POCHI PASSI DAL FUTURO di Paolo Speranza

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“Attenzione: allontanarsi dalla linea gialla”.

Voce calda ma monotona è quella che si diffonde nella stazione.

Come ogni mattina, vagamente presente e un po’ annoiato, attendo quel treno per Milano che mi porterà in ufficio, al lavoro.

Sono distratto e perso nei pensieri vuoti che la routine disegna e fa muovere in me, eppure cerco lo stesso quel signore che da qualche mese incrocio tra i pendolari.

Ho le mie abitudini e le mie fissazioni.

Mi piace prenotare i posti vicino al finestrino all’inizio del vagone, quelli da due e non da quattro persone.

Non amo incrociare) gli sguardi degli altri due passeggeri davanti a me, non amo gli incastri di gambe, non amo dover essere sempre così dedito all’arte di non disturbare. Non si tratta di un problema se capita sporadicamente, è evidente, ma considerato che compio questi viaggi ogni giorno, cerco di non trovarmi troppo di frequente in queste situazioni.

Così mi prendo tutto il tempo di anticipo necessario, acquisto l’abbonamento e vado sull’app di Trenitalia senza perdere un minuto.

Preferisco i posti affiancati, chissà, in qualche recondita parte di me stesso nutro sempre il desiderio di conoscere qualcuno di gradevole e interessante.

Qualcuna che trovi casualmente anche me gradevole e interessante.

In ogni caso mi piace lasciarmi questa possibilità, come uno spiraglio di una porta semichiusa.

Non lasciassi aperta per nulla quella porta, mi sentirei irrimediabilmente solo.

Solo con un lavoro tedioso e vuoto, solo con una vita spenta e senza futuro.

Credo di essere un buffo, e forse maldestro, mix di timidezza, stupidità e romanticismo, mix che raramente mi ha portato a stare bene con qualcuno e che molto spesso mi ha fatto sentire straniero su questo pianeta.

È un mix che si rispecchia purtroppo anche nelle mie attività quotidiane, nel mio lavoro, in tutta la mia quotidianità.

A volte ho odiato me stesso per questa mia inettitudine sognante, altre volte mi sono reso conto di quanto questa personalissima malinconia mi desse un piacere sottile.

In definitiva, mi giudico un disadattato.

Dicevo di quel signore.

Un tipo solitario, forse lo siamo un po’ tutti qui, capelli permeati di argento e barba rasata, elegante e non più giovane, dall’aria sveglia e impaziente, quasi volesse cominciare quanto prima la sua giornata di lavoro.

Già questa sensazione in sé è valsa la mia attenzione, considerata la bassissima frequenza con cui questo anelito mattutino si manifesta.

Ha attratto la mia attenzione, però, perché si siede sempre nello stesso posto, un posto appartato e singolo che è piuttosto arduo trovare libero, pur prenotando con largo anticipo.

Non avevo mai visto una persona riuscire nell’intento di rendere proprio quel posto in modo così sistematico.

Unico è anche il modo con cui si appresta a quel posto con un’attenzione ed una bramosia di dedicarsi alle proprie attività non comuni.

Proprio questa sua scarsa somiglianza ad altri è l’aspetto della sua persona più curioso. Da una parte è come se volesse chiudersi nel suo mondo quanto prima e lasciare fuori tutto il resto, dall’altra come se sapesse di essere molto visibile e non se ne curasse affatto.

In un mondo consumato di conformismo, lui si fa sberleffi di tutto e vive a modo suo.

È imperscrutabile ciò che quell’uomo potrebbe svolgere nel suo lavoro.

Forse è un manager, ma non ha l’arroganza ed il piglio tipici.

Forse un consulente finanziario, ma avrebbe dei formalismi comportamentali più marcati.

Forse un coach.

Magari un semplice impiegato amministrativo, anche se lo riterrei sprecato.

Dubito uno scrittore o un artista, troppo metodico e con abitudini ed orari troppo precisi. Penso che rivesta un ruolo di una certa importanza, ma anche di difficile comprensione. Per me, ma, provo a dire, anche per gli altri.

Eccolo, lo vedo laggiù.

Stessa carrozza di sempre.

Stesso ripetuto modo di controllare la prenotazione sullo smartphone, come se non volesse memorizzarla.

Oggi anch’io ho la prenotazione sulla stessa carrozza e, se lui mantiene lo stesso posto di sempre, gli siederò abbastanza vicino.

Così è, infatti.

Posso osservarlo senza difficoltà.

Oltretutto nessuno si siede accanto a me.

Il solito, stupido desiderio di contatto con sconosciute anche oggi rimane insoddisfatto. Una piccola delusione ormai istituzionalizzata in me.

Si porta una strana colazione, fatta di croissant o crostate, noci, acqua e frullato di frutta.

Niente caffè, almeno non al suo posto.

Una penna sul tavolino che si affretta ad aprire, occhiali da lettura, una rivista che, se vedo bene, è di taglio psicologico, una testata rara, credo, o almeno io non la riconosco. Usa la penna per sottolineare alcuni passaggi.

Poi estrae un’agenda nera, un po’ logorata, su cui scrive qualche frase.

Infine, accende un router portatile ed il pc.

