RICORDARE PER DIMENTICARE di Alessio Martini

2017, da sola, aspettando Sonja

Dopo dieci anni, sono tornata in questa città termale in Toscana; una città un po’ sonnacchiosa, un po’ noiosa, un po’ fanée.  Come dieci anni fa, è una tiepida sera di maggio. Come dieci anni fa, sono seduta al tavolino di un elegante caffè affacciato su una piazzetta e sto sorseggiando un cocktail, un’Alexandra. Come dieci anni fa, dopo una sosta di pochi giorni, mi sposterò a Siena. Dopo dieci anni, forse nulla è cambiato. O forse, tutto è cambiato.

La prossima settimana terrò un corso di perfezionamento in pianoforte all’Accademia Chigiana di Siena. Si tratta di un riconoscimento enorme per una pianista della mia età. Finito il corso, potrò stare ancora qualche giorno in Toscana, poi un paio di settimane a Creta oppure a Corfù, così arriverò rilassata a Dresda a metà giugno. La Meisterklass di composizione alla Hochschule fur Musik sarà più impegnativa del corso all’Accademia Chigiana, dovrò arrivare rilassata. A Dresda non sarò la docente, ma un’allieva; non credo di avere più nulla da imparare, ma avrò modo di cogliere alcune opportunità per alcuni concerti e per una collaborazione con una casa discografica.

Prima di arrivare a Siena, ho deciso di fermarmi qualche giorno in questa piccola città termale fuori dal tempo. Non avevo alcuna ragione di fermarmi qui, a parte perdere tre giorni, bighellonando da sola fra il grand hotel dove sono alloggiata, i caffè, i negozi, il parco delle terme. No, c’è una ragione, per quanto futile e inutile, volevo inseguire un ricordo dissolto da dieci anni, un ricordo che mi dà l’illusione di dimenticare Sophie.

Sono arrivata in tempo per il pranzo. Ho prenotato una camera al Grand Hotel Nouveaux Thermes, un sontuoso albergo del 1920, che somiglia ai palazzi di Piazza Esedra a Roma e che chiude con una facciata curvilinea un ampio viale. Dietro l’edificio, si stende il parco privato dell’albergo che s’innalza sulle pendici di una collina; e più in alto ancora, su un possente basamento a terrazza, si eleva il Grand Hotel Anciens Thermes, accomunato da sempre dalla stessa gestione.

Dieci anni fa, erano due alberghi cadenti, che conservavano ben pochi resti della passata grandeur. Pochi mesi dopo furono chiusi, l’anno scorso le Nouveaux Thermes furono riaperte dopo un restauro totale, le Anciens Thermes invece sono ancora sprangate in attesa che i restauri abbiano inizio.

Supero la porta girevole e l’hotel mi accoglie con una vasta hall rotonda, una specie di pantheon adorno di colonne e pavimenti di marmo, pareti che alternano specchiere e riquadri di stucco su cui spiccano pretenziosi anonimi ritratti di cavalieri in parrucca incipriata e dame in crinolina e ufficiali napoleonici e dame avvolte in pepli stile impero. I finestroni sono incorniciati da tendaggi di seta, al centro della hall troneggia una fontana a conchiglia da cui si eleva la statua neoclassica di Igea dispensatrice della salute sotto forma di acqua termale. Intorno alla fontana sono disposte palme e felci e tavolini sovrastati da vasi di cristallo colmi di rose, su tutto domina un alto soffitto a cupola da cui pende un enorme lampadario di bronzo dorato e cristallo. Tutto è luminoso, lucido, lucente, persino l’aria sembra rarefatta e brillante.

Il concierge parla un francese perfetto, mi saluta garbato e appena un poco cerimonioso, sorrido benevola quando pronuncia il mio nome “Mademoiselle Catherine de La Tour” con la più profonda deferenza e mi ringrazia dell’onore che ho concesso all’albergo con la mia presenza. Due cameriere in camicetta bianca, gonna nera e ballerine nere mi sorridono; un ragazzo in livrea si fa dare le chiavi della vettura e la porta subito nel garage.

Mi congedo dal concierge e mi aggiro fra le vaste sale al piano terreno. Mi affaccio ai piedi di uno scalone immenso, affiancato da una batteria di quattro ascensori che lo rendono inutile. Entro nel ristorante, che affianca la hall e che sembra al Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, ma affollato di tavoli apparecchiati da bianchissime tovaglie di Fiandra, stoviglie di porcellana color crema e azzurro, calici di cristallo, posate d’argento.

Continuo a vagare negli altri saloni, sale, salette, che occupano tutto il pian terreno. Mi fermo nella sala da musica, un ambiente ovale a specchi e stucchi rocaille, mi siedo al pianoforte a coda. Ho preteso che la direzione dell’albergo noleggiasse un Bosendorfer e lo facesse sistemare in una sala a mia disposizione. Lo preferisco agli Steinway ed è perfettamente accordato. Poso le mani sulla tastiera, le note del preludio op.3 di Rachmaninoff listano a lutto le candide pareti della sala, la melanconia del preludio avvolge la sala in un carezzevole lugubre sogno di seta nera. Continuo a suonare Rachamaninoff per un’ora, tutti i preludi dell’op. 23 e dell’op. 32. Forse qualche ospite dell’albergo non gradisce un concerto verso mezzogiorno, ma non me ne importa nulla. Devo esercitarmi e tutto il resto non ha alcuna importanza e poi adoro la musica di Rachmaninoff, mi sento affine al suo romanticismo così decadente.

Richiudo il pianoforte e salgo nella mia camera, all’ultimo piano, affacciata sul viale, una suite arredata con mobili Louis XVI, avvolta da tappezzerie fiorate. Una stanza per sognare, per dimenticare, per inseguire inutili ricordi perduti.

Indugio nella vasca da bagno, l’acqua appena tiepida mi rinfranca. Mi faccio portare il pranzo in camera, un pranzo leggero, un antipasto di pesce spada fumé, una tagliata di tonno con una salsa allo zafferano, una coppa di ciliege, un calice di Poully Fumé. Dopo pranzo cerco di dormire, ma dopo meno di mezz’ora sono già sveglia, scendo alla sala di musica e passo tutto il pomeriggio a esercitarmi al pianoforte, Chopin e Liszt, chiudo con le Reminescences de Don Juan, la più tecnica fra le opere di Liszt, un banco di prova ambitissimo anche per i pianisti più dotati.

Sono soddisfatta, abbastanza soddisfatta, ormai ho riconquistato la tecnica e la profondità interpretativa che temevo di aver perso.

Posso risalire in camera, mettermi il costume da bagno e l’accappatoio e scendere alla piscina termale. La piscina è nuovissima, è stata aggiunta in occasione dell’ultimo restauro, occupa un fabbricato che si protende dietro l’albergo, verso il parco. Scendo una scalinata amplissima di marmo nero, supero un atrio esso pure marmoreo e arrivo alla vasca di dimensioni olimpioniche circondata da pilastri squadrati di marmo, illuminata da alti finestroni e da un lucernario a vetri colorati.

Sul bordo della piscina vedo una ragazza, che guarda indolente la vasca. È bellissima, ha un corpo slanciato e atletico, lunghi capelli biondi raccolti a coda di cavallo, sopra il costume da bagno indossa un accappatoio arancione corto a metà coscia. Vorrei attaccare discorso, mi limito a osservarla senza farmi notare, mi piace, somiglia a un’attrice, a una modella.

Dopo un attimo mi accorgo che somiglia a Giselle Bundchen. Le somiglia davvero: forse è proprio lei. No, sicuramente non è lei e non ha alcuna importanza. Prima che mi decida di avvicinarla, arriva quello che deve essere il marito o fidanzato o qualcosa di simile, un vero stallone. Non provo neppure a iniziare una conversazione, non avrebbe alcuno scopo.

L’acqua termale è calda, una targa di ceramica in cima alla scala che scende nella vasca segnala una temperatura di 40 gradi, nuotare in quell’acqua sovrastata da una nube di vapore mi dà un senso piacevole di spossatezza, quasi di febbre. Nuoto per un’ora: mi piace nuotare in piscina; mi piace perché posso nuotare con bracciate lente, regolari, noiose; mi piace perché posso nuotare senza curarmi di chi è nella vasca o ai bordi.

Mentre nuoto inseguo una fantasticheria. Potrei chiedere alla direzione dell’albergo di spostare il pianoforte al Grand Hotel Anciens Thermes. L’albergo è chiuso e in attesa di restauri. Chiederò che mi facciano visitare i saloni di rappresentanza al piano terreno e che ne puliscano uno a dovere. Passerei tutte le notti a suonare il pianoforte in un palazzo deserto, in quello che un tempo era il più lussuoso albergo termale in Italia. Sarei libera da qualunque seccatore, sarebbe stupendo. Oncle Alexandre-Etienne ne sarebbe entusiasta, se solo potesse esserci. No, no, è solo un sogno… L’albergo è talmente cadente che rischio di trovare i topi annidati nel pianoforte e poi ci vorrebbero chissà quanti giorni di lavori per rendere accessibile anche un unico salone. La sala da musica che mi hanno concesso va benissimo.

Ecco, adesso sono rilassata. Ceno nel ristorante del grand hotel, poi esco per fare una passeggiata. Vorrei vagare senza meta fra i viali e le piazzette, ma forse inconsciamente o forse consciamente, in questa tiepida sera di maggio, mi ritrovo seduta al tavolino del medesimo caffè al quale ero seduta dieci anni prima e la mia unica occupazione è sorseggiare un’Alexandra.

La coppa colma del cocktail è un lago lattiginoso da cui riemergono ricordi e sogni lontani, un lago in cui sprofondano ricordi e sogni recenti, un lago tranquillo in cui posso tuffarmi e nuotare dolcemente. In una sequenza grigia e silenziosa, dalle acque del lago emerge il volto di Anita e il volto di Sophie s’inabissa. Sotto il mio sguardo vedo riemergere dal profondo della memoria un viso morto, mentre il ricordo di Sophie si dissolve. Sì, la mia mente riesce a dominare il ricordo di Sophie: è ancora un ricordo, per quanto doloroso, ma non è più un’ossessione.

2007, Anita

L’Alexandra è il primo cocktail che ho bevuto in vita mia, a sedici anni.

La mia mente ritorna a una sera di giugno del 2007, a Montpellier, sono seduta al tavolino di un elegante caffè sulla Place de la Comédie e sto festeggiando una sequenza di memorabili vittorie in compagnia alle mie amiche fedelissime e selezionatissime, solo cinque ragazze che nel corso degli anni ho ammesso nella cerchia esclusiva. Abbiamo bevuto una bottiglia di Champagne e ora Alexandra, la mia amica più cara dai tempi dell’infanzia, propone di chiudere la serata con un cocktail. Io preferirei dell’altro Champagne, ma mi lascio convincere dalla mia amica: «Catherine, prendi un’Alexandra: è il cocktail che porta il mio nome!». E così dicendo mi bacia dolcemente sulle labbra.

Ma il 2007 è iniziato in maniera strepitosa sin dal 9 gennaio, il giorno del mio sedicesimo compleanno, che ho festeggiato con una cena in un ristorante stellato insieme ai miei genitori, a zio Alexandre-Etienne, a zia Elodie e alla mia petite bande di cinque amiche. Quando arrivo sotto casa, vedo un camion con una gru, alcuni facchini hanno issato un cassone di legno che si sta alzando verso il balcone della mia sala da musica.

Sento alle mie spalle la voce di Alexandre-Etienne: «Catherine, il tuo regalo di compleanno sta entrando in casa!». 

«Scommetto che è un Bosendorfer a coda!».

«No, è qualcosa di più, è un Bosendorfer modello 290! Diventerai grande come Liszt, come Rachmanninoff, come Busoni! Diventerai la più grande pianista di tutti i tempi!».

