JE T’AIME di Stefano Giraldi Cèneda
genere: ROMANCE
La follia è un attimo totalizzante, panico, rubato alla lucidità. La follia è come un cerino: sparge chiarore e calore per pochi secondi; la sua fiamma è effimera. Ma anche nel momento in cui smette di consumare l’ossigeno, i suoi sentori persistono; la combustione e lo zolfo che la innesca feriscono l’olfatto e impregnano i tessuti.
Dalla follia Alessio era immune, o almeno così credeva…
Non era mai accaduto prima di allora.
Mi scoprii a provare un piacere insinuante quando Marta, ore addietro, si era defilata al cellulare:
«Stasera non ce la faccio a uscire; ho lavorato fino a tardi e ho un terribile mal di testa».
Non avevo indagato.
La motivazione che l’aveva portata a rimandare il nostro consueto appuntamento serale suonava alle mie orecchie come una scusa.
Avevo bisogno di svincolarmi dalle mura domestiche, quel venerdì di primavera. E lo avrei fatto a prescindere.
In fondo, si tratta soltanto di modificare il programma. L’idea di disporre della serata mi scaturì un galoppante buonumore, che andò però ad affievolirsi, a poco a poco, più tardi, mentre guidavo in direzione della periferia.
Mi trovai a riflettere sul concetto di libertà inserito in un contesto di coppia.
È normale sperimentare una forma di libertà – e grazie a questa forma di libertà avvertire benessere – quando il partner è assente?
Dati gli sviluppi del mio rapporto con Marta, proteso verso un futuro adulto, l’interrogativo non poteva non suscitarmi un minimo di preoccupazione.
È solo uno stupido retaggio dell’adolescenza: periodo in cui non si hanno né si vogliono legami duraturi. Ora è diverso.
Continuai a guidare, con la coscienza rasserenata, intento a godermi un dopocena in innocua solitudine, senza la claustrofobia dell’appartamento dove vivevo da trent’anni – ossia dalla nascita -, ma anche senza commettere nessuna trasgressione.
Smontai dalla macchina e mi avviai all’entrata di un locale che due mie allieve avevano magnificato per settimane intere.
“Prima o poi ci capiterò” avevo detto a quelle spumeggianti ventenni, mentre riponevano le chitarre nelle custodie.
L’occasione si era affacciata prima di ogni pronostico.
Il locale si mostrava elegante e, insieme, accattivante; un’insegna al neon ammiccava a intermittenza, proiettando strisce blu scarico sull’asfalto umido. L’interno non tradiva le attese: sotto una luce di un verde elettrico, un banco lucido si profilava a ridosso della parete sinistra; mentre al centro, una passerella rivestita di moquette mogano correva fino a una parete su cui campeggiava uno schermo LED; alla destra del corridoio, si allargava il resto: tavolini ora tondi, ora ovali, ora rettangolari, e, ancora oltre, tra un labirinto di separé, una serie di archi sfalsati per consentire il passaggio in altre aree.
«Buonasera. Benvenuto».
Il barman piegò la testa in un meccanico accenno di inchino e tornò a sorridere senza muovere le labbra.
«Buonasera».
«Che cosa posso servirle?»
Aveva la voce impostata, priva di inflessione, e un aspetto compito ai limiti della freddezza.
Ordinai una birra alla spina, senza cessare di guardarmi intorno. Il locale era curatissimo, pulito; gli odori di alcol e di cibi di rapida preparazione non ne deturpavano l’immagine.
Mi concentrai sui separé e sugli archi più distanti.
«Che cosa c’è laggiù?» domandai.
«Intanto, ecco la sua birra». Il barman teneva le braccia tese e si puntellava con le palme sul bordo del lavello.
«Laggiù ci sono i privé».
«Lo supponevo» ammisi. «Ma volevo che fosse lei a dirmelo».
