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LA COMPAGNIA DEL PIVELLO di Renato Capoccia

C’era una volta una volta.

No, non è un errore di battitura. Intendevo dire che una volta, in un regno lontano, c’era una volta che, sorreggendo le mura della città, ne permetteva l’accesso al suo interno. Quella volta, però, la volta era stata costruita decisamente stretta, permettendo l’ingresso nella volta a una persona per volta, dato che, entrando più persone per volta, la volta si sarebbe vista stravolta dalla pressione volta contro i pilastri della volta stessa. Fortunatamente a nessuno in quel regno ha mai dato di volta il cervello spingendoli a fare una cosa del genere.

Comunque, non capisco perché ci siamo fossilizzati sulla volta quando quello che ci interessa accadde all’interno della volta stessa. Quindi procediamo!

Superando la volta, si entrava nel favoloso regno di Taglia: un regno millenario, che aveva dato i natali, tra gli altri, alla più grande mente della storia, ma che ora si trovava ad attraversare un buio periodo causato del malgoverno dei tanti regnanti che si erano succeduti nel tempo, personaggi spesso e volentieri dalla dubbia moralità.

In fin dei conti, se riflettiamo un attimo, è semplicemente una questione di spazio tra una grande mente e un gran demente. E quindi queste grande menti (con lo spazio invertito), ci portano al giorno in cui la nostra storia ha inizio.

Il regno di Taglia si svegliò un giorno per venire a conoscenza di un editto terribile. A quanto sembra un morbo letale stava falcidiando le vite dei sudditi tutti, e, vista la situazione d’emergenza, il conte prese le dovute misure. Volevo dire il re, non il conte, siamo in un regno, non in una contea, quindi non avrebbe senso che fosse il conte a prendere le dovute misure e non il re. Naturalmente vi sono conti e conti, ma nella nostra storia fu proprio re Giuseppe a pubblicare l’editto, e non un conte.

L’editto prevedeva che da quel giorno, fino a nuovo ordine, fosse proibito ai cittadini di lasciare le proprie dimore per evitare che il contagio si estendesse più del necessario. Pena: la morte.

Eh sì, ai tempi del c’era una volta si risolveva tutto in maniera più semplice e sbrigativa.

Vi era solo una piccola clausola che avrebbe permesso alla gente di uscire.

Il lavoro, direte voi. Macché! Salute? l’editto era fatto per preservare dal morbo e se hai altri problemi di salute muori, ma almeno non infetti altra gente! Fare compere? No, ti fai bastare le cose del tuo orto!

La clausola all’editto riportava che solo chi intendesse avventurarsi alla ricerca dell’elisir per combattere il morbo avrebbe potuto mettere piede fuori dalla propria dimora, ma ricercare l’elisir non è mica come portare a spasso il cane. No! Chiunque fosse partito sapeva di mettere a rischio la sua stessa vita in una tale avventura, e questo per il bene della popolazione intera.

Se fossimo in un film, con un montaggio rapido salteremmo direttamente a una piccola abitazione confortevole, gli uccellini cantando le loro dolci melodie e il sole lucente che filtra tra gli spessi tendaggi. Dal letto ecco saltare in piedi il nostro protagonista, che si affaccia alla finestra sorridente per il nuovo giorno che si apre con uno splendido cielo. Ma, dato che il montaggio adesso ve lo siete comunque immaginato, tanto vale proseguire con la nuova scena.

Quindi, …considerando la posizione del sole, dovevano essere perlomeno le due, e quello stolto di Romualdo, poiché questo è il nome del nostro protagonista, (Romualdo, non stolto) aveva perduto la comunicazione dell’editto avvenuta quella mattina.

Romualdo, come in un giorno qualsiasi della sua vita, scese in cucina e mangiò un frutto, prima di uscire a fare la sua solita passeggiata giornaliera, ma si trovò davanti un paesaggio desolato. Nessuno in strada, nemmeno i pazzi del paese, che in quel paese erano molti, giravano disarticolando parole senza senso. Romualdo si voltò incuriosito verso una delle case lì vicino e gli parve di intravedere un volto spaventato che lo fissava da dietro una finestra, prima che la stessa venisse sprangata repentinamente. La cosa gli parve alquanto strana, ma non potendo supporre quale fosse il motivo di tale gesto, proseguì, nonostante il timore crescente.