Era uno dei miei sogni malati da ragazzina che inseguivo da anni. Il modello 290 nacque verso il 1920 su commissione di Ferruccio Busoni, che per suonare le sue trascrizioni della musica per organo di Joahn Sebastian Bach aveva necessità di un pianoforte con una tastiera più ampia, di 97 anziché 88 tasti. Avevo letto che José Raul Capablanca – il campione del mondo di scacchi dal 1921 al 1927 – voleva cimentarsi con una scacchiera di dimensioni più grandi di quella con 64 caselle in uso da secoli: il gioco sarebbe diventato di una difficoltà siderale, ma Capablanca era certo di poterlo padroneggiare. Purtroppo, non ne fece nulla, a differenza di quanto invece riuscì a Busoni con il pianoforte.

Mai come in questa sera di giugno sono immensamente felice, ma non solo, sono anche assolutamente certa che presto diventerò una musicista di fama internazionale, ad appena sedici anni, gli auspici della mia festa di compleanno stanno diventando reali. Due sere fa ho eseguito per la prima volta i miei 12 valzer e 12 preludi a un concerto al conservatorio di Montpellier, raccogliendo un lungo applauso del pubblico e i complimenti di tutti i docenti.

E questa mattina, ho ricevuto la notizia che a settembre debutterò a Parigi, al Theatre de Champs Elysées. Dopo i miei successi dell’anno scorso nelle più importanti sale da concerto in tutta la Francia e pure a Ginevra, Bruxelles, Milano, Roma, avevo fatto un’audizione all’Orchestre National de France. Il direttore artistico e il direttore d’orchestra erano rimasti enormemente impressionati e questa mattina mi è stato comunicato che sono designata a tenere come solista ben quattro concerti consecutivi a Parigi: suonerò Mozart, Beethoven, Ciajkovskij e Rachmaninoff.

È un riconoscimento inimmaginabile per una pianista di appena sedici anni, che fa passare in secondo piano l’altra notizia arrivata questa stessa mattina: sono stata ammessa a un corso di perfezionamento in pianoforte presso l’Accademia Chigiana di Siena.

Passa qualche giorno, durante una cena alla quale sono presenti anche i miei zii, si parla del mio corso di perfezionamento, i miei genitori vorrebbero accompagnarmi a Siena e cogliere l’occasione per godersi una breve vacanza in Italia.

Oncle Alexandre Etienne, che tante volte si era unito ai nostri viaggi, purtroppo in quei giorni dovrà restare a Parigi a causa di impegni alla Sorbona, ma lancia l’idea di fare una tappa in quella che considera la città termale più bella d’Italia. La proposta non mi stupisce, mio zio è un amante delle terme, faceva gli aerosol sin da quando era ragazzo, a causa delle riniti che l’accompagnavano per tutto l’inverno. In realtà era una delle sue manie da snob, se Marcel Proust aveva l’asma, Alexandre Etienne faceva gli aerosol per empatia nei confronti di Proust.

Io avrei preferito restare qualche giorno a Firenze, invece mia madre accoglie il suggerimento di mio zio, per il capriccio di passare qualche giorno alle terme e regalarsi una remise en forme.

E così è tutto deciso. I miei genitori mi accompagneranno in Toscana, partiremo con una settimana d’anticipo in modo da fermarci alle terme e poi ci sposteremo a Siena. Dopo un paio di giorni loro torneranno a Montpellier e io rimarrò a Siena per un mese, a seguire il corso di perfezionamento.

Il giorno dopo, mia madre si trova per un thè con sua sorella Elodie e ovviamente parla della sua remise en forme e del mio corso all’Accademia Chigiana. E decidono che anche mio cugino André, che ha vent’anni, verrà con noi e si fermerà insieme a me a Siena, con la scusa dei suoi studi di architettura.

Prenotiamo tre camere al Grand Hotel Anciens Thermes, una villa neoclassica d’inizio ‘800, trasformata in albergo di lusso negli anni della belle-époque.

Purtroppo, al momento della prenotazione, non sappiamo che ormai è cadente. Ce ne rendiamo conto solo al momento dell’arrivo. Tutto quanto, le facciate, la hall, il ristorante e i saloni, le camere, tutto è vecchio, stanco, esausto. I marmi, gli specchi, i cristalli sono opachi e consunti. Le tappezzerie e i tendaggi sono così lisi che a sfiorarli con le dita si ha l’impressione che si sfilaccino e cadano a terra in lunghe strisce di stoffa polverosa. Gli stucchi un tempo candidi sono diventati grigi, come grigie sembrano le statue di nudi maschili e femminili di finto marmo alla maniera di Canova che affollano la hall. I dipinti arcadici che ornano le sale del pianterreno hanno un assurdo tono caravaggesco; la polvere e l’ossidazione dei colori ha conferito un chiaroscuro esasperato e incongruo alle vezzose contadinelle, pastorelle e pescatorelle, tutte giovanissime e seminude, che popolano una finta campagna greca e amoreggiano con adolescenti precocemente virili.

I pasti sono serviti al ristorante del Grand Hotel Nouveaux Thermes, quello del nostro albergo è stato chiuso nel maldestro tentativo di ridurre i costi e a causa del numero ormai esiguo dei clienti.

La cena può essere appetitosa per i pazienti di un ospedale. Mia madre dichiara con tono solenne e perentorio che nei giorni successivi avremmo pranzato e cenato in qualcuno dei numerosi ristoranti che ci sono in città e nei dintorni.

Ma quella prima e ultima cena in albergo non riusciamo a evitarla. Si chiude con l’offerta di un gelato alla crema affogato nel Grand Marnier oppure un canestro di frutta. La cameriera ci precisa con fare mondano che «il Grand Marnier è un liquore francese all’arancia, molto buono, voi siete francesi e vi piacerà di certo».

Mia madre risponde per tutti e quattro, declina l’offerta del gelato e dice che avremmo gradito della frutta fresca. Ovviamente parla in francese e io traduco in italiano con uno dei miei sorrisi da sfinge. La ragazza posa sul tavolo un canestro di alpacca in stile rinascimento colmo di albicocche, quando cerchiamo di portarle alla bocca, un odore di disinfettante, di acido fenico, raggiunge le nostre narici. André dà un morso a un’albicocca ed è l’unico che osa assaggiarle. Il canestro rimane mestamente pieno.

Dopo un po’ la cameriera ripassa al tavolo e con sguardo triste osserva che non abbiamo toccato la frutta e ci chiede se poteva portarla via. «Oui, bien sûr. Des abricots savoureux d’acide phénique sont la digne conclusion d’un diner digne d’un hôpital». Per sua fortuna la ragazza non parla francese e non comprende le parole metalliche di mia madre. Io non le traduco, mi sembrano inutilmente offensive.

Il mattino seguente, il concierge accoglie con un sorriso un po’ triste la nostra intenzione di convertire la pensione completa in solo pernottamento e prima colazione. Ma deve trattarsi di una richiesta ricorrente.

Io sono la sola a essere un po’ spiaciuta della fuga dal ristorante: la cameriera che ci ha servito cena è una ragazza giovane e mi sembra di una bellezza singolare o forse malata.

Si chiama Cinzia, è alta, pallida e magra, è quasi senza seno, quasi anoressica. Ha un volto di un ovale perfetto, i capelli neri raccolti in uno chignon da ballerina e ha delle mani sottili, eleganti, nervose. L’abitino da cameriera, nero con il colletto bianco, la rende ancora più diafana. La sua allure ha un qualcosa di danzante e di energico al tempo stesso, o forse è solo una mia illusione creata dalle gambe nude e snelle della ragazza e dalle ballerine che portava ai piedi.

I giorni scorrono indolenti e un po’ vuoti, non abbiamo molto da fare. Mia madre si rilassa con la sua remise en forme, io mi esercito al pianoforte per sei o sette ore al giorno, tanto l’albergo è quasi deserto e nessuno si lamenta. Per il resto, passeggiamo per la cittadina soffermandoci in qualche boutique, leggiamo libri e giornali nel parco delle terme, passiamo una giornata a Lucca e una mattina alla Villa Ducale di Marlia. Non molto di più.

Una sera trovo nella hall dell’albergo una pila di dépliant che pubblicizzano un concerto di pianoforte e decido di andarci, portandomi dietro André.

Arriviamo alla palazzina che ospita il circolo degli amici della musica e anche i circoli degli scacchi, della stampa, degli ufficiali d’aviazione e pure l’associazione degli albergatori e qualcos’altro ancora. È una palazzina di fine ‘800 circondata da un giardino, in gran parte distrutto per fare spazio a un ignobile cubo di vetro e cemento che ospita alcuni uffici, destinati forse ai giornalisti o agli albergatori o agli ufficiali d’aviazione o a chissà chi.

André mi dice che la palazzina è una copia in scala ridotta di Palazzo Litta a Milano, ribatto che a me invece sembra identica al Palazzo della contessa Catherine de Rothschild sul lungomare di Riga, che era stata costruita durante il regno dello zar Alessandro III, al tempo dei lavori per la Ferrovia Transiberiana finanziata appunto dalla Banca Rothschild.

Sono certa che non è mai esistito alcun Palazzo Rothschild a Riga, non ho la minima idea di chi abbia finanziato la Transiberiana, ho idee assai vaghe di quando la ferrovia fosse stata inaugurata, forse ai tempi di Alessandro II o forse di Alessandro III o forse di Nicola II e forse Riga è lontanissima dal mare. Ma neanche André ne sa nulla, non si accorge neppure dell’indizio che gli ho lasciato: la fantomatica contessa Rothschild si chiama Catherine come me. Il mio attacco proditorio alla sua noiosa erudizione è pienamente riuscito e André rimane in silenzio.

La palazzina è ancora più sfatta dei due Hotels des Thermes. Entriamo nell’atrio e di lì passiamo a uno scalone di marmo sul quale incombe un gran lampadario di cristallo, ma le lampadine sono così fioche e le gocce di cristallo così impolverate che la luce si perde, il lampadario sembra una luna sorpresa e impallidita di fronte a una coltre di nere nubi, una luna che si ritrae in fuga senza riuscire a rischiarare la notte.

Arrivati al piano nobile, superiamo un corridoio, un salotto barocchetto, un salotto giapponese e giungiamo al salone da musica, polveroso come l’intero edificio. In sala ci sono una sessantina di sedie, dopo pochi minuti sono tutte occupate. Il pubblico sembra avere un’età media che è cinque volte quella dei miei sedici anni. André e io ci sediamo all’estremità di una fila, per poter fuggire via.

L’ingegner Agostino Benci fa gli onori di casa: è il proprietario del Grand Hotel Anciens Thermes, del Grand Hotel Nouveaux Thermes, dell’Hotel Regina. C’è anche il fratello, dottor Renzo Benci commercialista.

L’arte, la cultura, la musica, la tradizione della terra di Toscana, l’ospitalità, le terme, gli alberghi, i ristoranti, la morte dell’industria, l’imprenditoria del turismo, la modernità e la tradizione dell’imprenditoria, le sfilate di moda, la bellezza femminile, la donna nell’arte, la donna nel Rinascimento, le bistecche alla fiorentina, il panforte dei Siena, il Brunello di Montalcino…

Tutte queste parole sono cucite dall’ingegner Benci con un filo di verbi e congiunzioni, ma io perdo subito quel filo, sono soverchiata non dalla lingua ma dalla scempiaggine. Il prolisso e vacuo discorso dell’ingegner Benci è un costume di Arlecchino fatto di quadratini di stoffa colorata cuciti insieme, io ho tagliato il filo e i quadratini volano in aria: le parole volteggiano nella mia mente come una pioggia di coriandoli che non significa nulla, è solo un innocuo gioco di carnevale.

Poi l’ingegner Benci presenta le due pianiste che si esibiranno nel concerto.

Per prima presenta Anita: una ragazza di diciotto anni, una giovane promessa, diplomata al conservatorio, una ragazza giovane, bellissima, simpatica, così bella che fa anche la fotomodella. Certo, tutti quanti abbiamo capito quanto sia giovane e bella e simpatica. Evidentemente non c’è molto da dire riguardo all’arte pianistica di Anita e quindi l’ingegner Benci si limita a offrire un tributo al fascino femminile della giovane pianista.

