Modella offresi

Bobo, uno dei mastinacci dell’agenzia addetti alla sicurezza delle ragazze, parcheggiò poco distante dal palazzo.
Glenda si guardò nello specchietto retrovisore; benché il trucco fosse perfetto diede la cipria sul naso e ritoccò il rossetto. Le unghie lunghissime, laccate di scarlatto, sembravano finte tant’erano belle. Gli uomini le trovavano eccitanti e lei le curava particolarmente.
«Come sto?» chiese Glenda a Bobo. E afferrandogli la mano «Mi fido di te.»
«Sei uno schianto. Non mi muoverò da qui.» rispose lui complice.
Glenda sospirò. Le seccava dare una bella fetta del guadagno all’agenzia; ma era il modo più sicuro per non correre rischi.
Rabbrividiva ancora ripensando a due mesi addietro: il tale che l’aveva richiesta, un balordo strafatto di cocaina, non volendo lasciarla andare, l’aveva picchiata e quasi strangolata. Per fortuna Bobo, intuendo il pericolo, sfondata la porta, aveva steso il tipo assestandogli un poderoso pugno e l’aveva tirata fuori dai pasticci. Da allora Bobo era diventato il suo angelo custode.
L’uomo che l’attendeva era un professionista affermato; ma lei non poteva sapere cosa gli passasse per la testa. Passato il tempo stabilito Bobo l’avrebbe cercata.
L’uomo aveva chiesto un’esperta, una di provata abilità, e lei, malgrado fosse molto giovane, lo era eccome. Bella da togliere il fiato: taglia da modella, gambe chilometriche, fondoschiena alto, pieno, sodo, seno turgido da coppa di champagne; nel giro era nota come “bella e maledetta”. Il nasino alla francese, la bocca carnosa, i capelli cortissimi biondi dai riflessi ramati e miele le davano al contempo un’aria ingenua ed erotica. Gli occhi da gatta, però, d’un verde acceso, incorniciati da lunghe ciglia castano dorato, erano spietati ed esprimevano una sete di rivalsa che strideva con i tratti angelici.
Glenda indossò la mascherina di merletto nero, un capriccio del professionista, sistemò i capelli e allungò sul marciapiede la gamba velata di scuro resa ancora più slanciata dall’altissimo tacco a spillo; la balza di pizzo dell’autoreggente evidenziò il contrasto tra la pelle bianca e il rosso lucido della minigonna e del giubbotto in ecopelle.
Un passante sobbalzò alla vista e fischiò tra i denti. Glenda rise compiaciuta, prese la borsa, i “ferri del mestiere”, salutò Bobo e si incamminò verso il palazzo.
Era una ragazza che non passava inosservata. Durante il breve tragitto ricevette numerosi apprezzamenti; la mascherina accresceva il fascino e rendeva più torbido il mistero.
Entrò nell’androne, il portiere, un uomo anziano dall’aspetto repellente, evidentemente informato, bisbigliò:
«Secondo piano, la porta in fondo!» poi, quasi scusandosi «l’ascensore è guasto!»
Glenda salì la rampa di scale. Sentì addosso i suoi occhi, il vecchio dal basso girava la testa scrutando le cosce. Lei lo sorprese che si passava la lingua tra le labbra.
Prima di suonare il campanello aggiustò la mascherina, allargò la scollatura mostrando il reggiseno ricamato di strass e assunse una posa sexy.
«Ti stavo aspettando, sei puntuale!»
Glenda si stupì trovandosi di fronte un uomo giovane ed attraente dalla voce calda, profonda e sicura.
Effettivamente il tizio, marcati tratti latini, a parte una leggera pancetta era piacente, intrigante. Si chiese perché diavolo uno così dovesse pagare.
Lui sembrò leggerle dentro e rispose:
«Odio le complicazioni sentimentali e…voglio soddisfare qualche stranezza!»
Poi, dopo averla osservata da capo a piedi, annuì con un cenno della testa e aggiunse:
«L’agenzia aveva garantito sulla tua avvenenza ma di persona sei molto più seducente. Non togliere mai la mascherina.»