Esegue azioni che rappresentano una particolare ricetta di usualità e inusualità.

Scrivere pensieri, o quello che sono, su un quaderno un po’ retrò sembra stridere con router e pc.

Il suo smartphone è di ultimissima generazione.

Legge riviste specialistiche impegnative e consuma una colazione personale, sicuramente portata da casa, di tipo quasi salutistico.

Guarda il mondo scorrere a velocità elevata ed alza gli occhi ad osservare il cielo e le nuvole: è qualcosa di comune e non comune allo stesso tempo.

Quell’uomo compie azioni che poco hanno di originale, ma svolte in modo originale.

Si accorge che lo osservo.

Chissà cosa pensa.

Non sembra infastidito, ma nemmeno ricambia l’interesse.

Continua a vivere il suo mondo ed a modo suo.

Chi è quel signore?

Arriviamo a destinazione, a Milano, e scendiamo dal treno.

Ognuno per la propria strada e nulla più.

Fino alla sera, al ritorno.

Il meccanismo consueto del pendolarismo si ripete, quasi senza consapevolezza.

Un pilota automatico a basso consumo energetico.

Salgo sul treno in attesa alla stazione di Milano Centrale, come di consueto.

Ecco che appare di nuovo quell’uomo, che si accomoda nel solito posto solitario vicino al finestrino. Io sono a poca distanza.

Ci guardiamo per un attimo, poi ognuno torna al proprio mondo.

Si attiva la suoneria del mio cellulare.

È un po’ vecchio stile, non ho grandi stimoli nell’aggiornarmi, in linea con la mia disillusione nei confronti del futuro, invischiato come sono nella sterilità e nella rassegnazione riguardo il presente.

A volte quasi mi imbarazza socialmente questa mia impassibilità e riluttanza a qualsiasi investimento verso il tempo che ancora mi aspetta.

Come in questo caso.

Rispondo.

Non solo si tratta di una telefonata priva di valore, ma addirittura sento la voce di un promoter d’assalto di un call center localizzato in chissà quale parte del pianeta.

Mentre cerco di liquidare lo scocciatore, avverto del movimento e delle parole pronunciate a voce alta e in un improbabile italiano di sopravvivenza.

Tutti si voltano.

Il capotreno sta chiedendo il biglietto ad una donna chiaramente straniera, dalla pelle scura, che si pone immediatamente sulla difensiva.

Dice di non trovarlo.

Il controllore la incalza mentre la donna finge evidentemente di cercare quel biglietto nella borsa logora che ha a tracolla.

La donna cerca di spostarsi e di passare al vagone successivo, ma il controllore le sbarra la strada.

La invita con voce decisa a scendere dal treno.

Lei rifiuta, con aria disperata.

Il controllore chiama alla radio qualcuno, credo la polizia ferroviaria, affinché lo aiutino a risolvere la situazione.

La donna si sente in trappola e diviene più aggressiva.

Reazione che rende più aggressivo anche il controllore, il quale, da manuale, mantiene un tono falsamente accomodante ma non empatico e insiste nel chiederle di scendere dal treno.

La voce della donna diviene quasi un urlo di impotenza.

Il tutto si svolge molto vicino al signore di cui parlo, che resta seduto, malgrado segua l’avvicendarsi degli eventi.

La donna grida che deve andare a La Spezia, mentre il controllore le spiega ripetutamente che quel treno non va a La Spezia.

Le chiede ancora del biglietto, che evidentemente non esiste.

I suoi abiti sono molto umili, consumati e non del tutto puliti.

Ha lo sguardo impaurito di chi non sa in che modo cavarsela.

Le persone vicine alla scena tacciono e seguono le azioni del controllore, nella palese speranza che trascini giù quella donna dal treno, che ristabilisca la giustizia a bordo e, aspetto più importante, che permetta al mezzo di partire, perché l’orario previsto è già stato superato.

Mi trovo ad osservare i miei compagni di viaggio con un certo disprezzo per quel cinismo che vedo loro dipinto sul viso.

Non provo simpatia per la donna, ma nemmeno per il controllore e tantomeno per gli spettatori.

La scena mi crea un disagio crescente, ma come al solito resto passivo, omologato alla massa almeno nella forma e nell’apparenza.

Che dentro di me si dibatta un cuore inquieto non è cosa da me espressa, né desidero esprimerla.

Il mio disappunto mi tiene incollato alla scena, come congelato.

Accade qualcosa, però, che davvero non mi sarei aspettato.

Quel signore seduto in solitaria si alza, con un movimento repentino che sorprende anche la sua cravatta, in vistosa oscillazione.

Nel trambusto generale, senza nemmeno fingere di raccogliere qualcosa da terra, afferma ad alta voce:

«Eccolo. L’ho trovato!».

Esibisce un biglietto con la mano alzata.

I rumori della scena si quietano e tutti lo guardiamo sorpresi.

POCHI PASSI DAL FUTURO è un racconto di Paolo Speranza

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Comments

  • Roberto
    01/08/2022

    Ho letto con piacere il racconto di Paolo speranza e l’ho trovato molto scorrevole, intrigante e coinvolgente. Lo consiglio vivamente!

    reply

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