Il signore della comunicazione

Capitolo 1

Prologo
Il vecchio pellegrino

Avanzava solitario, con passo fermo e pesante.
La testa piegata verso terra, senza guardarsi intorno, senza contare più le miglia percorse, né il tempo trascorso.
Camminava.
Camminava sempre.
Ora in una landa infuocata ripresa dall’alto da un elicottero; ora sul luogo di un delitto illuminato da un flash; ora nel corridoio di un Ministero spiato da una fonte in incognito; ora su un barcone clandestino alla deriva, inquadrato da un fotoreporter.
Il suo incedere aveva un ritmo rallentato, viaggiava su una frequenza fissa, con un’andatura moderata e prudente.
Attraversava folle di persone in fuga da paesi in guerra, code di automobili su autostrade allagate, scalava gli spalti di uno stadio in delirio e percorreva navate di cattedrali gremite. Sapeva parlare ogni lingua, padroneggiava tutte le culture e conosceva la totalità dello scibile.
Il mondo, nella sua vastità, era il luogo della sua esistenza e, percorrendolo incessantemente, dava forma e sostegno alla sua dottrina. Non si fermava mai, non poteva farlo, il suo compito lo obbligava ad andare ovunque ci fosse bisogno di lui.
Nei secoli, il suo potere si era esteso in maniera titanica, ma contrariamente i segni di questa potenza non risiedevano nella sua fisicità.
Poeti, scultori e storici lo avevano sempre ritratto come un giovane atletico senza barba.
Oggi, invece, era un vecchio canuto, irsuto e appesantito.
Il viso rugoso, il corpo segnato dai colpi del tempo e dalla sua vertiginosa evoluzione. Gli occhi stretti in piccole fessure lasciavano intravedere poco della sua forza e della sua astuzia proverbiale. Uno sguardo spento e triste contrassegnava il suo viso, rivolto al mondo con rassegnato disinganno.
Ad ogni passo, si sosteneva al suo caduceo o kerỳkeion, un bastone vecchio e scheggiato come lui.
A tracolla portava sempre un borsellino di pelle, custode di una molteplicità di risorse. Un piccolo guscio di tartaruga era il ciondolo che ondulava intorno al suo collo, un avvoltoio lo scortava dall’alto volando e un gallo, dal piumaggio nero, trotterellava zelante al suo seguito.
I suoi abiti da viaggiatore erano consunti e strappati in più punti. L’himation, il mantello che gli ricadeva sulle spalle, usurato da millenni di peripezie, era liso e frusto e nulla faceva ipotizzare che quell’indumento potesse essere tanto prodigioso, da renderlo invisibile ad occhio umano. I mortali non potevano vedere né lui, né gli animali a lui sacri che lo accompagnavano sempre.
Da secoli ormai, aveva scelto di non apparire, di non intervenire più sul libero arbitrio altrui, ma solo di presenziare agli eventi e catalogare gli atti. Gli bastava battere le mani o schioccare le dita o soffiare l’aria con le labbra, sulle orecchie degli uomini, perché il suo potere si manifestasse, assecondando le loro relazioni, trasmissioni e informazioni.
Sapeva da tempo che il suo intervento non avrebbe contribuito a migliorare le cose, l’uomo era divenuto un corridore indipendente, incurante dei segnali divini e poco incline all’ascolto.
Portava come di consueto il petaso e i talari, il cappello e i sandali alati, strumenti indispensabili al suo mestiere, ma anche quei simboli divini erano consumati e logori.
Riusciva ancora a volare, certo, ma quanta fatica ad ogni salto nello spazio, quanto dolore sentiva sulle gambe e sulla schiena ad ogni svolta e atterraggio.
Lo sbattere delle ali non era più agile e lesto come un tempo, si era fatto arduo e gravoso. Un’artrosi connaturata lo piegava e non c’era cura per la sua infermità.
Neppure il riposo gli era consentito, era vincolato alla sua natura e alla sua funzione. Era una macchina ammaccata, ingolfata e lorda che procedeva solo per inerzia.
Poteva ritrovarsi di fronte allo scenario spaventoso di intere foreste abbattute da venti tempestosi di scirocco, oppure a quello di ruderi di costruzioni, divelte da terremoti, e di corpi morti sotto le macerie.
L’ubiquità era il suo dono e la sua maledizione.
