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L’ELISIR DI ECATE di Eleonora Protopapa

“Il mito è il fondamento della vita, lo schema senza tempo, la formula secondo cui la vita si esprime quando fugge al di fuori dell’inconscio.” – Thomas Mann

Il mistero della giostra sulla culla

Il 31 ottobre 1913 nasce Ago, in una piccola e gelida casa, tra le urla di gioia di papà Aaron von Neumann e quelle di dolore di mamma Marie.

Un’atmosfera surreale avvolge la piccola famigliola, le pareti sembrano avere occhi e orecchie. Non si ode nessun suono dall’esterno come se ad un tratto quella casetta si sia staccata dal mondo orbitando per fatti suoi intorno ad un sole sconosciuto. I coniugi von Neumann hanno coronato il loro sogno di diventare genitori e così nel paesello della Baviera tedesca si diffonde la voce della nascita di un bimbo bello e paffuto in una coppia ormai avanti con l’età.

Marie non ci sperava più, entrata nei quarantasette anni e dopo tante false speranze, pellegrinaggi e preghiere di ogni sorta ormai per lei diventare madre era diventato un miraggio; invece, il cielo ha voluto che quella gravidanza fosse diversa regalandole la gioia più grande della sua semplice vita. Le vicine curiose e pettegole si dispongono in processione per vedere il bambino: c’è chi ha ricamato una copertina, chi porta cesti colmi di frutta di stagione, chi ha realizzato pupazzi di pezza con gli occhi di bottoni, così i primi giorni di Ago passano in compagnia di mezzo vicinato. Uscite di casa però, le donne si divertono ad esprimere commenti più o meno gentili di fronte ad una tazza di tè fumante.

«Amalia, hai visto che bel bambino?» esordisce una zitella tutta smorfie e mignoli all’insù, che afferra un biscottino al miele con avidità.

«Hai ragione Birgitt! Chi lo avrebbe detto che quella acciuga di Marie potesse sfornare un pargolo così in salute. Secondo me c’è qualcosa sotto!» risponde la seconda sorseggiando la bevanda calda.

«Sì e che cosa?» domanda la padrona di casa, una donna robusta col viso rubizzo di nome Dörte.

«Non so di preciso! Però la faccenda non mi è chiara. Quanti anni avrà? Io penso ne abbia come minimo cinquanta» dichiara Amalia lasciando la tazza per inforcare i ferri aggrovigliati in fili di lana arancio, verde e rosso.

«Ne ha quarantasette! Lo so per certo perché siamo state compagne di banco a scuola» dice Dörte spazzando via l’intero piattino di biscotti.

«Secondo me sono andati da qualche stregone. Mia sorella Editha, ha visto Aaron entrare una volta nella bottega dell’indovino, quello storpio che legge le carte in una catapecchia ai confini del bosco» rimbecca Birgitt strappando una smorfia di stupore sulla faccia delle altre amiche.

«Davvero? A me risulta che il vecchio Mirsad non abbia tutte le rotelle a posto. Si vociferava qualche anno fa in paese che una donna, rimasta vedova, si fosse rivolta al chiromante per mettersi in contatto col marito morto» prorompe Amelia.

«E poi?» fanno in coro le altre.

«Ora la poveretta è chiusa in manicomio, quello gestito dal Dottor Price, l’inglese che tutte le donne vorrebbero sposare ma che lui ignora adducendo la scusa del troppo lavoro. Un’infermiera che lavora lì ha riferito che sono successe cose molto strane ed è per colpa di “queste cose” che la vedova ha il cervello in pappa e neppure una rotella che ingrani. L’infermiera dice che la paziente non ha potuto parlare col marito perché il vecchio Mirsad ha sbagliato incantesimo, formula, insomma alla fine si è manifestato lo spirito di un soldato rabbioso con il volto sfigurato da una granata, le mani insanguinate e la divisa logora. Lo spirito furente ha iniziato a rompere tutto, far volare sedie in aria, libri strappati, urla infernali in una lingua ignota.

Io non ci credo affatto mie care! Secondo me quel vecchio imbroglione ha inscenato tutto per spillare più soldi alla malcapitata. Dovrebbero metterlo in gattabuia quel cialtrone che non fa altro che ubriacarsi promettendo cose irrealizzabili a persone disperate» fa con un sorriso maligno Amelia.

