IL CASSETTO DELLE MEMORIE di Virginia Di Martino (Seconda edizione integrale)

Foto di alandsmann  da Pixabay 

Ultima di cinque figli, Rossella era diventata, col tempo, la depositaria delle memorie di famiglia.

Le piaceva scartabellare fra documenti, lettere in bella grafia, rotoli in pergamena, biglietti, inviti, vecchie foto di famiglia, cartoline che erano foto con dedica da inviare a parenti e amici, testimonianze sulla vita degli inizi del Novecento in una ridente città in provincia di Napoli, ricca di storia e dall’innegabile bellezza paesaggistica.  

Avrebbe potuto allestire una mostra con quei cimeli di un mondo lontano, pieno di fascino.

Guardando quelle foto era riuscita a ricostruire pezzi di vita, immagini di luoghi, storie di persone.

Ricordava poco della sua infanzia, ma quei pochi ricordi erano molto vividi. 

Grazie alle foto, le riaffiorò alla mente la casa dove aveva vissuto nei primi quattro anni di vita; la conosceva soprattutto dal racconto di fratelli e genitori.

Una casa modesta, sul corso di fronte alla villa comunale, dalle stanze piccole, in una delle quali dormivano lei e la sorella più grande, e il bagno sul pianerottolo, da condividere con gli altri abitanti, in un palazzo fatiscente che la sua famiglia avrebbe presto abbandonato a causa del crollo di un solaio.

L’unica cosa bella era il mare di fronte, anche se d’inverno il vento di mare con la sua potenza e i suoi ululati sembrava quasi spaccare i vetri delle finestre e, penetrando negli spifferi, incuteva paura.

Quando i due figli più grandi, nati dal primo matrimonio di suo padre Tommaso, lasciarono la famiglia, la prima in seguito al matrimonio, il secondo per lavoro all’estero, sua madre Emma aveva da poco trovato una casa in affitto nella zona vecchia della città nella via che prendeva il nome dal poeta e scrittore Viviani.

Quella la ricordava bene: c’erano quattro grandi stanze l’una dietro l’altra. 

Accanto alla camera da letto dei genitori, c’era la camera di suo fratello; abbracciava entrambe le stanze un balcone stretto e lungo, dal quale spesso scambiava quattro chiacchiere con Maria, una bambina che abitava nel palazzo di fronte e con la quale avrebbe condiviso le ultime tre classi delle elementari.

La strada era talmente stretta che spesso anche le loro mamme comunicavano affacciandosi ai balconi, e a volte bastava guardare attraverso i vetri per sbirciare nella vita degli altri.  

Aveva fatto amicizia anche con un’altra bambina, Rita, che abitava nel palazzo accanto.

I loro balconi erano così vicini che i loro genitori se le passavano da un balcone all’altro.

Il legame con loro rimase anche negli anni a venire.

Maria era rimasta nella zona anche da sposata, mentre Rita aveva cambiato zona e quando sentiva un po’ di nostalgia le telefonava chiedendole: «Mi porti per i vicoli?».

Alla camera da letto dei suoi, seguiva la camera centrale, la cui sola apertura era la porta d’ingresso della casa, pertanto semibuia, che fungeva da salotto e nella quale suo fratello amava organizzare feste da ballo con gli amici. 

Da dietro il separé della sua camera, che creava un piccolo corridoio, a Rossella piaceva osservare le coppie che ballavano i lenti a luci soffuse nella stanza accanto.  

L’ultima stanza, quella da pranzo, comprendeva un cucinino con un balconcino che affacciava sul cortile, al quale si accedeva attraverso una scala.  

È lì che le piaceva trascorrere parte del tempo osservando le galline nel pollaio, le piante, i fiori e giocando col gatto che il papà aveva portato a casa, temendo che qualche topolino, immancabile ospite del giardino, s’intrufolasse dentro casa. 

Dal primo piano, dove abitava, si sentivano le voci concitate di persone che discutevano animosamente per strada, le risse e le grida dei ragazzi del quartiere, le voci degli ambulanti che vendevano enormi pezzi di ghiaccio rettangolari per conservare i cibi, il pane col soffritto di maiale e le caldarroste d’inverno, mentre in estate il carrettino del gelataio attirava frotte di bambini 

Nella strada tutto era condiviso nel bene e nel male, le cose belle e i drammi della vita quotidiana.

Si trovavano personaggi come il guappo, lo scugnizzo, la donna di malaffare, piccoli artigiani le cui botteghe erano così piccole da trasbordare nella via.