Nulla. Nulla e nessuno per strada. Perché vi ripeto che, con la pena di morte come punizione, uno ci pensa su due, tre, anche quattro volte prima di farsi un giro. Ma Romualdo proseguiva il suo cammino. L’ignoranza d’altronde è sempre qualcosa da pagarsi cara. Ecco però che finalmente il nostro Romualdo vide da lontano qualcuno. Anche quel qualcuno vide Romualdo e iniziò ad avvicinarsi a passo spedito. Romualdo non si capacitava del perché una guardia del re si stesse precipitando verso di lui in quel modo, e neppure ebbe la brillante idea di fuggire. Nulla. Rimase lì in attesa del suo verdetto.

«Sei condannato a morte secondo l’editto di sua maestà re Giuseppe.»

In quel momento Romualdo cadde dalle nuvole. Si rialzò visibilmente acciaccato dopo quella notevole caduta, e chiese incredulo alla guardia:

«Editto? Quale editto?»

«Non sono in vena di scherzi! Tutti sanno dell’editto che proibisce al popolo di uscire, in modo da poter debellare il morbo che sta decimando il nostro paese. Seguimi, verrai condannato nella piazza principale in modo da essere un esempio per tutti… nonostante non vi sarà nessuno perché son tutti chiusi in casa.»

«No, ci deve essere un errore, veramente io …»

La guardia fu colpita da queste parole.

«Allora tu sei uno dei coraggiosi!»

«… Sono proprio io!»

«Ma potevi dirlo subito! Perdonami! Stolto io nel credere vi sia qualcuno così stupido da girare per il regno nonostante l’editto! Ecco perché sei qui! Ora è tutto chiaro! Qual è il tuo nome?»

«…Romualdo! …»

«Romualdo, ti ringrazio a nome del paese intero. Ti prego di seguirmi al cospetto del nostro grande re.»

«…Va bene! …»

Come potete immaginare, Romualdo non aveva capito niente di tutto quello che stava accadendo, ma in quel momento qualsiasi cosa gli parve meglio di una condanna a morte. Chiamatelo fesso.

«Fesso!

No, dicevo per dire, non serve chiamarlo per davvero.

«Ah, ok!»

Romualdo giunse insieme alla guardia al cospetto di re Giuseppe che, entusiasta, gli andò incontro abbracciandolo.

«Eccolo qui il volto della salvezza. Qual è il tuo nome, giovanotto?»

«Romualdo!»

«Bene, Romualdo! Sei consapevole di ciò a cui andrai incontro?»

«Guardi, non proprio …»

«Questo ti fa ancora più onore! Partire nonostante tu non sappia cosa ti attenda. Solo un vero coraggioso farebbe ciò.»

«Veramente …»

«Veramente coraggioso, esatto! Bene Romualdo, ora dovrai ascoltare attentamente ciò che ti verrà detto, e partire immantinente.»

Al re piaceva usare di tanto in tanto queste parole astruse per dare dimostrazione della sua cultura.

«Per trovare l’elisir che possa curare questo morbo letale …»

«Ah, quindi devo trovare un elisir?»

«Certo! Che altro sennò?»

«Ah no, mi ero perso un attimo nei miei pensieri.»

«Dicevo che, per trovare questo elisir, dovrai attraversare le Terre della Beatitudine, superare il Lago del Godimento, e giungere infine nelle Lande della Morte. Una volta lì…beh, starà a te scoprire come fare per ottenere l’elisir di cui l’intero regno ha bisogno. Sei sicuro di voler proseguire?»

«Ah…quindi posso decidere di tirarmi indietro?»

«Certo! In cambio della morte!»

«No, diciamo che sono convinto di proseguire! Cento per cento!»

«Diecimila.»

Ma perché c’è sempre questo che si intromette? Non era una domanda il cento per cento, è una cosa che si dice per dire. Non interrompere più, per favore.

«Ah, scusami, non avevo capito!»

Romualdo, come dicevamo, si convinse a partire.

«Bene, sono felice di sentire ciò! Guardia! Accompagna questo prode giovane presso l’armeria e la scuderia affinché si armi di tutto ciò di cui necessita.»

Il nostro eroe, se vogliamo considerarlo tale, seguiva ebete la guardia.

«Eccoci, la nostra armeria è a tua completa disposizione. Dal tuo fisico immagino tu sia più un tipo da arco, vero?»

«Direi più da boccale…ma l’arco può andare comunque.»

«Tieni, questo è il nostro migliore arco. Costruito con legno del nostro tasso millenario. Abbiamo dovuto attendere che dormisse per togliergli il legno dalle zampe, ma ne è valsa la pena.»