«Come vuoi. Ti chiami?»
«Leo, chiamami Leo.»
Era, ovviamente, un nome falso. D’altra parte, nemmeno lei si chiamava Glenda.
«D’accordo Leo. Ti dispiacerebbe pagare in anticipo? … E non si accettano assegni!»
Glenda sorrise maliziosa ma in cuor suo pensò che ben il trenta per cento sarebbe andato all’agenzia.
Leo prese il portafogli e le porse due banconote da cento. «Ora, bambina farai ciò che voglio, vero?»
«Puoi giurarci Leo. Ti farò sentire le campane, vedere le stelle e… anche soffrire se ti piace. Ho con me tanti giochini. Dolore e delizia.»
Glenda indicò la borsa ed infilò le banconote in una piccola tasca interna del giubbotto.
«Solo la mascherina baby, nient’altro.»
Leo la condusse nell’alcova. Un letto a baldacchino troneggiava nel mezzo della stanza arredata con mobili ottocenteschi. In un angolo l’immagine di una Madonna allattante su un antico inginocchiatoio sembrava ammonire l’amore profano.
Glenda, ancora una volta, si meravigliò. Leo non dava l’idea di un devoto, tuttavia conosceva abbastanza gli uomini per ritenerli capaci di tutto. Rammentò un habitué che alla fine d’ogni incontro piangeva disperato per aver tradito l’adorata moglie e si tormentava battendosi il petto.
«Ognuno ha la sua mania. Questo prima pecca e poi si assolve!» pensò beffarda.
Note lente, romantiche d’un sassofono riempivano l’aria. Glenda scorse una Leica sopra un tavolinetto.
«Sei un fotografo professionista?» domandò interessata.
«Solo un appassionato. Voglio fotografarti mentre ti muovi per la stanza. Fa’ tutto quello che vuoi. Cammina, balla, gioca e naturalmente spogliati!»
«Solo questo? Nudi artistici? Non vuoi…?» chiese Glenda perplessa e pensò:
«Un altro strambo. Ad ogni modo ha pagato e se si diverte così tanto meglio.»
Curiosa volle sapere:
«Perché hai chiamato me?»
«Una modella non poserebbe in modo particolarmente licenzioso. Ti voglio oscena.» rispose Leo convinto.
Glenda si sentì punta sul vivo, pensò:
«Razza di presuntuoso, che ne sai di quel che farebbe una modella? Io sono una modella. Prima d’ogni altra cosa sono una modella.»
Infatti, aveva fatto tanti provini ed alcuni erano andati bene: aveva pubblicizzato dei costumi da bagno e un dentifricio. Sfilava sulle passerelle, faceva la ragazza immagine nei programmi televisivi e ora attendeva l’esito di un’audizione. Non poteva certo vivere con servizi pubblicitari occasionali. Per questo faceva… quello che facevano tutte per emergere. E a differenza delle altre aveva i suoi principi: quando le avevano proposto dei film hard aveva rifiutato. Era una modella e prima o poi ce l’avrebbe fatta. Era solo questione di tempo. Comunque fece buon viso, considerò che le foto potevano tornarle utili, naturalmente le meno piccanti. Un book fotografico costava un occhio e doveva inserirne sempre di nuove.
«Allora, piccola cominciamo?»
Leo prese la macchina fotografica, sedette ai piedi del letto; posò su di lei gli occhi scuri, tenebrosi e penetranti. «Vediamo cosa sai fare».
