Il dolore non ha senso

Il dolore non ha senso.
Sam pensava a questo mentre l’infermiera cercava di fargli il prelievo del sangue per la quarta volta. «Mi dispiace» gli diceva «ma le sue vene sono un problema.»
Dopo quaranta giorni di ospedale anche la proverbiale pazienza di Sam stava scemando, lasciando il posto a una mal celata insofferenza verso tutto quello che gli girava intorno, medici, infermieri, analisi, visite.
Non vedeva l’ora di andarsene, di tornare alla sua vita anche se sapeva che nulla sarebbe stato più come prima.
Era stato catapultato in un incubo dove gli era stato fatto di tutto, dove aveva perso l’amor proprio, dove essere manipolato in tutto e per tutto da altre persone lo aveva lasciato senza forze e senza speranza per tanto tempo.
Nei giorni del “non ritorno”, quando in una perenne dormiveglia aveva capito di essere in pericolo di vita, aveva accettato tutto quello che gli era stato fatto, con gentilezza e accondiscendenza.
Aveva pure amato quei medici e quegli infermieri che lo avevano riportato alla vita.
Ma adesso basta, era al limite, l’unica cosa che voleva era uscire da lì e tornare a casa.
Superato il primo periodo di semi coscienza, in ospedale non si era mai sentito solo, aveva avuto sempre compagnia e amici e parenti, tanti, che facevano il tifo per lui.
Erano stati talmente presenti e assidui da diventare ingombranti certe volte, anche se dopo, col tempo, quei giorni un poco sbiaditi nella memoria, gli tornavano in mente con le facce amiche dei suoi affetti più cari, in tutte le sfaccettature che aveva potuto captare, visi preoccupati, addolorati, felici, sconsolati, accoglienti.
Era stato per tutti un periodo difficile da affrontare, con tante incognite che non sarebbero finite certo con la fine della degenza ma era fiducioso che col tempo sarebbe riuscito a dimenticare.
Dopo che l’infermiera finalmente se ne fu andata, si trovò a fissare la finestra da dove riusciva a vedere un angolino di cielo da cui, tutti i giorni, aspettava con ansia il primo segno della nascita di un nuovo giorno.
Era forse il momento più bello della giornata, dopo le notti infinite vedere la luce filtrare e l’azzurro del cielo sorridergli.
Sam era entrato in ospedale che era ancora primavera e ora i suoi amici e parenti gli ricordavano che era piena estate dal sudore che bagnava il loro abbigliamento, quando, sfatti ma sempre felici di vederlo, si raggruppavano intorno al letto.
Aveva avuto veramente tante dimostrazioni di affetto, tanto amore lo aveva circondato, si era sentito, nonostante tutto, un uomo fortunato.
E su tutti questi affetti c’era lei, Sandra, la sua compagna di una vita, lei che ormai da quarantacinque giorni praticamente viveva in ospedale, che non lo aveva lasciato solo un attimo.
Grazie a lei lo avevano preso per i capelli e riportato in superficie, alla vita.
Erano insieme sin dai tempi del liceo e, nonostante tante difficoltà e imprevisti avversi, erano ancora insieme, sempre, uniti da una complicità che andava oltre l’amore e il sesso, erano complementari l’uno all’altro, spesso esprimevano lo stesso pensiero nello stesso momento, con le stesse parole.
E poi c’erano loro, Serena e Joshua, i loro figli, la luce dei loro occhi, il motivo per cui la vita sembrava bella anche nei momenti più brutti.
Erano due ragazzi speciali, sensibili, attenti al prossimo, sinceri.
Quello che mancava più a Sam da quando era stato ricoverato era la quotidianità con i propri figli, il loro appartenersi e la totale condivisione di tanti interessi comuni che li faceva sentire unici e speciali.
Ormai era mattina inoltrata, quando entrò il professore, Sam pensò fosse per verificare la saturazione di Ugo, suo compagno di stanza che aveva passato una notte turbolenta. Invece lo vide che, sorridente si avvicinava al suo letto:
«Allora Sam, finalmente il grande giorno è arrivato, domani può tornare a casa.»