«Io invece ci credo e mi fanno molto paura questo genere di cose! La cugina di mia madre si è rivolta ad uno di quei tizi che leggono le carte per sapere se si sarebbe sposata, se avrebbe avuto un buon raccolto, cose di poco conto, ma dopo essersi sottoposta alla lettura ha iniziato ad accusare un forte dolore alle tempie e a sentire voci. La donna non riusciva a stare più sola con i suoi pensieri diceva che c’era qualcuno che le metteva delle brutte idee in testa, di fare del male alla sua famiglia. È scappata di casa e ormai sono quattro mesi che non si hanno più sue notizie. Sarà morta con il gelo che c’è in giro. Per piacere non ne parliamo più! Non andrò più a casa di Marie se sono ricorsi a tanto pur di avere un bambino. Basta ho chiuso con quella famiglia» grida Dörte paonazza.

Cala il silenzio sulla combriccola e gli unici rumori che si sentono sono il crepitare del fuoco e il rumore dei ferri che intrecciano la lana, ognuna si chiude tra i suoi pensieri fino alla fine della serata.

A pochi metri da lì, Aaron lavora alacremente, si sente un altro uomo, la vita che ha vissuto fino ad allora gli appare un ricordo lontano e sbiadito. Se per tutti la mezza età è un periodo di bilanci, di rimorsi, di rimpianti, per lui è un vero e proprio inizio. Fa freddo nella bottega Die Goldene Geige (Il violino d’oro) ma il suo cuore caldo e palpitante d’amore per il suo piccino non glielo fa sentire affatto. L’insegna sbiadita in legno intarlato a forma di violino dondola appesa a delle catenelle di ferro arrugginito e una luce fioca illumina la sagoma dell’artigiano alle prese con la sua sgorbia[1].

Il violino che sta realizzando è molto speciale: ha iniziato a costruirlo quando ha saputo che Marie stava per entrare nel settimo mese, è un regalo per Ago, quando le sue mani potranno suonarlo. Non c’è miglior regalo per un bambino di uno strumento, la musica è l’unica arte invisibile che riesce a consolare, ad emozionare, non ha bisogno di essere vista per far rilassare, scombussolare o rattristare.

Gli pagherà il miglior insegnante di musica, il rinomato professor Eugenio Grimaldi, un italiano dal temperamento vivace e dotato di enorme talento musicale. Aaron ha scelto il legno più pregiato per questo regalo e ha combinato una speciale vernice ottimizzando la ricetta del suo bisnonno.

I mesi passano e il freddo pungente dell’inverno si insedia dalla finestra dissestata, mentre una persiana di legno sbatte il pavimento si riempie di spesso truciolo color crema e tra le assi due occhietti curiosi fissano Aaron, sono più di dieci anni che quell’esserino è il compagno dell’ignaro artigiano. Un topolino dal pelo scuro che si accontenta delle briciole della sua focaccia, che lo assiste durante le ore di duro lavoro e che non è mai riuscito ad insediarsi al piano di sopra pur sentendo a volte profumi celestiali dei manicaretti di Marie.

La schiena indolenzita e gobbuta, le mani arrossate a causa dello sforzo e l’aggressività dei solventi, l’alito color ghiaccio non distolgono il neopapà dalla sua opera e intanto una figura incappucciata ghignante lo spia dalla finestra gustandosi la scena.

Al piano terra c’è la bottega mentre in quello sovrastante si erge il piccolo appartamento in cui Marie culla il suo bambino cantandogli canzoncine in una lingua ormai dimenticata. Non c’è niente di più dolce a questo mondo di una mamma che intona una melodia per il suo bebè con un filo di voce e gli occhi stanchi.

Ago giace in una culla realizzata dal suo papà, tutta piena di cuscini e copertine verde acquamarina sormontata da una giostrina meccanica alla quale la donna dà avvio per intrattenere il suo piccino. La giostra è un regalo dell’ingegner Isidor Meyer, un vero gioiellino che si attiva girando una manovella, la quale carica il meccanismo che fa muovere le figure intagliate. I personaggi girano lentamente e il bambino può guardare per bene una figura prima che la successiva s’impossessi del suo campo visivo.