Il barman continuava a fissarmi indecifrabile, con quel sorriso immoto che incontrava nell’arguzia dello sguardo una sorta di alter ego. Nei minuti successivi, l’espressione del suo viso, con una gradualità impercettibile, iniziò a mutare, aprendosi a un’aria indagatrice, analitica. Era come se le mie domande non lo molestassero affatto e che anzi ne attendesse altre. Il suo ruolo di barman pareva essere stato marginalizzato dall’incalzare di una funzione predominante.
«Non sono pratico» dissi, benché fosse soltanto una mezza verità. «Non ci ho mai messo piede. Che cosa succede là dentro?»
«Tutto. O niente. Ognuno decide dello spazio che si procura».
Increspai la fronte. La risposta era sibillina, ma soprassedei.
«Sono grandi?» feci.
«Ce ne sono di grandi, di piccoli e di medi. Noi ne abbiamo tre, uno per ogni dimensione».
Fece una pausa e il suo sorriso perse l’immobilità.
«Ne vuole affittare uno?»
Finsi di cadere dalle nuvole, ma fu tutto vano.
«Perché?» dissi. «Si possono anche affittare?»
«Mi vorrebbe dire che non lo sapeva?»
Sorrisi trattenendo a stento l’evoluzione di un ghigno. Si era instaurata una complicità sottintesa che mi spinse a osare.
Mi accostai di più al bancone e mi sedetti su uno sgabello. Solo allora vidi che il barman aveva più o meno la mia età: l’abito e la pettinatura impeccabili, complice la tenue luminosità del locale, avevano alterato le sue fattezze. Quella constatazione mi invitò a smorzare la formalità.
«Scusami tanto» dissi. «Non mi interessano né le conquiste facili né l’adrenalina di un mordi e fuggi».
Meditai le parole e aggiunsi, per averne conferma:
«Ho la testa sulle spalle. Sono tutto ragione. Vorrei soltanto un po’ di relax».
Mi voltai per osservare l’ambiente pieno per metà e afferrai il braccio del barman per renderlo partecipe della mia ammissione.
«C’è troppa gente qui intorno. Mi voglio sedere, bere una birra, pensare agli affari miei, ma un posto isolato, beh, sarebbe meglio… non so se mi spiego».
Il barman si protese sul bancone e mi sistemò una mano sulla spalla. Il tempo dell’indagine sembrava terminato: ora sul suo viso si leggeva una strana, solidale comprensione.
«Che cosa ti è successo?» domandò.
Dissi senza ponderare:
«È una delle mie ultime serate da single. Tra due mesi, forse, mi sposo».
Il barman non poté soffocare una risata gustosa.
«Che vuol dire ‘forse’? o ti sposi o non ti sposi!»
Non aveva torto. L’esternazione era sfuggita al controllo razionale e ora latitava. Mi associai alla risata sobria e gli ricambiai la mano sulla spalla.
«Non farmi parlare troppo. Dimmi piuttosto dove posso stare tranquillo. Te ne sarò grato».
«Certo. Guarda, laggiù c’è una saletta – non è proprio un privé – che potrebbe fare per te. È un posto dove puoi pensare ai fatti tuoi senza essere disturbato. Ci sono pochi tavolini e il posto è abbastanza grande per dare… a ognuno il proprio spazio».
«Quindi,» ricapitolai «se ho afferrato, in questo locale ci sono dei privé per chi non vuole essere disturbato, salottini per evitare la massa e infine… il resto».
«Già. La massa, come la chiami tu. Ma potremmo chiamarla anche la clientela che entra, consuma e torna da dove è venuta. Una parentesi evasiva per scordarsi la routine per un quarto d’ora».
«Geniale» feci. «Tre livelli di clientela, in perfetta scala».
«Se posso permettermi, tre livelli di esigenze. Anzi, tre livelli di evasione per tre livelli di esigenze. Ci sono persone a cui non bastano una birra e un quarto d’ora per scordarsi la routine. E, infine,» concluse con un millimetrico slancio di enfasi «c’è chi vuole un po’ di relax».