Sam sentì le lacrime che incontrollabili scendevano copiosamente, non riuscì a dire nulla.
Riuscì solo a stringere con una forza che non pensava più di avere, entrambe le mani del professore e a pronunciare un flebile grazie.
Avrebbe voluto urlare, saltare nel letto dalla gioia, sicuramente con la fantasia lo stava facendo.
Incrociò lo sguardo di Scilla, la moglie di Ugo, che arrivava tutti i giorni all’alba e si rese conto che anche lei stava piangendo.
Pensò ancora una volta a quanto, nella sfortuna, fosse stato fortunato ad incontrare belle persone come loro, con cui si erano quotidianamente confortati a vicenda, nonostante tutto il dolore passato.
Sam prese il cellulare e con la voce rotta dal pianto chiamò Sandra per dirle che l’indomani sarebbe ricominciata la loro vita “normale”.
Finalmente il giorno tanto atteso arrivò.
Quando Sam uscì dall’ospedale, col suo passo incerto accompagnato da un bastone che lo aiutava a sorreggersi insieme al braccio di Sandra che lo sosteneva, nonostante fosse fisicamente minuta aveva una forza incredibile, venne inondato dal sole.
Era una bellissima giornata estiva, il cielo era di un azzurro incredibile, una leggera brezza gli accarezzava il viso.
Sam si fermò e, immobile, respirando profondamente, si godette quel momento di pura felicità, istante che non avrebbe mai dimenticato.
Prima di arrivare a casa, Sam chiese a Sandra di fare il giro lungo e di fermarsi un attimo al mare, altro elemento indispensabile della sua vita.
Quante volte in quel periodo, nei momenti di maggiore sofferenza, aveva cercato di estraniarsi pensando a tutte le volte che per farsi consolare nelle giornate troppo malinconiche era andato al mare dove, fosse estate o inverno, trovava sempre la quiete che solo lui riusciva a dargli.
Davanti al mare si sentiva rassicurato, ritrovava tutta la positività che certe volte lo abbandonava.
Arrivati a casa, nel loro piccolo appartamento che tante volte avevano pensato di cambiare per una casa più grande, ma che, per cause di forza maggiore, non avevano mai cambiato, si abbracciarono e rimasero così, col portoncino d’ingresso ancora aperto, per un lunghissimo e bellissimo tempo.
Sandra iniziò a sistemare l’attrezzatura con cui Sam avrebbe dovuto convivere per migliorare la propria qualità di vita, dato che un polmone era rimasto compromesso da quella brutta storia.
Sam si sedette sul divano e fece partire la musica, stranito e frastornato.
Non gli sembrava vero di essere di nuovo a casa, di essersi lasciato tutto alle spalle.
Non pensava a nulla, non era preoccupato di come sarebbe stato il futuro d’ora in poi, voleva solo godersi la musica e quel momento magico.
Si aprì la porta ed entrò Joshua con un pacco di pasticcini in una mano e un mazzo di fiori nell’altra.
Poggiò le cose sul tavolo e si sedette a fianco a Sam prendendogli la mano.
Stettero parecchio tempo così, in silenzio, con la mano di uno intrecciata in quella dell’altro. Sam pensava a quanto il figlio fosse bello, con quel sorriso aperto e accogliente e a quanto gli fosse mancato stare così vicini.
Non era sempre stato così, c’era stato un periodo della loro vita nel quale si erano detestati, dove i giorni bui erano una consuetudine, così come le urla e le incomprensioni.
Ma quel periodo era ormai lontano, col tempo avevano capito che l’amore che provavano reciprocamente, nonostante i tanti momenti d’incomprensione, poteva fargli superare quella brutta fase e si erano spesi per riuscirci.
Adesso avevano un rapporto bellissimo e Sam aveva finalmente smesso di fare paragoni tra i figli, cosa da cui erano nate quasi tutte le incomprensioni.