Sono soggetti delle fiabe dipinti di colori vivaci: uno gnomo dal lungo cappello rosso con una toppa sbuffa a cavallo di un fungo giallo leggermente inclinato; una fatina dalla pelle azzurra con aria sognante stacca i petali di una margherita brillantata; un cavaliere con una spada lunga combatte contro un drago sputafuoco e molti altri personaggi per un totale di venti figure in movimento. Ago si agita nella culla, Marie lo prende in braccio per allattarlo, ma il bimbo non ha fame e rifiuta il seno materno. Strilla, scalcia, le tira i lunghi capelli striati di bianco facendole cadere il fermaglio che li tratteneva, ad un certo punto piomba il silenzio come un macigno. Ago sta fissando in direzione del vetro della finestra e allunga con fare spasmodico le manine come se volesse afferrare qualcosa.

Marie si avvicina alla finestra con Ago in braccio e guarda fuori: non c’è nessuno in strada, il cielo è scuro e pieno di nuvoloni ruggenti, un vento furioso strappa le foglie degli alberi e cadono gocce rapide come proiettili. Ago guarda verso il letto matrimoniale, inizia ad allungare di nuovo le braccia, chiude e apre i piccoli palmi come se stesse salutando qualcuno. Marie spaventata lo appoggia nella culla e nota qualcosa sul letto: qualcuno si è appena seduto sgualcendo la coperta e spostando il cuscino.

Non c’è nessuno, eppure quella piega è comparsa dal nulla. Una strana sensazione si impossessa di lei, sistema la coperta e il cuscino e avviene qualcosa che la terrorizza: Ago ha pochi mesi di vita, e pur essendo un bambino sano dalla robusta corporatura, non potrebbe fare quello che gli sta vedendo fare. Il bambino arrampicato al bordo della culla fissa il letto e sorride a crepapelle così Marie lo afferra e scende giù in bottega per parlare con Aaron.  La donna in preda alla paura scende i gradini velocemente, tenendo Ago incollato al petto. Spalanca la porta che collega casa e lavoro sorprendendo il marito addormentato sul tavolo in mezzo alla polvere e gli utensili affilati.

Si avvicina con cautela per non spaventarlo e con piccoli colpi gli sfiora la spalla.

«Aaron svegliati, Aaron forza dai!»

«Chi è a quest’ora… ehi Marie … che… che succede?» fa perplesso l’artigiano.

«Aaron svegliati ti devo parlare» dice la donna col volto cinereo e le labbra contratte.

«Vieni qui mia cara, cosa ti turba tanto?» se la porta accanto per rincuorarla.

«Ago ha fatto delle cose insolite, cioè voglio dire sono successe delle cose balzane e io ho tanta paura!» esplode tremando e lascia il bambino nelle braccia del padre.

«Forza raccontami tutto! Sei stanca Marie, ti devi riposare. Penserò io a lui» afferra il pargolo infagottato.

La donna stropicciandosi le mani e mordicchiandosi le labbra racconta gli eventi che l’hanno profondamente turbata, sentendosi a disagio di fronte al marito.

«Secondo te è normale che Ago faccia queste cose? Io non credo lo sia. A mio avviso il bambino non sta bene, non lo so forse sto esagerando. Saluta nel vuoto, si issa alla culla con una forza che non può avere. C’è lo zampino del demonio ne sono certa!» esclama sgranando gli occhi contornati da profonde rughe.

«Domani chiamerò il dottor Wells e farò visitare Ago dalla testa ai piedi. Per quanto riguarda la storia della coperta e del cuscino, posso essere stato io a spostarli durante la mia pennichella pomeridiana.»

«Forse hai ragione! Senti perché non sali? Non voglio stare sola.»

«Andiamo mia tenera Marie, qui c’è il tuo Aaron che ti protegge» si erge a supereroe.

Ago ritorna tra le braccia della sua mamma mentre il papà spegne la candela e chiude a chiave la porta, ma l’ombra è sempre lì con un sorriso maligno che le fa strizzare le labbra solo da un lato.

Il giorno dopo, verso le dieci del mattino arriva il dottor Wells un uomo alto quasi due metri, con spessi occhiali d’osso e una barba bianca e ricciuta, che lo fa assomigliare a Babbo Natale. Il dottor Wells è un uomo di presenza, ma ha un animo gentile in contrasto con una voce cavernosa.