Inarcai un sopracciglio: quel barman meritava ascolto e considerazione. Il suo atteggiamento era un innesto di sottigliezze e mordacità.
«Il titolare di questo locale dovrebbe essere soddisfatto di come promuovi l’attività. E di come la spieghi».
«In effetti» sorrise, sempre con sobrietà «ho una buona autostima».
Sovrapposi una banconota da dieci euro a quella da cinque che avevo pensato di piazzare sul bancone per pagare la birra.
«Complimentati con il proprietario da parte mia» dissi ironico, saldando il conto che non mi aveva ancora presentato.
«Il capo ha già gradito e ti ringrazia. Saletta numero quattro» specificò indicando con il mento l’area orientata a sud del locale.
Mi strizzò l’occhio:
«Buona serata».
Sgattaiolai con il mio boccale raso tra le poltroncine e i separé fino all’accesso suggerito.
Notai subito, imprigionato in un angolo protetto, un divano biposto che nessuno aveva occupato. Mi accomodai.
La saletta era avvolta dalla penombra: lo stile con cui era arredata differiva da quello degli altri ambienti. Dagli scarsi faretti distribuiti sul soffitto viola piovevano coni di luce bianchissima sopra i quattro tavoli sparsi. C’erano due giovani coppie addossate alla parete opposta all’ingresso; mentre, quasi al centro, un gruppo misto di ventenni era impegnato in chiacchiericci incessanti e in sguaiati slittamenti da un punto all’altro del tavolo.
Nonostante il rumore e quell’apparente frenesia, non percepivo il caos.
Ebbi invece come la sensazione, per un attimo, che in quel locale non ci fossero regole, ma imperasse un nume tutelare, pronto a intervenire in caso di eccessi. Come dire: fa’ quello che ti pare, ma fallo bene e senza intralciare la volontà altrui.
Mi isolai affondando nuovamente nell’interrogativo sulla libertà che avevo lasciato in sospeso.
Bastarono solo pochi secondi perché il filo logico che tentavo di ricucire si spezzasse una seconda volta.
Udii un suono.
Un suono familiare nella sua indeterminazione acustica. Non distinsi se si trattava di una risata strozzata, di un grido appena accennato o di un’esclamazione di piacere, ma quel suono, umano e femminile, stava spedendo input a quella sensibilità che non mi aveva mai raggirato.
“Elisa” dissi a me stesso, dopo che era balenata davanti alla mia testa una serie di frammenti visivi: i suoni reclamano sempre una rappresentazione per essere identificati. Aprii gli occhi. E gli occhi la videro.
Rideva, la mia allieva preferita, con i suoi capelli raccolti, la fronte spianata, gli occhi smeraldo che scintillavano nel volto scurito dal trucco pesante.
Era cinta dalle braccia possenti dei due ragazzi che sedevano al suo fianco.
Scostai dalla parete un vaso con una pianta di Ficus per nascondermi alla vista e ridurre così le probabilità di essere smascherato.
Avrei pagato per diventare di colpo invisibile.
Elisa si divincolò dalla stretta di quelle braccia e sembrò come ribellarsi al ruolo subordinato in cui era stata relegata.
Iniziò a dispensare abbracci ai ragazzi che, a turno, assecondavano le sue attenzioni.
Non realizzavo, non ci credevo. Non ci volevo credere.
Una delle due coppie, nel frattempo, era uscita e la restante stava per farlo.
Approfittando della saletta sfollata e curando di non fare rumore, trascinai il mio divano per circa un metro verso il tavolo occupato dalla compagnia.
Mentre sorseggiavo la birra con costruita indifferenza, potei osservare l’abbigliamento di Elisa, quantomeno fino alla vita.