Poi presenta Valentina: una ragazza laureata al conservatorio, ha vinto un concorso pianistico sconosciuto, ha inciso una raccolta di musiche di Robert Schumann per una casa discografica ancora più sconosciuta. È un po’ meno giovane e un po’ meno bella di Anita ma l’ingegnere tace sull’argomento, che lascia allo spirito di osservazione degli spettatori che in realtà sembrano assai poco acuti.

Anita si siede al pianoforte e suona una selezione di notturni di Fryderyk Chopin. L’ascolto distrattamente, trattengo a fatica una risata divertita che sarebbe udita dall’adorante pubblico di ottuagenari e li getterebbe nel più profondo turbamento. Chissà cosa frulla nella testa quell’adolescente seduta in prima fila a fianco del corridoio, che è così bella ma ride come la fata cattiva delle favole.

L’adolescente beffarda sta pensando che la giovane e bella e simpatica Anita è una dilettante o poco più. Quando ero una bambina di sette anni ero già capace di suonare tutti i 21 notturni di Chopin, con una tecnica e un’espressione che surclassava quella di Anita come una Ferrari che supera una bicicletta.

Mentre i notturni di Chopin suonati con mani incerte stendono una tappezzeria musicale ancora più logora di quella cartacea che avvolge la sala, soffermo il mio sguardo su Anita.

Ciò che attira di più l’attenzione è l’abito che indossa, perfetto per una soubrette degli anni ’50 o per una festa in maschera, un po’ incongruo per una pianista che si cimenta con Chopin.

È un abito da sera con un lungo strascico, uno spacco che arriva all’inguine e una profonda scollatura; il corpetto è adorno sul davanti di paillettes che formano un disegno arabescato, mentre la schiena è nuda sino alla cintura. Più ancora del taglio è curioso il colore dell’abito: è rosso carminio, ma all’interno è giallo uovo e quando era entrata in sala lo spacco del vestito si apriva a ogni passo in uno sfarfallio di rosso e giallo. L’abbigliamento di Anita è completato da un paio di sandali dorati a listini sottili e con altissimi tacchi a spillo. Non posso fare a meno di pensare che deve avere una tecnica tutta sua per il pedale del pianoforte.

Lo strascico e ancora di più i tacchi a spillo rendono Anita impacciatissima nei movimenti, i pochi gradini che ha dovuto salire per raggiungere il palco sono una prova che per lei è improba quanto i notturni di Chopin. Eppure, la sua goffaggine mi piace, le dà un tono da povera e ingenua ragazza abbigliata da principessa da fiaba per compiacere un fidanzato capriccioso. Sì, anche oncle Alexadre Etienne l’avrebbe apprezzata.

Dopo il vestito, passo a esaminare il volto e il corpo di Anita. Dimostra più dei suoi anni, non sembra un’adolescente, ma una giovane donna. Ha un bel viso un po’ tondo e capelli lunghissimi, biondi, ricci. È alta di statura e il suo corpo è davvero burroso, ha un seno che deborda oltre la scollatura e un sedere che sotto la gonna ampia s’indovina egualmente sovrabbondante.

Il concerto di Anita dura meno di mezz’ora. Subito dopo gli applausi, l’ingegner Benci annuncia mezz’ora d’intervallo: penso che sia il minimo per consentire alla folla di ottuagenari imbranati di prendere un caffè o una bibita nel bar sistemato in una stanza attigua alla sala da concerto. Ma invece scoprirò che il lungo intervallo ha un altro scopo.

Riesco a intercettare Anita, mi presento e le rivolgo qualche complimento, almeno ci provo, in realtà i miei complimenti sono così falsi che sono un’autentica beffa, ma la mia interlocutrice non se ne accorge.

Anita mi sembra in imbarazzo, sembra che voglia uscire di corsa dalla sala, ma prima che se ne vada mi siedo al pianoforte e suono quello che chiamo per scherzo Chopin 12 e 12 e 24. Un folgorante coup de theatre, lo studio op.10 n. 12, lo studio op. 25 n. 12 e il preludio op. 28 n. 24, tre pezzi celeberrimi che quando voglio sono capace di suonare con un funambolismo esagerato che farebbe inorridire qualunque docente di conservatorio ma che incanta gli incompetenti.

Tutti gli ottuagenari sono rimasti in sala, sbalorditi, anche Anita ha rinunciato a fuggire dalla sala ed è di fronte al pianoforte, alla fine della mia esibizione tutti applaudono, ma io respingo gli applausi attaccando subito a suonare un valzer, sognante, surreale, dolcemente funebre, su un tema che diventa sempre più convulso e ansante, un tema che alla fine scompare nel buio assoluto di una notte nebbiosa e senza luna.

«Prima era Chopin, ma l’ultimo che cos’era? Sembrava al Valse Triste di Sibelius, ma non era Sibelius. Che cos’era, Catherine?”

«L’ho scritto io, è il mio valzer! Il mese scorso ho presentato a concerto, al Conservatorio di Montpellier, due raccolte di mie composizioni, una di 12 valzer e un’altra di 12 preludi. Sono brava come compositrice, quasi quanto Sibelius».

Il pubblico è esterrefatto, molti vogliono complimentarsi, ma con un balzo fuggo via, lungo le sale, il corridoio e lo scalone, corro trascinandomi dietro André, corro avvolta nel mio morbido abito a fiori lungo fino alle caviglie, i miei piedi calzati in morbide ballerine dorate saltano leggeri sugli scalini, mi sento felice e giocosa come Cendrillon che fugge dalla festa da ballo nel palazzo del principe.

Usciamo nel giardino della palazzina, mi siedo su un dondolo, mi faccio cullare vezzosamente da André per qualche minuto. Scendo con un balzo dal dondolo e rientro da un ingresso secondario sul retro sempre trascinandomi dietro mio cugino, saliamo una scala elicoidale, arriviamo al secondo piano dell’edificio.

Penso che ci siano soltanto gli stanzini un tempo destinati alla servitù, invece ci troviamo nell’appartamento padronale privato, in parte adattato a uffici, in parte vuoto. Giungiamo a un salottino tutto oro e stucchi finto ‘700, che su una parete ha un’arcata chiusa da una tenda di velluto rosso e affiancata da due porticine.

Sentiamo gemere dietro la tenda. Sbircio oltre la tenda e vedo quella che era un’alcova, vuota e arredata solo da un tappeto, un inginocchiatoio, un dipinto non proprio sacro e due grandi specchi alle pareti. Anita è stesa sul tappeto, con l’abito da sera ben alzato e l’ingegner Benci su di lei. Il dottor Benci è lì accanto e osserva compiaciuto.

Ho subito un’intuizione: entro in una delle due porte laterali, che conducono a un corridoio a lato dell’alcova; nel corridoio si apre una vetrata che corrisponde al finto specchio e ci consente di vedere senza essere visti ciò che avviene nell’alcova, rischiarata da un lampadario e da una quantità di candelabri poggiati sul pavimento.

Il dottor Benci dà il cambio al fratello: denuda Anita strappandole di dosso l’abito da sera, le fa mettere sull’inginocchiatoio e le si avvinghia da dietro, mentre lei finge di piagnucolare e supplicare. Osservo il dipinto che si eleva sopra l’inginocchiatoio, raffigura una Maria Maddalena finto penitente e davvero postribolare.

Anita e i due Benci sono troppo impegnati per accorgersi della nostra presenza, scatto decine di foto con il telefonino, del tutto inosservata. Ci sono solo due piccoli problemi, che possono attirare l’attenzione dei personaggi nascosti nell’alcova.

Il primo problema è André: è enormemente eccitato di fronte ad Anita e devo tenerlo a bada; anch’io sono eccitata dalla ragazza, ma sono ben capace di controllarmi. Il problema più serio è l’irresistibile e involontaria comicità dei due maturi Benci in abito elegante e con il pisello in fuori, devo trattenere le risate di fronte alla sicumera maschile che dimentica l’abissale senso del ridicolo della propria nudità non proprio degna di Ercole e ancor meno di Antinoo.

Davanti alla ridicola virilità dei Benci, Jeremy Irons fa irruzione nella mia memoria, peggiorando la situazione. Mi ricordo di una scena del film Un Amore di Swann. Jeremy Irons, nella parte di Charles Swann, impeccabile in frac, camicia di seta bianca e papillon, era impegnato in un inverosimile orgasmo con una giovane e bellissima prostituta in un bordello di lusso e nel frattempo cercava di ottenere dalla ragazza notizie sul passato di Odette de Crecy. Persino Jeremy Irons galleggiava a stento sul mare del ridicolo, figurarsi i Benci.

Per evitare le risate cerco di concentrarmi e fissare lo sguardo sulla nudità di Anita, i miei occhi giocano con quel corpo nudo, le accarezzano la pelle e indugiano sui suoi seni.  Il corpo burroso e giunonico, i lunghi capelli biondi, lo sguardo pervaso di finta sofferenza e le finte suppliche, tutto quanto mi ricorda in qualche modo le Figlie di Leucippo così come sono effigiate nel dipinto di Rubens.

Provo a immaginare Anita e una sua sorella gemella, entrambe nude, rapite da Castore e Polluce che le issano sui loro cavalli e le conducono su una spiaggia deserta dove ne abusano sino allo sfinimento.

André e io rientriamo in sala quando il concerto è quasi finito, ma riusciamo comunque a precedere Anita e i due Benci. Valentina ha già eseguito quasi tutto il programma; inizia a suonare l’ultimo pezzo, il più impegnativo, la toccata op. 7 di Schumann. L’avevo sentita altre volte, ma per la prima volta, mentre Valentina la esegue con discreta bravura, nella mia mente la sento trascritta per pianoforte e orchestra.

Per me è un’illuminazione. Inizio il lavoro appena giungo a Siena, completo la trascrizione in poche settimane e in autunno la presento al conservatorio. I docenti ne sono meravigliati e ammirati, non riescono a capacitarsi che abbia maturato una tale métrise nell’orchestrazione.

Io invece sono stupita e inquieta di come a sedici anni, subito dopo aver assistito a una scena erotica, la mia reazione istintiva sia immaginare la trascrizione di un pezzo per pianoforte di Schumann. Non sono mai stata capace di provare alcun sentimento, lo so benissimo e sono certa che sarà così per il resto della mia vita.

Convinco André a tornare in albergo e gli dico di aspettarmi in camera, gli prometto che sarei tornato con un regalo per lui.  Poi abbordo Anita che nel frattempo è tornata dalla partita di piacere e le propongo di andare insieme a bere qualcosa in un caffè del centro. All’inizio è un po’ ritrosa, ma poi accetta: io suono meglio di tutti gli insegnanti di pianoforte che ha conosciuto e compongo come Sibelius. Persino un’oca come Anita è affascinata da me.

Si cambia d’abito, depone l’esagerato abito da sera e ricompare con un abitino nero a spalline sottili, corto a metà coscia e con un decoro dorato arabeggiante sul décolleté. Un vestito molto sexy e poco elegante, osservo con il mio solito esprit ipercritico.

Girovaghiamo per la cittadina e dopo un po’ ci sediamo al tavolino di un caffè affacciato su una piazzetta. Ordino subito due Alexandra, uno per me e uno per Anita, decido senza darle neppure il tempo di prendere in mano la carta dei cocktail.

Parliamo di tutto e di niente, degli studi al liceo, del pianoforte, di vestiti, di vacanze. Inizio a narrarle delle vacanze nella villa di oncle Alexandre Etienne a Bordighera e delle vacanze negli alberghi più lussuosi e nei ristoranti stellati a Parigi, Ginevra, Venezia, Firenze, Roma, Madrid, Londra, Berlino, Vienna, Stoccolma, Mosca e in tutte le capitali europee.

Le racconto come l’anno scorso abbia suonato il 5° concerto Imperatore di Beethoven al Theatre de la Comédie a Montpellier. Alla fine del concerto, mi si presentò Lilya Zilberstein: mi disse che era in vacanza in Provenza e alcuni amici le avevano parlato di una ragazzina di quindici anni che suonava divinamente Beethoven. Venne a concerto senza alcuna convinzione, invece ammise di aver di incontrato una vera artista e sul programma di sala mi scrisse «Cateherine, l’imperatrice c’est toi!».