Glenda si parò davanti e con estrema lentezza al ritmo caldo del sassofono cominciò a spogliarsi. Tirò giù la cerniera del giubbotto, il reggiseno nero costellato di strass apparve per intero, i piccoli cristalli luccicarono come fiammelle ardenti. Glenda scoprì le spalle con grazia. Sentendo il continuo clic degli scatti comprese d’essere sensuale e di non deludere Leo. Alzava armoniosamente le braccia, spandendo una fragranza ricercata e costosa. Come un’odalisca danzava muovendo il ventre e le mani. L’atmosfera divenne carica di profumo ed erotismo. Glenda tolse il giubbotto e abbassò la gonna lasciando cadere tutto ai piedi. Il mucchietto rosso lucido sfolgorò per un attimo prima d’essere calciato verso Leo. Glenda giocherellò col perizoma di paillettes e col reggiseno. La danza serpentina invitava a guardare dietro i lustrini. La mascherina rendeva tutto più audace ed ambiguo. Gli scatti si susseguivano. Glenda assumeva pose ardite, civettuole, invereconde, lascive e licenziose. La lingua guizzava tra le labbra ammiccanti, le mani carezzavano il corpo. Slacciò il reggiseno lasciando intravedere i capezzoli rosa e turgidi, si girò di spalle, agitò sinuosa i glutei solcati dalla sottile striscia di cristalli. I clic risuonavano frenetici. Glenda tornò di fronte, la bretellina del reggiseno ruotò sul dito. Il perizoma scintillò stuzzicante. Sfacciatamente spostò con audacia il triangolino e i riccioletti biondo scuro fecero capolino. Leo fotografava soddisfatto e si complimentava. Glenda quasi non prestava attenzione alle parole di Leo.
Negli incontri si era abituata ad astrarsi, specialmente con gli uomini meno attraenti. Sorrideva, li incitava, li accarezzava, si concedeva ma la mente era altrove. Pensava alle proprie faccende, si perdeva nei sogni. Dava il suo corpo e basta. Con Leo era ancora più facile: non doveva dire quelle frasi di rito che gli uomini amano ascoltare sulla propria virilità né doveva fingere di godere. Leo voleva solo fotografarla come una venere oscena in mascherina. In fondo si trattava di un servizio fotografico come un altro, solo più osé.
Nell’assumere le pose più scostumate e dietro i sorrisi invitanti Glenda pensava ai progetti futuri:
«Male che vada dieci anni di questa vita e mi ritiro con un paio di appartamenti. Naturalmente voglio sfondare come modella e attrice, senza contare che ho una voce discreta e potrei anche cantare. Magari mi sposo con un ricco zio Paperone. Una cosa è certa non finirò in strada!»
Leo visibilmente turbato le chiese di stendersi sul letto. «Guarda, guarda, si è eccitato! Del resto, ci so fare!» Glenda gli fece cenno di avvicinarsi. In verità, Leo le piaceva e un po’ l’irritava che le resistesse. Leo, però, non posò la macchina fotografica, continuò a scattare. Glenda, quasi offesa gli chiese:
«Non ti va?»
E tra sfida e giustifica:
«Guarda che sono pulita. Periodicamente faccio gli esami!»
«Sei molto bella, ma ora mi interessano le foto!»
Glenda fece spallucce e prese a rotolarsi tra le lenzuola. Mordeva le coperte, cavalcava i cuscini, si avvolgeva tra le coltri e ne emergeva come una ninfa dalle acque. Il nero della mascherina baluginava tra il rosso delle unghie; le gambe strette tra le braccia, il mento poggiato sulle ginocchia le davano un’aria imbronciata e sexy.
Infine, il reggiseno, il perizoma e le calze volarono per la stanza e scivolarono sul pavimento.
«Brava, così, non fermarti!»
Leo la incoraggiava ad atteggiamenti privi di freno ritraendola nelle pose più impudiche.
Trascorsa un’ora Glenda lo pregò di farla riposare.
«D’accordo, facciamo una piccola pausa. Ti va un whisky? Parliamo un po’ di te. Perché fai questo lavoro?»
Leo le porse il bicchiere attendendo la risposta.
«Oddio, la solita solfa!» sbuffò Glenda di nascosto.