Eh sì, per tanto tempo Serena, figlia amata incondizionatamente, era stata l’involontaria causa dei dissapori tra padre e figlio.
Tanto Sam vedeva la figlia come la perfezione assoluta, nella scuola, nei rapporti sociali, nelle manifestazioni d’affetto.
Al contrario vedeva Joshua come un ribelle, uno che di regole non voleva sentirne parlare.
Col tempo e un lungo percorso psicoterapeutico Sam si era reso conto che se con Serena essere genitore era sempre stato facile, quasi scontato, con Joshua era tutto più difficile ma che l’amore per entrambi era lo stesso e che non si può preferire un figlio a un altro.
Si possono avere affinità diverse, interessi che accomunano, ma le dosi d’amore devono essere distribuite equamente perché un figlio accoglie quello che gli dai e sta ai genitori evitare le disparità ed evitare di trasmettere quel senso di frustrazione che Sam, per un certo periodo, aveva trasmesso al figlio.
Ma ora era tutto superato e Sam vedeva i propri figli come un regalo bellissimo a cui non si abituava mai e per cui non smetteva mai di ringraziare la vita, nonostante tutto.
Serena, la sua dolcissima e romantica bambina (anche se di fatto era una ragazza di ventitré anni) abitava a Londra da diversi anni.
Dopo la laurea in lingue aveva deciso di trasferirsi in quella città che era il suo sogno sin da piccola, e nonostante in casa loro il clima fosse di affetto, amore e rispetto reciproci, lei aveva scelto di lasciare la propria città, troppo piccola e provinciale per lei.
Per Sam e Sandra non era stato facile abituarsi alla lontananza dalla figlia, i primi anni avevano sofferto di una nostalgia dolorosa, quasi fisica, e lo stesso era stato per Serena, ma siccome entrambi avevano insegnato ai figli che bisogna sempre inseguire i propri sogni, non l’avevano mai distolta dall’intenzione di partire, in quella che poi sarebbe diventata la sua città.
Non era stato facile per Sandra in tutto quel periodo preservare Serena da quello che era successo, aveva deciso di proteggerla dicendole solo in parte quello che era capitato, anche se la ragazza non si capacitava del lungo silenzio del padre, visto che erano abituati, nonostante la distanza, a darsi il buongiorno senza saltare mai neanche una giornata.
Ma Sandra aveva deciso, conoscendo la figlia, che sarebbe stato meglio evitare di dire tutta la verità, perché sicuramente Serena pur di stare vicino al padre avrebbe buttato all’aria tutti gli anni di sacrifici fatti a Londra per tornare a casa.
E così Serena, anche se un po’ titubante, aveva creduto alle parole della madre e solo col tempo avrebbe saputo la verità.
E proprio Serena fu la prima persona che Sam chiamò arrivato a casa.
Durante la videochiamata rimasero a guardarsi senza parlare per almeno dieci minuti, sapendo che non sarebbero riusciti a dire nulla perché si sarebbero reciprocamente inondati di un mare di lacrime.
Poi vennero le parole, tante, e Serena finalmente si tranquillizzò.
Joshua nel frattempo aveva aperto il pacco dei pasticcini, fatto il caffè e, col suo solito fare amorevole ma sempre scherzoso, con quella sua capacità di sdrammatizzare sempre, anche i momenti più intensi con una battuta, disse al padre che ora finalmente poteva permettersi qualche dolcetto visto che dopo la lunghissima degenza ospedaliera, forse l’unica cosa positiva era quella di essere dimagrito parecchio e di avere finalmente un peso ragionevole dopo anni in cui si era lasciato parecchio andare.
Poi Joshua, dopo avere baciato i genitori uscì per andare al mare, dicendo che sarebbe tornato col pranzo per tutti per cui la madre non si doveva preoccupare di cucinare.
Sandra si mise a sfaccendare in casa, dopo quasi due mesi in cui era stata tutto il tempo fuori casa, tra ospedale e lavoro, per lei che era maniaca delle pulizie, tornare a dedicarsi alle faccende domestiche era quasi un premio, era avvicinarsi a quella “normalità” che tanto le era mancata.