Negli anni delle scuole medie, Rossella usciva con la madre solo in rare occasioni perché lei aveva, da qualche tempo, la fobia di uscire.

I motivi di tale malessere potevano essere tanti e per lo più riconducibili al suo passato: il sentirsi messa in ombra e trattata diversamente dalla sorella, che i genitori viziavano perché adottata, la gelosia, acuitasi con la malattia del primo marito, che non le permetteva nemmeno di affacciarsi al balcone, due guerre vissute la prima da bambina, la seconda col pancione e i ricordi ad esse legati come l’interminabile fila con la tessera per ritirare il pane, il coprifuoco, la fuga nei rifugi di fortunae la paura dei bombardamenti, avevano avuto il loro peso.

Suo padre Tommaso, in compenso, la portava spesso con sé e la lasciava libera di girare per la villa comunale purché si facesse vedere di tanto in tanto e fosse puntuale al momento del rientro.

Al momento del passaggio alle superiori, i suoi comprarono una casa nella stessa strada che affacciava sulla via in salita nella quale un uomo aveva ucciso a coltellate la moglie colta in flagrante adulterio.

Ora abitava al primo piano del loro palazzo, aveva pagato il suo debito con la giustizia, si era di nuovo ammogliato e aveva due figli. 

L’episodio era, tuttavia, ancora vivo nella mente dei vecchi della zona, che lo raccontavano alle nuove generazioni arricchendolo di particolari, come succede spesso in questi casi e molti lo guardavano ancora con sospetto.

Dal quarto piano era più difficile percepire i rumori della strada.

Mentre Emma, la madre, si era abituata a quel mondo pittoresco ma angusto, Rossella stava spiccando il volo: ben presto se ne sarebbe allontanata per aprirsi a nuovi ambienti e nuove relazioni.

«Che macello!  Via di qui!»  ordinò alla gatta che stava rovistando nel cassetto con le foto, che, distratta dal timer del forno, aveva lasciato aperto.

Era ora di mettere ordine fra quelle foto sparse.

Ne raccolse da terra alcune che la riportarono agli anni della sua giovinezza: sorrise nel vedere l’aria svagata che aveva sulla nave durante il viaggio In Sardegna, in visita agli zii paterni, mentre il papà le cingeva il collo con un braccio.

In un’altra, Tommaso era tutto impettito alla sua discussione di laurea.

In quanti momenti importanti della sua vita la mamma non era stata presente…

All’inizio ci rimaneva male, poi ci si era abituata.  

Emma cercava di farsi perdonare facendosi raccontare tutto quello che aveva fattoin sua assenza, la circondava di attenzioni, rinunciava alla sua porzione di dolce o a qualsiasi cosa le piacesse per conservargliela, le faceva maglie coi ferri e top e costumi all’uncinetto.

«Non devi sfigurare davanti alle tue amiche» le diceva.

Aggiunse la foto della pronipote, nata da poco, all’album di famiglia.

Si fermò a fissare alcune foto giovanili della madre nelle quali imbrigliava le redini di un cavallo, bellissime.

Come aveva potuto dimenticarle?

Fra le carte, un foglio un po’ stropicciato attirò la sua attenzione.

Era una lettera, indirizzata a suo padre, firmata da sua madre Emma.

Leggerla le sembrava quasi una profanazione, ma questa sensazione non la fermò dal farlo.

“Caro Tommaso,

sarà un duro colpo per te non trovarmi a casa stasera. ma non mi lasci altra scelta.

Forse è anche un po’ colpa mia se mi hai sempre visto come l’angelo del focolare: ho sempre nascosto con un sorriso la mia insoddisfazione.

Non ti sei nemmeno accorto dei miei sforzi per cercare di vincere la fobia di uscire e di quanto questa cosa mi faceva soffrire. 

Quando ti ho sposato, pensavo di dividere tutto con te, ma non è stato così.

Con le tante faccende da sbrigare e i figli da seguire, arrivavo a fine serata distrutta e la domenica avevo solo voglia di riposare.

All’inizio hai tentato di scrollarmi, specie quando faceva comodo a te, ma poi ti sei arreso.  Come hai potuto lasciarmi da sola con questo peso?

Potevi almeno evitare di ferirmi confessandomi che portavi con te Rossella per timore che diventasse come me, eppure sembravi compiaciuto della moglie fedele, della brava massaia e dell’ottima amministratrice.

È arrivato il momento di fare quello che avrei già dovuto fare da tempo: prendermi una pausa di riflessione.

Tu e i ragazzi ve la caverete benissimo da soli.

Ti chiedo solo di non cercarmi e di non allarmare mezzo mondo.