Tutti le facevano la stessa domanda e si aspettavano una storia strappalacrime. Ma non c’era niente di patetico. Non doveva mantenere una madre malata, un nugolo di fratellini e un padre ubriacone. I suoi non erano né corrotti né violenti. Lo faceva per essere indipendente e vivere bene. Proveniva da una famiglia normale, si era diplomata al liceo classico e voleva diventare una donna di spettacolo. Le piacevano i bei vestiti, i gioielli e la vita comoda. Fin da bambina, guardando le soap opera, aveva bramato le grandi, lussuose ville con piscina. Da sempre anelava di poter far parte di coloro che contano. Era giunta dalla provincia inseguendo il sogno di calcare le scene. Doveva fare la commessa o servire in qualche squallido locale per uno stipendio da fame? Tante primedonne avevano intrapreso lo stesso percorso. Inoltre, l’agenzia le garantiva uomini facoltosi, potenti, mica dei poveracci! Fare l’accompagnatrice era solo una parentesi dell’esistenza, un mezzo per raggiungere le sue aspirazioni. Non era una prostituta. Solo il pensiero la faceva incavolare. Era una modella ad un passo dal successo. Ma che senso aveva spiegare le sue ragioni? Glenda lo guardò cattiva, gli occhi lampeggiarono, la voce suonò dura:
«Lo faccio per soldi! Mi piace la bella vita!» rispose e bevve tutto d’un fiato il whisky «Sono pronta, riprendiamo!»
Glenda si levò dal letto, prese una poltroncina e la sistemò innanzi all’’armadio.
Lo specchio riflesse il corpo nudo.
Leo gradì l’idea e Glenda si esibì con sensuale maestria. Seducente e felina si strofinava sui braccioli, gettava indietro la testa estatica, si passava le dita sulla bella gola. Il corpo perfetto si muoveva languido e disinvolto, perfino nelle pose più sconce ella appariva splendida: un angelo caduto, bellissimo e dannato. Leo immortalò tutto il fascino della perversione.
«Il mio tempo è finito. Spero tu sia soddisfatto!»
Glenda guardò l’orologio d’oro e brillanti al polso, il regalo di un affezionato danaroso “amico”.
Attenta a non togliere la mascherina e assicurandosi che le banconote fossero nel taschino del giubbotto si rivestì. Con nonchalance chiese:
«Posso avere qualche foto? Quelle non troppo spinte, si intende!»
«Certamente. Te le lascio in portineria.»
«Da quel vecchio sporcaccione?» disse Glenda sarcastica.
«Le metterò in una busta ben sigillata.» la rassicurò Leo.
«D’accordo, io vado. Richiamami se vuoi.»
Prese la borsa e salutò Leo lanciandogli un bacio.
«Sicuro che ti richiamo. Mi è piaciuto da impazzire, sei molto brava.»
«Sempre con la mascherina?» chiese maliziosa.
Leo rise e chiuse la porta.
Glenda scese le scale, il portiere la guardò e strizzò un occhio. Visibilmente eccitato, quando lei gli passò accanto, sussurrò strascicando le parole: «Quanto sei bella!».
Glenda l’apostrofò con disprezzo: «Vecchio maiale!»
Lui la seguì con lo sguardo mentre si allontanava.
Glenda si fermò sulla soglia del portone. Appoggiato all’auto vide Bobo che le fece un cenno di intesa. Ebbe un moto di simpatia.
«Povero diavolo!» pensò.
Come lei anche Bobo aspettava l’occasione giusta, le aveva confidato che risparmiava per aprire una palestra tutta sua. Intanto lavorava duramente, oltre all’agenzia faceva il buttafuori in un locale malfamato e l’istruttore in una palestra di periferia.
«Che farci, ognuno ha i suoi guai!» Lei doveva pensare ai fatti propri. Quella sera c’era un casting e un amico influente l’aveva raccomandata.
Glenda rispose al cenno e tolse la mascherina. Si era un po’ sgualcita.
«Inutilizzabile per una del mio livello!» rifletté soppesandola.
Contrariata la lanciò dietro le spalle.

Il vecchio si precipitò a raccoglierla. La tenne tra le mani come fosse un oggetto prezioso. Gli occhi gli brillarono di lussuria. Laidamente l’accarezzò; poi, la mise sul viso e si inebriò del profumo.

Modella offresi è un racconto di Cecilia Accardo