Lui, lei, l’altra

1. Prologo

Tutto ha avuto inizio cinque anni fa, quando decidevo di scrivere un romanzo dal titolo che sembra un ossimoro, “Straordinario e ripugnante”, dopo avere contratto un innamoramento che non potevo definire altrimenti.
Non a caso uso il verbo contrarre, che stranamente si addice al matrimonio come alla malattia.
Infatti, in quegli anni di amore conclamato dalla pelle ma respinto dal cervello, ero come affetta da un morbo che non riuscivo a risanare: ogni tanto sembrava in remissione, ma poi tornava a manifestarsi con virulenza, dandomi la sensazione di essere, come direbbe Dolores Prato, un alberello squassato dalla tempesta interna.
Un amore straordinario per le sensazioni e le emozioni, così acute da togliere il fiato e da esistere a prescindere. Ma che le menzogne rendevano umbratile ed evanescente, tanto da confondermi al punto di capire solo di non volere più, ma nel contempo di non sapere cosa volere.
Avevo come la sensazione di una cosa che era andata in mille pezzi, però l’irreparabilità non mi andava giù. Sentivo il bisogno di parlarne con qualcuno.
O di scriverne. Non un’autobiografia, piuttosto una storia non sempre vera ma con lampi di verità che gettassero la luce sul tutto così oscuro, intricato. Una storia che fosse come un corpo che cresce e che mi facesse crescere.
Una sorta di laboratorio segreto dentro cui far veleggiare col vento in poppa parole come “eros” e “cupidigia”: una l’antonomasia del dio greco Eros, da cui deriva erotico (che ha a che fare con collerico e con calore, da cui la metafora ardere di desiderio), l’altra dal latino cupio, che rimanda a Cupido, l’equivalente di Eros. Ma che ha finito per significare l’essere preso dal desiderio non solo dei sensi, anche del denaro e del potere.
In “Straordinario e ripugnante” eros e cupidigia erano il leit motiv di una narrazione dal finale tragico e catramoso: sull’onda del dibattito intorno al fine vita, sollevato dal caso Englaro, la protagonista contraeva il linfoma MALT quindi ricorreva all’eutanasia. In Olanda, dato che in Italia un parlamento propenso a credere alle favole (come quella della nipote di Mubarak, pagata affinché non si prostituisse) esautorava il Creatore dal suo ruolo per assegnarlo alle macchine, alle suore e ai preti, ai cattolici intransigenti e intolleranti.
Ma la morte era anche l’unico modo per sanare la ferita di un amore contrastato ed esausto, eppure infinito.
Dopo cinque anni di decantazione ci ho rimesso mano: tagliando, integrando, trasformando e dando più spazio alla leggerezza; una leggerezza pensosa, direbbe Calvino. Un remake a partire dal titolo e dai nomi, presi in prestito da “L’educazione sentimentale” di Flaubert.
Dal momento che alla fine è uscito un nuovo romanzo: di formazione e d’amore, però senza smancerie idillico – romantiche.

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Lui, lei, l’altra è un romanzo di Bruna Franceschini