La città d’avorio

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Una strana eredità

«Signorina Saraceni» domandò il notaio «lei conosce la signora Sofia Boselli?»
«No» rispose Luana sconcertata. «Però Boselli è il cognome di mia mamma, lei e questa signora sono parenti?»
«Sì, sono sorelle. Sofia Boselli è sua zia.»
«Una zia che non conosco. Anzi, della famiglia di mia mamma non so proprio niente. Come se fosse spuntata dal nulla, come se la sua vita prima di conoscere mio papà non fosse mai esistita.»
«Anzi, signorina… avrei dovuto dirle che Sofia Boselli era sua zia.»
«È morta?»
«Sì. Era vedova e senza figli, perciò lei in quanto parente più prossima è sua erede. Era rimasta vedova proprio da poco, suo marito è morto qualche settimana prima di lei.»
«Cosa ho ereditato?»
«Una casa a Volterra.»
Volterra. Nella terra degli etruschi. Un luogo perfetto per misteri e fantasmi.
Luana ebbe un brivido.
Il notaio aprì un pacco che aveva sulla scrivania davanti a sé.
Il pacco conteneva un mazzo di chiavi, una serie di certificati catastali, una cartina stradale e un fascicolo rilegato con una spirale.
«Signorina, qui ci sono le chiavi della casa e i documenti che attestano la proprietà di essa. Ci sono anche le indicazioni per arrivare.
Luana scorse i certificati.
La casa era stata acquistata da Sofia Boselli e Fabrizio Vergani, coniugi in regime di comunione dei beni.
Una cosa singolare, al giorno d’oggi la maggior parte delle coppie preferiva il regime di separazione.
Il fascicolo era costituito da fogli di quaderno fotocopiati, sembrava un memoriale.
Luana ne scorse le prime pagine, era compilato con una grafia tonda e morbida ma sobria e priva di fronzoli.
La calligrafia di una persona buona, come avrebbe detto la moglie del dottor Renzi, il capoufficio di Luana, che si dilettava di grafologia.
Tutto l’opposto della scrittura spigolosa della mamma di Luana, che sempre a detta della moglie del capo era la spia di un carattere altrettanto spigoloso. Luana era sempre più curiosa e domandò al notaio:
«Quando posso prendere possesso della casa?»
«Quando vuole.»
Perfetto. Luana decise che sarebbe partita subito.
Il giorno dopo, in ufficio, disse che doveva assentarsi per qualche giorno per una questione familiare. Il capo fu comprensivo e le disse:
«Ok, prenditi pure tutto il tempo che ti serve.»
Tornata a casa, Luana preparò la valigia.
La sera, prima di dormire, cominciò a leggere il memoriale della zia.
In quel manoscritto, Sofia parlava del marito come di una persona meravigliosa, sincera, schietta, autentica, non ipocrita come i genitori e le sorelle di lei.
Con Fabrizio, Sofia si era sempre sentita libera di essere sé stessa. Sofia scriveva che non aveva mai amato la falsità, apparenza ed esteriorità della sua famiglia di origine, le loro preoccupazioni su ciò che pensava la gente.
Sofia non aveva avuto figli per scelta, per non mettere al mondo altri infelici come lei, ed era stata giudicata e criticata per questo.
Ma Fabrizio era insegnante, non gli importava di non avere figli perché i suoi figli erano i suoi alunni.
In un altro passo del memoriale Luana trovò i nomi dei suoi genitori, Daniela e Cesare, che Sofia definiva bigotti, conformisti, di mentalità chiusa, e che secondo lei avevano sempre odiato Fabrizio perché non era come loro. Con quel conformismo Daniela aveva allontanato Sofia e l’altra sorella, Monica.
Per fortuna Monica aveva sposato Guido, un ragazzo dolce, gentile e sensibile, che era cresciuto in una meravigliosa famiglia dove gli era stata riconosciuta una dignità di essere umano fin dalla più tenera età, in cui il rispetto era vissuto e respirato invece di essere imposto.
Monica adorava la suocera, una donna dolce e gentile in cui aveva trovato l’affetto che nella famiglia di origine le era sempre mancato.
Monica era cambiata dopo aver conosciuto Guido, da fredda e intransigente che era prima era diventata molto più dolce. O forse, ipotizzava Sofia, Monica era dolce e sensibile anche prima e fingeva di essere dura per proteggersi, per poter andare avanti.
Anche Monica aveva una figlia.
Le tre sorelle avevano progressivamente rotto i rapporti dopo i rispettivi matrimoni, ma Sofia sapeva di avere due nipoti e si rammaricava di non poter avere rapporti con loro. Monica aveva voluto fortemente diventare mamma, per dare a sua figlia la gioia che alle tre sorelle da piccola era stata negata, e curare con ciò le ferite della sua infanzia.
Sofia si chiedeva perciò se Monica avesse realizzato il proprio sogno, se era riuscita ad essere per la piccola Giorgia una mamma amorevole. Sofia si chiedeva anche se Luana era infelice in quella famiglia dura e fredda.
Luana posò il quaderno e rifletté su ciò che aveva letto. Non sapeva niente di Giorgia, fino a pochi minuti prima non sapeva nemmeno di avere una cugina. E sì, Sofia aveva indovinato, tante volte durante la propria infanzia Luana si era sentita solo un pupazzo che doveva eseguire ordini e basta, era stata sistematicamente privata della propria volontà.
La mattina dopo, Luana partì non appena si svegliò.
