Il presidente Liccasarda

Era un mattino caldo e dolce. L’ammasso di nubi grigie, che danzavano attraverso la vetrata, si andava sciogliendo a poco a poco senza tramutarsi in pioggia. Un pallido sole occhieggiava nel cielo madreperla. L’avvocato Roberto Liccasarda, visibilmente irrequieto, sedeva alla sua scrivania. Due sedie davanti a sé per i clienti, alle spalle un Crocifisso, sulla parete di fronte il ritratto di Giovanni xxiii e di J. Fitzgerald Kennedy. Quel giorno indossava un paio di vecchi jeans e una maglietta, adatte per una riunione informale.
«Vi ho chiamato per darvi una bella notizia e capire che ne pensate. Ieri mi hanno telefonato dalla Segreteria Regionale del Partito per dirmi che mi vogliono mettere in lista per le elezioni nazionali.»
«Vero? Finalmente al Partito si sono accorti che c’è bisogno di gente nuova, la nostra linea trionfa!» esultò Teresa Greco, una giovane studentessa piuttosto sexy, minigonna e camicetta scollata, con una lunga cascata di capelli biondi sulle spalle. Da sempre innamorata del suo amico Roberto si era abituata a non ricevere la minima attenzione da parte sua.
Roberto scattò senza darle neanche il tempo di finire.
«Ma che linea e linea! Teresa, le cose stanno in modo più semplice, e per niente esaltante… hanno pensato a me perché serve un candidato riempitivo. Quasi zombato! Rannicchiato lontano dalla società, uno che prenda cinque, diecimila voti tra i giovani e nel circondario e si fermi a quel risultato, senza alcuna possibilità di varcare questi limiti. Ragazzi, per riuscire io, i grilli dovrebbero nascere dai muli!»
Anche Liliana Messina aveva accettato l’invito a quella riunione, la classica studentessa femminista dai capelli arricciati e rossi, jeans attillati e una camicia militare, tanto per far capire di che pasta era fatta.
«Se le cose stanno così, che vadano a farsi fottere! Perché dovremmo portare ossigeno a questi vecchi tromboni che, puntualmente, a ogni scadenza elettorale, ci mettono nel piatto una lista pesante come piombo? Ci costringono a sorbire una zuppa riscaldata?»
L’atmosfera si surriscaldava. La tendenza rottamatrice del gruppo sembrava prevalere, perciò risultò opportuno l’intervento di Don Paolo, un giovane prete, simpaticamente noto per il suo esuberante tifo juventino. Per darsi un contegno serioso indossava un talare tradizionale, con un berretto a larghe falde.
«Un minuto… un po’ di calma… cerchiamo di valutare attentamente la situazione. I deputati uscenti saranno ripresentati tutti o c’è spazio per potere condurre la nostra battaglia liberamente, con qualche possibilità di riuscita?»
Alla riunione partecipava anche il giovane sindacalista Lillo Bifara. Si grattava con accanimento i pantaloni vecchi e sdruciti, la camicia a righe e il fazzoletto rosso, annodato al collo. Per gli amici, con una battuta ironica, era “il classico comunista con il cuore a sinistra e il portafogli a destra”. L’aria della stanza gli sembrava troppo calda. Satura di profumi forti.
«Per quello che ne so io, si presentano tutti di nuovo. Nel nostro partito il rinnovamento c’è solo con il certificato di morte. Figurati se queste pance allegre rinunciano al telefono gratis, alla macchina e all’autista che li porta a spasso di qua e di là! Se è per loro, stanno finché hanno fiato con il sedere incollato alla poltrona, che pare gliel’abbia lasciato il Padreterno!»
Anche a Roberto il sangue salì alla testa
«Sì, perché gli altri sono migliori! Ora il porco si sazia solo quando muore, perché gli si riempiono le budella! Almeno tra noi c’è la possibilità di discutere e criticare liberamente anche i vertici.»
Liliana sentiva di non potere sopportare più a lungo questi toni accomodanti.
«Me lo figuro! Chiacchiere e tabacchiere di legno! Tu discuti, programmi che gli altri, quelli abituati a comandare, decidono, si abboffano e si gonfiano come covoni inzuppati di pioggia!»