Quando sarà il momento mi farò viva io: ora ho bisogno di ritrovare me stessa, la donna che amava i cavalli”.

A Rossella venne in mente quel periodo che aveva rimosso.  

Aveva da poco compiuto dodici anni ed era da poco cominciata la contestazione studentesca del 68.

Non riusciva a spiegarsi come la madre avesse avuto la forza di allontanarsi da casa, doveva essere proprio esasperata.

Assieme al padre e a Beatrice aveva fatto del suo meglio per portare avanti la casa, mentre suo fratello Enzo si trastullava e non riusciva a perdonare la mamma per l’abbandono, del quale riteneva in qualche modo responsabile il padre.

Rossella diede una mano ad apparecchiare e sparecchiare, imparò a lavare i piatti e cominciò anche a riordinare la camera che condivideva con Beatrice, compito di cu non si era mai occupata fino ad allora.

Tommaso, dal canto suo, era spesso cupo e pensieroso e nonostante cercassi di rassicurare i suoi figli, non riusciva a convincerli.

Emma, come poi raccontò una volta tornata, era stata fuori città da un’amica, Lisa, che non vedeva da tempo.

Le aveva raggiunte anche Dora, l’altra del trio delle “pazzaglione”, così si erano soprannominate, con le quali aveva condiviso, da giovane, momenti di spensieratezza.

Entrambe single, Lisa insegnava in una scuola elementare, mentre Dora era proprietaria di una boutique.

Spesso insieme avevano fatto lunghe passeggiate, erano andate alle terme e al mare, e  si erano fatte notare per strada parlando ad alta voce, cantando a squarciagola e ridendo per un nonnulla.

Avevano anche assistito al varo dell’Amerigo Vespucci nel 1931.

Erano piene di corteggiatori che alle feste da ballo facevano la fila per ballare con loro. Emma aveva avuto come corteggiatore fisso un ricco signore che le mandava continuamente, tramite la sua governante, biglietti con frasi d’amore, che lei puntualmente rimandava indietro.

Pare che per la delusione si fosse arruolato nella legione straniera.

Il matrimonio, al momento, non era nei progetti delle tre ragazze.

La loro canzone preferita era l’arietta: “La nonna mi diceva di non sposare i mori perché sono traditori, la nonna mi diceva di non sposare i biondi perché sono vagabondi…”, il cui finale era: “…la nonna mi diceva di restar zitella perché la vita è bella e l’amore si può far”.

Rossella capì che il periodo di pausa era giovato molto ad Emma, ed ascoltava a bocca aperta il suo racconto.

«Sai, ai miei tempi era ritenuto sconveniente che una donna dichiarasse apertamente i suoi sentimenti ad un giovane che le piaceva e spesso si ricorreva a degli espedienti. Con Lisa e Dora ci siamo sbellicate dalle risate quando mi sono ricordata di quella volta che Lisa fece cadere il fazzoletto a terra, nella speranza che lo raccogliesse un tizio che le piaceva tanto e invece lo raccolse il suo amico, brutto come la peste. Dora, poi, era sempre vestita all’ultima moda e non poteva scegliere un lavoro più adatto a lei».

Oltre a ricordare i vecchi tempi, in compagnia delle amiche, era andata in girò per Napoli e si era divertita a provare dei vestiti nella boutique di Dora. 

La sua fobia, a cui non aveva fatto il minimo accenno, per timore di essere giudicata, sembrava scomparsa.

Aveva dovuto fare forza su se stessa per uscire, ma era contenta.

Aveva proprio bisogno di un po’ di leggerezza.

Tuttavia, dopo alcune settimane, aveva sentito il bisogno di rientrare a casa.

Non poteva tirare troppo la corda con Tommaso, che sicuramente aveva nascosto la cosa ad amici e parenti, né tantomeno abbandonare loro tre, dei quali sentiva la mancanza.

La contentezza per il ritorno di Emma e per i regali ricevuti da parte delle sue amiche era tale che i ragazzi non fecero caso al babbo che era rimasto in disparte e non aveva proferito parola.

Più tardi, quando i genitori si ritirarono in camera loro, li sentirono discutere con toni alterati.

Rossella, dalla sua stanza, cercava di cogliere qualche parola della discussione che

ne facesse presagire l’epilogo. 

Le uniche parole che era riuscita a percepire, quando Emma alzava la voce erano: «Una città assediata».

Solo molti anni dopo le aveva associate alla sofferenza di Emma per le continue ingerenze della famiglia della prima moglie di Tommaso e della suocera e delle cognate nella crescita dei figli che Tommaso aveva avuto dal primo matrimonio.