E dicendo ciò, consegnò a Romualdo un arco dalla bellezza abbacinante. Dalla sua superficie color ambra riluceva un’energia mistica, e la corda, composta dai crini di un magnifico frisone, possedeva ancora tutto il ricordo della sua forza selvaggia. Romualdo lo prese in mano e gli parve di sollevare un fuscello. Rimase ipnotizzato da quell’oggetto fantastico.

«C’è qualcos’altro che potrebbe servirti? Forse una daga come seconda arma.»

E la guardia gli tese una piccola daga nel suo fodero placcata d’oro, ma ciò che maggiormente attirava l’attenzione di Romualdo, era il suo bianco manico in avorio cesellato, raffigurante una grande battaglia di ere passate. Tutte queste descrizioni servono a rendere ancora più chiara l’assurdità di tali pregiate armi in mano a uno che non aveva mai toccato nemmeno una vanga in vita sua.

Armatosi, Romualdo fu accompagnato nella scuderia e lì fu amore a prima vista. Tutte le razze viventi erano lì raggruppate, roani, frisoni, holstein, mucche, tutte, tutte le razze lì, ma appena entrato Romualdo fu rapito da quello sguardo…

«Oh, quello sguardo!»

Un piccolo somaro lo guardava con degli occhioni che avrebbero spinto persino Cupido a infliggersi da solo una delle sue frecce.

«È lui il mio cavallo!»

«Brizzola? Ma no! Guarda lì, il nostro miglior cavallo è questo esemplare di holstein, nessuno riesce a batterlo sulle brevi o lunghe distanze. Brizzola è un somaro da compagnia, null’altro.»

«È proprio ciò di cui ho bisogno. Brizzola, non ci abbandoneremo mai!

Romualdo prese ad accarezzare il somaro e sembrava che questo ricambiasse l’affetto, quindi la guardia non poté far altro che accettare le volontà dell’eroe che avrebbe salvato il regno.

«Bene, sei infine pronto! Non resta che avviarti. E che il cielo ti assista!»

Romualdo doveva partire. Montato su Brizzola si allontanò verso l’orizzonte. Era ormai lontano, un piccolo punto in contrasto con il cielo luminoso, quando tornò indietro.

«Dov’è che dovevo andare?»

La guardia non sapeva cosa pensare.

«Devi attraversare le Terre della Beatitudine, superare il Lago del Godimento, e giungere infine nelle Lande della Morte.»

«Ah sì, vero. Ciao, a presto.»

«A presto…e che il cielo ci assista.»

Romualdo infine partì, diretto verso le Terre della Beatitudine insieme alle sue nobili armi e alla fidata Brizzola. Uscendo dal regno, Romualdo vedeva dietro ogni finestra socchiusa un volto pieno di speranza, speranza riposta nella sua persona. Molti, moltissimi sarebbero morti se non avesse trovato l’elisir, perciò non vi era possibilità di fallire. O magari se lo era immaginato, le persone forse si stavano semplicemente inviando meme da una casa all’altra.

Taglia era ormai lontana, le pianure di altri regni confinanti si stendevano dinnanzi a lui quando il nostro eroe esclamò:

«Il cibo! Ecco che mi sono dimenticato!»

Ebbene sì, Romualdo aveva dimenticato di portare con sé del cibo, ma in lontananza vide dei frutteti e vi si avvicinò. I più variopinti frutti che avesse mai veduto in vita sua pendevano succulenti da quegli alberi frondosi. Si avvicinò a quella che gli parve essere una pesca dalle dimensioni di un melone e la strappò dal ramo. All’improvviso una tromba prese a suonare. Brizzola si imbizzarrì a quel rumore improvviso e scagliò a terra Romualdo. Repentinamente come era iniziato, il suono cessò, e una voce possente prese il suo posto.

«Ahia, maledetto umano! Spostamiti di dosso!»

Romualdo si voltò sorpreso, cercando la fonte di quella voce senza scorgere nessuno.

«Ti sposti o no, imbecille?»

«Ma dove sei? Chi parla?»

«Sono qui, sotto di te. Sei tardo o cosa?»

Romualdo scattò in piedi e vide un piccolo gnomo che avrà puffato su per giù due mele o poco più.

«E tu chi sei?»

«Tu chi sei! Io sono Allarmo, e faccio la guardia negli splendidi frutteti della Terra della Beatitudine. E tu sarai presto in arresto per aver cercato di rubare un pescamelò dai nostri alberi.»