Caricò in auto la valigia e i documenti che le aveva dato il notaio, impostò il navigatore sull’indirizzo della casa della zia e partì. Da due anni viveva da sola, aveva fatto questa scelta appena possibile perché era stanca dell’ambiente opprimente e soffocante della sua famiglia; perciò, non doveva nemmeno rendere conto ai genitori di ciò che stava per fare, mandò loro solo un sms dal contenuto piuttosto vago “Mi assento per un po’, mi rifaccio viva io”.
La mamma di Luana era nata proprio a Volterra, evidentemente si era trasferita a Firenze per allontanarsi dalla sorella.
Luana aveva vissuto con i genitori nel quartiere di Rifredi, ma poi, dopo aver trovato lavoro all’Isolotto, aveva cercato una casa più vicina all’ufficio, con la scusa di avere meno strada da fare per arrivarci; e aveva trovato un bilocale con cucina e bagno minuscoli, già arredato, che, oltre ad essere a poche centinaia di metri dall’ufficio, cosa che le consentiva di andare al lavoro a piedi, costava poco.
Da quando era andata a vivere da sola si faceva vedere in famiglia il meno possibile, con la scusa che il lavoro la impegnava molto; era segretaria in uno studio di commercialisti e quindi aveva in ogni periodo dell’anno qualche scadenza fiscale con cui teneva buoni i genitori dicendo che era un periodo di superlavoro.
Luana aveva studiato ragioneria perché i genitori l’avevano intortata con l’idea di un posto in banca fin da quando era alle medie; ma per cinque anni aveva arrancato penosamente in contabilità, prendendo sufficienze stiracchiate a ripetizione, mentre era bravissima in diritto, economia e informatica. Perciò, una volta diplomata, non ne aveva voluto sapere del posto in banca, cercando invece un lavoro come segretaria, dove perlomeno non avrebbe avuto responsabilità, avrebbe solo dovuto fare ciò che i suoi superiori le chiedevano. Anche se avesse dovuto fare dei calcoli, ci avrebbe pensato il computer a farli per lei.
In realtà le sarebbe piaciuto studiare legge, dato che il diritto la appassionava, ma aveva fretta di essere economicamente indipendente e perciò di università non se ne parlava proprio.
Era stata fortunata, circa un anno dopo il diploma aveva trovato quel posto in cui si trovava benissimo perché il capo era una persona gentile che trattava i suoi impiegati più come figli che come dipendenti, e aveva cominciato a cercare una casa in cui vivere da sola; ufficialmente per essere più vicina al lavoro, in realtà per cominciare a vivere la propria vita. Lavorava lì da quattro anni, ormai l’ufficio era per lei una seconda famiglia.
Le sue amiche d’infanzia e delle scuole superiori ormai erano tutte sposate o fidanzate, mentre lei era disperatamente single: i suoi rapporti con gli uomini si limitavano spesso a uscite singole, non era mai riuscita a costruire relazioni sentimentali durature.
Il Natale precedente era riuscita a comprarsi una Fiat Punto di quarta mano, mettendo insieme la tredicesima e alcuni risparmi, e adesso quel veicolo l’avrebbe portata alla scoperta dell’eredità dei misteriosi zii.
Luana arrivò a Volterra all’ora di pranzo e cercò un ristorante; dopo averne trovato uno, all’interno di esso notò un quadro. Era una tela enorme, di circa un metro per due, che raffigurava una città fatta tutta di edifici bianchi.
Quel quadro emanava un magnetismo irresistibile, tanto che Luana chiese al cameriere che le portò la pizza se sapesse chi lo avesse dipinto.
«Sì, signorina, lo so» rispose il cameriere con gentilezza. Era un ragazzo sui venticinque anni, poco più grande di lei, e le fece piacere sentire tanta cortesia in una persona così giovane.
Alla faccia dei suoi inquadratissimi genitori e della loro convinzione che tutti i giovani moderni fossero maleducati. «Era un pittore che viveva qui a Volterra, con sua moglie, in un villino in periferia, ed era anche insegnante di educazione artistica alle medie. Io sono stato suo alunno. Era un uomo molto gentile, trattava gli studenti con grande rispetto e noi lo ricambiavamo.»
Luana ricordava dal memoriale che il marito di Sofia era insegnante e riversava sugli studenti il proprio affetto paterno, perciò istintivamente domandò al cameriere:
«Come si chiamava?»
«Fabrizio Vergani.»
Era proprio lui! Lo zio che Luana non aveva conosciuto! Bisognava saperne di più su di lui, assolutamente! Di nuovo, Luana domandò al cameriere:
«Dove posso trovare altri suoi quadri?»
«Non lo so, a volte faceva delle mostre e ne vendeva qualcuno, penso che siano soprattutto in case private.»
«C’è qualche libro su di lui?»
«Provi ad andare alla biblioteca comunale, dovrebbero esserci un paio di cataloghi delle sue mostre, forse una biografia. Cerchi anche negli archivi dei giornali, ma non so se c’è qualcosa qui o se deve andare a Pisa.»
Luana ringraziò e mangiò. Poi, terminata la pizza, in attesa del caffè prese lo smartphone e scrisse Fabrizio Vergani su Google.
Scoprì così che il marito di Sofia come pittore prediligeva i soggetti fantasy: città galleggianti o situate in cima a montagne, paesaggi nevosi o nebbiosi, guerrieri, streghe, principesse, strane creature che avevano la testa di un animale e il corpo di un altro.
Bevuto il caffè e pagato il conto, risalì in auto e riprese la strada verso la casa della zia.

La città d’avorio è un romanzo di Michela De Paoli