«Vediamo come sta questo bel bambino» esordisce aprendo la sua voluminosa borsa in pelle e cacciando gli strumenti del mestiere come se fosse un prestigiatore con un coniglio dal cilindro. Ascolta le spalle, guarda le orecchie, misura la lunghezza degli arti e poi richiude tutto soddisfatto.

«Allora dottore? Come sta il mio bambino?» chiede la mamma trepidante.

«Mai visto uno più sano e più sveglio del vostro signora. Stia tranquilla, si riposi un po’» la ammansisce come un domatore da circo.

«Ma… ma dottore Ago ha fatto delle strane cose ieri» piagnucola Marie incontrando lo sguardo torvo di Aaron.

«Che cosa di preciso?» si incuriosisce il medico aggrottando la fronte.

«Si è issato al bordo della sua culla e salutava in continuazione nel vuoto.»

«Ammetto che sia inusuale, un bambino così piccolo non ha ancora il vigore per reggere il suo peso sugli arti inferiori. Per quanto riguarda la storia dei saluti possono essere dei riflessi. Deve stare calma e serena le darò delle gocce per farla riposare bene. Una gravidanza alla sua età non è stata facile da affrontare.»

Il dottore estrae un piccolo flacone con un liquido di color giallo e prendendo carta e lapis scrive leggendo ad alta voce:

«Tre gocce alla sera prima di coricarsi, per una settimana non di più.»

«Quanto le devo dottore?» lo interroga Aaron.

«Per questa volta niente, state bene e godetevi il vostro bambino!»

Dà una pacca sulla spalla del liutaio.

«Grazie dottore!» ripetono in coro i coniugi vedendo la sagoma dell’imponente dottore sparire dalla porta.

Il giorno trascorre sereno, Aaron scende a verniciare due violini per un musicista russo, Marie si dedica alle faccende domestiche e il piccolo Ago dorme beato nella sua culletta. Marie taglia le patate, le zucchine e i peperoni per lo stufato quando ad un certo punto sente dei movimenti nella stanza da letto.

Si asciuga le mani al grembiule di fretta e infuria e si dirige nella camera attigua. Entra nella stanza, avvolta nella penombra per conciliare il sonno del piccolo e si accorge di una nuova bizzarria. Ago dorme beato, ma la sua giostrina si muove lentamente come se qualcuno gli avesse dato un colpo di manovella. Marie inizia ad agitarsi perché è sicura di non aver attivato la giostrina, altrimenti Ago, incuriosito dal movimento non avrebbe preso sonno.

Con la mano blocca il meccanismo e si accorge di un altro fatto sconcertante, sembra che ci sia qualcosa di nuovo in quel gioco di fili, legno e metallo. Guarda le figure e si accorge dell’anomalia: sono spuntate tre figure nuove che lei non aveva mai visto. La prima figura ritrae un grosso cane nero con occhi gialli e la bocca aperta, la seconda una civetta nana che la fissa con uno sguardo bieco e per finire la terza una luna ricurva luccicante. Marie si sente scossa da un brivido che le attraversa fulmineo la schiena, si accascia a terra, mentre il bimbo si sveglia piagnucolando.

Aaron è intento nella preparazione della vernice, apre la finestra per far arieggiare il locale e scopre che il suo bambino sta piangendo da troppo tempo. Impensierito, si sciacqua le mani nel catino e sale a casa per vedere il motivo di tanto baccano.

Apre la porta, e chiama la moglie per nome. Niente. Va’ in cucina e vede il tagliere pieno di verdure, ma di Marie neanche l’ombra. Va’ nella stanza da letto matrimoniale e scorge la moglie priva di sensi accasciata a terra. La solleva, le bagna il viso con acqua fresca e, poco a poco, la donna si riprende.

«Aaron questa casa è infestata!» urla in pieno panico.

«Non dire sciocchezze, dai raccontami cosa ti è successo» la consola ma non senza provare un’irritante perplessità.

«La giostra ha tre nuove sagome. Sono sicura che l’ingegnere ne ha messe solo venti. Ho paura Aaron, cosa ci sta succedendo? La casa è infestata» conclude al limite del parossismo.

Trepidante l’uomo si dirige verso il giochino e lo studia con circospezione. Sua moglie ha ragione, sono spuntati tre nuovi pezzi e se non vuole uscire matto anche lui deve assolutamente interrogare l’ingegnere.