Attorno al tavolo, tra le poltroncine, proseguivano i movimenti sguaiati e non era quindi facile mettere a fuoco.
Attraverso gli spiragli di volta in volta disponibili, notai un decolleté generoso, sapientemente esaltato da una camicia sagomata, molto aderente.
A un certo punto, Elisa si sporse sulle bottiglie di birra e sulle brocche di aperitivo per sfilare una sigaretta accesa dalla bocca del ragazzo biondo che si trovava sulla sponda opposta del tavolo.
In quel momento, credo, il suo sguardo si posò sulla zona della saletta in cui io, pietrificato, assistevo alla scena.
Sopra la mia testa si stagliava un cartello dal perimetro fosforescente che intimava di non fumare.
Mi dissi che era stato quel cartello ad attirarla e non la mia presenza.
Per fortuna, la fitta penombra da una parte e il boccale all’altezza delle labbra dall’altra, mi salvarono da un riconoscimento altrimenti imbarazzante.
Elisa non si era accorta di me.
Il ragazzo atletico che stava alla sua destra la prese per una mano e la sollevò tirandola a sé. In un silenzio che, liquido, precipitò sul gruppo, il ragazzo ed Elisa, a faccia a faccia, iniziarono ad accarezzarsi teneramente.
Era un’azione plastica, sincronizzata, quasi fosse il risultato di un accordo precedente. Lui ingarbugliò le sue dita tra i capelli di lei, mentre, intorno, si ripeteva l’accompagnamento di risate strozzate. Quindi, con gesto virile, attirò a sé il viso di lei, premendo leggermente sul mento. Ne seguì un bacio; ma non c’era romanticismo nell’atto, sia perché mancava la necessaria intimità, sia perché le loro bocche semiaperte lasciavano sfuggire le dinamiche del bacio stesso.
Il tutto finì con un’ovazione degli amici-spettatori.
Un attimo dopo si ripeté l’azione. La protagonista era sempre Elisa, ma stavolta affiancata dal ragazzo che, fino a quel momento, era rimasto seduto alla sua sinistra.
Quel suo atteggiamento esuberante, disinvolto, di cose private volgarizzate nel pubblico, mi ispirò un senso di disgusto.
La mia resistenza era esaurita.
Mollai il boccale e infilai l’uscita della saletta polarizzando su di me l’attenzione di tutti.
E probabilmente fu solo allora che Elisa rilevò la mia presenza.
Sotto gli sguardi ottusi dei clienti, abbandonai il locale, diretto al parcheggio.
Alle mie spalle udii un rumore di tacchi e una voce femminile che mi chiamava per nome.
Non poteva essere che lei, ma era come se la mia ragione, mediante l’udito, la respingesse.
I tacchi di Elisa erano bacchette sul tamburo sdrucciolevole del parcheggio. I passi scandivano il suo forsennato rincorrermi.
Percepivo un vago sottofondo:
«Fermati… fermati!»
E io aumentavo il ritmo della mia fuga verso la macchina.
Lì mi avrebbe aspettato la mia quotidianità, e quando mi fossi infilato nel letto, avrei impugnato il mio cellulare e avrei augurato la buonanotte a Marta.
Ero schiacciato dal senso di colpa per essermi lasciato turbare da quella creatura disinibita e svaporata, che nel mio immaginario era sempre spiccata per rarità e fascino.
Spalancai la portiera.
Sto tradendo Marta.
Ma indugiavo nell’entrare in macchina per anticipare la fuga dal parcheggio e da Elisa.
Mi ero finalmente deciso a salire, quando mi accorsi che, da qualche secondo, non sentivo più né il rumore dei tacchi né il flebile richiamo della sua voce.
Fu una frazione di secondo che svanì nel momento in cui una mano tenace mi immobilizzò il braccio destro.
Mi voltai e la vidi.
«Che cosa vuoi?» domandai.
«Te. Voglio parlare con te» rispose con tono morbido, senza mollare la presa.
