Nicholas K. Parker

L’erba secca del prato è bagnata dal bisogno di un cane, la padrona lo lascia fare con calma mentre parla con l’auricolare al telefono. Il piccolo bastardo, non contento e sfruttando la distrazione della padrona, decide di lasciare un altro ricordino poco più in là. Io guardo la scena mentre cammino piano, con la mia schifosa borsa in ecopelle economica, spero, prego, che il mondo sia un posto migliore, che quella dolce e innocente ragazza svolga il suo dovere civico e liberi il prato del condominio dagli escrementi del suo cane. Ovviamente non succede e il colletto della mia camicia diventa improvvisamente stretto per la rabbia, ma non mi stupisco, continuo a camminare, entro nell’appartamento e ne riesco subito con un sacchetto di plastica dalla scorta che nascondo opportunamente in un angolo dietro all’ingresso, richiudo gli escrementi e poggio il sacchetto a terra, nello stesso punto: io, il mio dovere l’ho fatto.
Mentre rientro, vedo con la coda dell’occhio una mano scura, poi un viso contornato da capelli ricci, molto giovane, da ragazzino, “ha mandato il figlio eh?” e con disinvoltura mi avvicino all’angolo più remoto del giardino.
«Salve signore, mi manda mio padre, sa per…»
«Si Biko, certo che mi ricordo, doveva pagarmi l’affitto ieri»
«Sì, ma se lei signore, può aspettare ancora qualche giorno… l’altro mese abbiamo pagato bene, siamo brave persone»
«Certo, per questo mi sono fidato e vi ho lasciato la casa, anche se siete clandestini» Lo guardo, il poveraccio ha le scarpe rotte, penso a dove si sia infilato per ridurle così, a quanto ha camminato… Sorrido, notando la camicia bianca, sicuramente la migliore che hanno, che spicca sulla sua pelle e di come sia distrattamente infilata dentro i pantaloni: si vede che voleva darsi un tono, ma che non è abituato.
«Va bene, aspetterò fino a venerdì»
«Grazie signore! Lei è veramente buono!» Sorridiamo entrambi, lui si avvicina per stringermi la mano, io l’accetto ma sul momento serro i denti e mi sforzo di non allontanarmi o mostrarmi schifato: il suo gesto mi ha colto di sorpresa.
Torno all’ingresso ma mi fermo davanti alla porta, prendo il cellulare e compongo il numero della polizia: «Salve, il mio nome è Nicholas K. Parker e vorrei denunciare degli abusivi, immigrati sicuramente clandestini, in un appartamento di mia proprietà. Si certo, attendo in linea…»
Chiamatemi pure stronzo bastardo razzista, ma avete idea di quanto l’assicurazione, lo stato, la polizia, mi risarcisce ogni volta che denuncio degli abusivi? Certo, ho bisogno di precauzioni, fingermi ogni volta una persona diversa in modo che non sospettino, fare segnalazioni anonime per puzza o rumori molesti lasciando fare tutto il lavoro agli sbirri, ma sono loro che hanno deciso di infrangere la legge. Non sono un mostro, capisco perfettamente le loro ragioni, la loro fretta e la loro paura, quindi finché mi pagano cerco di aiutarli, anche se nessuno c’è riuscito per più di 3 mesi, ma sono comunque a rischio: io, una possibilità per rifarsi una vita l’ho data.
E se vi dicessi che ho bisogno di milioni, centinaia di milioni per pagare le spese mediche di mio fratello, ferito di guerra, in condizioni pietose e distrutto dal PTSD, con mia madre ormai diventata alcolista e drogata al pensiero del figlio in pericolo e ora costretta in una casa di riposo per anziani ‘problematici’ e con una ex-moglie avvocato che è riuscita a vincere la causa con condizioni da capogiro per entrambi ma per i motivi opposti, mi credereste? Avreste ancora il coraggio di mandarmi alla forca, ipocriti comunisti? Odio le persone ambigue, sono le peggiori, con un niente entrano in panico, tronchi in bilico che non sanno da che lato cadere. Quindi si, truffo gli immigrati per arrotondare, fatevene una ragione e nascondete i vostri, di altarini, e sperate che non ne venga mai a conoscenza.
Mi lascio finalmente lo schifo del mondo alle spalle per dedicarmi al mio passatempo preferito della sera: l’Adventure Galley, la nave del famoso pirata Kidd. Riesco a sistemare tre barili di rum e due di grasso nella stiva, prima che suoni il telefono, che ho opportunamente lasciato nella borsa in sala, è Desy: «Desy, ti ho detto mille volte che qualsiasi cosa, passato l’orario d’ufficio, può benissimo aspettare domani perché, così come noi, fornitori e clienti staccano e tornano a casa, è inutile»
«Si tratta delle pompe funebri Motta, hanno chiesto di rimandare l’ordine, ma ormai partirà stanotte, rischiamo di perdere clienti fidati…»
«Per quale motivo? Cento chili di faggio è la loro quota mensile»
«Il signor Motta è venuto a mancare stamattina»
Ecco, non la sto più ascoltando, è riuscita incredibilmente a farmi distrarre dal lavoro, dovrei ascoltare le specifiche, chiamare subito la ditta di trasporti, organizzare un bouquet di fiori e una chiamata di condoglianze, ma qualcosa di più importante si fa strada nel mio cervello, un pensiero che mi assilla da sempre e che ora, con la pelle d’oca e i brividi, posso far salire in superficie e rendere concreto: è la prova che Dio esiste. No aspetta, non ancora, non posso saltare alle conclusioni: «Desy, com’è morto?»
«Ma te l’ho appena detto! È stato investito!»
Attacco il telefono in faccia alla mia assistente, me ne scuserò domani, forse, ma il Signore non può aspettare. Le mani mi tremano e solo ora che è caduta sul tavolo, mi ricordo di avere ancora strette le pinzette con la terza botte di grasso che, ancora umida di pittura, ha macchiato di marrone il centro tavola della sala da pranzo. Lo guardo, sembra sangue, sangue venoso, scuro e sporco. Non più tardi di ieri, sono venuto a conoscenza di una pratica abominevole messa in atto da uno dei nostri clienti più seri e affidabili. Avrei potuto parlargli, cercare di farlo ragionare o anche minacciare di denunciarlo ma ero confuso e incredulo, non volevo neanche rischiare un contratto importante che avrebbe peggiorato la mia reputazione e diminuito i profitti dell’azienda. Giudicando impossibile il mio intervento diretto, mi restava una sola cosa da fare: pregare Dio. E così ho fatto, nel silenzio della mia mente, mentre uscivo dall’ufficio, mentre prendevo la metro, mentre rientravo a casa. Ho pregato senza farmi vedere, senza dare nell’occhio, per evitare le polemiche dei pagani e i discorsi poco convincenti sulle loro convinzioni blasfeme. Ho chiesto: “Puniscilo, fallo morire, così che al tuo cospetto possa pentirsi dei suoi peccati”. Io non mando all’inferno come alcuni, non mi permetterei mai di fare una cosa tanto terribile; qualsiasi malvagio deve morire, soffrendo, perché sarebbe un dolore momentaneo, così che poi possa pentirsi davanti a Dio e trovare la pace. Se lo condannassi alla sofferenza eterna non ci sarebbe redenzione neanche per me.

Nicholas K. Parker è un romanzo di Lisa Santucci