«Marie stai calma, ora vado a chiedere spiegazioni all’inventore! Non mi piacciono questi scherzi di cattivo gusto. Terrorizzare una madre in questo modo. Questo pomeriggio faccio venire padre George per farti stare meglio. Ora vado!»

Aaron scende in bottega, volta il cartello sulla scritta “TORNO SUBITO” e si copre con una spessa scialla di lana verde muschio. L’ingegner Meyer, ignaro del fattaccio, spreme le proprie meningi su un progetto meccanico. Il tavolo è colmo di carte, compassi, righe, matite dalla punta ormai arrotondata e la brocca del caffè sempre più vuota col passare delle ore. Appunta una cifra, quando sente bussare vigorosamente alla porta. Il domestico, un ragazzo con non più di vent’anni, si dirige a fare gli onori di casa e poi ritorna dal suo padrone.

«Gustav, chi è?» chiede svogliato.

«Il Signor von Neumann, signore! Dice che è urgente.»

«Fallo accomodare in salotto, lo raggiungo subito.»

Aaron nell’attesa, si toglie la sciarpa e inizia a ispezionare la casa dell’ingegnere. È una casa piccola, ma suntuosa. L’arredamento è costituito prevalentemente da marchingegni preistorici, pipe intagliate e libri pregiati. Le pareti sono dipinte con un vivace azzurro, in netto contrasto con i quadri dai colori spenti. Il divano su cui siede è molto comodo, un vero toccasana per la sua schiena martorizzata, ma proprio in quel momento lo raggiunge il padrone di casa con fare gioviale.

«Aaron, amico mio! Che bella sorpresa, qual buon vento ti porta qui?»

«Una faccenda delicata. Vorrei che rimanesse confidenziale se non ti dispiace» bisbiglia Aaron indicando il domestico in piedi come una statua vicino alle scale.

«Gustav, lasciaci soli. Anzi aspetta, portaci qualcosa da bere, oggi fa un freddo da gelare il sangue nelle vene.»

Il ragazzo ossequioso si dirige verso il carrello dei liquori e riempie due bicchieri con un liquore trasparente che diffonde un profumo intenso nell’aria.

«Un collega di Atene, mi ha fatto visita qualche giorno fa e mi ha portato questo in regalo. È anice greco, ha un profumo celestiale e ti riscalda in un batter d’occhio.»

«Grazie, ho proprio bisogno di qualcosa di forte.»

«Sono tutto orecchi!»

«Riguarda la giostra che hai regalato ad Ago.»

«Cosa c’è, non funziona? Se è così portamela che la riparo all’istante.»

«No, no funziona benissimo, ma è successa una cosa strana che sta facendo dare di matto me e Marie.»

«Caspita, mi spiace dimmi sono curioso!» incita l’ingegnere lisciandosi i baffetti impomatati.

«Hai previsto qualche trucchetto dei tuoi per far comparire tre nuove figure volanti?»

«Che cosa? Il liquore ti ha dato alla testa? Tre nuove figure, ma è impossibile.»

«Ti dico che sono comparsi un lupo, una civetta e una luna, che prima non c’erano.»

«Roba da matti! Voglio venire subito con te a vedere, non mi piace affatto questa storia.»

Gustav porge cappello, guanti e cappotto all’ingegner Meyer e i due amici si dirigono all’appartamento. Salgono le scale e un profumo di stufato strappa un moto di acquolina ai due uomini.

«Marie, sono Aaron e con me c’è l’ingegnere!»

Marie spegne il fuoco, si toglie il grembiule e con gli occhi arrossati dal pianto cerca di comportarsi da buona padrona di casa. Aaron fa strada all’amico e lo porta dritto al luogo del misfatto. Ago è disteso sul lettone e ciuccia il bordino della sua copertina.

«Ago quanto sei cresciuto! Fatti vedere dallo zio Isidor!»

Il bambino vedendo l’estraneo venirgli incontro si spaventa e inizia a piangere disperatamente, così Marie è costretta a prenderlo in braccio.

«Scusate! Di solito sono simpatico ai bambini.»

«Tranquillo, ora lo porto in cucina mentre voi guardate quella “cosa”» dice Marie con la voce atona.

L’ingegnere curioso, si toglie i guanti ed esamina la sua creatura meccanica, mentre Aaron apre le tende per mostrargli il portento. L’uomo osserva la giostra e quando arriva al punto in cui ci sono le nuove figure sbianca e le sue mani iniziano a tremare.

