Il fuoco dell’amore

1. Lungo le linee delle antiche trincee

Primo giorno

Il monte Sabotino, poco più di una collina, è uno dei luoghi sacri della Grande Guerra.
Con i suoi 609 metri domina la valle dell’Isonzo e la Piana di Gorizia, custodendo i segreti dei tanti soldati che transitarono su quel crinale, accesi da speranze patriottiche a volte nemmeno pienamente comprese.
Il luogo è oggi una destinazione turistica per appassionati di storia, ma anche per chi ama la natura e vuole avventurarsi nei suoi itinerari da trekking.
La vicenda risale al 2018. Un gruppo di ragazzi e ragazze di Gorizia, studenti delle scuole superiori e dell’università, era solito organizzare escursioni sui monti di tutto il comprensorio, dalla parte italiana e an-che dal versante sloveno.
Spesso quelle gite, grazie ai ritrovamenti fatti dalla comitiva, si rivelavano preziose per il museo dedicato alla Grande Guerra che raccoglieva e catalogava oggetti abbandonati o perduti dai soldati sul campo di battaglia.
Quell’anno, dopo un inverno gelido e un inizio di primavera piovoso, il mese di maggio si presentò con giornate calde e soleggiate che invogliavano alla ripresa anticipata delle attività.
Per tutta la settimana i ragazzi e le ragazze si ritrovarono, la sera dopo cena, al solito pub per bere qualcosa assieme, ma soprattutto per pianificare un’escursione sul monte Sabotino, una delle loro cime preferite.
L’idea era di individuare sentieri nuovi per raggiungere la vetta della montagna, lungo le linee delle antiche trincee, ora ricoperte dalla vegetazione. Sicuramente altri reperti, in quegli anfratti, aspettavano di essere riportati alla luce.
La gita era programmata per la domenica successiva. Il raduno dei partecipanti era fissato per le 7.00 davanti alla casa di Loris, la guida del gruppo.
Ventitré anni, studente in Economia e management presso l’Università di Trieste, era un appassionato di speleologia e conosceva molto bene la zona.
Meticoloso e perfezionista, in previsione di ogni uscita compilava personalmente un programma corredato da dettagliate indicazioni sulle attrezzature necessarie e sull’abbigliamento adeguato da indossare.
Per l’escursione sul monte Sabotino ne aveva già consegnato una copia a ciascuno dei partecipanti.
Il percorso era ben dettagliato.
Durante il briefing antecedente l’escursione, con l’entusiasmo di sempre, diede indicazioni sull’itinerario e sulle caratteristiche naturali dello spazio che avrebbero esplorato. Si trattava di un ambiente carsico, con le trasformazioni imprevedibili e spesso sorprendenti dovute ai capricci dell’acqua delle piogge sulle rocce idrosolubili. Ma quella era anche una spedizione che li avrebbe portati a rivivere le situazioni affrontate dai soldati che sul quel monte avevano combattuto la Grande Guerra.
La lista delle raccomandazioni di Loris era molto articolata.
Sarebbe potuto accadere di riscoprire o riportare alla luce anfratti o addirittura buche occultate dal tempo e dalla vegetazione.
Quindi sarebbe stato necessario usare corde da trek-king da 7,5 mm per 30 metri munite di moschettone e asola finali preconfezionate, e poi piccozze, coltelli da campeggio seghettati con fodero, chiodi da roccia e moschettoni. Tutto doveva essere riposto con cura nello zaino.
Ogni partecipante doveva avere con sé, necessariamente, multitool, torcia elettrica, navigatore nello smartphone, pile di ricambio, cartina, bussola, GPS da trekking o orologio GPS, taccuino per appunti con penne o matite, accendini vari e un bicchiere richiudibile in acciaio.
Importantissimi, poi, gli strumenti di primo soccorso e la coperta di sopravvivenza.
Infine l’abbigliamento: scarpe da trekking alte, calzettoni di lana alti, pantaloni di velluto, camicia di flanella, un maglioncino di lana leggero, occhiali da sole, cappello, guanti e giacca a vento.
Anche se la stagione volgeva verso l’estate e il tempo sarebbe stato bello, sul monte il vento avrebbe potuto essere fastidioso e l’aria sarebbe potuta cambiare anche all’improvviso. Nello zaino non potevano mancare an-che una maglietta intima di riserva e un fazzoletto da trekking, oppure una bandana, da utilizzare in testa o per proteggere la gola.
Per l’acqua e il cibo i diktat stringenti di Loris lasciavano lo spazio alle esigenze di ciascun partecipante.
La scelta sarebbe ricaduta su panini, conservati in involucri sigillati, frutta fresca, borracce d’acqua, bibite in lattina, tavolette di cioccolata, gomme da masticare, caramelle al miele e altre amenità. Come sempre.