«Ma quindi sono giunto nelle Terra della Beatitudine! Ottimo! Sono sulla strada giusta!»

«Per andare in gattabuia? Giustissima!»

«No, Allarmo, ascoltami! Io sono in missione per il regno di Taglia. Un terribile morbo sta decimando la popolazione e io devo raggiungere le Lande della Morte per ottenere l’elisir che ci salverà.»

«E allora potevi evitare di ciulare il nostro pescamelò!»

«Ma né io né Brizzola abbiamo nulla da mangiare, moriremo di fame senza qualcosa da mettere sotto i denti.»

«E tu parti senza nessuna provvista? Sul serio credono di salvare il regno grazie a te? Non durerai un attimo nelle Lande della Morte!»

«No, in effetti sono d’accordo con te.»

Di fronte a tale ingenuità, Allarmo scoppiò a ridere con la sua voce possente. Una volta calmatosi osservò per bene Romualdo e le sue armi.

«Però sembri equipaggiato bene…a parte la cavalcatura nanesca. Non potresti mostrarmi un attimo quella daga che porti alla cintola?»

Romualdo senza pensarci nemmeno si sfilò l’arma e la consegnò nelle mani dello gnomo. Per sua grande sorpresa lo gnomo sollevò la daga come nulla fosse, nonostante fosse ben più lunga del suo intero corpo, e iniziò a soppesarla con piena consapevolezza.

«Però…è un’arma stupenda. Dove l’hai presa?»

«Mi è stata consegnata dal re in persona.»

«Mhhh…Dimmi un po’…Se ti aiutassi a non finire in gattabuia me la regaleresti?»

«Ne ho bisogno per trovare l’elisir, non so cosa potrei incontrare. Ne potrei aver bisogno per difendermi.»

«Quindi saresti in grado di usarla per difenderti?»

«…No, ma ci proverei.»

Allarmo fece un grande sospiro.

«Ho capito. Non posso mandarti a morire sennò non rivedrei mai più questa bellissima lama. Allora dimmi un po’: se ti aiutassi nella tua ricerca? Alla fine, potrò tenere l’arma?»

Romualdo era fuori di sé dalla gioia, ma rientrò per rispondere ad Allarmo.

«Assolutamente! È tutta tua! Anzi, puoi portarla con te sin da ora.»

«Ottimo! Andiamo allora! A breve verranno a prenderti, non possiamo farci trovare qui, e dobbiamo anche prendere del cibo con noi.»

Romualdo annuì e si lanciò di corsa contro il pescamelò.

«Fermati!»

«Cosa c’è?»

«Quel frutto è avvelenato!»

«Avvelenato?»

«Esatto! Il nome terra della beatitudine è tutta una menzogna creata per il turismo, solo per attirare visitatori, che prendono i frutti, vengono catturati e infine derubati di tutti i loro possedimenti. Ma andiamo ora.»

Già da lontano si sentivano degli zoccoli lanciati al galoppo. Senza aspettare per vedere se agli zoccoli fossero attaccati anche dei cavalli e sopra i cavalli anche dei cavalieri, Allarmo tirò fuori da una buca nel terreno un sacco contenente cibarie varie e, in fretta, la compagnia del pivello si allontanò.

«Ti piace il nome? Compagnia del pivello! Ricorda una grande compagnia di epopee passate, ma poi ci sei tu, il pivello!»

«Sì, grazie, non c’era bisogno che sottolineassi che il pivello fossi io. Io nemmeno volevo partire. Andiamo Brizzola!»

I tre compagni si fermarono finalmente in una radura per ristorarsi, dato che già la sera era giunta. Lì mangiarono qualcosa, e con la pancia piena andarono a dormire. Era una lunga strada quella che li attendeva. Il Lago del Godimento distava ben quattro giorni.

Senza star qui a perdere tempo a raccontare un viaggio in cui non accadde nulla di eclatante, riassumo dicendo che si svegliarono, camminarono, mangiarono e andarono a dormire. Il tutto ripetuto per quattro volte.

Finalmente, alla prima luce del quinto giorno, guardarono ad est e non c’era nessuno, ma intravidero da lontano un enorme specchio d’acqua.

«Eccolo lì, il Lago del Godimento, siamo arrivati! Ma stiamo attenti, queste terre nascondono insidie sconosciute.»