«Non sono stato io Aaron. Lo giuro! Non capisco chi vuole prendersi gioco di voi! Forse è entrato qualcuno in casa, mentre dormivate. Io avviserei la polizia, questo è uno scherzo di pessimo gusto!»

«Sì, farò proprio così e chiamerò pure padre George per benedire la casa. Sono diventato superstizioso da quando è nato Ago.»

«Chi ti ha fatto questo, vuole spaventarti e farti sapere di poter arrivare all’angioletto senza che tu te ne accorga. Devi fare qualcosa.»

L’ingegnere turbato prende tra le dita la figura del lupo e fa una smorfia di disgusto.

«Perché fai quella faccia?» chiede Aaron al limite della pazienza.

«Non avrei mai dipinto un soggetto così crudele per un bambino. Sono tutti simboli notturni, se ci fai caso invece i miei personaggi sono tutti allegri e persino il drago ha una faccia buffa. Vai alla polizia subito, io rimango con Marie e Ago finché non torni.»

Aaron parla alla moglie e la lascia nelle mani del suo caro amico, mentre lui si dirige alle autorità. La sede della polizia, tutta grigia e scrostata gli incute timore e angoscia, ma va dritto e suona al campanello.

«Chi va là?» domanda un uomo grassoccio con i capelli biondi affacciandosi dalla finestra.

«Voglio parlare con il comandante per favore! È urgente!»

Un uomo esile e dalla faccia triste gli apre la porta e così Aaron entra in caserma. Nell’aria aleggia odore di tabacco e di carta, il pavimento lucido riflette la sua sagoma e sente gridare da dietro una porta.

«Di qua!» gli risponde l’uomo triste indicandogli la destra.

Aaron entra in una stanza enorme avvolta in una nuvola di fumo piena di gente. Sembra di essere ad una stazione ferroviaria. Il soldato triste lo conduce davanti alla scrivania malmessa del responsabile e quest’ultimo con un cenno del capo gli fa segno di accomodarsi sulla poltrona di fronte a lui. L’aria è talmente intrisa di tabacco che all’artigiano piangono gli occhi, si sfila il capello e riordina la zazzera.

«Nome e cognome prego» chiede il comandante prendendo un foglio bianco e inumidendo la punta della matita con la lingua.

«Aaron von Neumann.»

«Ah sei il liutaio in Straße Freheit 15. Mi piacciono un sacco i tuoi lavori.»

«Grazie Signore!»

«Cosa ti porta qui buon uomo?»

«Signore credo siano entrati in casa e abbiano tentato di far del male al mio bambino.»

«L’abitazione mostra segni di effrazione? Hanno rubato qualcosa per indurre a pensare ad un’intrusione?» sputa il comandante a ripetizione.

«No, niente di tutto ciò. Abbiamo trovato io e mia moglie delle anomalie nella stanza da letto».

«Si spieghi meglio.»

«Qualcuno ha manomesso la giostrina sulla culla del nostro bambino. Il gioco è stato progettato da un amico di famiglia, è una persona rispettabile, che non ha niente a che fare con questo scherzo.»

«La storia non mi piace! Le mando due dei miei a fare un sopralluogo. Becker, Wagner, accompagnate il liutaio a casa e fate un’ispezione all’appartamento. Ora se la prendono “pure” con i bambini.»

«In che senso signore?» lo interroga Aaron insospettito.

«Da qualche giorno, in paese si lamentano di fatti strani: due giorni fa una mamma è venuta a raccontare di una donna incappucciata che si aggirava vicino la scuola dondolando un amuleto davanti agli occhi dei bambini, facendoli svenire a terra; ieri mattina è venuto un anziano denunciando dei balordi mascherati che hanno imbrattato il muro di casa con una scritta in simboli strani, realizzati con vernice rossa; ieri sera un ragazzo è venuto di corsa per lamentare la sostituzione completa di tutti gli abiti del suo armadio; e per finire oggi lei mi racconta la storia della giostra. Qui c’è qualcuno con qualche rotella fuori posto… e so pure chi è!»

«Davvero?»

«Certo, sarà sicuramente la combriccola di quel matto di Mirsad! Un giorno di questi gli metto fuoco alla baracca e li faccio finire allo spiedo.»