Sam si stese sul divano e socchiuse gli occhi, mentre Fossati cantava una delle sue canzoni preferite “C’è un tempo perfetto per fare silenzio, guardare il passaggio del sole d’estate e saper raccontare ai nostri bambini quando è l’ora muta delle fate…”.
Le giornate scorrevano tranquille, Sandra aveva preso un periodo di riposo per poter continuare ad accudire Sam che, lentamente, sembrava riprendersi e che, nonostante gli ausili a cui si stava abituando, sembrava essere ottimista e fiducioso.
Ricominciarono ad uscire, a fare qualche breve passeggiata nelle ore più fresche, quasi sempre al mare.
Ripresero a vedere gli amici e i parenti, tutti preziosi, che avevano dimostrato loro cos’è l’affetto vero, quello che non ti fa mai sentire solo.
Rividero Gabri, forse la persona più preziosa del periodo in ospedale, che si era prestata a fare i turni con Sandra quando l’aveva vista stremata e scoraggiata, lei, sempre pronta ad andare incontro alle persone nei momenti di difficoltà, lei che dalla vita aveva avuto tanto ma che tanto le era stato tolto, con cui avevano un affetto profondo.
Rividero gli amici, quelli di cui Sam ricordava le facce preoccupate, gli occhi lucidi, gli sguardi interrogativi.
Fra tutti Salvo e Stella, il cui ultimo ricordo di Sam prima di perdere conoscenza, era la borsa termica piena di gelati che gli avevano portato in ospedale.
Rividero i propri fratelli, presenze costanti e discrete, sempre là, sempre in attesa di una buona notizia. Oddio, presenze quasi tutte discrete a parte Bizio, fratello adorato, il piccolo di casa, che più che rassicurare aveva bisogno di essere rassicurato.
Lui era stato il più assiduo frequentatore dell’ospedale, se avesse potuto avrebbe vissuto là tutto il tempo.
Non riusciva a capacitarsi di quello che fosse successo e per Sandra non sempre era facile gestire le sue intemperanze, ma era sempre comprensiva perché Bizio, nonostante fosse preso dai suoi mille problemi, era sempre disponibile, sempre attento agli altri e quello che con Sam, sin da bambino, aveva avuto un rapporto speciale.
Insomma, la vita si riprendeva la sua quotidianità, quella che era tanto mancata e della quale non si stancavano mai.

Dopo un lungo periodo passato a casa, Sandra tornò in ufficio e Sam continuò la convalescenza a casa con Joshua che, nonostante fosse impegnato con la tesi visto la laurea ormai vicinissima, non faceva mancare al padre le attenzioni di cui aveva bisogno. Così come faceva Serena che, nonostante la distanza, quasi percepiva i momenti in cui Sam aveva più bisogno di sentirla.
Arrivò il giorno della laurea di Joshua e la festa che ne seguì fu anche la prima occasione per rivedere tutti insieme gli amici e i parenti per la prima volta dopo la brutta esperienza passata.
Fu una festa bellissima dove Joshua, nonostante qualche bicchiere di troppo, fece un discorso, immortalato da un video che commosse tutti e che Sam, ancora oggi, nonostante fossero passati anni, riguardava spesso, commuovendosi ogni volta.
Finalmente la famiglia si era riunita. Serena passò una breve vacanza a casa con loro.
Furono giornate bellissime e intense, dove cercarono di recuperare tutto il tempo che gli era stato rubato.
Arrivò il giorno della partenza di Serena e, dopo non molto tempo, anche Joshua dovette partire per trasferirsi a Bolzano dove gli era stata fatta una interessante proposta di lavoro.
Sam si trovò improvvisamente ad affrontare la solitudine. Non se la sentiva di rientrare a lavoro, era comunque ancora debole ed erano cambiate tante sue abitudini, condizionate da quelle patologie scandite da ore in cui le terapie la facevano da padrone.