Non facevano altro che aizzarglieli contro.

«Lei non è tua madre» ripetevano loro.

Ed Emma che si era presa cura di Maria dall’età di tre anni e Renato dall’età di due, se n’era dovuti ingoiare di bocconi amari.

Anche quando era nato Enzo, con un problema di salute, la suocera, invece di sostenerla, si era permessa di dirle: «Emma, questi sono castighi di Dio».

Non ci aveva visto più.

Si era alzata a forza dal letto e aveva spinto lei e le figlie fuori dalla porta replicando: «Io dal Signore ricevo solo grazie».

Quella sera, comunque, man mano i toni accesi si smorzarono.

Poi, il silenzio.

Non erano abituati a sentirli litigare e tutti e tre vissero degli attimi di grande apprensione.

Il mattino dopo, tutto si svolse come sempre: colazione, lavoro, a scuola.

Solo la sera Rossella e i fratelli notarono il cambiamento: il babbo aiutò la mamma a sparecchiare dopo cena e, invece di uscire per andare a far visita ai genitori o a giocare a carte con gli amici al bar, si sedette accanto alla mamma sul divano del soggiorno a guardare la tv.

In seguito Emma un po’ alla volta riprese ad uscire, ma non senza titubanze.

Ormai marito e figli erano abituati al rituale che si ripeteva ad ogni sua uscita.

Una volta imboccato l’uscio, puntualmente rientrava più volte in casa accampando mille scuse: «Credo di aver dimenticato il rubinetto della fontana aperto, no, forse la luce accesa».

E ancora: «Non ho chiuso le imposte del balcone, ed ho bisogno di un bicchier d’acqua», fino a che chiudeva finalmente la porta, abbozzando il segno della croce.

Una volta in strada, era fatta: più usciva, più si sentiva sicura e tutta la famiglia faceva a gara ad inventarsi commissioni importanti per sbrigare le quali era indispensabile la sua presenza: un esempio poteva essere contrattare il prezzo di un capo di abbigliamento, cosa di cui Tommaso era assolutamente incapace.

Ma il miracolo avvenne una domenica.

Tommaso era di pessimo umore dopo una settimana di sciopero senza riuscire ad ottenere un aumento di salario.

Disteso sul divano, guardava fisso nel vuoto, incurante della moglie e dei figli.

Dopo aver tentato più volte ed inutilmente di distoglierlo dai suoi pensieri, Emma giocò un’ultima carta, che le costò non poco: «Perché non usciamo un po’? Ti aiuterà a schiarirti le idee. Piangersi addosso non serve a nulla».

Tommaso fu così sorpreso che, nonostante non ne avesse nessuna voglia, non se lo fece dire due volte e si andò a vestire.

L’uscita fu provvidenziale per entrambi.

In piazza, attorno ad una rotatoria c’erano dei cocchieri sui calessi in attesa di portare in giro i turisti o qualche coppia di sposi per la città.

Emma si avvicinò ad uno di essi con l’intento di fare un giro con Tommaso.

Una volta salita, chiese al cocchiere se fosse possibile sedersi accanto a lui per guidare il calesse.

Il cocchiere, sconcertato dalla richiesta, rifiutò, ma poi cedette di fronte all’insistenza di Emma: «Solo un giro attorno alla piazza e che Dio ce la mandi buona».

Emma non si sentiva così felice da tempo.

Prese in mano le redini mentre Tommaso, seduto dietro, assisteva divertito alla scena.

Il ricordo di momenti come questo, in cui Emma era riuscita a riprendere in mano le redini della sua vita, accompagnò Rossella col passare degli anni.

Anche la frase che le ripeteva “Prima il lavoro, poi il matrimonio” era stata un incentivo a rendersi indipendente e a conquistarsi i suoi spazi: si era laureata presto ed in seguito, grazie al lavoro, era riuscita ad avere una casa  sua.

Per ironia della sorte, quando era alle soglie della pensione e poteva godere del tempo libero per dedicarsi ai suoi hobbies, in primis ai viaggi, la pandemia e il conseguente lockdown costrinsero Rossella ad affrontare la stessa paura della madre: quella di uscire. All’inizio reagì un po’ come tutti: sdraiata davanti alla tv, seguiva con apprensione di giorno in giorno le notizie sull’andamento del virus e sul numero dei morti e rispettava meticolosamente le restrizioni e l’invito a restare a casa.

Si organizzò per trascorrere il tempo: sperimentava nuove ricette, cucinava ogni tipo di dolci, preparava barattoli di melanzane sott’olio, sottaceti e di pesto come faceva da piccola con sua madre.