I suoi occhi struggenti rilucevano sotto l’alone fioco dei lampioni: e fu la loro apparente genuinità a convincermi a prestarle ascolto.
«Tu ed io» misi in chiaro «non abbiamo niente di cui parlare».
«E invece sì, Alessio. Ti scongiuro, vieni dentro, torna lì dentro con me. Troveremo un angolo sicuro e lì ti dirò che cosa provo per te».
Nella mia mente, non so spiegarmi perché, risuonò la melodia celestiale di una composizione barocca: quel concerto per archi e flauto che più di dieci anni prima mi aveva fatto abbracciare il sogno della musica, il desiderio di imparare a suonare uno strumento, di vivere di note e spartiti; non per partorire l’arte – perché sapevo di non esserne capace – ma per insegnare una disciplina investendo su tecnica, metodo e abnegazione.
Dissi di sì alla suggestione della melodia che avevo evocato, anche se nella realtà – dovevo ammetterlo – dicevo di sì all’offerta accorata di Elisa.
Rientrammo nel locale.
Elisa mi conduceva per il polso lungo i separé.
Raggiungemmo in fretta un privé sotto lo sguardo muto e assentivo del barman.
Tra quelle quattro mura non c’era nessuno; ed ebbi l’impressione che non ci fosse nessuno neppure nei locali attigui. Ci sedemmo alle spalle dell’unica lampada a stelo che gettava riflessi blu e viola sul pavimento e sul nostro divano.
Elisa si inclinò per guardarmi di tre-quarti. Gli occhi continuavano a essere struggenti, specchio fedele della voce con cui mi aveva pregato e con cui, ora, ricominciava a farlo.
«Io non sono ciò che credi» disse.
«Lo so».
«Non sono una ragazza che si dà a tutti. Quello che hai visto, sai, era un gioco».
La guardavo, scettico, senza proferire parola.
«Penso che tu non mi creda» riprese chinando la testa. «Ma è così».
Quando la rialzò, notai minuscole lacrime scivolarle sulle guance.
«Lo faccio spesso, questo gioco» ammise. «I miei amici sono così. Si fa per scherzare e io sto allo scherzo e loro mi apprezzano quando io scherzo così con loro…»
Sfilò una sigaretta dal pacchetto spiegazzato e iniziò a gingillarsi usando le sue dita affusolate, nervose.
Nella concitazione di gesti e parole e, forse, pensieri, le cadde una lacrima, che andò a bagnare il filtro.
Elisa non se ne accorse; si stropicciò gli occhi con i polpastrelli e, mentre il trucco si sfaldava miseramente, assestò la sigaretta in bocca, per poi farla rotolare, sempre spenta, sul tavolo.
«Non è facile da capire, lo so, per te…» proseguì accorata. «Ma ti assicuro che io sono una persona seria».
Inghiottii lentamente e stabilii, forse inconsciamente, di darle fiducia.
Dissi:
«Perché vuoi giustificarti? Io non sono niente per te».
Non me ne resi conto, ma raccolsi dal tavolo la sigaretta e, dopo averla manipolata un po’ per sfogare lo stress, me la sistemai dietro l’orecchio destro.
«Ti conosco da poco, non so chi sei e quello che ho visto, scherzo o non scherzo, mi ha fatto capire che mi sbagliavo sul tuo conto».
Elisa iniziò a fissare le piastrelle smaltate del privé, la bocca piegata in una smorfia tremante di mortificazione o di pentimento o di imbarazzo.
«C’è una cosa che non sai» disse poi, tornando a guardarmi; ma, ora, con una fierezza orgogliosa del tutto nuova. «Io… io… Je t’aime».
Mi imposi a lei, turbato.
«Che cosa hai detto? Non ho capito bene».
Elisa mi prese la mano, la portò verso di sé e, con delicatezza, appoggiò sulla palma un lato del viso.