Fu così che Sam, sollecitato anche dal dirigente del suo ufficio, prese la decisione di andare in pensione. Gli era stata offerta quella opportunità e scelse di accettare.
Salutò i colleghi un giorno di novembre, con una grande festa in cui riuscì, nonostante l’emozione, a fare un breve discorso di ringraziamento per tutti gli anni passati insieme. Non era dispiaciuto di lasciare il lavoro, sicuramente era rammaricato dal fatto che avrebbe perso la quotidianità di certe abitudini con quei colleghi con cui era diventato anche amico. Lasciare Antonio, Anna, Giovanni, Mena e Maria un po’ lo rattristava però sperava che i rapporti sarebbero continuati al di là del lavoro.
Il tempo decise che con alcuni sarebbe stato possibile, con altri no.
Le interminabili chiacchierate nelle pause di lavoro con Anna erano la cosa che gli mancava di più, e non capì mai veramente perché smisero di sentirsi. Le giornate scorrevano scandite da passeggiate al mare, a piedi o in bicicletta che aveva attrezzato con un cestino che qualche volta utilizzava per la spesa, visione di film e ascolto della sua musica preferita unita alla scrittura.
Dopo tanto tempo, aveva ripreso a scrivere, o come preferiva dire, a mettere i propri pensieri sulla carta.
Furono giornate piene, nonostante le trascorresse in solitudine, e non diede molto peso ad una sottile malinconia che si faceva sempre più insistente. Era sempre stato un tipo malinconico, non triste ma “avvolto da una leggera cupezza” come qualche volta lo definiva scherzosamente il suo migliore amico Salvo. Tutto quel tempo libero da passare da solo, dopo l’ubriacatura iniziale e la felicità di essere padrone del proprio tempo, iniziava a pesargli. Gli mancavano Serena e Joshua, gli mancava avere a fianco costantemente Sandra che lo accudiva con una dedizione totale, qualche volta gli mancava persino l’ufficio.
Senza rendersene conto sprofondò in una sorta di apatia che divenne la sua quotidiana compagna. Neanche il mare riusciva più a consolarlo e smise di uscire, rinchiudendosi sempre più in sé stesso. Era come se quello che gli era successo anni prima stesse manifestando gli effetti negativi a effetto ritardato, con un’esplosione di dolore che lo travolse e che lo lasciò inebetito e senza forze.
Con le altre persone si sforzava di fingere che andasse tutto bene, ma in cuor suo sapeva che quella malinconia sottile iniziale era diventata una enorme voragine di sofferenza che non riusciva a colmare.
Tanti anni prima aveva visto un film in cui il protagonista aveva cambiato vita a causa di “un vuoto di senso”. Non sapeva esattamente cosa volesse dire ma era quello che provava, un enorme vuoto interiore che nemmeno gli affetti più cari riuscivano a riempire.
I giorni passavano tutti uguali.
Spesso trascorreva ore nel silenzio e nell’immobilità più totale, anche se poi quando Sandra, al ritorno dal lavoro gli chiedeva come avesse trascorso la giornata, si inventava passeggiate e ore di scrittura inesistenti …
Sam non si capacitava di quel suo torpore fisico ed emotivo e senza rendersene conto fece passare parecchio tempo prima di chiedere aiuto.
Sandra iniziava ad essere perplessa sulle risposte evasive di Sam. Lo conosceva troppo bene. Per lei era una lastra di vetro da cui vedeva anche le sfumature più sottili. All’inizio pensò fosse un periodo più pesante del solito e non si preoccupò più di tanto. Con quello che avevano passato forse era normale che Sam stesse somatizzando a scoppio ritardato. Nella loro vita, insieme a tante gioie, c’era stato anche tanto dolore e, mentre lei riusciva comunque ad andare oltre, forse per Sam era arrivato il momento di fermarsi per cercare di riuscire ad esorcizzare tutto quanto.
Sandra aveva difficoltà a gestire la situazione da sola, percepiva il profondo malessere del marito che, refrattario a qualsiasi forma d’aiuto, diventava sempre più invisibile. Si ricordò di avere ancora il numero della psicoterapeuta che aveva aiutato Sam. A sua insaputa la chiamò, manifestandole la propria preoccupazione e la propria impotenza.