Don Paolo era frastornato. Roberto e il suo gruppetto d’amici miravano da tempo a giocarsi questa partita. Aveva l’impressione che un eccesso di precipitazione giovanile potesse mandare all’aria il castello tanto meticolosamente costruito. «Non andiamo fuori dal seminato! Ammesso che la candidatura sia riempitiva, senza alcuna possibilità di riuscita, secondo me, starsene a contemplare dalla finestra non serve a niente: senza crescente pane non se ne può impastare! Dobbiamo partecipare per fare conoscere le nostre idee. Tutto sta cambiando in fretta e bisogna rispondere con una presenza più efficace. Ragazzi, quando gorgheggia un cardellino, a volte, si risveglia pure qualche cardinale!»
Lillo sembrò toccato da queste parole: «Certamente, questo è pure vero… anche se molti giovani sono delusi e scettici, non tutti si sottraggono agli impegni di servizio. Non tutti scelgono un egoismo capriccioso e piegato nella vanità. Le case si costruiscono mattone su mattone. Se noi pensiamo di farci valere e di eliminare alcune storture sociali, questa è una carta che ci dobbiamo giocare. Roberto, a cosa data non cercare rasa!»
Roberto, in fondo, aspettava solo chi lo incoraggiasse e lo convincesse.
«E va bene, va bene! La vostra stessa presenza qui è impegno, è fedeltà, è ottimismo. Nessun pessimista ha mai combinato qualcosa di buono nella vita, avete ragione, non dovrei tirarmi indietro. Voi siete forti per i vostri valori, la dignità, la vocazione al servizio e il desiderio di cambiare le cose. Ma scendiamo con i piedi a terra. Don Paolino bello, nessun cardellino può cantare se gli manca la scagliola… Né c’è alcun tipo di semenza che può inzeppare la sua pancia. Una campagna elettorale, oggi, richiede valige di soldi… Ci avete pensato? Telefono, manifesti, fac-simili, benzina per girare nei paesi, spazi pubblicitari in tv… Non si tratta di cercare la rasiera, ma ci vogliono perlomeno venti, trenta milioni… E io dove li trovo?»
Qui si inserì il sano pragmatismo di Lillo: «Quello che dici è vero fino a un certo punto. La nostra generazione è più forte di quelle precedenti. Non tutti siamo pronti a svenire per i Beatles! Alcuni ragazzi si commuovono maggiormente per la fame nel mondo e sono capaci di ogni sacrificio per amore, perciò ci sono tante maniere di sviluppare una campagna elettorale. Si può intrecciare pure con pochi spiccioli e un pizzico di fantasia. Senza manifesti, telefoni e altre sciocchezze. Basta saper chiedere, capire, accettare tutti, rispettarne le personalità. Quattro comizi riusciti, un contatto vero con la gente valgono più che distribuire qualche pacco di spaghetti. E poi abbiamo detto che, a noi, interessa prima di tutto partecipare, perciò meglio una buona volta arrossire che cento volte impallidire!»
Sopraggiunse con il consueto ritardo, Giorgio, studente universitario, elegantissimo con gilè e cravatta sulla camicia a righe e fazzoletto rosso annodato al collo.
«Ma questa è un’esperienza che va presa in modo sportivo. Roberto, mi sembra quasi doveroso che tu accetti. Non puoi deludere tanti giovani che hanno combattuto con te tante battaglie politiche perdute in partenza. Qui si tratta di creare la classe politica di domani, dai retta a me che ti voglio bene: mentre hai denti sani cerca d’ingozzarti, nessuno sa cosa ci può spettare.
Roberto aveva le mani calde e un cerchio sulla testa. Sentiva di vivere un momento decisivo, ma non sapeva decidersi. Sembrava turbato e vagamente a disagio: «E l’ipotesi di un insuccesso? Non parlo di una mancata elezione, ma di un autentico disastro elettorale». Passeggiava nervosamente, dentro di sé dava loro ragione, ma non lo lasciava trasparire affatto.