Si avvicinarono a quelle acque. I riflessi cristallini baluginavano serenamente. Come ipnotizzati, i tre compagni si piegarono verso lo specchio d’acqua per trovare ristoro. Fu questione di attimi, dei minuscoli dardi colpirono i tre e improvvisamente il sonno li prese. Stramazzarono al suolo, e tutto divenne buio.

Dopo di ciò accaddero altre cose, ma siccome il nostro protagonista stava dormendo non ha senso raccontarle, quindi andiamo direttamente a quando si sveglia.

«E no!»

Non faccio questi salti solo perché sto per finire i caratteri che mi ero prefissato per questo racconto. Non capisco perché vi sia venuta in mente una cosa del genere.

Nel riprendere coscienza, Romualdo vide che Allarmo e Brizzola erano accanto a lui legati a degli alberi, e quando provò a muoversi si rese conto di trovarsi nella stessa condizione.

«Bene, ora che ci siete tutti, prima che vi faccia fuori, potrei sapere chi siete e cosa volete?»

Quella che parlava era una donna dai capelli corvini e dal volto aquilino, ma, nonostante ciò, non era un volatile. Guardava i suoi prigionieri con superiorità, tenendo in mano, in maniera minacciosa, una cerbottana con cui doveva aver scagliato i dardi soporiferi.

«Liberaci subito se non vuoi che te la faccia pagare.»

«E dove pensi di andare gnometto? Senza la tua lama puoi sbraitare quanto vuoi!»

«E non chiamarmi gnometto!»

«Gnometto! Quindi? Ora?»

«Ehm…mi scusi signorina …»

Romualdo in quanto a buone maniere ci sapeva fare.

«Noi saremmo stati ben lieti di farci fare fuori da una bella signorina quale lei è, ma si dia il caso che io debba tornare nel mio regno, Taglia, per salvare la popolazione da un morbo letale.»

«Non mi interessa, queste sono le mie terre, e nessuno può passarvi impunemente.»

«Capisco, ma noi non eravamo a conoscenza di ciò. Non potrebbe lasciarci andare? In cambio le daremo tutto ciò che vuole!»

«Certo! Le vostre vite!»

«È che ne avremmo bisogno…che ne pensa di un arco?»

Il volto della donna cambiò improvvisamente.

«Arco? Quale arco?»

«Il migliore che sia mai stato costruito nel nostro regno!»

«…Nessuno è più in grado di costruire archi qui nel Lago del Godimento. Ho sempre sognato di averne uno.»

«Può essere tuo, devi solo liberarci.»

Dopo aver riflettuto ancora un poco sulla cosa, la donna decise di liberarli. Allarmo appena si vide libero fu quasi sul punto di saltare addosso alla sconosciuta, ma Romualdo lo fermò.

«Ogni promessa è debito. Tieni, ecco l’arco di cui ti ho detto.»

Dalle sacche appese a Brizzola tirò fuori la stupenda arma e la consegnò alla donna che rimase incantata di fronte a tale perfezione.

«Bene, ora possiamo andare. Addio, e grazie per averci risparmiato.»

La donna neppure rispose tanto era perduta nella sua nuova arma. I tre quindi si allontanarono e decisero di tentare nuovamente di dissetarsi presso il lago. Si piegarono sulla superficie cristallina…quando una freccia sibilò vicino alle loro teste.

«Non bevete!»

«Cosa?»

«Non bevete. L’acqua è avvelenata!»

«Ma come? Questo è il Lago del Godimento, famoso per le sue acque ristoratrici.»

«Macché! Il nome Lago del Godimento è tutta una menzogna…»

«…Creata per il turismo, solo per attirare visitatori» Allarmo terminò la frase della donna.

I due si guardarono con gli occhi negli occhi attraverso gli occhi dell’altro. Romualdo li vide fissarsi in maniera peculiare ma, non capacitandosi di nulla, si preparò a proseguire.

«Beh, grazie mille…ragazza. Ti siamo grati. Su, andiamo ora!»

«Roina. Il mio nome è Roina. E voi? Qual è il vostro nome?»

«Ah, giusto, non ci siamo ancora presentati. Il suo nome è Allarmo, mentre io…»

«Allarmo. Che nome stupendo!»

I due continuavano a fissarsi, quando finalmente Roina con un balzo salì su di un albero lì vicino e subito riapparve con una sacca in spalla.

«Forse avrete bisogno di una mano per portare a compimento la vostra missione.»

«Lo credo anche io» annuì Allarmo.