Il medico si mostrò molto disponibile, anche perché avendo seguito Sam per un lungo periodo, aveva imparato a conoscerlo bene.
Rimasero d’accordo che lo avrebbe chiamato con una scusa.
Sam quel giorno si svegliò con l’umore ancora più nero del solito. Avere tutta la giornata davanti lo spaventava. Sandra sarebbe tornata la sera tardi perché doveva trattenersi in ufficio. Si sedette sul divano con la testa fra le mani e iniziò a piangere. Era il pianto di dolore di una persona disperata che non vedeva via d’uscita. Non si capacitava di quel malessere, si chiedeva come e perché fosse arrivato a quel punto.
Da quando era uscito dall’ospedale erano cambiate tante cose. Però, dopo tanta sofferenza, erano arrivate anche delle belle soddisfazioni dategli dai suoi figli. C’era stato un lungo periodo dove essere padrone del proprio tempo lo aveva fatto sentire quasi felice. C’erano giorni in cui non faceva altro che fare progetti per il futuro, dove alternava lunghe passeggiate in bicicletta a ore passate a scrivere.
Ora, invece, era circondato dal deserto, provava una sensazione di vuoto che niente riusciva a colmare, era stato completamente avvolto dall’infelicità. Mentre si asciugava la faccia, dalle lacrime che continuavano a scendere, squillò il cellulare. Vide che era il numero della psicoterapeuta. Fu preso dal panico, mille domande gli si affollavano nella mente, non aveva voglia di parlare con quella dolcissima dottoressa che, solo al suo pronto, avrebbe capito che c’era qualcosa che non andava. Dopo il percorso che aveva fatto sotto la sua guida, ogni tanto si sentivano, ma in quel momento non se la sentiva di parlare.
Non rispose.
Passarono alcuni giorni.
Anche Serena e Joshua, durante le videochiamate, gli chiedevano se andasse tutto bene perché lo vedevano strano, assente.
A Sandra aveva detto della telefonata della dr.ssa Peri, la psicologa. Lei non capì perché non avesse risposto e gli disse che continuando così sarebbe andato tutto a rotoli, anche la loro vita. Per tutta la sera non si rivolsero la parola, erano presi dalla disperazione e dall’impotenza.
Il giorno dopo Sam chiese a Sandra di non andare al lavoro e di rimanere con lui a casa perché non se la sentiva di stare da solo.
Mentre erano a casa, in un clima di silenzio surreale, Sam le chiese se potesse chiamare la dr.ssa Peri per chiederle il motivo della chiamata. Sandra, a quel punto, gli confessò di averla cercata perché la situazione era diventata insostenibile e temeva che da soli non ce l’avrebbero fatta.
Lui andò su tutte le furie.
Dalla sua bocca uscirono un insieme di cose spiacevoli che non pensava veramente, ma in quel momento l’unica cosa che voleva fare era ferirla, offenderla profondamente, farle del male.
Lei, furiosa, uscì di casa dicendogli che se non avesse cercato di farsi aiutare se ne sarebbe dovuto andare via.
A Sam crollò il mondo addosso.
Fu preso da un violento attacco di panico, si sdraiò sul pavimento della terrazza cercando di fare lunghi respiri come gli avevano insegnato.
Si rese conto che la situazione stava degenerando per colpa sua, per questa forma di autolesionismo dell’anima che lo aveva inghiottito.
Senza Sandra si sentiva perso, la chiamò implorandola di tornare a casa e promettendole che avrebbe fatto di tutto per sistemare la situazione.
Quando rientrò, si abbracciarono senza dire nulla.
Le parole non servivano, riuscivano a comunicare anche col silenzio.
Sandra sapeva quanto il marito fosse disperato e che le parole che le aveva detto erano state uno sfogo dettato dal profondo stato di depressione in cui Sam era caduto.