Ma non resisto a farmi beffe di lei. «Sei brava con i notturni di Chopin, li suonavo anch’io quando ero bambina, a sei o sette anni. Adesso sto studiando il 2° e il 3° concerto di Rachmaninoff, li eseguirò a settembre a Parigi, al Theatre des Champs Elysées. Cosa vuoi, a sedici anni ormai padroneggio perfettamente tutte le 32 sonate di Beethoven, tutti i 24 studi di Chopin e anche tutti gli ètudes d’execution tascendante di Liszt. Ora sto studiando Islamey e anche Gaspard de la Nuit, ma soprattutto mi sto impegnando a fondo con i concerti di Brahms, Ciajkovskij e Rachmaninoff: sono convinta che una grande pianista si esprime al meglio come solista nei concerti per pianoforte e orchestra. Il prossimo obiettivo saranno i 53 studi scritti da Godowsky sui 24 studi di Chopin, sembrano ancora più difficili di Gaspard de la Nuit. E fra due anni, sono decisa a partecipare al concorso Long Thibaud a Parigi e soprattutto a vincerlo, poi l’anno dopo parteciperò al concorso Chopin a Varsavia. Però complimenti davvero per i tuoi notturni di Chopin: brava!»

Anita non dice più nulla e si limita a guardarmi con occhi sognanti e un poco assenti. All’effetto dalla narrazione della mia vita di altissimo bordo e dei miei successi artistici, si è aggiunto l’effetto del quinto Alexandra, ormai Anita è ubriaca. Io invece sono stata ben attenta a fermarmi al primo cocktail.

È giunto il momento che aspettavo: «Anita, ti andrebbe di fare l’amore con André?».

Mi guarda per un attimo interminabile, i suoi occhi sono sempre più assenti e trasognati.

«Ma Catherine, cosa dici…. Fare l’amore con tuo cugino, quel ragazzo che era con te a concerto? No… Io sono già fidanzata, ho già un ragazzo con cui faccio l’amore. Sono fidanzata, davvero».

«Es‒tu fiancée? Vraiment? E con chi? Con l’ingegner Benci o con il dottor Benci o con tutti e due? Je t’ai vu, ma belle petite putaine».

«No, Catherine, non parlare in francese, lo capisco poco, te l’ho già detto… Che cosa dici, che cosa hai visto? No, non è come credi».

«A cosa non devo credere? Facciamo così: visto che sei una puttana, ti darò 300 euro se passi la notte con André. Poi ti chiederò un regalino piccolo piccolo per me e io in cambio ti restituirò qualcosa che ti ho rubato».

«Qualcosa che mi hai rubato? Che cosa? Non mi manca nulla! Scusa, non capisco più nulla».

«Ti mancano le fotografie che ti ho scattato mentre eri nell’alcova con i due Benci. Vivi in una cittadina dove si conoscono tutti, pensa cosa potrebbe succedere».

«E va bene: vuoi che lo faccia subito? Questa notte?».

Risposi soltanto con un cenno del capo, spazientita.

«Va bene. Prima però accompagnami in bagno. Mi hai fatta ubriacare e adesso sto male».

Per un momento sono preoccupata: temo che Anita abbia una crisi di vomito e possa schizzare il mio elegantissimo abito da cocktail, in bagno mi tengo ben lontana da lei. Ma Anita si limita a lavarsi a lungo la faccia e a prendere un paio di pastiglie: mi dice le servono per tornare allegra e aver di nuovo voglia di fare l’amore. Usciamo insieme dal bagno e mi segue docile in albergo.

Busso alla camera di André ed entro insieme alla mia nuova amica, mi limito a dire a mio cugino che Anita ha voglia di fare l’amore con lui. La situazione è assurda, ma André non si pone domande.

Rimango in camera e assisto all’intera scena: sono sorpresa di come mio cugino, che sembra non solo bruttino ma anche maldestro, riesca a eccitarsi così tanto davanti a una bella ragazza. Ma la bellezza femminile accompagnata dall’accondiscendenza fa sempre miracoli. O meglio, quasi sempre.

Quanto ad Anita, si dimostra una professionista seria con André esattamente come lo era stata con i Benci: sono certa che non provi particolare piacere, ma è brava a simulare.

Quando André è esausto, accompagno Anita fuori dalla camera e le metto in mano i 300 euro pattuiti, che prende con la massima nonchalance. Professionale anche in questo, anche se è appena maggiorenne.

La notte successiva è la volta del mio regalino: per la prima volta nella mia vita faccio l’amore con una ragazza, con Anita.

Le do appuntamento nell’atrio del Grand Hotel: compare all’ora stabilita, professionale anche nella puntualità, indossa lo stesso abitino nero e dorato della sera prima.

Arrivata in camera, Anita si spoglia nuda, senza dire una parola, con una calma tranquilla. Ho in serbo una piccola sorpresa per la mia amica. Nel pomeriggio, sono passata in un negozio di abbigliamento particolarmente frou frou e ho comprato qualcosa: le faccio indossare una camicetta bianca di voile con maniche a sbuffo, un paio di calze di seta a righe rosa e arancio con giarrettiera, un paio di pianelle rosa.  È una mascherata sullo stile un po’ morboso di oncle Alexandre Etienne. Mi sarebbe piaciuta di più con una parrucca incipriata alla Marie Antoinette, ma non sapevo proprio dove comprarla e poi Anita ha una tale chioma che la parrucca non le starebbe in testa.

Questa notte, con Anita il piacere è pari al mio sogno. La luce della mattina che filtra dalle persiane rischiara il sogno ma senza dissolverlo. Contemplo a lungo il corpo di Anita, poi la sveglio con alcuni baci.

Nel mio luminoso sogno da sveglia parlo, parlo, parlo.

«La prossima settimana mi vieni a trovare a Siena? È una città che adoro, pensa a noi due a passeggio in Piazza del Campo, ci sono dei ristoranti dove si mangia divinamente.

Dobbiamo andare insieme a vedere la Madonna di Simone Martini nel Palazzo Comunale e anche la Madonna di Duccio da Boninsegna nella Cattedrale, sono così belle che piacciono persino a me che detesto l’arte medioevale. Io adoro il Settecento francese e veneziano, Boucher, Lancret, Fragonard, Tiepolo, Rosalba Carriera. E tu cosa preferisci? Il Gotico o il Settecento?

Sei mai stata nella sala da concerti dell’Accademia Chigiana? È una grande sala barocca veneziana, finta come un fondale teatrale, ma quando entri sognerai d’incontrare Vivaldi o Casanova o qualche dama veneziana annoiata e bellissima.

 Lo sai che alla fine del corso l’allievo migliore suonerà come solista un concerto per pianoforte e orchestra? Io sono certa di vincere, ho già preparato il 1° concerto op. 15 di Beethoven, mi sono portata persino l’abito da sera. Io avrei preferito suonare un concerto di Čajkovskij o di Rachmaninoff, ma i professori mi hanno consigliato Mozart o Beethoven.

La settimana scorsa, ho suonato il 1° concerto di Čajkovskij a Montpellier, al Theatre de la Comedie; certo, anche quest’anno sono risultata l’allieva migliore del conservatorio. Lo suonerò di nuovo a settembre, a Parigi al Theatre de Champs Elysées e suonerò anche il concerto K466 di Mozart, il 4° concerto di Beethoveen e il 2° concerto di Rachmaninoff. Mi esibirò come solista in quattro serate, è un successo enorme; ma sono certa che potrò fare di meglio, voglio ottenere un cambio di programma e l’ultima sera suonerò il 2° e anche il 3° concerto Rachmaninoff. A sedici anni sono assolutamente pronta per il concerto per pianoforte e orchestra più difficile che sia mai stato composto!

Mi piacciono i tardo romantici russi, la loro musica mi è così affine, une musique très melancolique, très romantique, très revante, très russe, douce et molle comment une robe de soie.

È ovvio che una grande pianista suona anche Mozart e Beethoven, mais… je suis une fille revante et romantique. Però sono davvero brava a suonare Mozart: quando lo suono devo soltanto un po’ controllarmi e dare al mio romanticismo una grazia settecentesca, ci riesco alla perfezione. Verresti con me a Parigi? Mi piacerebbe che fossi in prima fila al Theatre de Champs Elysées mentre suono, poi torneremmo in albergo e faremmo l’amore tutta la notte.

Mi piacerebbe studiare anche il clavicembalo e suonare i concerti per clavicembalo e orchestra d’archi di Bach e anche l’Offerta Musicale, il tema regio composto da Federico il Grande è di una bellezza struggente. E a te piace il temo regio di Federico il Grande? Pensa se vivessimo nel Settecento e potessimo incontrare Federico a Berlino o a Potsdam: lui era gay, ma sono certa che l’avrei incantato e ci saremmo capiti in un istante, avremmo capito subito quanto eravamo simili. Si dice che fosse un uomo di eccezionale intelligenza, gentilissimo, freddo, calcolatore, crudele, anche se provava orrore alla vista del sangue… In questo somiglio al grande Federico, lo sai?

E se scrivessi dei valzer per pianoforte a quattro mani? Li suoneresti con me? Oppure li suono io e tu danzi: as-tu étudié danse classique ? Je veux que tu danse nue pour moi, ma belle danseuse nue, ma belle Venus nue.

Nei fine settimana possiamo fare una puntata a Castiglioncello o a Porto Santo Stefano, andare in spiaggia, nuotare in mare. Ho così voglia di baciare la tua pelle e sentire il sapore di salsedine, di olio solare, di sudore. E potremmo affittare una barca a vela: lo sai che sono brava a navigare a vela? Beh, ho preso una quantità di lezioni, tutto qui, all’inizio non ero granché.

Ho visto qui vicino all’albergo un negozio con dei vestitini tinta pastello adorabili, voglio regalartene due o tre; con un abitino così e scalza saresti bellissima, come una ninfa greca in riva al mare!».

Anita resta in silenzio tutto il tempo, poi quando io perdo l’abbrivio, inizia a parlare.

«No, no… Catherine, ma cosa vuoi che venga a fare a Siena con te? Io sono fidanzata, te l’ho già detto, fra qualche anno voglio sposarmi e avere dei figli. Qualche volta faccio certe cose, ho un bel corpo, il sesso mi piace e ho bisogno di arrotondare in qualche modo. Tutto qua. Non è come credi.

Non puoi pensare per davvero che noi due vivremo insieme. Lascia che te lo dica Catherine, tu sei lesbica e sei anche complicata, anzi sei una ragazza davvero strana! Quando parli in francese capisco poco di quello che dici, ma anche se parli in italiano non capisco proprio cosa tu abbia in testa: sei innamorata di me e mi dici che sono una puttana, vuoi suonare il pianoforte con me e fare l’amore con me. Non capisco cosa tu voglia. Mi fai paura.

E poi scusami, ma non parlarmi di abiti e abitini, anche il Benci vuole sempre che mi vesta come Barbie, non lo sopporto! Non metterci anche tu con queste storie, sono una ragazza vera, non sono una bambola da vestire e svestire!».

Questa volta sono io ad aver cucito il vestito di Arlecchino, Anita ha strappato il filo e i quadrucci di stoffa ora volteggiano sulla mia testa. Gli abitini adorabili e Simone Martini, i ristoranti eleganti e l’Accademia Chigiana, la spiaggia di Castiglioncello e Beethoven, il sapore di salsedine sulla pelle nuda di Anita e Federico il Grande a Potsdam che ascolta Bach al clavicembalo.

È tutto bellissimo, ma ad Anita non importa nulla. Sono completamente sola, come sempre. Non c’è nessuno, proprio nessuno con cui possa dividere le piccole e grandi cose che per me danno un senso alla vita. Certo, potrei avere tutti i ragazzi che voglio, ma non m’interessano. Se voglio andare in spiaggia a Castiglioncello oppure suonare Beethoven posso farlo da sola.