Romualdo, invece, fu preso alla sprovvista. In quattro, forse, ce l’avrebbero fatta a trovare il prezioso elisir. Una buona stella gli arrideva:

«È deciso, Roina entra a far parte della nostra compagnia!»

«La compagnia del pivello! Sai, gli ho dato io questo nome, per via del…»

«Ragazzo. Sì, lo vedo. Credo che mai nome sia stato più adeguato!»

Allarmo e Roina si erano già incamminati discutendo animatamente tra di loro, lasciando Romualdo a guardarli da lontano in groppa alla sua Brizzola.

«Ci sta che mi insultiate, ma potreste perlomeno aspettarmi!»

Colpendo teneramente Brizzola sul fianco Romualdo si affrettò. La sua meta era ormai vicinissima. Le Lande della Morte distavano meno di una giornata di cammino, ma nessuno sapeva a cosa sarebbero andati incontro. Se posti come la Terra della Beatitudine o il Lago del Godimento si erano rivelati luoghi di morte, immaginate una landa che aveva la morte stessa nel nome.

Ennesimo salto.

Il Lago del Godimento era stato lasciato alle spalle, e finalmente la nostra compagnia iniziava a intravedere le terre conosciute come Lande della Morte.

Qualcosa non andava.

Si avvicinarono ancora un poco prima di commentare.

No, c’era qualcosa di estremamente fuori luogo.

Si avvicinarono un altro po’.

Eh sì, non si erano sbagliati. Laddove le Lande avrebbero dovuto incominciare, sorgeva una splendida città dorata.

«Che succede?» si chiese un incredulo Romualdo.

Ormai i compagni si trovavano alle porte della città, dove due guardie facevano la guardia (non che le guardie debbano far altro).

«Benvenuti stranieri!»

«Scusate, ma qui non dovrebbero esserci le Lande della Morte?»

«Oh, no. Quello era secoli fa. Poi le Lande sono state bonificate da un dittatore che chiamò questa città Vittoria»

Voi ora direte:

«Se ha bonificato una landa per far posto a una città, non sarà stato così male come dittatore.»

Ma non cadete nell’inganno. Non è che un’unica buona azione, e, non dimentichiamo, utilitaristica, possa far dimenticare tutti gli abomini compiuti da un uomo. Nossignore! Ma, comunque, … il nome Lande della Morte è più che altro rimasto come attrazione turistica per i viaggiatori più avventurosi. E immagino voi siate tra questi.

I compagni rimasero alquanto interdetti di fronte alla realtà delle Lande della Morte.

Capisco mettere un nome positivo su di terre o acque avvelenate, ma uno negativo per una città di tal splendore è insensato. Ma, vabbè, ognuno ha a che fare con i propri social media manager, quindi non ci curiam   di loro ma guardiamo e passiamo.

«Veramente io e i miei compagni siamo qui per un elisir che possa sconfiggere il morbo letale che affligge il mio paese, Taglia, ma immagino che non essendoci più le Lande, non ci sia nemmeno l’elisir. Torniamo indietro amici, il nostro viaggio è stato inutile.»

«Ma no! È proprio qui l’elisir che cercate! Prego entrate pure, il mio compagno vi scorterà al cospetto di Re Amadio affinché possiate chiedere il suo aiuto. Non siete i primi oggi in cerca dell’elisir, e immagino non sarete neppure gli ultimi.»

E così dicendo, i compagni furono accompagnati presso il palazzo, dove il re avrebbe deciso del loro futuro, ma cosa poteva voler significare il fatto che non fossero i primi e nemmeno gli ultimi?»

Entrando a palazzo, Romualdo notò che decine e decine di volti, provenienti da ogni angolo del pianeta, lo fissavano. Re Amadio si fece loro incontro, accogliendoli con estremo calore:

«Vi do il benvenuto miei cari. Immagino che anche voi siate qui per il nostro elisir. Vedete tutte queste persone attorno a voi? Beh, anche loro sono qui per lo stesso motivo. Il morbo che ha colpito il vostro regno si è diffuso in tutto il pianeta, e solo noi possediamo l’elisir che potrà fermarlo. Purtroppo, essendo un distillato estremamente raro di una pianta che cresce solo in queste terre, ne possediamo la quantità necessaria per salvare solo uno dei vostri regni.»

Sì, lo so che non è bello che solo un regno si possa salvare, ma al tempo del c’era una volta non esisteva una sanità decente che potesse aiutare tutto il pianeta. Immaginate una sorta di Stati Uniti, in cui solo i più fortunati possono essere curati. Non è simpatico, no?

