La natura dello scorpione

1. Prologo

Apre gli occhi. Li richiude subito. Le fa troppo male la testa. Si rituffa nel sonno, ma il mal di te-sta diventa il sogno del mal di testa. Tanto vale alzarsi.
Leggera nausea appena tenta di tirarsi su appoggiandosi a un gomito. La stanza vacilla. Stringe tra il pollice e l’indice l’attaccatura del naso per bloccare almeno il mal di testa. Si tocca la fronte e le tempie, sente quelle trafitture premere sulle dita.
Torna a sdraiarsi sul letto e ci rimane come un gomitolo immobile. La sensazione di avere un ca-ne nero acciambellato sulla bocca dello stomaco, che brontola, come fango che ribolle.
È nausea da vita agra, si dice, da banalità, da maleducazione e volgarità. Non può continuare a protestare d’ufficio senza ottenere ascolto, così da dubitare di essere lei ad avere torto. A chieder-si se sia lei a non capire.
Anche se sa bene come non sia soltanto questo il motivo della sua sfiducia proclamata, del suo pessimismo a oltranza. Del suo urgente bisogno di andare via in compagnia della sola sé stessa, in regime di sovrana indipendenza. Per trovare un nuovo equilibrio. Uno spicchio di innocenza.
Schizza dal letto e, finalmente in piedi, tira su le tapparelle. La luce impietosa le aggredisce gli occhi, costringendola a chiuderli. Si precipita in bagno per sottoporsi all’analisi mattutina.
Dallo specchio la guarda un viso dall’espressione accigliata: la solita faccia da lemure triste, i ca-pelli che cadono inerti sulle spalle, barometro del suo maltempo. Li taglierà, prima o poi. Solo a lui piacciono così lunghi. Ma non è più una ragazzina, anche se lui la chiama Meraviglia.
Si siede sul bordo del letto, accanto alla valigia aperta: deve eliminare qualche abito e delle scar-pe. Una volta stava attenta ad abbinarne i colori, ora non ha voglia di curarsene. Deve togliere an-che un paio di libri almeno, per farci stare gli scarponi da trekking e il portatile. Del resto, non riuscirà a leggerli tutti. Avrà altro da fare. Camminare, riflettere, scrivere…
Dà un’occhiata all’orologio sul comodino e d’improvviso si accorge che non c’è tutta quella fretta. Afferra il telefono e fa il numero: la voce metallica della segreteria telefonica si infila come un verme nell’orecchio. Riattacca.
Le sembra di non ricordare più il viso e la voce di lui. Come se la malinconia si fosse cibata della memoria. Che tutto sia stato solo un equivoco?
Ma forse è proprio quella specie di amnesia che ci vuole. Affinché il tempo che si è impadronito di lei non la divori. Lo specchio ne è testimone. Esistono specchi ottimisti e specchi pessimisti. Il suo è obiettivo e le rimanda una caricatura della faccia a lei nota, come se quell’ultimo anno le avesse corroso i lineamenti.

Lasciatasi alle spalle il tanfo e l’orchestra di clacson scordati di Milano, si infila nell’autostrada. La radio trasmette canzoni degli anni Sessanta, gli anni della sua innocenza, gli anni in cui la mu-sica aveva un posto centrale nella sua vita e cullava la sua preziosa solitudine.
Quando i Platters irrompono cantando:

They asked me how y knew my true love was true realizza che quella è la domanda che anche lei si fa da qual-che tempo, ma non ha la stessa sicurezza nel rispondersi che something here inside cannot be denied.