Provo un odio rabbioso.  Nella penombra della camera d’albergo, contemplo con un sorriso enigmatico le mie dita lunghe e affusolate e abituate a cavalcare la tastiera con l’energia di un ufficiale cosacco. Nessuno immagina quale forza abbia nelle mani. Se afferrassi Anita per il collo, la strangolerei senza alcuna fatica. Sarei capace di ucciderla, ne sono certa. Non proverei il minimo rimorso, dopo averla strangolata l’unica cosa che avrei voglia di fare sarebbe suonare il pianoforte.

«Quando eri una bambina di sei, sette anni avevi già un grande talento, ma era solo nelle mani.  Adesso, sei diventata una vera artista: il tuo talento è nella mente, quando suoni il pianoforte, le tue mani non fanno nulla, rispondono solo agli ordini della tua mente».

Le parole di un’eminente pianista diventata mia amica risuonano nella mia mente. Devo controllare le mie mani, non posso permettere che cavalchino imbizzarrite sulla tastiera, né che strangolino Anita. Posso fare altro, senza strangolarla.

«Perché ti guardi le mani in quel modo, Catherine? Hai delle mani bellissime da vera pianista!».

Devo tenere ferme le mie mani. Supina sul letto, distendo le braccia e afferro con tutte le mie forze le volute di ferro battuto che formano la testiera del letto.

Sento la voce di Anita, che mi sussurra con tono suadente e postribolare «Cosa fai Catherine? Ti piacerebbe se ti legassi i polsi e le caviglie al letto e poi ti piacerebbe se un uomo ti violentasse? Vuoi giocare con me ed essere la mia schiava?».

«Anita, tu non hai capito nulla. Tu non capirai mai nulla. Mai».

E così dicendo, le caccio il pugno con tutta la mia forza nella vagina, mentre con l’altra mano le schiaccio il cuscino sul viso. Il grido è talmente lancinante da superare il cuscino, ma non va oltre gli spessi muri della stanza.

Anita fugge via terrorizzata, scompare nuda nel corridoio, mi affaccio oltre la porta e getto dietro di lei i suoi vestiti. Quando esco a fare colazione, i vestiti di Anita sono scomparsi.

Qualche giorno dopo, a Siena, per la prima volta in vita mia faccio l’amore con un ragazzo. Con mio cugino André. Assolutamente deludente come pensavo: era così eccitato con Anita, ma con me è imbarazzatissimo. A volte la bellezza femminile rovina la situazione. E quanto a me, non provo alcun piacere: ormai sono certa che non provo alcuna attrazione per il mondo maschile.

Quell’anno, al termine del corso di perfezionamento all’Accademia Chigiana, risulto la prima classificata, ne ero certa sin dall’inizio. E suono il 1° concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven, avvolta in un abito da sera di superbo taglio sartoriale, un abito blu notte, il colore che amo di più.

E a settembre, i quattro concerti che tengo a Parigi con l’Orchestre National de France sono un successo trionfale.

L’anno dopo, la mia prima incisione importante è l’integrale delle opere per pianoforte e orchestra di Robert Schumann, con l’Orchestre de la Suisse Romande, a Ginevra. È una casualità, dopotutto Schumann non è mai stato fra i miei musicisti preferiti. Oltre al concerto op. 54 e ai due Konzertstuck op. 92 e op. 134, inserisco nel CD anche la toccata op. 7 nella mia trascrizione, quella che aveva suonato Valentina a chiusura di quella serata.

2014 – Sophie (L’age Mur)

Mi faccio portare un secondo e ultimo Alexandra; in vita mia non mi sono mai ubriacata e non ho alcuna intenzione di farlo, per me è inconcepibile l’idea di non essere presente a me stessa a causa dell’alcool, di una droga o di qualunque altra cosa.

Seduta al tavolino di un caffè, continuo a giocare con la memoria, per il piacere che mi dà il perfetto controllo sui miei ricordi e sui miei sentimenti.

Il volto di Anita si è inabissato nell’oblio e ora emerge il volto di Sophie.

Ritorno al giorno più tragico e desolato della mia breve vita, un giorno di maggio del 2014.

Sono quasi le 6 del mattino. Sono sveglia da un’ora, non riesco più a dormire. Le mie parole riportate sull’intervista stampata sull’ultimo numero di Piano France continuano a vagare nella mia mente come pesci rossi che guizzano intrappolati in un acquario. No, l’intervista è solo un pensiero qualunque, non ha alcuna importanza.

Apro gli occhi e nella luce fioca prende forma la suite del Grand Hotel Paris Intercontinental. È la stessa sontuosa suite dove mi sono addormentata qualche ora fa. Non è un sogno, è la realtà. Accendo la luce delle due applique che affiancano il letto. Poso lo sguardo sulle boiserie, sui mobili stile Impero nel salottino che si stende oltre l’arco dell’alcova, sul lampadario di cristallo che pende dal soffitto.

Guardo a lungo il dipinto che raffigura Diana e che mi osserva a sinistra del letto. La divina cacciatrice è seminuda e bellissima, indossa soltanto un mantello azzurro e ha il capo cinto dal diadema con la luna falcata; a fianco della Dea, una Ninfa la contempla con occhi adoranti. Sembra a un dipinto di Francois Boucher, ma di certo non è autentico, è soltanto à la manier de Boucher, anzi no, sembra un Boucher un po’ neoclassico, come se il pittore fosse sopravvissuto fino al 1790.

Mi alzo e osservo il dipinto da vicino: non vedo alcuna firma, chissà se è un dipinto di fine ‘700 o della belle-époque o moderno, ordinato dalla direzione dell’albergo in occasione di una campagna di restauri. Diana cacciatrice è così adorabile, deve avere una pelle così liscia e morbida, delle labbra così calde, se la potessi baciare…

Baciare un dipinto. No, baciare la modella che ha posato per il dipinto, è ovvio. Diana cacciatrice somiglia a Sophie, un poco più grande, con una decina d’anni in più. Sophie che danza, quasi nuda, con indosso soltanto un mantello blu e il diadema. Sento un groppo alla gola, sto pensando a vanvera, non riesco a pensare.

Apro le finestre e nella luce incerta dell’aurora guardo l’Opéra Garnier, a fianco dell’albergo, con la sua cupola dorata che sembra un’immensa zuccheriera sotto il cielo di maggio. È tutto stupendo, è tutto un sogno fuori dal tempo e dallo spazio, il mondo reale è lontano lontanissimo come una stella cadente.

No, tutto questo è una follia, ho un’emicrania atroce e sono esausta, mi sono appena alzata e vorrei soltanto coricarmi nel letto e dormire dormire dormire… Ma non ci riesco. Ieri sera ho preso troppo lorazepam ma alle 5 ero già sveglia e adesso non mi reggo in piedi. Un tempo stavo sveglia tutta la notte e dormivo solo qualche ora al pomeriggio, adesso non riesco più a prendere sonno né di giorno né di notte.

Mi lascio scivolare di dosso la camicia da notte, mi sciacquo a lungo il viso, riempio la vasca da bagno d’acqua tiepida, getto una manciata di sali odorosi di lavanda e m’immergo.

Chiudo gli occhi. Potrei addormentarmi di nuovo. E potrei scivolare nell’acqua. E il lorazepam potrebbe fare effetto, senza che riesca più a svegliarmi. Morirei annegata. Senza soffrire. Devo riaprire gli occhi. Ecco adesso li ho aperti, sto fissando Sophie che è appena uscita dalla vasca da bagno, voglio dirle qualcosa, voglio baciarla, voglio toccarla.  No, basta.

L’acqua si sta raffreddando, fra poco raggiungerà la temperatura ambiente, la freschezza dell’acqua e il profumo di lavanda sono piacevoli, sembrano darmi un qualche sollievo. Saranno le sette, esco dalla vasca, mi vesto: scelgo un tubino blu e un leggero tailleur, calze velate, ballerine blu, al polso il Patek Philippe d’oro bianco e brillanti, come unico gioiello un anello con un’acquamarina.

Mentre cerco un fazzoletto nella valigia, l’occhio si posa sulla pistola Luger che ho portato con me. Non ho mai avuto il porto d’armi e ho idee abbastanza approssimate su come si usi un’arma da fuoco, ma per quello che mi deve servire non occorre una grande competenza. E di certo nessun poliziotto si sognerebbe di cercare una pistola nel bagaglio di una pianista di fama internazionale e che alloggia in un albergo di lusso a Parigi. Non riesco a staccare gli occhi dall’arma, la prendo in mano, la soppeso a lungo, poi la riavvolgo in un foulard e la poso in fondo alla valigia.

Scendo a fare colazione e poi risalgo in camera, è troppo presto per uscire, troppo presto per esercitarmi al pianoforte. Mi siedo su una poltrona, forse riesco a riprendere sonno per una mezz’ora, o anche solo un quarto d’ora. No, i miei occhi sbarrati sono incollati al soffitto, Sophie è scomparsa, adesso ho ripreso a inseguire ostinatamente le mie parole riportate nell’intervista pubblicata su Piano France.

Parole parole parole. Frasi di perfetta sintassi e di perfetta sequenza logica.  “Antiquariale”.  “Neoromantica”. “Falso alla Kreisler”. “Prevale la musicologa rispetto alla musicista.” “Minimalismo alla Philippe Glass”. “Il progetto di ricostruire il requiem di Čajkovskij e Apuktin”. “L’immagine della morte più sincera nella musica occidentale.” “Ancora più struggente della Symphonie Patetique che pure è l’autoritratto di Čajkovskij nel momento di suicidarsi.”

Tutti i concetti sono ripetuti troppe volte. No, non è possibile, ho riletto le bozze dell’articolo decine di volte, le hanno rilette anche i miei docenti del conservatorio.

Afferro la rivista e rileggo l’articolo. La parola antiquariale non compare mai, l’avevo cancellata, così come avevo cancellato il concetto di “falso alla Kreisler”, sarebbe un indizio troppo esplicito per il mio trio élegiaque che voglio comporre in memoria di Rachmaninoff e poi attribuire a Sibelius, come avrebbe fatto Kreisler.

L’intervista è lunga e dettagliata, ma è ben scandita, logica, facile da seguire. Delinea i miei studi di pianoforte, composizione, musicologia. Descrive l’evoluzione delle mie composizioni, che partono da una fase neoromantica, passano a una fase influenzata dal minimalismo di Philippe Glass, ritornano a un neoromanticismo o neoclassicismo che dir si voglia.

Approfondisce il mio progetto di una “ricostruzione congetturale” del Requiem di Čajkovskijsu testo di Apuktin, progetto basato sui miei studi di musicologia. Poi l’intervista passa alle pubblicazioni di musicologia, i tre saggi sulle sinfonie di Čajkovskij, sul Requiem di Mozart e sui balletti di Čajkovskij.  Infine, fa una sintesi della mia attività di pianista, dando conto di concerti e incisioni e soffermandosi sulla mia vittoria al concorso Long Thibaud di Parigi del 2009 e al secondo posto al concorso Chopin di Varsavia del 2010, appena pochi anni fa.

L’articolo non mi convince, non lo riconosco, non riesco a rispecchiarmi nel mio stesso autoritratto, che pure ho studiato con la massima accuratezza. Non sono più la persona che aveva dato quelle risposte al giornalista. Non so più chi sono.

Scendo nella sala di musica dell’albergo, mi siedo al pianoforte. La mia tecnica è svaporata e ancora di più la capacità d’interpretazione. Suonando così riuscirei ancora a essere promossa a pieni voti in qualunque conservatorio, riuscirei ancora a dare dei concerti pubblici, non c’è dubbio.

Ma non sarei più la prima classificata al Long Thibaud. Non posso presentarmi Mosca per il concorso Čajkovskij, né a Budapest per il concorso Liszt. È finita. Semplicemente.

Basta, esco a fare una passeggiata. Segue il percorso della mia passeggiata parigina prediletta. Place de l’Opéra, Rue de la Paix, Place Vendome.

Mi fermo davanti alla vetrina di Bucellati, vedo un paio di orecchini stupendi, due foglioline d’oro adorni di brillanti e rubini, li compro senza neanche chiederne il prezzo, continuo sino a incrociare Rue de Rivoli, entro nel Jardin des Tuileries, attraverso Place de la Concorde, imbocco gli Champs Elysées, mi fermo fra il Grand Palais e il Petit Palais.