«Ora vi starete chiedendo come faremo per decidere a chi andrà il nostro elisir. Beh, dovete sapere che è stata indetta una gara.»

Nella testa di Romualdo si prefiguravano scontri all’ultimo sangue. Brizzola scalpitava, Allarmo e Roina iniziavano a sciogliere i loro muscoli.

«No, no, no…nessun combattimento. Siamo un paese pacifico. Dovete sapere che vi è una inveterata tradizione. Ogni giorno alle sei del pomeriggio, i nostri cittadini si danno appuntamento sui balconi per intonare delle canzoni. Ognuno ha il suo piccolo spazio e spesso escono fuori delle vere e proprie hit planetarie. Immagino conosciate il famoso brano cantato da tutti i menestrelli delle nostre terre, che riporta all’incirca “la brutte intenzioni, la maleducazione, la brutta figura…” eccetera. Bene, dato il nostro piacere nell’ascoltare sempre nuove canzoni o vecchi brani rivisitati, quest’oggi a ognuno di voi sarà affidato un balcone, e la canzone più acclamata riuscirà a portare a casa l’elisir della vita.»

Sì, lo so che può sembrare assurdo decidere del futuro del pianeta con una gara canora, ma che ci vuoi fare, in alcuni momenti di caos estremo, la normalità viene a cadere e bisogna salire su dei balconi a cantare. I nostri eroi si guardarono allibiti, soppesando le loro armi e chiedendosi dove avrebbero dovuto metterle. Immagino che alcuni avessero un’idea, ma lasciamo perdere. Avrebbero dovuto cantare, e cantare per vincere, non erano valide mezze misure.

«Voi, compagni, siete in grado di cantare?»

Il nitrito di Brizzola sembrava volesse essere un sì.

«Sì, lo so che tu sei in grado piccola mia, ma non credo sia abbastanza. Io purtroppo non vado oltre le canzoni in doccia. Nonostante le docce non esistano ancora.»

Allarmo e Roina si guardavano tesi, lasciando chiaro a Romualdo che due guerrieri non potevano essere in grado di cantare.

«Capisco, canterò io. È giunto il momento di mettersi alla prova.»

Con una ritrovata fiducia in sé stesso, Romualdo prese Brizzola con se e si allontanò, intonando alcune note alquanto stonate. Allarmo e Roina si guardarono nuovamente negli occhi, ma nessuno ebbe il coraggio di dire nulla. Non c’era altro da fare che attendere.

La mattinata passò, e così anche la prima parte del pomeriggio. Le 06:00 si stavano avvicinando, quando ognuno dei contendenti si avvicinò alla propria postazione balconiera.

Non appena la campane del paese batterono sei tocchi, tutto il popolo si riversò sui balconi, quasi tutti con strumenti improvvisati per il concerto giornaliero, ma non sapevano che quel giorno sarebbe accaduto qualcosa di differente. Infatti, subito il re prese la parola:

«Cittadini, oggi avremo ai nostri balconi degli ospiti d’eccezione. Artisti di ogni dove presenteranno i loro brani per il vostro piacere. Sta a voi, però, decidere quale sarà il più gradito. Non vi chiedo nulla di complesso, #restateacasa, semplicemente darete prova del vostro gradimento con degli applausi. Iniziamo senz’altro.»

Il popolo esplose in un’enorme ovazione in attesa dei contendenti. Uno ad uno questi iniziarono a succedersi. Chi accompagnato da una chitarra, chi da strumenti a fiato, chi lanciandosi in degli acuti sovrumani Quasi sembrava che tutti fossero a conoscenza di quella gara. Tutti, tranne il nostro Romualdo, naturalmente.

Colui che colpì maggiormente, però, fu un tale Rottipava che cantò un pezzo intitolato: “‘A luna mia”, di cui purtroppo non mi è dato riportare il testo a causa di motivi legati al diritto d’autore.

Lasciò tutti senza fiato per alcuni secondi. La potenza della sua voce aveva scosso gli animi di ogni presente. Poi uno scroscio di applausi risuonò per le contrade.

Il destino sembrava segnato, Romualdo non avrebbe mai potuto battere un portento del genere, eppure non gli restava altra opzione.

Era giunto il suo turno, lentamente si fece avanti. Il balcone divenne il suo palcoscenico.

Tutto il popolo era in attesa.

E allora…Romualdo intonò le prime note.