I due militari pronti scortano Aaron e così inizia una passeggiata silenziosa. Tutti lo osservano in paese, come se fosse lui il colpevole di qualcosa, decide di guardare la punta dei suoi piedi e di proseguire dritto. L’artigiano apre il portone, fa strada ai due uomini che si incamminano lungo una stretta scala di ferro. Alla vista dei due militari Marie si rincuora, stringe Ago al petto, mentre l’ingegnere e suo marito mostrano la stanza da letto. I due si dividono e controllano finestre, porte, la giostra, le altre stanze, ma il risultato è vano. I due se ne vanno facendo promettere ai coniugi di chiudere tutto al tramonto, visto che in paese si aggirano pazzi in vena di scempi. Aaron insoddisfatto, decide di andare a chiamare padre George dalla chiesetta a trecento metri da lì. La chiesetta è fredda e buia, l’unica luce è costituita da qualche tremula candela. Padre George è intento nella preparazione del suo sermone, quando Aaron bussa alla porta della sacrestia.

«Padre disturbo?»

«Aaron che piacere! Non disturbi mai, accomodati ma… ehi… hai una brutta cera… cosa c’è? Qualche problema con Ago?»

«Padre potrebbe venire a benedire la mia umile dimora per piacere?»

«Mi stai facendo insospettire! Siediti non rimanere lì impalato.»

«Qualcuno vuole fare del male ad Ago, hanno manomesso la giostra sulla culla, hanno inserito tre pupazzi malvagi, un lupo, una civetta e una luna ritorta. Venga, la prego, mi sentirei più sicuro.»

«Certo che vengo! Se può rincuorarti altri compaesani hanno fatto la stessa richiesta. In paese c’è un po’ di fermento, un gruppo di fanatici si diverte a spaventare. Prendo la cappa, l’acqua santa e il libro di preghiere. Andiamo fratello, non sopporto di vederti così.»

Il sole dispettoso gioca a nascondino tra le nuvole, il profumo di pane si leva come una mano invisibile e il vento gioca con l’abito talare del buon prete. Giunti a casa, Ago accoglie l’ospite con uno strillo agghiacciante, il prete si avvicina ma il bambino si dimena e per poco non cade dalle braccia della mamma febbricitante. Padre George viene condotto nella camera incriminata, mentre l’ingegnere e Aaron si dispongono vicino alla porta. Il religioso osserva la giostra e una smorfia gli arriccia le labbra in segno di disprezzo.

«Preghiamo fratelli, avverto in questa stanza una presenza oscura e negativa.»

Padre George inizia a salmodiare e l’ingegnere Meyer per poco non sviene vedendo le coperte del letto smuoversi, come se un gatto stesse passando al di sotto. Il prete aumenta l’intonazione delle preghiere e dalla coperta spunta invece un ratto nero dagli occhi maligni. L’ingegnere cade con un tonfo sonoro, Aaron corre a prendere i sali, e il topo si avvicina alla veste del prete, squittendo vigorosamente e rosicchiando le caviglie dell’uomo. Padre George imperturbabile, butta l’acqua santa sull’animale e questo con una smorfia di dolore si dissolve lasciando una chiazza nero petrolio sul pavimento.

«Miei cari, il male è stato sconfitto potete dormire sonni tranquilli. Ora datemi qualcosa di forte, la bestiaccia mi ha ferito la gamba!» esordisce il parroco con la fronte imperlata di sudore.

Marie versa un liquore scuro in un bicchierino, l’ingegnere riprende conoscenza su una poltrona e Aaron culla Ago che sembra essersi calmato.

«Grazie padre George! Ero sicuro che ci fosse qualcosa di malvagio in casa nostra. Ora possiamo ritornare alla nostra vita normale» si tranquillizza Aaron stringendo le spalle della consorte.

«È il mio dovere! Era una presenza potente miei cari, avrebbe sicuramente cercato di farvi del male. Ora devo tornare a completare il mio sermone! Ci vediamo domenica a messa!»

Aaron apre la porta e il prete si affretta a ritornare al suo chiostro senza voler essere accompagnato. Il primo a parlare è l’ingegnere ancora sconvolto per l’accaduto.

«Se fossi in voi cambierei casa! Non me la sentirei di rimanere in un luogo in cui si è manifestato il demonio.»