Perché invece qualcosa, dentro di sé, lo nega.
A Trento, frammento illustrato della sua infanzia, un rapido saluto a sua madre prima di imboc-care la carreggiata che fende la roccia nuda e scava buie gallerie, sfociando in un paesaggio molto cambiato: capannoni, case, alberghi, meleti e distese a perdita d’occhio di coltivazioni di piccoli frutti.
Prende infine la ripida strada che la porterà fino al luogo delle sue passate villeggiature. Impri-gionato in un’eterna immutabilità.
È ansiosa di tornarci, di intrufolarsi di nuovo nella sua scabra intimità, abbandonarcisi senza ar-mature. Una sorta di nostalgia le morde lo stomaco.
Pigia sull’acceleratore, vuole arrivare prima del temporale che minaccia di anticipare la notte con il suo manto di spettralità.
Lampi squarciano le nubi. Sordi boati a qualche distanza. Ma l’acqua resiste, trattenuta come un tumore maturo dalla cortina di piombo.
Attraversa una ridda di abeti dalle piatte fronde oscillanti, che sembrano correre in senso contra-rio, finché il panorama si apre in una distesa di prati.
L’aria, impregnata della fragranza dolce e pungente dell’erba appena falciata, le dà la piacevole sensazione di essersi lasciata alle spalle i fragori e i fetori della modernità.
Fortunatamente non c’è anima viva in giro e può continuare a pigiare: il mondo scorre veloce, le ruote scivolano sull’asfalto, sfiorano il bordo terroso, sassolini rimbalzano contro la carrozzeria.
Un capriolo le attraversa la strada e si arresta di colpo, fissandola quasi con sdegno, prima di sparire tra le fitte conifere.
Sterzata rapida. Brivido lungo la schiena. Odore di morte.
Rallenta. Per un pelo non è uscita di strada. Si sarebbe schiantata contro un tronco o sarebbe roto-lata come un barattolo, prima di schiacciarsi nel torrente. Evidentemente non è ancora arrivata la sua ora.
Ha però la strana sensazione che la tragedia abbia fatto capolino. Che la morte le sia passata ac-canto di corsa e l’abbia superata per la fretta di andare da qualcun altro. Che il tempo si sia ferma-to e lei ci si trovi incastonata dentro, come un insetto nell’ambra.
Improvviso desiderio di essere già a casa. Non a casa sua. A casa.
Arriva al paesello mentre le prime gocce cominciano a spiaccicarsi sul parabrezza: la piazzetta e le strade sono deserte, le imposte sbarrate. Il rosso acceso dei gerani ai davanzali unica nota viva-ce in un paesaggio livido. Ci torna dopo quanto? Le sembra sia passato un secolo dalla crisi del suo matrimonio, con la decisione di rinunciare alla montagna familiare per fare vacanze separate, in posti esotici: lui in Brasile, lei a Creta; lui in Egitto, lei in India; lui sempre in compagnia, lei quasi sempre da sola o con suo figlio.
Non ha però dimenticato la quiete di quell’agglomerato di case capricciosamente disallineate ma unite le une alle altre, aggrappate alla montagna, come avessero i polmoni in comune per respira-re. E dove le voci, i rumori, sono sempre gli stessi, riconoscibili a occhi chiusi.
Solo a quello ha pensato, forse, quando ha deciso di trovare un posto dove poter riflettere e scri-vere indisturbata. Dove lo shopping non può essere il suo sfogo, il modo per placare l’ansia che da un anno la tormenta.
Un posto dove la vita prosegua con il solito tran-tran, lento e sempre uguale, com’era dieci anni prima, come sarà tra dieci. Dove la solitudine non è del cuore. Non come quella della metropoli, una landa inaridita, dove ci si sente eremiti in un deserto di cemento, di asfalto, di moltitudini, di strepiti, di ruote.
Si è fatta dare la chiave da sua madre: non vuole scomodare Palmira, che ne ha una copia, per non dover rifiutare il probabile invito a cena e l’inevitabile ciacolata. Ha fretta di cominciare, ma-gari la sera stessa, con un giorno di vantaggio sulle spiegazioni, sui cicalecci e sui saluti che do-vrà dispensare quando scenderà allo spaccio per comperare il pane.
Tenendo l’impermeabile sulla testa e reggendo con le mani la valigia, esce dall’auto. Il cortiletto è deserto. Anche la strada.
La casa è rimasta disabitata da quando un incidente d’auto ha costretto suo padre in sedia a ro-telle e trasformato le ripide strade del paesino in una barriera architettonica.
Sale la breve scala e arriva davanti alla porta. Ha il fiatone e si ferma un attimo prima di inserire le chiavi nella toppa.
Entrando, prova un brivido, forse per i ricordi che le saltano addosso come pulci, forse per la lampadina dell’atrio, che scoppietta e poi si brucia, non appena preme il tasto dell’interruttore. Procede a tentoni nell’oscurità fino alla lampada a stelo accanto alla poltrona Frau, una tassativa esclusività di suo padre, e ci si lascia sprofondare. Si scioglie i capelli e si toglie le scarpe. Ha le caviglie un po’ gonfie e se le massaggia.
Perlustra la casa a piedi nudi con un groppo alla gola. Chissà perché. Il frigorifero reagisce con orgasmo all’inserimento della spina. Anche il boiler si accende ubbidiente. Lenzuola e coperte ben riposte nell’armadio. Nessun afrore di stantìo ma effluvio di lavanda. Miracoloso. Sui mobili e sul parquet ancora lucido, neanche un granello di polvere. Incredibile.
Sensazione che un’arcana presenza abbia dimorato nella casa disabitata e ora se ne stia acquatta-ta, fiutando il suo sangue e pronta a pigiare il dito arcuato e unghiuto sul suo tasto dolente.