Avete presente un gessetto raschiare contro una lavagna? Un trapano elettrico? Un pianto di un bambino? Una forchetta su del vetro? Bene…questa era la sensazione creata da Romualdo. La gente già si preparava a buare il ragazzo, quando avvenne l’incredibile.

Cosa? direte voi!

Ora ve lo dico. Ma prima un po’ di suspense, mentre vi spiego che nonostante possa sembrare inusitato, buare è il verbo onomatopeico che sta per “fare buu”.

Comunque, …

Una splendida voce femminile apparve alle spalle di Romualdo:

“Da quando ti vidi,

e non ti sorrisi.

gnomo alto un palmo.”

Era Roina, con la voce più angelica che mai fosse stata ascoltata. Ma come se non bastasse all’improvviso emerse una voce baritonale, altrettanto bella e potente:

“Lo stesso per te, giraffa senza collo,

il cuore mi si strinse

un buon soldato pianse.”

Era Allarmo, che affiancatosi a Roina era pronto ad esternare i suoi sentimenti:

“Un amore da leggenda,

in quest’assurda vicenda,

con quello stolto pivello

più scemo d’un rastrello.”

Qui si parlava di Romualdo naturalmente, che nel frattempo si era defilato, ammaliato da quelle voci che mai si sarebbe immaginato.

“Ma che sotto questo sole,

ha portato nel mio cuore,

qualcosa che non è amore,

altrimenti citerei un’altra canzone,

ma comunque…una grande emozione!”

E in questo stupendo finale, entrambi tennero una nota così a lungo che perfino le oche ebbero la pelle d’oca.

Ma non era tutto, perché appena spente le loro voci, un possente raglio di Brizzola fendette l’aria: la ciliegina sulla torta alle ciliegie.

Il popolo intero scoppiò in un pianto dirotto per la bellezza e la tenerezza di ciò che aveva appena finito di ascoltare. I tre artisti si fusero in un abbraccio d’orgoglio. Naturalmente il terzo artista era Brizzola, non Romualdo, che se ne restava ebete in un angoletto.

Re Amadio intervenne, placando gli animi dei suoi cittadini. Il verdetto era chiaro, in esso non vi era alcuna ambiguità, come potrebbe esservi in un rossetto, in quanto era un verdetto.

Romualdo era il vincitore, e conquistava l’elisir per tutto il suo paese, Taglia.

Tra la folla acclamante, Romualdo si avvicinò al re e ricevette il suo premio, ma nessuno badava a lui, in quanto tutti festeggiavano la bravura dei tre portenti canori, in particolare, Brizzola, che a quanto dire era stata in grado di rendere terrena un’opera celestiale, il nero dello Yin all’interno della purezza dello Yang, liberando il popolo intero dalla paura di esporsi: un simbolo di libertà.

Volgendo al termine la nostra storia, non ci rimane nient’altro da dire se non che tutto è bene quel che finisce bene. I nostri eroi ritornarono nei loro rispettivi paesi ma nulla fu più lo stesso per loro. Allarmo e Roina si sposarono e andarono a vivere in una delle tante terre avvelenate, in cui crebbero la loro prole tra mille pericoli e minacce, ma tramandando di generazione in generazione la sublime arte del canto.

Brizzola divenne simbolo della lotta per la libertà di espressione in tutto il mondo, perché a quanto pare ognuno deve avere la possibilità di dire ciò che pensa.

E infine Romualdo, il pivello della compagnia: da buon tagliano, ricevette gli elogi di tutto i suoi concittadini, e tutto senza fare nulla. Da quel giorno visse una vita di agi e piaceri, compiaciuto di aver rifuggito la morte senza sapere nemmeno lui come, e forte di una lezione che aveva imparato durante il suo lungo viaggio, lezione che molti altri dovrebbero imparare e che rappresenta oggi la morale della nostra favola: spesso, se non si conosce ciò di cui si canta o parla, meglio stare zitti se non si vuole fare la figura dell’asino.

Ah, quasi dimenticavo: e la gente di Taglia?

Si salvò dal terribile morbo.

Ma alla fine morì comunque per altri motivi.

No, l’ultima cosa è meglio non scriverla, potrebbe essere mal vista.

Oddio! Come si cancella adesso?

Vabbè…non fa niente, ce la lasciamo. Fate finta che non ci sia.

E tutti vissero (per un po’ di tempo) felici e contenti.

LA COMPAGNIA DEL PIVELLO è un racconto di Renato Capoccia

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