Rimasero così, abbracciati per un tempo che sembrò loro interminabile, poi Sam le disse:
«Amore, aiutami, mi sembra di sprofondare sempre più giù e non riesco a risalire.»
Sandra chiamò la psicologa e, scusandosi per non averla richiamata prima, prese un appuntamento per Sam.
L’indomani si recarono insieme dalla dottoressa che li accolse con la solita gentilezza.
Sam, dopo tantissimo tempo, si sentì di nuovo leggero come una piuma.
Parlarono a lungo, Sam esternò tutto il malessere che si era impadronito delle sue giornate senza avere un reale motivo per stare male a parte i limiti fisici dovuti alle patologie che si erano accumulate, con le quali pensava di poter convivere, ma con quel dolore assillante no, non poteva.
Dopo quell’incontro ne seguirono altri, ai quali Sam partecipò da solo.
Seduta dopo seduta e mese dopo mese, riuscì ad alleggerirsi da quel male dell’anima che lo teneva imprigionato.
Venne fuori tutto il dolore che aveva accumulato nella sua vita, quello dovuto al fallimento economico della sua famiglia, alla malattia e poi alla morte dei genitori, ai problemi di salute dei fratelli, di Gabri, ai suoi.
Riaffiorarono i problemi che lui e Sandra sin da ragazzi avevano dovuto affrontare.
Tutto si era ammassato, diventando una montagna che, senza che se ne rendesse conto lo aveva travolto.
Nonostante tutte le cose belle che la vita gli aveva regalato, tante, alla fine lo avevano soffocato.
La dr.ssa Peri lo aiutò ad alleggerire quel peso insostenibile con lunghe conversazioni in cui Sam diede voce al silenzio interiore che lo aveva attanagliato per lungo tempo.
Grazie alla signora Perri conobbe altre persone che come lui avevano problemi. Insieme ad alcuni di loro formò gruppi di sostegno dove si confrontavano e si supportavano a vicenda. Organizzavano convegni, mostre, serate di scrittura e di lettura, esperienze teatrali.
Sam cominciò di nuovo a provare interesse per la vita e lentamente si lasciò andare.
Riprese in mano le sue giornate che non erano più scandite dal “vuoto di senso” ma da impegni concreti che lo gratificavano e lo appagavano.
Sam e Sandra erano ancora più vicini, più affiatati, perché la grandezza di lei era sempre stata anche quella di affiancare il marito senza mai prevaricarlo.
Non perché Sam avesse bisogno di essere trattato come un bambino ma perché, essendo il più fragile dei due, trovava nell’accoglienza di Sandra la risposta alle proprie insicurezze.
Joshua e Serena si accorsero dei miglioramenti del padre, che aveva finalmente ritrovato il suo sorriso aperto e accogliente. Organizzarono per lui un viaggio a sorpresa che li fece ritrovare tutti insieme a Parigi dove passarono giornate indimenticabili.
Sam si rese conto di quanto, nel periodo della depressione, avesse sottovalutato la grandezza della sua famiglia e di quanto tutti e tre fossero per lui linfa vitale dalla quale non si stancava mai di attingere.
La vita aveva ripreso a scorrere nel migliore dei modi e Sam, nonostante qualche volta la malinconia si affacciasse nelle sue giornate, sapeva come affrontarla.
Aveva imparato ad essere “resiliente” e a stare nel “qui e ora” e non aveva più paura.
Sam se ne andò un giorno di primavera.
Era arrivato in bicicletta al mare.
Si sedette sulla panchina da dove vedeva il suo scorcio di colori fantastici che gli riempivano il cuore e l’anima.
All’inizio non fece caso a quel sottile dolore che aveva al petto ma, mentre diventava sempre più forte, ripensò a quanta bellezza gli fosse stata donata, ai bellissimi sorrisi di Serena e Joshua, che sentiva seduti accanto a lui.
Vedeva Sandra che sorridente gli teneva la mano e prima di andarsene pensò che il dolore non avesse senso.

Il dolore non ha senso è un racconto di Antonello Scasseddu