Una pioggia fitta inonda il balcone e batte sui vetri quando alza le tapparelle per dare luce agli ambienti e rimirare il paesaggio della sua memoria: montagne che al mattino suscitano un senti-mento calmo e placido, per diventare vagamente mesto verso il tramonto, di una mestizia che pe-rò accarezza il cuore, non lo strozza.
Ma il tempo plumbeo le lascia solo ricostruire mentalmente le linee curve dei monti, le fitte pine-te, i prati pendenti.
Riesce appena a distinguere la scuoletta asburgica, vuota da quando sono state abolite le pluri-classi e un minibus trasporta i pochi alunni giù al piano, in quello che ora si chiama istituto onni-comprensivo, il profilo della chiesina, con il prete operaio che la domenica saliva a turbare le co-scienze assopite dei tetragoni montanari e dei sordi villeggianti, del minuscolo cimitero con la sua rassicurante immobilità, i rari funerali, la bara portata a spalla e poi tutti al banchetto dei vivi e dei morti: pane e formaggio, un bicchiere di rosso, gli uomini a fumare e conversare, le donne a servire e ripulire.
Sbircia la grande villa di pietra, grigia come la neve vecchia, unica costruzione immodesta del paese, dai contorni feudali stagliati contro il cielo. Il campo da tennis, la piscina, il giardino odo-roso di caprifoglio e biancospino sono accuratamente nascosti dall’alto muro. L’extraterritorialità è invece rimarcata dalla massiccia cancellata di ferro battuto e da un ostentato videocitofono.
Ai tempi del liceo frequentava assiduamente gli studenti di sociologia, le cui riottose scorriban-de allarmavano la sonnacchiosa cittadinanza, e aveva scritto una serie di solenni quanto banali editoriali per il giornalino della scuola a sostegno della tesi che il mondo era suddiviso in modo indecentemente ineguale. Quando poi l’estate era salita in paese per la solita lunga villeggiatura e aveva ribadito anche lì come fosse un’indecenza che i proprietari della villa, dei ricchi milanesi, la utilizzassero sì e no due settimane l’anno, con tutti i diseredati senza casa che c’erano, si era ac-corta che il suo senso di indispensabile decenza non suscitava alcuna aperta condivisione. Anzi, qualcuno le aveva persino dato della politicante.
Erano altri tempi, ora su quella villa non aleggiano più spasmi di luce tetra.
Improvvisa inquietudine. Nuova sensazione di sofferenza in agguato. Lama che la fruga. In men-te un turbine: più che pensieri, sensazioni.
Volge lo sguardo alle case in basso, le luci già accese. Più vicine, quella di Palmira e la baita di Ilario. Se l’immagina, lui a succhiare la pipa accanto al fuoco, lo sguardo perso nel vuoto della sua anima semplice, lei che borbottava perle di saggezza a sé stessa mentre era intenta a prepara-re la cena sul fornello crepitante: tortelli di patate? Crauti e carré di maiale? Canederli in brodo o al burro fuso? Polenta e finferli?
Cerca di inseguirne i sapori, ma i sapori perfezionati dalla memoria sono impossibili.
Per questa sera si accontenterà del sapore delle lasagne al forno che sua madre le ha premurosa-mente infilato nella borsa quando è passata di fretta a prendere la chiave.
Di fronte, separata solo dalla strada lastricata di porfido, l’abitazione di Margherita. Decrepita, come se un incantesimo avesse fermato il tempo. Completamente buia. Con lo stesso ballatoio di legno malfermo che riversa una ripida scala sul selciato. Nel corso degli anni le assi si sono spo-state a loro piacimento, dando l’impressione che l’intera struttura si sia ribellata al costruttore-costrittore, assumendo una forma sghemba, un’aria pericolante.
