Le gonne della mariannina

«Goal!» urlò Cesare, il bambino più piccolo del gruppo che aveva tirato il calcio di rigore.
«Nooo! Alto!» rispose con altrettanta enfasi, Mariannina, la ragazzina che faceva il portiere.
Mariannina era l’unica bambina di sette – otto anni che nel quartiere giocava al calcio ed era anche molto brava.
Si tuffava come un pesce a destra e a manca, saltava come un grillo tra i pali (o, meglio, tra i due sassi che fungevano da pali) e non aveva paura di intervenire sui piedi dell’avversario, anticipandolo, per bloccare il pallone.
Purtroppo, appartenendo al gentil sesso, aveva, come si può dire, l’handicap delle gonne.
Mai più i suoi genitori le avrebbero acquistato un paio di pantaloncini.
Prima di tutto perché non potevano, né volevano sciupare i pochi soldi che possedevano per un simile ed inutile acquisto, secondo perché erano contrari al gioco del pallone e terzo perché non avevano piacere che la figlia giocasse con i maschi.
Ma si sa come vanno queste cose. Più una cosa è proibita, più si fa.
Perciò, Mariannina, gonne o no, quando poteva, giocava al calcio con i maschi, gli unici, a quei tempi, abilitati a poterlo fare, e partecipava volentieri anche ai tornei fra i quartieri vicini o le vie adiacenti.
La nostra strada vantava addirittura due squadre che svolgevano spesso partite d’allenamento fra di loro.
Io che avevo circa otto anni, giocavo in porta con la prima squadra e Mariannina con quella di riserva.
Proprio durante una delle tante partite d’allenamento, l’arbitro aveva fischiato il rigore e Cesare era stato incaricato di tirarlo, mentre i giocatori di entrambe le squadre, si erano schierati ai lati della porta.
Per ribattere il pallone in caso di respinta del portiere?
Nooo! …
Per assistere al tuffo di Mariannina che avrebbe provocato l’alzata delle gonne…
Quando Cesare calciò alto il pallone, tutti commentarono in modo diverso, ma i più grandi (che avevano dieci o dodici anni) lo rimproverarono, non per aver sbagliato il rigore ma perché non aveva costretto Mariannina a tuffarsi.
«Dovevi tirare rasoterra!» gli urlavano, dando ad intendere, ufficialmente, che sarebbe stato più difficile pararlo.
Ma Cesare non se la prendeva. Sapeva che per poter giocare doveva fare ciò che dicevano i grandi.
Era lui, infatti, che era incaricato di raccattare la palla quando rotolava fuori del campo.
La partita, comunque, riprese. Si giocava con impegno ed animosità ma, nel frattempo, ci si divertiva.
A conclusione dell’incontro, come spesso succedeva, ciascuno metteva in evidenza la sua bravura e commentava negativamente le lacune degli altri mentre tutti sudati, palla sottobraccio, ci avviavamo verso casa.
Quel giorno, nella fase centrale della partita, successe un fatto inaspettato, cui non si era mai pensato prima.
Poco distante dalla piazza adibita da noi a campo di calcio, esisteva allora (ed esiste, ancora) un pubblico lavatoio coperto e debitamente recintato con un muretto, sospeso in alcuni punti, da colonnine che permettevano a chi lo volesse, abbassandosi opportunamente, di vedere gli arti inferiori di coloro che vi lavoravano.
Il lavatoio era costituito da una vasca lunga e profonda sistemata al centro del locale.
Ai lati della vasca vi era un ripiano in cemento, per strizzarvi i panni, con delle scanalature per il deflusso dell’acqua.
Alcune tacche consentivano di appoggiarvi il sapone.
Il lavatoio permetteva di ospitare almeno una ventina di persone per ogni lato.
Esso era frequentato da donne che lavavano per commissione o, semplicemente, per risparmiare l’acqua di casa propria.
Ne approfittavano per trascorrere alcune ore in compagnia delle amiche, cantando, parlando o spettegolando di tutto e di tutti, ignorando l’effige della Madonna affissa ad una colonnina interna.
La gente ben informata sosteneva che nel lavatoio le parole scorrevano liberamente come l’acqua corrente di cui la vasca era dotata.
Quel giorno, come dicevamo, la palla fu lanciata maldestramente lontano e, rotolando, andò a finire dentro i margini interni del lavatoio.
Fu mandato, come il solito, Cesare il quale, per riprendere il pallone, dovette sdraiarsi per terra ed infilare la mano sotto il muro.
Ma nel farlo, i suoi occhi furono attratti da qualcosa che, pensò, avesse fatto piacere ai suoi compagni.
Raccolse, allora, la palla, si alzò ed attirando con i gesti l’attenzione degli amici, li chiamò.
«Silenzio!» disse sottovoce, portando l’indice tra il naso e la bocca.
E con aria di mistero, a coloro che accettammo il suo invito, aggiunse:
«Guardate!» e si distese per terra.
Imitammo il suo gesto, rivolgendo lo sguardo nella direzione indicata.
Alla vista di noi bambini si presentò, allora, uno spettacolo gradevole quanto inaspettato: bellissime gambe di donne, bianche come l’alabastro ci apparvero davanti.
Gambe che si scoprivano di più o di meno, secondo il caratteristico movimento che le lavandaie facevano nello strofinare i panni o nel piegarsi per attingere l’acqua dalla vasca.
E, allorché le gonne, assecondate da quel moto spontaneo, si alzavano, lasciavano intravedere le parti anatomiche più alte, là dove tutti gli occhi cercavano di guardare…
Ma Cesare, così come aveva pensato di offrirci uno spettacolo gratuito, ci costrinse a fuggire repentinamente.
Scoppiò, infatti, in un’isterica risata ed attirò l’attenzione delle donne che ci scacciarono inviperite con parolacce, minacciando di tirarci addosso il sapone o lo stesso bucato che avevano in mano.
Mariannina che era rimasta a guardia della sua porta, insieme a pochi altri, ci chiese il motivo di quella nostra improvvisa fuga, ma noi non ci degnammo di rispondere…
Forse nei tempi moderni, quell’interesse così morboso verso l’altro sesso, non è più così evidente, sia perché i costumi sono cambiati, sia perché anche i bambini conoscono ormai un corpo nudo (o quasi), abituati come sono a guardare la televisione o a frequentare le spiagge nel periodo estivo.
Credo, però, che la curiosità per la scoperta del sesso opposto esisterà sempre perché essa costituisce la molla della vita.

Le gonne della mariannina è un racconto di Franco Lo Presti