Cammino con la mia allure tranquilla ed elegante. Il mio sguardo si posa via via sui palazzi barocchi di Place Vendome e su quelli neoclassici di Place de la Concorde, sulle statue di marmo delle Tuileries, sulle vetrine di gioiellerie, cristallerie, profumerie. Il mio sguardo è trasognato, assente, scivola via su tutto quello che guardo.

Infine, resto a contemplare la facciata del Grand Palais. La mia mente deforma la facciata, moltiplica all’infinito le statue e le colonne, ogni statua ha il volto di Sophie, una sequenza di chilometri di colonne di marmo che si perdono nel nulla, ogni colonna è intervallata da una statua che ha il volto e il corpo di Sophie. L’immagine di Sophie replicata centinaia di volte martella la mia psiche. Nella mia mente risuonano le parole che avrei voluto dire a Sophie quando era con me, le parole che vorrei dirle adesso, le parole che immagino mi direbbe Sophie, una sequenza di monologhi rivolti alle statue di Sophie che nella mia psiche stremata scandiscano il Grand Palais dilatato a dismisura in un colonnato chilometrico.

Mi siedo un momento su una panchina sul viale, apro e chiudo gli occhi più volte, devo pensare a qualcosa, devo distrarmi. Questa sera devo andare a trovare mio padre, mi ha invitato a cena, non posso rifiutare. Avrei dovuta farmi ospitare a casa sua anziché andare in albergo, ma non ce l’ho fatta.

È convinto che sia stata io a uccidere suo fratello. Mio padre mi ha detto che Alexandre Etienne si è suicidato e che io non c’entro nulla e che non posso addossarmi la sua morte. No, non gli credo, mio padre mi considera responsabile della morte di Alexandre Etienne, ma non ha il coraggio di dirmelo, nessun padre direbbe una cosa del genere alla propria figlia.

Devo pensare ad altro. Penso ancora a mio padre, a mia madre, un pensiero qualunque. Penso allo stravagante ménage della nostra famiglia. «Bambini, nel tema di oggi parlerete dei vostri genitori». Qualunque bambino delle scuole elementari è capace di scrivere qualche paginetta su papà e mamma, io a quel tempo sarei stata anche capace di scrivere qualche paginetta sulla mia interpretazione dei notturni e delle mazurke di Chopin, figurarsi su mio padre.

Sono solo un ferroviere… È una frase che mio padre ripete spesso agli amici quando sono a cena a casa nostra e che diverte sempre tutti quanti.

È vero, papà fa il ferroviere, ma è un ferroviere molto particolare: è ingegnere ed è un alto dirigente della Societé Nationale de Chemins de Fer.

Spesso ci dice che prima o poi dovremo traslocare tutti da Montpellier a Parigi, è solo questione di tempo, sarà di certo chiamato alla direzione generale della Societé e forse al ministero.

La mamma non è d’accordo, dice che a Montpellier si trova benissimo e non vuole lasciare la cattedra di chimica che ha all’università.

Papà dice che non deve fare tante storie, andrà a insegnare alla Sorbona, così sarà collega di zio Alexandre Etienne, che papà chiama per scherzo Alexandre le Grand.

Non ricordo quanti anni avevo quando scrissi quel tema, forse avevo sette anni ed ero già insopportabile allora, una bambina presuntuosa, fredda, arrogante e chissà cos’altro ancora.

Mio padre aveva ragione, qualche anno dopo ottenne un incarico di vertice alla SNCF e traslocò a Parigi, mia madre rifiutò di lasciare Montpellier. Fu un divorzio fondiario e così iniziò il nostro strano ménage, un grande e lussuoso alloggio a Montpellier e un alloggio appena più piccolo a Parigi. Io mi dividevo fra le due città.

Le questioni fra i miei genitori m’interessavano poco e neppure m’interessava conciliarle in qualche modo, volevo solo terminare i miei studi a Montpellier: al conservatorio quando avevo sedici anni ero l’allieva che tutti i docenti sognavano di avere, avevo un talento e una dedizione eccezionali, ma ero anche rispettosa della tradizione, e in ogni caso non c’era un solo allievo alla mia altezza, né in pianoforte né tantomeno in composizione.

Ero una sorta di Cesare in Gallia che con tutta calma si preparava a conquistare Roma. Sapevo che al conservatorio il mio soprannome era “poker di regine”, con riferimento al mio quadruplice nome di battesimo – così altisonante che neppure io ho mai osato utilizzarlo nella sua interezza ‒ e alle mie preferenze saffiche. Ma quel soprannome adombrava anche la mia autentica grandezza, la grandezza di Catherine Elisabeth Eugenie Victoire.

Adesso sono calma, entro al Petit Palais con la stessa calma con cui tante volte sono entrata nei teatri e nelle sale da concerto, passeggio indolente fra le sale del museo, mi fermo a lungo a contemplare Bal Blanc di Joseph Marius Avy. Il dipinto è bellissimo, un sontuoso salone belle-époque di una scuola di danza, una ragazza al pianoforte e tutto intorno un volteggiare di fanciulle adorabili che danzano avvolte in vesti bianche, il tutto immerso in un’atmosfera sfumata, cangiante, trasognata, morbida come la seta delle vesti delle danzatrici.

La mia memoria precipita indietro di un anno, al 2014. Precipita in una mattina di settembre, Sophie e io danziamo nella sala da pranzo dell’alloggio di mio padre a Parigi, entrambe abbiamo indosso due identiche candide camicie da notte tutte balze e ruches e volants e volteggiamo a tempo di valzer e ci baciamo sulla bocca e gli specchi della sala moltiplicano le nostre immagini.

Mio padre è andato alcuni giorni a Berlino per una riunione internazionale di dirigenti delle ferrovie, mi ha lasciato casa libera. Sophie è venuta da me, per tre giorni di fila abbiamo fatto l’amore tutte le notti, come se ogni volta fosse l’ultima e quella mattina le chiedo per gioco di danzare con me.

Nel 2014 tutto sembra ancora possibile, tutto accade ancora come se sia mosso da un meccanismo perfetto e inesorabile, tutte le porte si spalancano davanti a me, i giorni volteggiano sopra la mia testa come angeli dal volto femmineo che si lasciano stringere fra le mie mani.

Fino a quel momento la mia vita è stata una sequenza di successi sempre più clamorosi. Nel 2009, quando ho appena diciotto anni, vinco il concorso Long Thibaud, il più prestigioso concorso pianistico di Francia. Nel 2010 vinco il secondo premio al concorso Chopin, ma la giuria si è spaccata, diversi giudici vogliono attribuirmi il primo premio mentre altri sono assolutamente contrari, vengo poi a sapere che mi considerano troppo perfetta, ovviamente di una perfezione accademica, insomma l’esatto contrario di quanto era accaduto molti anni prima con Ivo Pogorelić. Ne nasce una contesa accademica memorabile e che contribuisce alla mia notorietà. Alla fine, sono attribuiti due secondi premi ex-aequo e nessun primo premio.

Ormai sono una pianista di fama internazionale, ma voglio impormi anche come compositrice e come musicologa.

Dopo alcune opere per pianoforte sulla scia del minimalismo di Glass, che raccolgono il plauso della critica ma non hanno particolare risonanza fra il pubblico, nel 2012 a Montpellier, al Theatre de la Comédie, presento le mie variazioni Mozart 1791-1991 per pianoforte e orchestra d’archi. È una composizione di eccezionale difficoltà e perfettamente circolare, si apre con un tema che è già una variazione su quello della sinfonia K550 in sol minore, poi continua con una serie di variazioni sempre più labirintiche ma sempre di un tono settecentesco, alla fine approda a un tema che somiglia a quello che apre il requiem K626.

È un successo che supera ogni aspettativa: il pubblico non smette di applaudire e per di più Mozart 1791-1991 ha una risonanza che scuote il mondo accademico musicale. Un mese dopo eseguo le stesse variazioni alla Salle Pleyel di Parigi, accolte da un applauso interminabile. Nei mesi successivi, le presento a Vienna, Berlino, Londra e nelle principali capitali europee ottenendo ovunque un successo strepitoso.

L’anno successivo pubblico un saggio sui tre balletti di Čajkovskij: un altro successo. La direzione della Comédie mi chiede di collaborare a una mise en scene del Lago dei Cigni e sono felice di accettare l’invito, sono sempre affezionata alla mia città natale anche se ormai mi sembra davvero modesta per la mia grandezza di musicista.

Ed è così che conosco Sophie: è un giorno d’autunno del 2013, lei ha appena sedici anni, io ne ho ventidue. Mi innamoro di Sophie la prima volta che la vedo nel ridotto del teatro, dove mi viene presentata dal coreografo con cui collaboro per il Lago dei Cigni. Sophie è bellissima, mi somiglia nel fisico, il coreografo lo nota subito e ci chiede per scherzo se siamo sorelle.

Ma presto comprendo che Sophie mi somiglia soprattutto nella psiche: ha come me il talento e una dedizione assoluta all’arte, è sola e cerca l’affetto di qualcuno che le somigli; ma a differenza di me, dietro le sue eccezionali capacità di danzatrice cela una disperata fragilità, che anni di terapia psicoanalitica non hanno risolto, si avvinghia a me con disperata passione.

Io uscivo da una strana vicenda. In estate, ero andata in vacanza in un lussuoso albergo della riviera ligure. Oncle Alexandre Etienne ci era rimasto malissimo, sperava che passassi qualche settimana nella sua villa a Bordighera.

Non potevo dirgli che mi era portato dietro un gigolò e lo usavo per abbordare delle belle ragazze. Era una sorta di premio per le ragazze che accettavano di fare l’amore con me. Tutto all’insegna di un erotismo fine a stesso e presto quel tourbillon di ragazze mi era sembrato poco interessante.

Voglio qualcosa di più sottile, più profondo, più complesso e mi lascio precipitare nell’amore folle per Sophie.

La mia Musa ha sedici anni, io sono diventata celebre proprio a quell’età, sono certa che lei pure è pronta conquistare la fama e lo farà con il mio aiuto decisivo, mi sarà riconoscente e devota per tutta la vita. E poi, colgo una di quelle coincidenze funeree che mi hanno sempre affascinata: Sophie ha la stessa della grande Giuseppina Bozzacchi, la ballerina che danzò la parte di Swanilda nella prima trionfale di Coppelia, nel maggio del 1870; ma su di lei incombeva un destino tragico e morì pochi mesi dopo, il giorno del suo diciassettesimo compleanno, durante il terribile assedio di Parigi durante la guerra franco-prussiana.

La mia collaborazione con il coreografo produce un Lago dei Cigni tagliato su misura per Sophie. Sforbicio il balletto da quattro a due atti, la coreografia riprende in forma aggiornata quella che Petipa ideò due anni dopo la morte di Čajkovskij, una coreografia neoclassica, alla Balanchine. Sophie danzerà entrambi i ruoli di Odette e di Odille.

Modifico anche la trama, anche se il punto partenza non si discosta da quello del libretto originario: la storia nasce dal maleficio del mago Rothbart, che vuole mantenere il suo potere sulle fanciulle cigno. Per fare ciò ostacola l‘amore fra il principe Sigfried e Odette, la principessa Cigno, servendosi della propria figlia Odille.

Ma poi la trama vira sull’attrazione fra il mago e il giovane principe, un’attrazione fra il mistero e il potere del mago, la giovinezza e la bellezza del principe. E vira sull’attrazione erotica fa Odette e Odille, il Cigno Bianco e il Cigno Nero. Il finale è tragico, com’era quello ideato da Čajkovskij per la prima rappresentazione del 1875, subito dimenticata. I due amanti si suicidano annegandosi nel lago; ma sono Odette e Odille, non Odette e Siegfrid…

Il primo ballerino che interpreta il principe esprime una qualche perplessità a baciare in scena il mago, «tutta questa storia mi sembra un po’ troppo grondante di omosessualità…». Ma invito il fascinoso danseur con un dolce sorriso allusivo a pensare al bacio saffico fra Odette e Odille e l’obiezione è superata.