Quando si deciderà quell’uomo a riparare almeno la scala? Un giorno o l’altro qualcuno si farà male.
Le scaglie del tetto di larice sono qua e là ricoperte di muschio: sotto la pioggia, illuminate dai lampi, danno l’impressione di un lago alpino increspato dal vento, costellato di verdi isolotti.
L’intonaco screpolato lascia intravedere lo scheletro pietroso della casa. L’immagine complessiva è di una malferma vetustà, di un corpo in piedi per miracolo.
Possibile che Margherita ci viva ancora? Dovrebbe avere circa la sua età, ma Franca si domanda come l’avranno ridotta il tempo, le gravidanze, il marito ubriacone. E le sette fatiche. Oltre a rivol-tare il fieno, fare il bucato alla fontana, accudire le bestie, i figli e la casa, andava anche a servizio nella villa. Nonostante tutto questo era attraente: alta e proporzionata, il corpo vigoroso, i movi-menti compassati, però pieni di energia vitale. Bionda come le spighe di segala matura, zigomi pronunciati e naso dritto, occhi celesti che apparivano indifesi, tanto le ciglia erano chiare.
Forse non la si poteva definire una vera bellezza, almeno nel senso intrinseco del termine, eppu-re lo era, quando l’arcano del suo sguardo non saliva in superficie con una sorta di brutalità sel-vaggia, cieca, inappellabile. Gli uomini faticavano a guardarla, non che la trovassero brutta, anzi, ma ne erano come turbati e, non potendo toccarla, ne parlavano con disprezzo. Così anche lei li guardava con disprezzo.
C’era in Margherita una qualità opaca e dura, che attraeva e respingeva al tempo stesso, inconsa-pevolmente. Non dava confidenza a nessuno e non parlava, se non allo spaccio, quando faceva la spesa: poche essenziali parole, dette con voce apatica, strascicata.
Franca ha ancora un ricordo molto vivo di quella donna dai lineamenti potenti, pieni di significa-to misterioso e sensuale, ancorché diverso: l’impertinenza del suo incedere non dimostrava alcu-na considerazione per la gravidanza, che sembrava esibire come un affronto.
«L’è na foeta» le aveva farfugliato Ilario, mangiandosi metà delle consonanti.
Malinconico come a volte sono malinconici i bambini, ma mai angosciato, come sono angosciati gli adulti. I suoi capelli erano nerissimi, gli occhi smemorati e acquosi, il volto senza età: gli si po-tevano dare trent’anni come sessanta. Nessuno, nemmeno lui, sapeva quando e dove era nato, es-sendo stato abbandonato in fasce sulla porta di una chiesa. Per lui erano tutti foresti quelli nati fuori dal paesello. Non aveva moglie, neppure amici, anche perché di giorno, specialmente nelle ore di luce forte, si nascondeva nel sonno, raggomitolato su una brandina senza lenzuola, diret-tamente sul materasso e sotto la coperta. Era quel che si suol dire una macchietta, una sorta di elemento pittoresco, ma la sua insufficienza mentale non lo rendeva totalmente incapace, anzi, ci sapeva fare con gli animali, cui sembrava legato da uno strano sodalizio. Col suo Puck, un rott-weiler nero, si capiva più che con gli umani. Quando un pirata della strada aveva investito il vol-pino di Palmira, lasciandolo agonizzante sul selciato, scosso da spasmi di dolore, gli aveva tenu-to la zampa guardandolo negli occhi supplicanti poi, con un’impassibile faccetta da sorcio, aveva preso una pietra e gli aveva fracassato il cranio.
E se qualche mucca aveva difficoltà a partorire, i loro parti sono sempre podalici, chiamavano lui che infilava il braccio intero nella vagina per aiutare il vitellino a uscire, mentre la bestia sembra-va odorarne mite il pensiero semplice, istintivo, affine.