Si dedicava anche alla lettura di un buon libro, a rimettere in ordine scaffali e cassetti, a guardare video e a partecipare a corsi online.

Con alcune amiche aveva formato il gruppo “Coronavirus”, che contattava attraverso videochiamate e con il quale partecipava alle partite di burraco online.

Ben presto, però, decise di non farsi coinvolgere troppo dal clima di terrore che stava serpeggiando e d’imparare a convivere con questa nuova situazione.  

Usando le dovute cautele, cercò di vivere al meglio le poche opportunità che la vita fuori le offriva: fare la spesa per prendere semplicemente una boccata d’aria, di pomeriggio e nei fine settimana, fare lunghe passeggiate con le amiche o da sola, scendere sull’arenile a guardare il mare e ad immergere i piedi nell’acqua, prendere un caffè fuori al bar, partecipare a feste ed incontri all’aperto con pochi intimi.

Questo nuovo atteggiamento la poneva spesso in contrasto con i fratelli, specie con la sorella maggiore.

«Ma ti rendi conto che con questo tuo modo di fare metti a repentaglio la tua salute e quella degli altri?» esordì Beatrice durante una telefonata.

«E che dovrei fare? Murarmi o seppellirmi viva come state facendo voi? Non sto facendo niente di pericoloso» ribatté Rossella alquanto infastidita.

«Io esco molto di rado e solo per motivi urgenti, mi faccio portare la spesa a casa, non ricevo visite di familiari e tengo gli sconosciuti alla larga» incalzò la sorella.

«Bene questo è quello che fai tu e ti rispetto, ma non puoi pretendere che io faccia lo stesso. Non intendo fare la fine di mamma: sicuramente avrebbe trovato in questa situazione un motivo in più per non uscire».

Rossella si rese subito conto che quest’ultima battuta non era stata felice e si morse le labbra. 

Doveva aspettarsi la replica di Beatrice.

«Di quale fine parli? Tu non sei degna nemmeno…» Beatrice s’infuriò e attaccò il telefono prima di terminare la frase.

Rossella si era sentita attaccata, e, come spesso le accadeva, nel tentativo di difendere le proprie opinioni, aveva a sua volta attaccato.

Aveva proprio esagerato.

La sera non riuscì a prendere sonno.

Le rimbombava nella mente una frase della lettera di Emma al marito: «Mi sono sentita ferita quando mi hai detto che portavi spesso con te Rossella per evitare che diventasse come me».

Quando finalmente si appisolò, ebbe un incubo: era nella prima casa, quella di fronte al mare. 

Il cielo era plumbeo e la mamma si affrettava a togliere i panni da fuori al balcone. D’improvviso si scatenò un uragano e la furia devastatrice del vento la sollevò e attirò a sé, mentre Rossella, dietro una finestra, con la voce rotta dai singhiozzi gridava: «Mamma, perché sei uscita fuori? Perché?».

Si svegliò di colpo e le ci volle del tempo per realizzare che era stato solo un brutto sogno. Andò in cucina a farsi una tisana rilassante, poi tornò a letto.

La mattina seguente comprò un mazzo di fresie e, ancora un po’ stordita, andò al cimitero.

Durante la notte aveva piovuto e c’era fango dappertutto.

Quando fu sulla tomba, accarezzò con le dita la foto della madre e finalmente riuscì a dirle quello che non le era mai riuscito: «Perdonami, mamma. Da bambina forse, inconsciamente, ti ho ritenuta colpevole del fatto che spesso facevo con papà le cose che le altre bambine di solito facevano con le mamme, ma da adulta avrei dovuto capire. Anch’io ho le mie paure e sono spesso rinunciataria. Per paura di soffrire ancora, ho rinunciato all’amore. Tu invece, più volte, ti sei sforzata di vincere la paura per amore della famiglia, anche se non sempre ci sei riuscita. Grazie per avermi insegnato ad essere libera. Libera anche di avere paura».

Il cielo si era fatto più terso, il sole faceva capolino fra le nubi e l’arcobaleno apparve sulle tombe prospicienti il viottolo centrale del cimitero, sfiorando anche la foto della madre.

Ora si sentiva in pace.

Passato qualche giorno, chiamò Beatrice: «Hai per caso anche tu qualche foto della mamma con un cavallo?». 

«No, non credo» rispose.

«Io ne trovate parecchie e ce n’è una che non mi stanco mai di guardare… Te ne farò una copia».

VERSIONE INTEGRALE

IL CASSETTO DELLE MEMORIE è un racconto di Virginia Di Martino

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