«Invece noi ci rimarremo! Ho dato alla luce qui il mio bimbo. Questa è una casa benedetta!» risponde Marie con un moto di stizza.

L’ingegnere, non sentendosi più gradito, si alza dalla sedia e con un saluto freddo si congeda dalla piccola casa. L’uomo di scienza è ancora troppo scosso così invece di andare a casa, fa una capatina in una locanda, per raccontare il fatto mirabile. In poche ore, mezzo paese conosce la storia dei von Neumann, la storia del ratto spettrale fa il giro mentre Aaron e Marie ignari si godono lo stufato.

Il giorno seguente Aaron riceve la visita del professor Grimaldi, uomo sui trent’anni, alto come un cipresso, vestito tutto di blu, con i capelli lunghi e castani, stile Paganini, occhi scuri e labbra carnose.

«Buongiorno Professore! Glielo porto subito. L’ho terminato ieri sera. Che tempaccio si è girato!»

«Buongiorno Aaron! Fa molto freddo, ho le mani congelate. Posso dirle una cosa da amico?» chiede il professore mentre l’artigiano prende il suo ultimo capolavoro.

«Certo professore! Ecco il suo violino, pronto per l’esibizione!» porge l’oggetto con mani nervose.

«In paese si è sparsa una strana voce sul suo conto.»

«Di cosa si tratta? Sto tutto il giorno buttato qua dentro, cosa si saranno inventati.»

«Una persona molto vicina a lei, di cui non farò il nome per discrezione, sostiene che in casa sua ci sia stata una manifestazione maligna.»

«Mi spiace che i fatti di casa mia siano diventati oggetto di pettegolezzo.»

«Quindi è vero?» fa Grimaldi con sguardo perplesso

«Purtroppo sì, ma padre George ha sistemato tutto!»

«Dicono anche… anche altre cose Aaron, queste sono meno belle e mi spiace di essere io a riferirgliele.»

«Ora mi fate preoccupare! Non indugi.»

«Dicono che lei sia stato in combutta con il vecchio Mirsad, quello slavo dedito ai tarocchi, magia nera e chissà cosa, per…»

«Per?»

«Per far nascere Ago! Mi spiace.»

«Questo non è vero, Ago è stato un dono del Signore! Sono andato solo una volta da Mirsad lo ammetto, ma solo per prendere dei prodotti chimici per la bottega e ora mi ritrovo ad essere additato di stregoneria. Sembra di essere tornati al Medioevo. Questo è davvero troppo!» mente Aaron.

«Credo che fosse giusto lo sapesse.»

«Ha fatto bene, lei è una brava persona, che colpa ne ha se il paese è un covo di serpi.»

«Le do un consiglio per far tacere le malelingue.»

«Sono tutto orecchi.»

«Vada tutte le domeniche a messa, faccia qualche attività in pubblico, si faccia vedere in giro, si interessi di politica, la sua riservatezza non la aiuterà a dissipare questo polverone che è calato sulla sua famiglia. La coinvolgerò io promesso! Ci vediamo domenica a messa, e grazie per il lavoro. È perfetto come sempre» grida il professore sgattaiolando dalla bottega.

Aaron diventa di umore nero come il cielo, non vuole dire niente a Marie, così annega il malumore in un sorso di liquore guardando la pioggia cadere tra gli alberi. Aaron prende in parola il professore, così decide di diventare più “mondano” se così si possa dire.

Decide di andare tutte le domeniche a messa, inizialmente tutti lo guardano con sospetto poi pian pianino grazie a padre George, e grazie a Grimaldi, si reca in circoli politici, ricreativi e diventa rispettato non solo professionalmente, quello lo era già, ma anche personalmente. Ago cresce, e così Marie per aiutare l’economia domestica inizia a cucire per una ricca signora, e in pochi mesi tutto il vociare sul roditore nero, si dissolve proprio come la presenza nefasta. Il paese si acquieta, cala una spessa coltre di neve a purificare non solo l’ambiente, ma anche i cuori degli abitanti, l’ombra nera si prende una pausa, ma le piace studiare la situazione spiando la famiglia von Neumann.


[1] Sgorbia: scalpello concavo usato per intagliare il legno nella realizzazione dei violini.

CONTINUA

L’ELISIR DI ECATE è un romanzo di Eleonora Protopapa

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