Come Franca ha sempre avvertito affine Margherita: per quel non so che di crepuscolare, di tor-mentato e insieme solenne, solitario. Bagliori di temporale e spasimi di malinconia. Chissà come è finita con quell’uomo molto più vecchio, con il fiato pesante, incartato in un velo di catarro, gli occhi smorti e arrossati, pieni di astio, le guance solcate da rughe profonde, come se avesse passa-to la vita digrignando i denti guasti.
La sua storia l’ha sempre incuriosita, ma non ha mai avuto il coraggio di prendere l’iniziativa e rivolgerle la parola. Qualche volta le ha sorriso, sperando in un soprassalto di aperturismo, però riceveva in cambio un cenno appena percettibile del capo, come avesse sbattuto il viso in una ra-gnatela. Ha anche supposto di esserle antipatica. Di avere, ai suoi occhi, il solo merito di essere nata con la camicia.
Il microonde scatta e segnala che le lasagne sono pronte: ne mangia distrattamente un’abbondante porzione, mentre distrattamente guarda il telegiornale.
Fuori la notte ha vinto e sembra che la pioggia si stia ricredendo, che il vento abbia rinunciato a farsi valere.

È stata la dottoressa Castelli, la sua analista, a consigliarle di cominciare a scrivere. Scrivere per cercare di vedere in chiaro tutto quanto le passi per la mente. Scrivere per arrivare al fiume sotto il fiume.
«Glielo dico, Franca, perché ci siamo impantanate e faccio fatica a scalfire la barriera dei suoi si-lenzi, delle sue resistenze. Scrivere la potrebbe aiutare a esprimere le emozioni antiche, profonde. A ritrovare pacatezza.»
«Cosa dovrei scrivere? La mia autobiografia? Le mie confessioni?»
«Quello che le riesce meglio per tornare alla luce, per dire chi è. La sua differenza: da quando è rientrata nell’oscurità, si muove come in un velo. Scriva dunque per portare allo scoperto ciò che non sa ancora di sé, della sua testa, del suo corpo. Uno zibaldone dove annoti quanto più può: non solo i sogni, anche i pensieri vaganti, anche se sciocchi o banali. Senza vergognarsi. Senza paura di scandalizzarmi. Ma non su foglietti di carta volanti o casuali: su un quaderno o, meglio ancora, direttamente sul computer, inseriti in un’apposita cartella dal titolo Registro della mia men-te.»
Quando andava a scuola Franca componeva dei bei temi, prendeva sempre nove o dieci perché scatenava la sua fantasia e apriva le porte a città incantate, a foreste sterminate, a creature fatate. Perché pensava a cose mai pensate. A tutto, insomma, fuori che a sé stessa. Al suo di dentro.
L’idea di non rimanere più alla finestra del suo cuore per guardare il mare di silenzio in cui gal-leggiava, di annotare tutto ciò che aveva fatto o che avrebbe fatto in futuro cominciava ad appas-sionarla.
Improvvisamente provava la sensazione di essere un fiume in piena, che trascina tutto con sé. Di avere sempre meno tempo e molto da dire.
Sentiva di non poter più fare a meno di scrivere, come non poteva fare a meno della spina dorsa-le. Un bisogno, quasi una necessità vitale, che si affacciava prepotente, con la repentina decisione di partire. L’orgoglio per la decisione di curarsi a modo suo, la sottile e insieme piacevole malin-conia per essersi allontanata dal suo mondo.
Voleva appartarsi, più che abbandonarlo: del resto non ci si ritira da ciò che non ci appartiene.

