La scatola

Il ripiano del cassettone è pieno di soprammobili. Il pomeriggio sta finendo e la luce fredda passa rasa sulla polvere in cima ai ninnoli.
La nipotina ne prende uno. È un martin pescatore di porcellana dipinta.
Ma non è particolarmente interessante e lo rimette giù, posandolo con cautela sul centrino ingiallito.
Prende una palla di neve. Su questa non c’è polvere, perché ci gioca spesso.
Nella boccia c’è una casetta tra due colline e in primo piano una piccola volpe bidimensionale.
La nipotina agita la palla, scatenando una bufera di lustrini.
Più indietro sul ripiano, dove non arriva, c’è un grosso tucano nero e delle maschere di legno con la faccia tonda e denti di legno seghettati.
«Nonna!»
La nonna si toglie il sigaro in bocca. Il toscano ha un’estremità massacrata dai denti della vecchia.
È spento, lei non fuma in presenza della nipotina, anche se vorrebbe.
«Eh…»
«Che maschere sono?»
«Sono maschere inuit.»
«Come si chiamano?»
«Non hanno un nome.»
«Perché sono così brutte?»
«Per fare paura.»
«A chi?»
«Ai bambini curiosi.»
La nipotina si zittisce. Non le piace molto questa nonna.
È sempre scorbutica e in casa sua non ci sono biscotti.
Una volta li ha cercati negli armadietti della cucina, convinta che la nonna non volesse darglieli per cattiveria, ma ci aveva trovato solo un mucchio di scatole di aringhe salate.
«Sono molto vecchie?» chiede di nuovo, intestardendosi.
«Sì.»
«Dove le hai prese?»
La vecchia china lo sguardo sulla nipotina, poi si volta verso la finestra buia di notte e poi di nuovo sulla nipotina.
«Le ho prese quand’ero giovane» dice, come se essere giovani fosse un posto. «In Canada. Nella Penisola del Labrador.»
«Come il cane?»
«Esatto.»
La nipotina dà un’occhiata più attenta alla maschera.
«Sembra una faccia di cane.
«È una faccia di foca, non di cane.
«Ma ha le piume.
«Sì» la vecchia mastica il sigaro, riluttante. «È una maschera degli spiriti. Per trasformarsi.»
«Ti trasforma davvero?!»
«No.»
«Ah» la nipotina perde interesse.
La vecchia sbuffa.
«E questa?» la nipotina afferra una scatolina con le dita grassocce. È di legno dipinto, con pesci e uomini.
«Metti giù!»
La nipotina scuote la scatola, che produce un suono strano, come se fosse piena di sassolini leggeri che scorrono uno sopra l’altro, come il respiro un po’ pesante di qualcuno.
«Mettila giù ti dico!» la nonna inizia ad alzarsi dalla sedia, il volto congestionato. Ma è piuttosto grassa, la sedia è a dondolo e non riesce a muoversi molto in fretta.
«Anche questa è inuit?»
«Sì!»
«Ti trasforma in qualcosa?»
«No, è la mia scatola del respiro, mettila giù subito!»
Ora la vecchia è in piedi e torreggia sulla nipotina, le dita odorose di toscano tese verso la scatola.
La nipotina fa un bel passo indietro, mettendosi fuori portata.
La nonna digrigna i denti, mostrando uno spazio vuoto dove dovrebbe esserci un canino.
La scatola sussurra piano nella manina della piccola, frusciando come un mucchio di foglie secche.
«È magica?»
«Sì, sì, sì! È il dono di uno sciamano, ora dammela!»
«Me la regali?»
«No!»
La nipotina si adombra.
Questa nonna non fa mai regali, di nessun tipo. Nemmeno uno!
E questa scatola magica, così bella? Con le sue balene dipinte e il mare e gli uomini pesce. Ne accarezza i bordi. La scatolina è chiusa da un fermaglio bianco, sembra un dente seghettato.
«Non aprirla!» la vecchia le è quasi addosso.
La nipotina apre la scatola e un alito caldo e leggermente putrido le sfiora le guance. Come il fiato di una foca. O di una vecchia, con ancora qualche pezzo di aringa tra i denti.
Qualcosa fa un grosso tonfo e qualcosa fruscia, come sassolini che scorrono uno sopra l’altro.
La nipotina alza lo sguardo. Sul tappeto sfilacciato della stanza, giace una grossa foca morta stecchita.
«Nonna?»

La scatola è un racconto di Anita Guarneri