L’aurora

Questa mattina lo scrosciare delle acque dell’Adige non la fa da padrone.
La scena la comandano i cinque giovani partigiani della brigata Montecchio.
Stanno nascosti sulla riva del fiume e aspettano l’arrivo di un gruppo di autocarri della Repubblica Sociale Italiana che, partiti da Vicenza, devono portare il loro carico fino a Peschiera.
Sono tutti giovani, si conoscono bene e si sentono molto uniti dall’uso dello stesso dialetto.
Frank (il vero nome è Francesco) viene da Schio ed è il capo del gruppo, quello che ha più esperienza; due sono di Vicenza; uno di Padova; e poi c’è Ronny di Verona.
Proprio quest’ultimo è quello da tenere d’occhio, è il più giovane, il più impulsivo, ed è quello che più facilmente potrebbe cacciarsi nei guai.
Quante volte s’è sentito Frank dire:
«Ronny, sta giù! Sta giù con la testa che te vedono!»
Ma non è facile farsi ascoltare quando uno è così agitato.
I partigiani sono in attesa da due ore, sdraiati sull’ erba.
Sono armati con i mitra inglesi.
Hanno ricevuto una “soffiata” sul trasporto che sta per arrivare.
Se l’informazione è giusta si tratta di tre autocarri senza scorta armata, quindi potrebbe essere una cosa facile da risolvere.
Se la soffiata è falsa, qualcuno potrebbe lasciarci la pelle e non arrivare a Pasqua.
I cinque ragazzi si sono messi presso la curva del fiume, dove la strada fa una svolta stretta.
Subito dopo la curva, hanno buttato dei tronchi d’albero. Gli autocarri dovranno fermarsi per forza, non c’ è modo di proseguire.
Adesso li vedono arrivare: sono tre.
Non sembra che ci siano vetture o sidecar di scorta.
La soffiata appare buona.
Frank ha già detto di tirare tutti su quello che sta davanti.
Adesso i partigiani tacciono.
I tre mezzi sono vicini.
Non portano nessuna insegna o bandiera.
Come hanno previsto, il primo autocarro, arrivato in curva, frena bruscamente per non andare a sbattere contro lo sbarramento.
La colonna si arresta.
Ecco che partono le raffiche di mitra.
Chi è a bordo dei mezzi salta giù e scappa nel bosco dalla parte opposta agli spari.
Sono tutte ausiliarie della RSI. Non hanno altra possibilità se non quella di scappare. Non sono armate e se fossero catturate potrebbero andare incontro ad un brutto trattamento.
I giovani partigiani esultano per la vittoria, corrono verso gli autocarri, abbattono la sponda posteriore dei mezzi e saltano sui pianali.
Già lo sanno che non c’ è materiale importante. Ci sono solo attrezzi da cucina e vestiario.
E allora quella che poteva essere una missione a rischio si trasforma in una sagra di paese.
I ragazzi cominciano a buttare giù tutto quello che trovano: pentole, piatti, berretti, urlando è imprecando contro l’avversario.
Quello di Padova spara per aria come se fosse alla festa del Patrono.
A Ronny, quello di Verona, tocca il camioncino di coda, il più piccolo, ma anche su questo ci sono parecchi sacchi.
Ha già buttato sulla strada un carico di scarpe ed ora, urlando divertito, ha afferrato un altro sacco che sembra pieno di camicie.
«Vai in mona te e chi te porta!>> esclama furente.
Comincia a trascinarlo verso il bordo; ma … fa un salto indietro dalla sorpresa: dietro al sacco c’ è qualche cosa che non si aspettava di trovare.
Inginocchiata sul tavolato dell’autocarro c’è una ausiliaria che tiene con il braccio diritto una baionetta puntata contro di lui.
Il partigiano afferra il mitra che gli penzola dalla spalla e lo punta contro l’avversario.
Nessuno dei due parla.
Lei è molto giovane; ma sembra determinata, non abbassa il braccio.
Lui potrebbe sparare, è in vantaggio; … allora si avvicina per capire meglio.
«Ahhh, se’ ti!» esclama
«Sì, son mi!»
Il giovane partigiano molla la presa del mitra e si inginocchia sul tavolato. Si mette proprio di fronte a lei.
Facendo così la punta dello Sten picchia contro il legno. Ormai l’arma è fuori bersaglio. Il suo viso, però, è arrivato di fianco alla baionetta che lei tiene ancora decisamente puntata in avanti.
La ragazza potrebbe ferirlo.
….
Non hanno paura.
«T’ho vista a San Zeno, alla Messa di Natal; eri con la to famiglia!» esclama il giovane.
«T’ho vista anca mi; eri con quel to cugino!» risponde la fanciulla <<Mi vo far del mal?»
«Chi son mi da far del mal a l’Aurora» replica il ragazzo.
Così dicendo, avvicina ancora di più il suo viso a quello della ragazza.
Adesso anche la baionetta non è più a bersaglio.
Fuori sta succedendo qualche cosa di strano: le ausiliarie stanno ritornando verso l’ultimo autocarro; sono determinate; quella che appare essere la più grande sta piangendo.
Adesso, questa batte con le mani le sponde del mezzo.
«July, non far così!» le dice una giovane del gruppo sopraggiunto.
L’altra non risponde.
«July, vien via da lì!» ripete la giovane di prima.
Ma July non risponde.
«Giulietta, vien via! Che li te mori!» aggiunge di nuovo preoccupata la ragazza.
La donna non proferisce risposta. Ha l’espressione del viso assente.
I giovani partigiani che stanno sugli altri mezzi sono sorpresi e imbarazzati.
«Ronny!» chiama il capo dei partigiani.
Ma nemmeno Ronny risponde.
«Ronny, vien via da lì!» ordina il capo con voce autoritaria.
Tutto è silenzio….
«Romeo, vien via da lì! Che te va a finir mal!» replica il capo imperioso.
Ancora silenzio….
Solo il fiume fa sentire il rumore del suo scorrere.
Le acque dell’Adige hanno ripreso il sopravvento.
Come un caporione vogliono comandare sopra ogni altro avvenimento.
A loro non interessa cosa sta succedendo o cosa succederà.
Sono cose degli uomini.
Uomini che un momento urlano e, il momento dopo, … non hanno più niente da dire!

L’aurora è un racconto di Claudio Balboni dell’antologia Racconti strani