«Mettiamo che i cinque, diecimila voti che ci aspettiamo non arrivino… sarebbe una Waterloo, non solo per me, ma per noi tutti, per le idee che pensiamo di rappresentare.»
Don Paolo rialzò il capo e raddrizzò le spalle: «Già, anche questo è vero. Ma l’ipotesi non mi sembra verosimile. Il mondo cattolico è con te, lo sai. Per il Popolo di Dio, tu rappresenti le virtù più preziose, i simboli più espressivi. Chi è rimasto nell’area del partito sperando in un rinnovamento di uomini e di idee sarà dalla tua parte. Se un albero non fa né fiori né frutti, prima o poi qualcuno lo taglia dalle radici con quattro colpi d’accetta!»
Liliana si rannicchiò su sé stessa. Il sole batteva a chiazze sul suo bouclé rosa salmone, con finto doppio petto segnato dai bottoni blu, in perfetta sintonia con i colori della cravatta: «Figurati! Non dobbiamo illuderci sulla tenuta di questi voti. Appena scenderanno in campo sottosegretari e ministri, un posto al nipote dell’Arciprete, un altro al figlio di Peppe Coppola… Voglio vedere cosa rimarrà della purezza degli amici su cui contiamo…»
Giorgio non rinunciò a darsi un tono: «Possibile che qui i giovani siano tante marionette nelle mani degli adulti? In ambiente universitario c’è un’altra aria, nelle città sono i giovani ormai a orientare il voto dei genitori e non sono tanto rincitrulliti da lasciarsi abbindolare dalle promesse elettorali. Il nemico oggi è il potere centrale: una sorta di nazismo centrale, nordeuropeo, che ci sta distruggendo. A me della tua carriera politica in sé non frega niente, ma mi intriga poter dare un contributo per migliorare il nostro paese, per sviluppare qui il mio progetto di vita.»
Teresa mostrava insofferenza per questi tentativi velleitari di conquistare la scena, e gli replicò con tono ironico: «E dai, Giorgio, non farci sentire tanti scolaretti! Sappiamo bene come si vive in città, vorrei proprio vederla questa coscienza politica a base di anfetamine, l.s.d. ed eroina. Roberto, fossi in te aspetterei un’occasione migliore. Se vogliamo tessere seriamente questa tela, dobbiamo seminare prima un po’ di lino.»
Don Paolo pensò fosse giunto il momento di affidarsi ai Santi protettori, perciò congiunse le mani e le levò al cielo: «Teresa, per favore! Un Cristiano non deve mai sentirsi pessimista e la lotta politica non può essere una corsa al successo, per arrivare a tutti i costi. Il nostro impegno di cattolici militanti è una testimonianza di fede e un impegno di servizio. Se vogliamo che il mondo diventi più giusto, non dobbiamo vivacchiare tra intrighi, imbrogli e storture, non illudiamoci che altri lavorino per noi e ci levino le castagne dal fuoco. Se Cristo avesse fatto come suggerisco a te, non gli avrebbero inchiodato le braccia sulla croce!
Roberto finalmente ruppe ogni indugio e si alzò deciso: «Giusto Don Paolo! Sono pienamente d’accordo. E poi, amici, in fondo cosa ci giochiamo? Il prestigio? La reputazione? Le nostre idee? Ma quello è un patrimonio che nessuno potrà scalfire. Il mio nome? E chi è Roberto Liccasarda? Se capitombola Roberto Liccasarda, non casca proprio nessuno!»
Lillo captò l’accento autoironico delle sue parole: «Nessuno di noi vuole fare esperimenti sul tuo nome. È solo che io vedo uno spiraglio e mi ci vorrei infilare, vorremmo tutti sederci a una tavola imbandita, con il pane affettato…penso ai braccianti, ai contadini, agli operai, ai disoccupati e sono persuaso che solamente uno del tuo stampo, nato in questi paesi zeppi di miseria, da una famiglia nella quale si fanno sacrifici e rinunce senza fiatare, può capirli e adoperarsi per alleviare quelle condizioni e convertire la croce della povertà, della fame e di ogni altra angoscia in una luce di speranza e di salvezza.»