Ogni tornado, incendio, inondazione e tsunami erano per lui il pane e la sete, la vita e la morte. Non poteva esimersi dall’andare, dal partire, dall’assolvere al suo compito: il cronista, la telecamera, il satellite, il commentatore, il pubblico, tutti avevano bisogno di lui.
Doveva essere lì a contare i danni e le ripercussioni, a calcolare il numero di uomini, vegetali e animali che fossero stati sconvolti dal disastro; ad ogni guerra, crisi di governo e conflitto a fuoco, doveva prevedere le frane che ne sarebbero derivate, gli smottamenti, le ricadute economiche, le perdite di posti di lavoro, gli effetti sul mondo e sullo stato d’animo dell’essere umano.
Incrociare le braccia e scioperare significava patire pene dell’inferno, ben più dolorose della sua attuale condizione.
Tutte le voci degli uomini, i suoni, i rumori e le connessioni in atto si sarebbero rovesciate nella sua mente, come un frastuono insopportabile.
Aveva già tentato in passato, ma lo strazio era stato un martirio, senza alcuna possibilità di epilogo. Perciò aveva accettato l’incontrastabile potenza del Fato, davanti al quale dovevano inchinarsi sia gli umani che gli Dei.
Era così da millenni ormai, eppure negli ultimi tempi qualcosa era cambiato in lui: ogni volta che si specchiava negli occhi di un superstite o nell’immagine di un giocattolo che galleggiava in una voragine o nel riflesso dell’obiettivo di un videomaker, era colto da un insolito sgomento e da una profonda disperazione.
L’avvoltoio, che emetteva forte il suo verso in queste circostanze, volava alto nel cielo sopra di lui. Ma non erano solo gli scenari apocalittici a tormentarlo.
Bastava assistere allo scontro verbale fra due politici in diretta Tv o partecipare alla frustrante cena di un gruppo di ventenni, seduti alla tavolata di una pizzeria, ognuno con il capo chino sul proprio cellulare, per rendersi conto che ormai non aveva più alcuna speranza.
“L’essere umano è veramente disposto a rinunciare ai suoi diritti, in virtù della sua immagine?” si chiedeva nella sua lingua madre, il greco antico, osservando quei giovani stolti.
Constatava che era un popolo alla deriva, in preda alla frenesia di nuovi congegni elettronici che dominavano la vita di tutti.
Una deriva letale. In una società in cui le persone potevano essere giudicate in base ad un sistema di classificazione, l’uomo poteva essere emarginato ed escluso dagli altri.
Si meravigliava sempre quando constatava che, in alcune parti del mondo, era in uso il costume di controllare le attività sui Social Network dei mortali, della loro cronologia di navigazione Internet, se pagavano le bollette, se prendevano contravvenzioni stradali, per compilare così degli elenchi che separavano i buoni, dai cattivi. Ai primi venivano elargiti premi, ai secondi delle punizioni.
“Può tutto ciò portare beneficio alla società?” s’interrogava ancora, ribadendo con forte convinzione a sé stesso che, nonostante tutto, esisteva pure un’onesta e robusta porzione del genere umano che sapeva fare dell’actio communicandi o della koinonìa, come la chiamavano i Greci, qualcosa di buono e di fruttifero.
Ne era convinto, se pensava a tutto il progresso, alla semplificazione dei processi cognitivi, se pensava alla libertà di espressione che l’uomo aveva raggiunto, alla genialità e alla qualità dei più sofisticati contenuti culturali, e ne era ancora più persuaso se pensava a lei, a quella minuta e coraggiosa mortale, dai capelli biondo cenere, che rappresentava la sua potente dottrina nella Hall delle Nazioni Unite.
Ciò che lo faceva dubitare erano la veicolazione, la falsità e la confusione dei punti di vista, la manipolazione, i modelli sbagliati e il sensazionalismo inutile che potevano generare disordini, sommosse e incidenti, con risvolti e conseguenze gravi.
“Può esserci ancora una possibilità di salvezza?
Può la mia eternità rinnovarsi in una maniera migliore e ritrovare attimi di felicità e di pace?”
Non sapeva darsi una risposta. Solo uno stato d’ansia, di vertigine e di vuoto lo avvolgeva. E si dannava per questo.

Il signore della comunicazione è un romanzo di Maria Chiara Piazza