Il presidente Liccasarda

Capitolo I

Amicizia

Era un mattino caldo e dolce.
L’ammasso di nubi grigie, che danzavano attraverso la vetrata, si andava sciogliendo a poco a poco senza tramutarsi in pioggia. Un pallido sole occhieggiava nel cielo madreperla. L’avvocato Roberto Liccasarda, che indossava vecchi jeans e una maglietta, era visibilmente irrequieto.
Seduto dietro la scrivania, con telefono e due sedie, alle spalle un Crocifisso, sulla parete di fronte il ritratto di Giovanni XXIII e di J. Fitzgerald Kennedy, si rivolse ai suoi amici visibilmente teso e ansioso di conoscere il loro pensiero.
«Amici miei, stamane vi ho chiesto di venirmi a trovare per darvi una bella notizia e verificare che ne pensate. Ieri mi hanno telefonato dalla Segreteria Regionale del Partito per dirmi che mi vogliono mettere in lista per le elezioni nazionali…»
Teresa Greco era una studentessa di diciotto anni, alta, con i capelli lunghi e biondi, gli occhi azzurri; indossava una minigonna e una camicetta scollata. Da sempre era innamorata del suo amico Roberto, che da questo punto di vista, neanche la considerava.
«Vero? Che bello! Finalmente al Partito si sono accorti che c’è bisogno di gente nuova! La nostra linea trionfa!»
Roberto scattò senza darle neanche il tempo di finire «Ma che linea e linea…! Teresa, le cose stanno in modo più semplice e per niente esaltante… Hanno pensato a me perché gli serve un candidato riempitivo. Quasi zombato! Rannicchiato lontano dalla società… uno che prenda cinque dieci mila voti tra i giovani e nel circondario… e si fermi a quel risultato, senza alcuna possibilità di varcare questi limiti. Ragazzi, per riuscire io, i grilli dovrebbero nascere dai muli!»
Anche Liliana Messina aveva accettato l’invito.
Il giorno prima la diciottenne, studentessa femminista, era andata dal suo parrucchiere Massimo e ne era uscita con i capelli arricciati e rossi. Per rimanere fedele a sé stessa indossava jeans attillati e una camicia militare «Se le cose stanno così, che vadano a farsi fottere! Perché dovremmo portare ossigeno a questi vecchi tromboni che, puntualmente, a ogni scadenza elettorale, ci mettono nel piatto una lista pesante come piombo? Ci costringono a sorbire una zuppa riscaldata?»
L’atmosfera si surriscaldava. La tendenza rottamatrice del gruppo sembrava prevalere, perciò risultò opportuno l’intervento di Don Paolo un giovane prete, simpaticamente noto per il suo esuberante tifo juventino. Per darsi un contegno serioso indossava un talare tradizionale, con un berretto a larghe falde «Un minuto… Un po’ di calma… Cerchiamo di valutare attentamente la situazione. I deputati uscenti saranno ripresentati tutti o c’è lo spazio per potere condurre la nostra battaglia liberamente, con qualche possibilità di riuscita?»
Alla riunione partecipava anche il giovane sindacalista Lillo Bifara.
Si grattava con accanimento i pantaloni vecchi e sdruciti, la camicia a righe e il fazzoletto rosso, annodato al collo.
Per gli amici ironicamente il classico comunista con il cuore a sinistra e il portafogli a destra. L’aria della stanza gli sembrava troppo calda. Satura di profumi forti.
«Per quello che ne so io, si presentano tutti di nuovo… Nel nostro Partito il rinnovamento c’è solo con il certificato di morte! Figurati se queste pance allegre rinunciano al telefono gratis, alla macchina e all’autista che li porta a spasso di qua e di là!… Se fosse per loro, rimarrebbero finché hanno fiato, con il sedere incollato alla poltrona, che pare gliel’abbia lasciato il Padreterno!»
Anche a Roberto il sangue salì alla testa «Sì, perché gli altri sono migliori! Ora il porco si sazia solo quando muore, perché gli si riempiono le budella! Almeno tra noi c’è la possibilità di discutere e criticare liberamente anche i vertici…»
Liliana sentiva di non potere sopportare più a lungo questi toni accomodanti «Me lo figuro! Chiacchiere e tabacchiere di legno! Tu discuti, programmi che gli altri, quelli abituati a comandare, decidono, si abboffano e si gonfiano come covoni inzuppati di pioggia!»
Don Paolo era frastornato. Roberto e il suo gruppetto d’amici miravano da tempo a giocarsi questa partita. Aveva l’impressione che un eccesso di precipitazione giovanile potesse mandare all’aria il castello tanto meticolosamente costruito «Non andiamo fuori dal seminato! Ammesso che la candidatura sia riempitiva, senza alcuna possibilità di riuscita, secondo me, starsene a contemplare dalla finestra non serve a niente: senza crescente pane non se ne può impastare! Partecipare ci consentirebbe, almeno, di fare conoscere le nostre idee. Non è facile in un mondo in cui tanti sistemi e strutture mutano in fretta ed esigono sempre nuovi adeguamenti e più efficaci presenze. Ragazzi, quando gorgheggia un cardellino, a volte, si risveglia pure qualche cardinale!»