Infine il capo congedò tutti con la solita raccomandazione: cellulare perfettamente funzionante e carico, per ogni evenienza.
Quella sera tutti erano andati a dormire con un’eccitazione insolita, forse l’idea di un’avventura sulle tracce della Grande guerra, forse la primavera e l’inizio di una nuova stagione di escursioni.
Appena l’alba cominciò a far rivivere la città, i ragazzi si ritrovarono al posto convenuto.
Iniziarono il percorso, carichi come muli, ancora un po’ addormentati ma con un grande entusiasmo.
Superata una prima parte più facile del tragitto, cominciarono le difficoltà, sia per la salita impervia sia per la invadente presenza di arbusti di ogni specie. Una fitta vegetazione di sommacco, rovere, pino nero, formatasi tra le rocce, intralciava a tratti il loro percorso.
Con fatica, ma anche una certa dose di soddisfazione, il gruppetto raggiunse la prima destinazione, si trattava di una piramide eretta dai soldati, la prima di tre che erano segnalate nella cartina. Qui si sarebbero divisi per esplorare zone diverse.
Loris non finiva mai di fare raccomandazioni, come un buon padre, nonostante la sua giovane età.
I veri nemici in quota sono voragini, crepacci, fenditure, e altri pericoli in qualche modo nascosti o occultati.
A costo di diventare pedante, e per tutti un po’ lo era ma lo perdonavano, raccomandò il rispetto degli orari.
Fondamentale, diceva. Nessun ritardo era ammesso.
Ognuno aveva la sua cartina con i punti dei vari passaggi ben contrassegnati.
Il gruppo quindi si sparpagliò e ognuno prese una direzione diversa. Ogni percorso era stato prestabilito, assegnato in precedenza a ognuno, e segnato con un numero sulla cartina.
Trascorse le due ore stabilite, il primo a fare ritorno al posto di ritrovo fu Paolo, il più giovane del gruppo. Aveva tra le mani una gamella per il rancio, ossidata e acciaccata.
Quando l’aveva raccolta da terra, i suoi pensieri erano andati al soldato che l’aveva dimenticata o forse se ne disfatto con un senso di liberazione, magari mentre scendeva a valle, senza guardarsi indietro.
Forse l’aveva gettata con disprezzo cercando di dimenticare l’orrore della guerra, i morti, i comandi gridati a squarciagola con l’ordine di sparare, l’odore acre della terra e del sangue. La gamella era associata al cibo, ma forse anche a un senso di nausea, si disse. Oppure il soldato era caduto crivellato dai colpi e la gamella era rimasta lì a terra, in mezzo alle sue cose.
Anche Igor trovò qualcosa, un pezzo di metallo molto arrugginito, forse quanto rimaneva di una baionetta.
A uno a uno giunsero tutti gli altri. Chi con qualche reperto in mano chi deluso per non aver scovato niente sul cammino.
Tutti, tranne Loris.
Si guardavano tra loro con un occhio all’orologio, mentre continuavano a raccontarsi i dettagli dell’avventura, a volte esagerati ad arte per far incetta di sguardi meravigliati.
Il ritardo cominciò a far discutere tutti.
Non era normale che fosse proprio lui a ritardare, così intransigente e meticoloso sulla puntualità.
Attesero un mezz’ora ancora provando, a turno, a collegarsi con il suo cellulare.
Ogni tentativo fu vano.
Il suo telefono riceveva la chiamata, la suoneria entrava in funzione ma, dopo qualche secondo, si bloccava e una voce metallica e gracchiante diceva che l’utente non era raggiungibile.
Iniziarono a preoccuparsi, pensando all’ipotesi di una caduta accidentale in un crepaccio nascosto dalla vegetazione.
Era stato proprio lui a raccomandare la massima attenzione a un pericolo simile. Proprio lui che conosceva così bene la montagna.
Non restava che andarlo a cercare.
Non tutti insieme ma ognuno prendendo direzioni diverse.
Si sarebbero ritrovati tutti entro un’ora nello stesso luogo di partenza. E avrebbero chiamato la Polizia.
Così avvenne, un’ora di perlustrazione e ricerca affannosa, piante strappate, grida in ogni direzione, volti angosciati e paura.
Di Loris, purtroppo, non c’era traccia.
Erano tutti al luogo dell’appuntamento, increduli.
Pensavano a Loris e non si erano accorti che mancava all’appello anche Mirella che era partita, come gli altri, alla ricerca di Loris.
Paolo si attaccò al cellulare, niente. Anche lei non rispondeva.
La preoccupazione e lo spavento, allora, divennero più forti.
Sembrava che entrambi fossero scomparsi nel nulla.

CONTINUA

Il fuoco dell’amore è un romanzo di Franco Calzolari