E ora, arrivata nel suo rifugio montano, comincia subito, con pudore e impegno. Al computer ha la sensazione che sia la tastiera a guidarle le dita, anzi di essere lei stessa lo schermo su cui im-prime le lettere. Sente che il suo sarà un lungo viaggio solitario, che le schiuderà un mondo di cui conosce solo le parole ma che scoprirà solo dopo averlo scritto.
Che scrivere sia anzitutto rievocare glielo prova la folla di ricordi che si spintonano per farsi avanti. Ciascuno reclama priorità.
Qui ci vuole una pausa, pensa, versandosi una fumante tazza di tisana al tiglio.
La pioggia ci ha ripensato ed è tornata a battere ai vetri, furiosa per essere stata chiusa fuori. Il vento soffia da scoppiarsi le gote, come nel Re Lear shakespeariano, “Turbini e cateratte dal cielo”. Un lampo vicinissimo illumina a giorno il malconcio ballatoio di fronte e una scarica di mitraglia-trice scuote le finestre. Brivido. Ma non di paura, anzi.
Un lamento acuto e acido:
«Iita… iita…»
Un gatto? Un cane? Un lovegatto?
Forse si aggirano davvero per i boschi gli incroci di leone e gatto con cui gli adulti del paese in-timoriscono i bambini:
«Non allontanarti troppo, che ci sono i lovegatti! Non fare i capricci, o chiamo il lovegatto!»
Anche il figlio di Franca, incantato come se si trovasse dentro un mondo di dolciumi, credeva ai lovegatti e agli altri personaggi delle storie di Palmira. Lei le aveva ascoltate mille volte dal non-no e ripeteva a memoria, con identiche parole, racconti popolati da creature mostruose, da alberi che nella settimana del Rachmalner, tra Natale e Capodanno, piangevano quando gli uomini li andavano a tagliare, del vecchio sceso dalla montagna per dare tanti buoni consigli, ma i tetrago-ni valligiani non lo volevano ascoltare. Lui allora era tornato su mormorando:
«Peccato, avrei potuto insegnare loro tante cose, e anch’io mi sarei liberato.»

Franca scosta la tenda per guardare meglio e per una frazione di secondo ha l’impressione che una luce, prima accesa, si sia spenta nella casa di fronte. Probabilmente il riflesso di un lampo. L’atmosfera gotica le evoca un fantasma, ma è solo un panno steso sul balcone e poi risucchiato dal buio, volato via col vento che mormora lungo i muri, geme e si impossessa delle cose.
Ancora quella specie di lamento:
«Iita… iita…»
Forse è il cigolio di qualche porta o imposta chiusa male. Poi il silenzio inghiotte tutto, di quella notte mistica e portentosa.

CONTINUA

La natura dello scorpione è un romanzo di Bruna Franceschini