Mi ritrovai così a lisciare con le dita non più rigide la fresca morbidezza delle sue guance, irrorate di pianto.
«Je t’aime, je t’aime» ripeteva in una cantilena compulsiva, senza guardarmi.
«Je t’aime, je t’aime, je t’aime…»
Le domandai per quale motivo mi rivolgesse una dichiarazione d’amore in francese e lei non mi rispose.
Non avrei potuto reagire più a sproposito: la lingua utilizzata era irrilevante. Anche semplicemente esigere il perché di una dichiarazione d’amore da parte di una ventenne cui avevo impartito dieci lezioni di chitarra sarebbe stato sconveniente, inutile. Soprattutto se avessi pensato – io, che mi professavo figlio della ragione – alla mia condizione personale, al grande passo da fare.
Ma era un grosso “se”.
Quella frase intima, sintesi massima di una complessità di sentimenti compenetrati, mi era stata dedicata da una ragazza di cui non sapevo quasi niente.
Non mi ero tuttavia stupito di avergliela sentita pronunciare.
Ritirai d’improvviso la mano inerte con cui Elisa si levigava la guancia.
«Tu stai dando i numeri» mi ribellai. «Torna dai tuoi amici o dai tuoi ragazzi o quello che diavolo sono e lasciami stare. Non sai quello che dici…»
Abbandonai in fretta il privé e mi chiusi in macchina, dopo aver percorso a passo spedito il parcheggio.
Misi in moto e imboccai la strada di casa.
Pochi minuti dopo, allo scattare del verde, mi soffermai casualmente sulle mie mani, che stringevano il volante.
Una delle due tremava, come colta da una subitanea emozione.
Realizzai che si trattava della mano destra, quella che aveva accolto la richiesta di tenerezza di Elisa.
A causa dello scarto secco della testa, la sigaretta con cui avevamo giocherellato nel privé sgusciò da dietro l’orecchio e atterrò sulle mie ginocchia.
Non avevo mai fumato in vita mia, ma, data la situazione, volli fare un’eccezione. Aspirai un’ampia boccata, sicuro che non ne avrei contratto il vizio.
Il cilindro di carta divorava l’ossigeno, feriva l’olfatto, impregnava i tessuti.
Annusare questa camicia, significa annusare la trasgressione.
Non ebbi modo di ponderare le conseguenze di quella eventualità, perché il cellulare squillò.
Sul display comparve la foto associata al contatto: Marta, sorridente e pura, con quell’aria timidamente contrariata di fronte all’obiettivo dozzinale dello smartphone che la immortalava.
La suoneria si disattivò dopo venti secondi di impulsi a vuoto.
Spensi d’istinto il cellulare, mentre incameravo tabacco e catrame, fino a lambire il filtro.
Il sapore amaro e chimico della sigaretta mi aveva intorpidito il palato. Ma sulle labbra persisteva la nota salata che non potevo non collegare alla lacrima isolata di Elisa. Pianto e poi saliva, umori interni; emozioni e funzioni primarie: la sua vita.
E le sue parole in francese continuavano ad assediarmi.
Avevo il fiato corto, ora; il cuore era una batteria e l’addome era percosso da una serie di martelletti.
Ingranare la retromarcia, manovrare lo sterzo e sgommare in prima per tornare indietro fu tutt’uno. Fu questione di attimi.
Anzi, fu esattamente un attimo. Uno. Uno e solo uno. Una pulsione furiosa che accecò il gigante granitico della ragione. Un attimo isolato che sfidò il resto: il passato e il presente. E che ipotecò il futuro. Il mio.
Sì, perché la follia è legata a doppio filo al tempo…
…e intanto, nell’abitacolo dell’auto di Alessio, oltre al fumo reale del tabacco, persisteva anche lo zolfo: la combustione di un cerino per una fiamma già estinta.
JE T’AIME di Stefano Giraldi Cèneda
genere: ROMANCE