Il mio Lago dei Cigni è un successo clamoroso per Sophie, che lei mi attribuisce. La passione di Sophie per me diventa ben presto devozione e poi dipendenza ossessiva.

La nostra relazione procede con qualche difficoltà geografica, diciamo così. Raramente siamo insieme a Montpellier, Sophie partecipa come protagonista alla tournée del balletto organizzata in tutte le principali città francesi, io pianifico i miei concerti in modo che le date e le città coincidano. Sono quasi spiaciuta di dover tenere dei concerti fuori dalla Francia, ma alcune occasioni sono imperdibili: suono a Ginevra e Losanna con l’Orchestre de la Suisse Romande, ad Amsterdam con l’orchestra del Concertgebouw e infine a Vienna con i Philarmoniker, due serate consecutive in cui mi esibisco con i due concerti di Brhams riscuotendo un successo strepitoso.

Io lavoro freneticamente, alterno i concerti alla composizione, scrivo la musica per una raccolta di tre balletti in un atto che intitolo Le Rève de Cendrillon, Les Joueuses d’Astragali, Le Jardin des Hesperides. Dedico queste composizioni alla mia Musa e poi scrivo un altro balletto, intitolato semplicemente Suite Sophie, senza più bisogno di una dedica.

Scrivo anche una sonata per pianoforte che ottiene un immediato successo e – in ragione del superbo classicismo che al contraddistingue – diventa nota fra i miei ammiratori con l’appellativo di 33° sonata di Beethoven. Oltre a ciò, sviluppo la mia parafrasi per pianoforte di temi tratti dal Lago dei Cigni in una superba raccolta di variazioni per pianoforte d’iperbolica difficoltà tecnica e interpretativa, non a caso la intitolo Réminescences du Lac des Cygnes, in modo che sia chiaro a tutti il riferimento al sommo Franz Liszt. Spedisco la partitura in anteprima ad alcuni pianisti celeberrimi con cui sono legata da rapporti di amicizia e di reciproca stima. Il primo che dichiara pubblicamente l’entusiasmo per le mie variazioni è Mikail Pletnev, che sua volta aveva composto alcune celebri trascrizioni pianistiche di temi tratti dai balletti di Čajkovskij: “un capolavoro che è espressione di un romanticismo eterno, d’incantevole e agghiacciante bellezza e al tempo stesso di siderale difficoltà tecnica e interpretativa, tale da surclassare anche Gaspard de la nuite.” E così l’aggettivo “siderale” diventa ricorrente in una quantità di recensioni di mie opere e di mie interpretazioni pianistiche.  

Sophie diventa non solo la mia amante e la mia Musa ma anche il mio doppio, diventiamo l’una il sosia dell’altra. Sophie m’imita in tutto: nel mio modo di vestirmi, di parlare, di pensare, riprende la mia melanconia, il fascino letterario della morte e del suicidio. Galleggia in maniera sempre più pericolosa su un mare di depressione.

Ci copiamo e imitiamo a vicenda. Compriamo i medesimi vestiti e gli stessi profumi, abbiamo la stessa pettinatura, io copio quella di Sophie e tengo sempre i miei lunghi capelli biondi raccolti in uno chignon da ballerina. Ho sistemato in camera da letto un manichino vestito con il corpetto e il tutù che Sophie aveva indossato nel Lago dei Cigni; su una mensola conservo un paio di scarpine da danza pure di Sophie. Mi faccio scattare decine di fotografie insieme a lei, entrambe vestite da ballerina, come Odette, come Odille, come Cendrillon. Faccio dipingere da un ottimo ritrattista due copie della Principessa Cigno di Mikail Vrubel, una per la mia amata e una per me: voglio che il viso sia somigliante al mio e a quello di Sophie insieme, il pittore è disperato, ma alla fine riesce nell’impresa.

Il tempo passa. Trascorriamo il mese di agosto a Bordighera nella grande villa bianca e neoclassica di Alexandre Etienne.  Mi piace esibire il mio amore per Sophie al professore di letteratura ormai senescente, all’esteta, al dandy, al sognatore, al voyeur.

Mi piace mostrarmi insieme a Sophie, entrambe avvolte di veli, di tuniche greche, di kimoni giapponesi, di vesti finto settecentesche. Mi piace mostrargli i nostri corpi femminili, giovani, bellissimi, i nostri corpi nudi, sul bordo della piscina, sull’altalena, lungo la gradinata che della villa scende al giardino, lungo la scalinata rocaille che congiunge i saloni del piano terreno alle camere da letto del primo piano.

Mi piace farmi vedere mentre danzo il Valzer dei Fiori nuda con Sophie nel salone delle feste della villa e poi mentre faccio l’amore con Sophie. Oncle Alexandre Etienne ci osserva e ci fotografa, silente, con la più sobria discrezione.

In quei giorni di vacanza nella villa a Bordighera rileggo per l’ennesima volta Morte a Venezia, lo leggo ad altra voce insieme a Sophie. Sogno di essere la sorella maggiore di Tadzio che per me è una ragazza, ovviamente è Sophie, sogno di sedurre mia sorella e anche Gustav Aschenbach, che è Gustav Mahler così come l’aveva immaginato Luchino Visconti.

Mahler incontrò Rachmaninoff a New York nel 1909: fu una serata leggendaria alla Carnegie Hall, erano insieme sul palco, uno come direttore, l’altro come compositore e solista nel 3° concerto per pianoforte e orchestra. Sì, potrei essere al tempo stesso Mahler e Rachmaninoff…

Ma quella resta una mia fantasia alla quale non riesco a dare uno sbocco sul pentagramma. Inizio a lavorare su una quantità di altre composizioni e quella che mi affascina di più è la “ricostruzione congetturale” del Requiem di Čajkovskijsu testo di Apuktin. È un’impresa improba, quasi impossibile, Čajkovskijnon riuscì neppure a iniziarlo, esiste solo uno scambio di lettere con il granduca Costantin Romanov, nel quale esprime perplessità sull’idea, in quanto temeva che il requiem diventasse un doppione della Sinfonia Patetica. Poche settimane dopo quello scambio di lettere, il musicista si suicidò.

La mia idea è quella di un lavoro scientifico, oggettivo, lucido, voglio analizzare ed elaborare le idee, gli appunti, gli schizzi lasciati fra il 1891 e il 1893, gli ultimi due anni della vita di Čajkovskij. Alla fine, sarebbe a tutti gli effetti una mia composizione, basata su una conoscenza e una padronanza assoluta dello stile e della tecnica di quello che considero il mio maestro, seppure morto un secolo prima che io nascessi. Vi mostro come Čajkovskij avrebbe scritto il suo requiem: è una congettura, ma è perfettamente plausibile. Sì, un’impresa al limite del possibile, come scrivere la decima sinfonia di Beethoven, ma sono certa di avere qualche margine di successo.

Sophie si entusiasma oltre ogni limite per questo mio progetto. Ma per lei l’aspetto musicologico è secondario, per lei io sarei diventata Čajkovskij: devo pensare come lui, immedesimarmi in lui, diventare il suo sosia, il suo doppio. Per Sophie è qualcosa di letterario e inquietante, come Il Sosia di Dostojewsky, William Wilson di Edgar Allan Poe.

«Catherine, sarai la reincarnazione di Mozart e di Beethoven e di Čajkovskij, sarai grande come loro, sarai ancora più grande!». Mi rendo conto di quanto sia malata, ma sono troppo felice di quell’adorazione incantata e non faccio nulla per evitare quello che sta succedendo.

A volte, quando mio padre è lontano per lavoro, porto Sophie nella nostra casa a Parigi. È un lussuoso alloggio in un candido palazzo Secondo Impero, al piano nobile. Mio padre ne è orgogliosissimo, l’unico suo cruccio è l’inquilina dell’ammezzato, una vecchia ottantenne che tiene tutto l’anno sul balcone verso il cortile i fili per stendere la biancheria e persino una tenda da sole lurida e stracciata. E un altro suo cruccio sono le auto che i condomini lasciano in sosta nel cortile del palazzo per giornate intere.

«È incredibile che in un palazzo del genere ci sia gente che non ha l’asciugatrice ma che stende ancora la biancheria sui fili. E per di più ha una tenda da sole che starebbe bene in una casa popolare di Algeri o di Tunisi!

Abbiamo un cortile con una fontana e due statue di marmo e ci sono degli incivili che lo usano come parcheggio, è vergognoso!».

Una mattina di settembre, avvolte in candide camicie da notte, Sophie e io danziamo nel salone dell’alloggio di mio padre a Parigi. «Catherine, ti amo, ti amo alla follia, sei il mio sogno, il mio amore, il mio tutto, con te sono felice come non lo sono mai stata nella mia vita, ma tutto questo finirà come finisce ogni cosa e non lo posso sopportare e preferisco morire piuttosto che perderti, moriamo adesso, insieme, come Odette e Odille nel nostro Lago!». 

Sophie mi stringe fra le braccia, volteggiamo dal salone al corridoio e poi alla cucina, voglio dirle che non possiamo ancora morire perché abbiamo ancora troppe cose da fare, ma non riesco a dire nulla, anziché trattenere Sophie mi libero dal suo abbraccio e lei si getta dal balcone della cucina. Io rimango in piedi dietro la ringhiera, a guardarla mentre cade nel vuoto.

Sophie piomba sulla vituperatissima tenda da sole e sui fili da stendere e cade infine sul padiglione di una lussuosa BMW che un incivile ha parcheggiato nel cortile. La caduta è molto attenuata e tutto si limita a un paio di costole rotte e qualche escoriazione, nulla che possa compromettere la carriera da ballerina che le si è aperta davanti grazie al mio Lago dei Cigni e al mio Sogno di Cenerentola. Nessun psicoanalista osa invece pronunciarsi sulla sua salute mentale.

Fuggo via.  Via da Parigi, via da Montpellier, via dalla Francia. Mi rifugio nella villa di oncle Alexandre Etienne: trovo il vecchio professore psichicamente distrutto per quello che è accaduto. Si suicida pochi giorni dopo nella villa a Bordighera con un colpo di pistola alla tempia. Nel frattempo, la mia vita è presa in mano con la massima discrezione e cortesia dall’avvocato Adrien Bruneau, amico di Alexandre Etienne dai tempi del liceo, che s’impegna a scortarmi nella difficile traversata nel mare incerto e periglioso della giustizia.

Certo, sono a Parigi per incontrare l’avvocato Bruneau. Oggi pomeriggio. Non riesco a pensarci. Sono esausta. Esco dal Petit Palais, chiamo un taxi e mi faccio riportare in albergo, devo riposarmi almeno un poco.

Nel pomeriggio prendo un altro taxi e mi faccio accompagnare nello studio dell’avvocato in Boulevard Malesherbes. Entro in un palazzo Secondo Impero ancora più sontuoso di quello dove abita mio padre, una segretaria gentilissima ed efficientissima mi accoglie nella hall dello studio e mi dice che l’avvocato Bruneau si scusa ma dovrò pazientare una decina di minuti. Mi accompagna in un salottino, «qui non la disturberà nessuno, può stare tranquilla».

La mia psiche riprende a turbinare vorticosamente, non devo pensare a Sophie. Adesso devo stare calma. L’avvocato Adrien Bruneau: l’uomo più prevedibile del mondo. Provo a immaginare come sarà vestito oggi. Potrebbe indossare un completo grigio oppure un completo blu, ma sempre di perfetto taglio sartoriale. La camicia potrebbe essere bianca oppure azzurra ma sempre di seta, i gemelli sono d’obbligo, ma potrebbero essere quelli con i brillanti o quelli con un minuscolo cammeo neoclassico.

M’inviterà a cena, certo: al Pre Catelan o alla Tour d’Argent, non ci sono molte alternative. M’inviterà a una serata all’Opèra Garnier oppure a una visita al Musée Camondo, che è proprio vicino allo studio. Di certo mi parlerà dei litigi con quell’arpia di sua moglie o delle fidanzate di qualche decennio fa quando era studente alla facoltà di legge. Chissà se alla fine mi dirà di essere gay, una volta per tutte.