Lillo sembrò toccato da queste parole «Certamente, questo è pure vero… Anche se molti giovani amano apparire delusi e scettici e dimostrano uno spirito stanco e sfiduciato, non tutti si sottraggono a ogni impegno di servizio, per ripiegarsi in una libertà irresponsabile, in un egoismo capriccioso e disposto alla vanità, alla follia e alla ribellione senza proposte. E poi chi non risica non rosica! Le case si costruiscono mattone su mattone. Se noi pensiamo di farci valere e di eliminare alcune storture sociali… questa è una carta che ci dobbiamo giocare. Roberto, a cosa data non cercare rasa!… Secondo me, bisogna pigliarci il tempo come viene.»
Roberto, in fondo, aspettava solo qualcuno che lo incoraggiasse e lo convincesse «E va bene, va bene! La vostra stessa presenza qui è impegno, è fedeltà, è ottimismo, è certezza, è fortezza. Nessun pessimista ha mai combinato qualcosa di buono nella vita. Siete forti per i vostri valori, le vostre dignità, la vostra vocazione al servizio e la vostra aspirazione alla conquista di nuovi diritti di cittadinanza. Ma scendiamo un poco con i piedi a terra. Don Paolino bello, nessun cardellino può cantare se gli manca la scagliola. Né c’è alcun tipo di semenza che può inzeppare la sua pancia. Una campagna elettorale, oggi, richiede valigie di soldi. Ci avete pensato? Telefono, manifesti, fac-simile, benzina per girare nei paesi, spazi pubblicitari sulle televisioni… Non si tratta di cercare la rasiera, ma ci vogliono perlomeno venti, trenta milioni… E io dove li trovo?»
A questo punto ci fu spazio per il sano pragmatismo di Lillo «Quello che dici tu è vero fino a un certo punto. La nostra generazione è più forte di quelle che l’hanno preceduta. Non tutti siamo pronti a svenire per i Beatles! Alcuni ragazzi si commuovono maggiormente per la fame nel mondo e sono capaci di ogni sacrificio per amore, perciò ci sono tante maniere di sviluppare una campagna elettorale. Si può intrecciare pure con pochi spiccioli e un pizzico di fantasia. Senza manifesti, telefoni e altre sciocchezze. Basta saper chiedere, capire, accettare tutti, rispettarne le personalità. Quattro comizi riusciti, un contatto vero con la gente… valgono più di distribuire qualche pacco di spaghetti. E poi abbiamo detto che, a noi, interessa prima di tutto partecipare, perciò meglio una buona volta arrossire che cento volte impallidire!»
Arrivato con il consueto ritardo, Giorgio, giovane ventenne, studente universitario, sfoggiava un vestito elegantissimo, con gilè e cravatta sulla camicia a righe e fazzoletto rosso, annodato al collo «Ma amici, l’esperienza va presa sportivamente. Roberto, mi sembra quasi doveroso che tu accetti. Non puoi deludere tanti giovani che hanno combattuto con te tante battaglie politiche perdute in partenza. Che sarà la classe politica di domani se quanti, come te hanno la possibilità di rinnovarla, si tirano indietro? Ascolta me che ti voglio bene: mentre hai denti sani cerca d’ingozzarti, nessuno sa cosa ci può spettare!»
Roberto aveva le mani calde e un cerchio sulla testa. Sentiva di vivere un momento decisivo, ma non sapeva decidersi. Sembrava turbato e vagamente a disagio «Senza dubbio, in quello che dite, c’è del vero; ma avete valutato l’ipotesi di un insuccesso? Non parlo di una mancata elezione, ma di un autentico disastro elettorale… Quando ero piccolo mi hanno insegnato che, se si mette la pentola sul fuoco, sperando che altri la riempiano, non c’è preoccupazione di lavare i piatti. Passeggiava nervosamente: dentro di sé dava loro ragione, ma non lo lasciava trasparire «Mettiamo che i cinque dieci mila voti che ci aspettiamo non arrivino… Sarebbe una Waterloo, non solo per me, ma per noi tutti, per le idee che pensiamo di rappresentare.»
Don Paolo rialzò il capo e raddrizzò le spalle «Già, anche questo è vero. Ma l’ipotesi non mi sembra per niente verosimile. Vuoi che il mondo cattolico dimentichi la tua militanza nelle sue file? Per il Popolo di Dio, tu rappresenti le virtù più preziose, i simboli più espressivi, una forma ideale di vita. Tanti giovani, rimasti nell’area del Partito solo nella speranza di un rinnovamento di uomini e di idee, non credo si lasceranno sfuggire quest’occasione. Se un albero non fa né fiori né frutti, prima o poi qualcuno lo taglia dalle radici con quattro colpi d’accetta!»
Liliana si rannicchiò su sé stessa. Il sole batteva a chiazze sul suo bouclé rosa salmone, con finto doppio petto segnato dai bottoni blu, in tinta con la cravatta, rafforzando il messaggio di sensualità che emanava «Figurati! Secondo me, non c’è da farsi soverchie illusioni sulla tenuta di questi voti. Appena scenderanno in campo sottosegretari e ministri, un posto al nipote dell’Arciprete, un altro al figlio di Peppe Coppola… Voglio vedere cosa rimarrà della purezza degli amici su cui contiamo!»

Il presidente Liccasarda è un romanzo di Enzo Randazzo