Giorgio voleva fugare ogni dubbio residuo: «Non si può mai sapere cosa c’è dietro l’angolo. Le elezioni sono sempre imprevedibili, ma il Partito deve dare spazio ai giovani, se vuole sopravvivere. Non può continuare a lisciarsi, ad avvilupparsi e a scorticarsi, come una mosca tra le ragnatele di una tarantola. Il referendum sul divorzio è stato un campanello d’allarme; guai a ignorare tutto il nuovo che emerge dal sociale, la volontà di partecipazione alle decisioni, il bisogno di facce nuove e di aria pulita. Dovremmo smetterla di considerare gli stessi terroristi dei soggetti disumani con cui nemmeno intavolare una discussione. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, disgraziatamente, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella alla violenza delle false democrazie. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti.»
Roberto capì che la riunione aveva raggiunto il suo obiettivo, ormai erano tutti coinvolti.
«Tante teste, tanti fastelli! Tanti mazzolini di fiori quanti sono gli ingegni! Sogneremo traguardi, inventeremo sfide, cercheremo vittorie, che realizzino ciò che di buono, di forte, di vero c’è in tutti noi. Tentiamo la sorte, so che posso contare su di voi.»
Si fermò pensieroso per rifiatare, poi riprese con il suo stile da trascinatore: «Bene, da quest’istante sarò il vostro generale, perciò cerchiamo di procuraci i cani adatti a stanare la selvaggina e di agganciarli saldamente. Don Paolo, subito dal Vescovo a prenotare il nuovo mondo cattolico; Giorgio, datti da fare con questi giovani, vedi cosa ne puoi cavare; Lillo voglio in campo tutti i tuoi lavoratori; Teresa e Liliana si alterneranno come segretarie. E ora che abbiamo sprecato tante energie a eseguire analisi… sarebbe giusto mangiarci sopra. Questo ventuno aprile del 1971 sarà una data importante per tutti noi.»
Teresa entrò subito nel ruolo appena assegnatole: «E con quali soldi mangiamo? Senza moneta, non si canta nessuna Messa, vero Don Paolo?»
Roberto frugò nelle tasche, trovò tre monete da cento lire e si rivolse a Liliana: «Vai nella bottega della zia Lilla e compra dodici olive essiccate e sette sardine salate.»
Gli altri lo guardavano dubbiosi, Liliana faceva i conti con le dita e lui riprese: «Le olive salmodiate le snoccioliamo e le dividiamo con equità e precisione, ma le sardine le lavate, le diliscate e le immergiamo in olio, limone e senape. Una per ciascuno a voialtri e due per me, che ho bisogno di più energia.»
Avevano ritrovato il leader aggregante e brioso di sempre, lo sapevano, lui sarebbe stato “l’Onorevole Liccasarda”.
La vita riprendeva il suo ritmo sonoro. Non era una giornata inutile. I ragazzi uscivano come da un lungo assopimento in cui si mescolavano chiari propositi e disegni confusi. Le strade respiravano luce calda e le vetrine rosseggiavano. Il cielo non era azzurro, né grigio, né bianco, ma forato da fasci di luce. Zigzagando tra i tavoli dei Caffè, Roberto dovette controllare il suo passo per non lasciarsi travolgere della gioia e della sensazione che tutta la città fosse sua amica. Passando davanti a Villa Giulia ricordò quando suo nonno lo portava a correre e a giocare a nascondino nei viali alberati. Come in un gioco proibito, anche allora, scopriva gioie insperate. Inseguiva sogni come farfalle in un mandorleto. Nonno Biagio gli raccontava storie e avventure sempre diverse, e dentro queste fantasie c’era sempre una dolce fanciulla a lui destinata, distesa su una montagna di cioccolato. Man mano che cresceva, comprese che quelle favole avevano spigoli aspri e durezze improvvise, ma c’erano ancora tanti motivi per amare la vita. Messe da parte le sue paure, anche stavolta decise di vivere a ritmo serrato questa esperienza. Si riconosceva fragile, ma la sua ambizione rafforzava la sua vitalità. Come i grandi amori, forse, neanche tutti i grandi sogni sono destinati a concludersi male.

Il presidente Liccasarda è un romanzo di Enzo Randazzo