Non chiudere quella porta

Mi chiamo Alice e sono uno spirito ribelle. I miei genitori mi hanno sempre tagliato i capelli cortissimi e vestito da maschio, tant’è che spesso e volentieri mi scambiavano per un bambino.
Il desiderio di mio padre di un erede del sesso forte si realizzò a distanza di quattro anni con la nascita di Alfio.
Non l’ho mai visto così felice come quando vide spuntare fuori dalle fasce i due virili gioielli sferici di mio fratello.
Il mio potrebbe sembrare un discorso antiquato e incomprensibile, ma per i miei genitori non era così. La garanzia del cognome rappresentava il suggello della loro casata, come suggeriva Shakespeare nei suoi sonetti quando invitava vivamente il suo patrono, the Earl of Southampton, a procreare per superare la caducità del tempo. La sua prole, naturalmente in linea maschile, avrebbe reso immortali la sua indiscussa bellezza e intelligenza.
Una secondogenita e per di più femmina era solo un incidente di percorso.
Considerata trasparente dai miei genitori, di certo non avrei mai potuto conquistare un mio spazio nella società che era fuori.
A dire il vero non me ne era mai importato oltre al fatto che essere bambina o bambino, nascere prima o dopo, per me non faceva alcuna differenza.
Cosa cambiava? Come figlia di mezzo, avrei avuto meno responsabilità e forse maggiore libertà.
La casa dei miei genitori era abbastanza grande; condividevo una stanzetta con mia sorella maggiore Olga, che aveva lo stesso nome di mia nonna paterna, un’usanza tipica del Sud Italia.
Era la mia antitesi, un modello di perfezione: bella, dai lineamenti regolari, ubbidiente, educata, la prima della classe ed estremamente devota. Era ammirata da tutto il paese e primeggiava sugli altri facendo sfoggio di abilità raffinate rispetto alla sua età.
Quando eravamo molto piccole, lei dormiva con i miei genitori e io invece nella camera dei miei nonni che spesso litigavano. Il motivo principale delle loro liti, che avvenivano rigorosamente a porte chiuse ma in mia presenza, era il fatto che nonno Alfio puntualmente ogni 23 del mese scommetteva sui cavalli perdendo tutta la pensione, e mia nonna Olga si lamentava perché non poteva permettersi mai un bel vestito, un rossetto rosso fuoco, una sciarpa di seta, uno spettacolo teatrale o almeno qualcosa di buono da mangiare e si vergognava di dover elemosinare dal figlio, mio padre, anche il necessario.
Mio nonno la zittiva alzando la voce e quando diventava insistente anche con qualche ceffone sul volto. Io non potevo far nulla, mi ero da tempo arresa. All’inizio mi ribellavo intimando di smetterla, ma ero ignorata. Le mie proteste erano considerate come quelle di un fantasma, allora aprivo la porta e scappavo via.
In seguito non potetti più farlo poiché la porta veniva chiusa a chiave e, mio malgrado, ero costretta ad assistere a tutta la loro performance che conoscevo a memoria.
A volte aspettavano che io dormissi per litigare, ma io sentivo tutto pur fingendo di dormire. Mi ero promessa che prima o poi avrei rubato la chiave e l’avrei seppellita nel luogo più remoto del giardino.
La nostra casa era immersa nel verde: un tappeto di profumi, colori e suoni che mi divertivo ad attraversare a piedi nudi.
Una parte del giardino era coperta da margheritine di colore giallo, un’altra invece, la mia preferita, da un tappeto vellutato di fiori azzurri spontanei, il cui profumo inebriante conquistava i miei sensi e lo rendeva magico nel mio immaginario.
Nell’ultimo spicchio del giardino c’era una fontana con due grandi tinozze di legno sempre piene d’acqua, per permettere al nostro cane Duca e agli uccellini di passaggio di abbeverarsi. Vicino a esse c’erano due sgabelli dove io e il nonno Alfio sedevamo durante i pomeriggi estivi.
Il nonno lì mi raccontava delle storie bellissime, rielaborando le sue letture: Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver, Alice nel Paese delle meraviglie, Il piccolo Principe, Il gabbiano Jonathan Livingston.
Appariva gentile, amorevole e mostrava una pacateza affinata in tanti anni di insegnamo alle scuole elementari, dopo una prima partentesi come ufficiale dell’esercito. Ma dietro la porta della sua camera da letto si trasformava in Mr.Hyde con mia nonna, e poi c’era il gorgo delle scommesse che innescavano la miccia. Ma da solo era un’altra persona.
Mi piaceva quando ricordava le sue esperienze vissute al fronte, i luoghi in cui era stato, i pericoli che aveva affrontato, la gente che aveva conosciuto. Non mi aveva mai parlato però di fame, di sofferenza o di morte se non usando degli strani eufemismi di cui solo ora riesco a comprendere il significato.
Quando concludeva una storia, per decretarne l’avvenuta fine, fischiava il Silenzio militare. Per noi era ora di rientrare.
Un giorno mi raccontò una storia bellissima, Il vecchio e il mare di Hemingway: mi colpì la storia del vecchio pescatore Santiago che da circa tre mesi non riusciva a pescare neanche un pesce. Dopo esser stato abbandonato dal suo aiutante Manolin, un giorno riuscì a catturare un gigantesco marlin che trascinò la sua barca per due giorni e tre notti, finché il vecchio non lo uccise. Nel tragitto per tornare al porto, la preda fu divorata dagli squali e Santiago tornò a casa sconfortato.
Dopo quel racconto, era come se il mare fosse entrato dentro di me e, quando il nonno si era allontanato un attimo, mi specchiai in una delle due tinozze e fui attratta da quell’immagine al punto che inchinai lo sgabello finendo dentro l’acqua.
Mio nonno fece appena in tempo ad acciuffarmi. Da allora quelle due tinozze furono rimosse e al loro posto mio nonno costruì due aiuole rettangolari con pietre e piccole piante spinose.

Non chiudere quella porta è un romanzo di Maria Tedeschi


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