Il signore della comunicazione

Il vecchio pellegrino

Avanzava solitario, con passo fermo e pesante. La testa piegata verso terra, senza guardarsi intorno, senza contare più le miglia percorse, né il tempo trascorso.
Camminava. Camminava sempre. Ora in una landa infuocata ripresa dall’alto da un elicottero, ora sul luogo di un delitto illuminato da un flash, ora nel corridoio di un Ministero spiato da una fonte in incognito, ora su un barcone clandestino alla deriva, inquadrato da un fotoreporter.
Il suo incedere aveva un ritmo rallentato, viaggiava su una frequenza fissa, con un’andatura moderata e prudente. Attraversava folle di persone in fuga da paesi in guerra, code di automobili su autostrade allagate, scalava gli spalti di uno stadio in delirio e percorreva navate di cattedrali gremite. Sapeva parlare ogni lingua, padroneggiava tutte le culture e conosceva la totalità dello scibile.
Il mondo, nella sua vastità, era il luogo della sua esistenza e, percorrendolo incessantemente, dava forma e sostegno alla sua dottrina. Non si fermava mai, non poteva farlo, il suo compito lo obbligava ad andare ovunque ci fosse bisogno di lui.
Nei secoli, il suo potere si era esteso in maniera titanica, ma contrariamente i segni di questa potenza non risiedevano nella sua fisicità. Poeti, scultori e storici lo avevano sempre ritratto come un giovane atletico senza barba. Oggi, invece, era un vecchio canuto, irsuto e appesantito. Il viso rugoso, il corpo segnato dai colpi del tempo e dalla sua vertiginosa evoluzione. Gli occhi stretti in piccole fessure lasciavano intravedere poco della sua forza e della sua astuzia proverbiale. Uno sguardo spento e triste contrassegnava il suo viso, espressione di rassegnato disinganno.
A ogni passo, si sosteneva al suo caduceo o kerỳkeion, un bastone vecchio e scheggiato come lui.
A tracolla portava sempre un borsellino di pelle, custode di una molteplicità di risorse. Un piccolo guscio di tartaruga era il ciondolo che ondulava intorno al suo collo, un avvoltoio lo scortava dall’alto volando e un gallo, dal piumaggio nero, trotterellava zelante al suo seguito.
I suoi abiti da viaggiatore erano consunti e strappati in più punti. L’himation, il mantello che gli ricadeva sulle spalle, usurato da millenni di peripezie, era liso e frusto e nulla faceva ipotizzare che quell’indumento potesse essere tanto prodigioso da renderlo invisibile a occhio umano. I mortali non potevano vedere né lui, né gli animali a lui sacri che lo accompagnavano sempre. Da secoli ormai, aveva scelto di non apparire, di non intervenire più sul libero arbitrio altrui, ma solo di presenziare agli eventi e catalogare gli atti. Gli bastava battere le mani o schioccare le dita oppure soffiare l’aria con le labbra sulle orecchie degli uomini perché il suo potere si manifestasse, assecondando le loro relazioni, trasmissioni e informazioni. Sapeva da tempo che il suo intervento non avrebbe contribuito a migliorare le cose, l’uomo era divenuto un corridore indipendente, incurante dei segnali divini e poco incline all’ascolto.
Portava come di consueto il petaso e i talari, il cappello e i sandali alati, strumenti indispensabili al suo mestiere, ma anche quei simboli divini erano consumati e logori. Riusciva ancora a volare, certo, ma quanta fatica a ogni salto nello spazio, quanto dolore sentiva sulle gambe e sulla schiena a ogni svolta e atterraggio. Lo sbattere delle ali non era più agile e lesto come un tempo, si era fatto arduo e gravoso. Un’artrosi connaturata lo piegava e non c’era cura per la sua infermità.
Neppure il riposo gli era consentito, era vincolato alla sua natura e alla sua funzione. Era una macchina ammaccata, ingolfata e lorda che procedeva solo per inerzia.
Poteva ritrovarsi di fronte allo scenario spaventoso di intere foreste abbattute da venti tempestosi di scirocco, oppure a quello di ruderi di costruzioni, divelte da terremoti, e di corpi morti sotto le macerie.
L’ubiquità era il suo dono e la sua maledizione.

Il signore della comunicazione è un romanzo di Maria Chiara Piazza

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