però, a dispetto di alcune posizioni nichiliste, che negano cioè i valori e i significati elaborati dai diversi sistemi religiosi, morali e filosofici, il cammino è la condivisione di un pezzo del percorso della vita con le altre persone. È una condivisione che non si pone solo sul piano materiale della fatica e dei paesaggi, ma più propriamente sul piano emotivo, spirituale e di compartecipazione di momenti speciali. È il desiderio di vivere nel silenzio dei propri ricordi e dei pensieri che si accumulano strada facendo. È la speranza di vedere l’immagine a colori dal negativo di ciò che sei stato, come se quella fotografia fosse o sia l’immagine di un perduto passato latente nell’inconscio, come il ritratto di un antenato che hai visto, da piccolo, appeso alla parete della casa della nonna che, ormai dimenticato, si affaccia nebulosamente alla memoria.

Se non si parte con un approccio spirituale, questo lo si trova sicuramente strada facendo, perché è da tale dimensione che scaturisce ogni più profonda emozione. È un transito carico di sensazioni che un poco alla volta libera lo spirito dalle angosce e lo riempie di aspettative.

Comments

  • Alessandro
    13/02/2024

    İnteressante

    reply

Post a Comment