Dopo una decina di minuti l’avvocato entra nel salottino e mi accompagna nel suo studio, dove mi fa sedere davanti a una monumentale scrivania d’epoca Louis XV che sembra uscita da una sala di Versailles.

L’avvocato è un sessantenne alto, magro, pallido, dai capelli bianchi, di una magrezza e un pallore malato. Ha una voce con un qualcosa di femmineo, una voce che è appena un sussurro, sempre monocorde, ma concitata e nervosa. Seguire le sue parole richiede uno sforzo notevole.

Oggi si presenta in altissima uniforme, anzi in serissima uniforme: completo grigio di haute couture, camicia bianca di seta, due brillanti per gemelli, cravatta di seta blu, Breguet di platino al polso.

«Catherine cara, carissima, mia infinitamente cara». Dopo i convenevoli degni di una dama di corte dell’Imperatrice Eugenia, inizia uno dei suoi cortesissimi e micidiali monologhi.

«Catherine, so di avertelo già detto e so di essere tedioso. Io sono un avvocato e il mio compito è preciso: in primo luogo devo evitare che ciò che è possibile diventi probabile e in secondo luogo devo di evitare che ciò che è probabile diventi inevitabile.  E per fare questo devo tenere la situazione sempre sotto controllo.

Catherine, non puoi permetterti un processo, non puoi permetterti che la polizia indaghi su di te, non puoi neppure permetterti che un giornalista s’interessi a quanto è successo. Questa vicenda, chiamiamola così, si presta a interpretazioni, a ipotesi, a travisamenti assolutamente pericolosi.

Si presta a domande che nessuno deve porsi: hai commesso degli abusi sessuali su Sophie, una minorenne con problemi psicologici? L’hai spinta a tentare il suicidio? E cosa è successo con Alexandre Etienne? Perché si è suicidato? Non ha lasciato una sola riga di addio, nulla. Si è suicidato con una pistola Luger, la pistola d’ordinanza degli ufficiali tedeschi ai tempi di Kaiser Whilelm, di certo era incapace di trovare un malavitoso per comprare una pistola, l’ha comprata da un collezionista, ma persino questo dettaglio è un enigma. Tutto è un enigma e tale deve restare.

Io sono certo che usciresti assolta dal tribunale, ma temo che ne usciresti distrutta. Neanche la famiglia di Sophie può permettersi un processo, sono terrorizzati che tenti di nuovo il suicidio e che questa volta riesca a uccidersi, ma non dobbiamo mai fargli pensare che il processo sia la soluzione. Dobbiamo tenere la situazione in un limbo, io posso farlo, ma tu non devi più prendere certe iniziative, non puoi cercare la tua fine, sarebbe peggio del suicidio.

L’avvocato Chabrier che segue la famiglia di Sophie è un professionista serio e capace, non è uno speculatore a caccia di risarcimenti e questo è un vantaggio anche per noi, ma per la sua capacità è un avversario temibile che non possiamo mai sottovalutare.

L’intesa è chiara: non devi mai più vedere Sophie, non devi mai più cercarla in alcun modo, neanche per interposta persona. La sua famiglia si è trasferita a Bordeaux, Sophie ha ripreso a danzare, è sempre in cura da uno psicoanalista: questo è tutto. Perché hai usato la tua posizione per metterti in contatto con una delle sue insegnanti di danza, facendole capire che volevi incontrarla? Mi dispiace, ma è stato un errore, un grave errore».

Smetto di seguire le parole dell’avvocato. Continuo mantenere il mio sguardo serio e concentrato, come una maschera. Nella mia mente iniziano a gocciolare le parole del lungo memorandum che l’avvocato Chabrier indirizzò per conto della famiglia di Sophie all’avvocato Bruneau, per concordare l’entente cordiale che nelle intenzioni doveva salvare entrambe. Quelle parole stanno allagando la mia mente, mi stanno annegando in un lago piatto e freddo e grigio.

Conosco a memoria quel memorandum, saprei declamarlo come se fossi un’attrice.

…Catherine de La Tour è una giovane donna di ventidue anni, il Fato è stato con lei immensamente generoso e le ha offerto una posizione d’immenso privilegio: non solo è una ragazza bellissima e nata da una famiglia dell’alta borghesia che le ha fatto conoscere l’arte e la cultura sin da bambina, ma è anche dotata di un eccezionale talento artistico e ha ottenuto riconoscimenti enormi come pianista, come compositrice, come studiosa.

Non vogliamo in alcun modo esprimere giudizi sull’orientamento sessuale di questa giovane donna.

Ma è una sociopatica e manipolatrice, incapace di provare qualunque sentimento, affetta da un’egolatria senza limiti che deriva dall’immensità dei suoi stessi meriti.

Sin da ragazzina è stata ossessionata dalla morte, è un fenomeno che talvolta si presenta negli adolescenti. Catherine de La Tour ha portato questa ossessione sul piano artistico, in maniera profondamente suggestiva e per questo ancora più inquietante: ossessione per il Requiem di Mozart, ossessione per il suo anno di nascita che coincide con il bicentenario della morte di Mozart e per la sequenza numerica della sua data di nascita 9 gennaio 1991, anzi 9-1-1991, ossessione per il suicidio di Čajkovskij, ossessione per il tentativo di sostituirsi a Čajkovskij nel comporre il requiem che non ha mai composto perché si è suicidato prima ancora di iniziarlo.

Ha riversato tutto questo su una minorenne affetta da gravi difficoltà psicologiche.

Ha commesso abusi sessuali su una minorenne che le era stata affidata come se fosse una sorella.

L’ha spinta al suicidio.

Una volontà di fascinazione, di controllo, di manipolazione spinta all’estremo.

Una visione della musica e della danza come ossessioni di perfezione assoluta alla quale sacrificare ogni sentimento, sino all’autodistruzione.

In questa vicenda resta l’enigma insolubile del ruolo avuto dal professor Alexandre Etienne de La Tour, eminente docente di letteratura italiana alla Sorbona di Parigi, forse spettatore degli abusi sessuali, suicidatosi forse con lo scopo di salvare la reputazione e la carriera di musicista della nipote…

Sono io? L’avvocato Chabrier ha disegnato il mio ritratto, esagerato, deformato, che esaspera alcuni dettagli, ma alla fine sono io. Forse. Non lo so. Le parole del memorandum inondano la mia psiche insieme alle lacrime che ho pianto troppo tardi per Sophie. È sempre troppo tardi.

Adesso riesco di nuovo ad ascoltare le parole dell’avvocato.

«Perché vuoi vendere la villa di tuo zio a Bordighera per appena 600.000 euro? Vale almeno il triplo».

Per una volta riesco a dare una risposta articolata a un’osservazione dell’avvocato.

«Non ho bisogno di altro denaro, con i concerti ho guadagnato davvero molto, ho l’incarico all’università e poi Alexandre Etienne mi ha lasciato anche 600.000 euro in contanti, a questi si aggiungeranno i 600.000 euro che ricaverò dalla villa.

Non potrei mai più tornarci: Alexandre Etienne si suicidò con un colpo di pistola alla tempia, nella biblioteca della villa.  Entrai nella biblioteca subito dopo lo sparo: non c’era nulla di letterario, di romantico, di psicologico, c’era sangue e materia cerebrale dovunque, sulle vetrate delle librerie, sulla tappezzeria, sulle acqueforti delle Carceri di Piranesi appese alle pareti, c’era sangue fino sul lampadario di cristallo e sui capitelli delle colonne corinzie della sala.

Le Carceri di Piranesi schizzate di sangue: erano davvero allucinanti, meno male che avevano tutte il vetro, altrimenti potevo provare a rivenderle come un’opera d’arte concettuale o di qualche altra avanguardia».

Dopo questo guizzo di minimo sarcasmo m’interrompo e mi limito ad ascoltare l’esortazione a interrompere le trattative di vendita sino a che sono in tempo. Vorrei narrare all’avvocato Bruneau del sogno che ha fatto irruzione una decina di volte nelle mie notti.

Sono nell’appartamento a Parigi, ci sono alcuni amici di famiglia a cena. Mi accorgo che mio padre si è alzato da tavola da parecchio tempo. Lo vado a cercare nelle altre stanze, lo trovo nel corridoio, davanti alla porta del bagno. Ha la metà destra del cranio sfondata da un colpo di pistola.

Prima che io possa dire qualcosa, mi dice «Sta tranquilla Catherine, è tutto in ordine, ho già pulito il sangue che era colato fuori dalla porta sul pavimento dell’ingresso, dopo pulirò anche il sangue dal pavimento del bagno». Passo su un lago di sangue, mi guardo allo specchio e io pure ho il cranio sfondato, come mio zio, come mio padre.

No, non riesco a raccontare quel sogno all’avvocato. Ma l’avvocato ha ragione, non devo vendere la villa di Alexandre‒Etienne, devo pensarci con un po’ di calma. Non ho bisogno di incassare né 600.000 euro, né due milioni, né altro.

Alla fine, il lungo colloquio si riduce all’esortazione a comportarmi con la massima cautela, prudenza, discrezione e con la rassicurazione che grazie alla sua abilità di avvocato riesce a mantenere tutto sotto controllo. Almeno per il momento.

Non mi parla né della moglie né di fidanzate d’altri tempi, riesco a prevenire un invito a cena dicendogli subito che cenerò da mio padre, declino con facilità un invito a visitare insieme il Musée Rodin.

Trascorro in apnea il resto della giornata, compresa la cena a casa di mio padre, che scivola via senza lasciarmi nulla. Ancora una notte d’insonnia e ancora un risveglio all’alba. Chiuso il colloquio con l’avvocato non ho altri motivi per restare a Parigi. Mi resta una giornata, poi ritorno a Montpellier.

Ma neppure a Montpellier ho qualcosa d’importante da fare. Sì, il corso di musicologia, gli esami… Dovrò esaminare i miei studenti, che sono appena un po’ più giovani di me, sarà divertente.

Il corso di musicologia, certo. E poi i concerti, ma nessuno è interessante, mi sono presa una pausa dalle piazze troppo impegnative. I concorsi e i corsi di perfezionamento. No, adesso non ce la faccio, sarebbero solo un fallimento, sarebbe come volere attraversare l’oceano con una nave che sta lentamente affondando, il naufragio è solo questione di tempo.

La composizione. Penso alla quantità di bozze e appunti su cui stavo lavorando ai tempi del mio amore per Sophie: sono tutti fermi, così come li ho lasciati nel momento in cui Sophie ha cercato di suicidarsi. Non ho più scritto una sola nota.

Ancora una volta, come ieri mattina, contemplo la cupola dell’Opéra nella luce dell’aurora dalla finestra del Paris Intercontinental. M’immergo nella vasca da bagno piena di acqua tiepida e i pensieri mi sommergono.

Potrei andare al Musée Rodin, senza l’avvocato Bruneau. Al mattino è sempre impegnato nelle udienze in tribunale, non corro alcun rischio d’incontrarlo. Perfetto, mattina al Musée Rodin. Mi sento catalizzata: i bronzi di Rodin come ultimo ricordo prima di suicidarmi con un colpo di pistola alla tempia nella camera di un albergo di lusso a Parigi.

Sì, ho deciso. Mi suiciderò oggi pomeriggio, qui in albergo.

Sin da quando ero bambina ho puntato tutto sulla musica. E adesso, non riesco più a comporre. Non riesco più a suonare il pianoforte come vorrei. Ho perso Sophie. Oncle Alexndre Etienne si è suicidato. Non ho né amici né amiche, soltanto una quantità di conoscenze e rapporti sociali più o meno epidermici. I rapporti con la mia famiglia sono protocollari, no di certo affettivi. Ho fatto una scommessa e ho perso tutto, non mi rimane più nulla.

No, restano i concerti. L’incarico temporaneo al conservatorio verrebbe certo confermato. In pochi anni potrei anche ottenere una cattedra di pianoforte. L’anno prossimo potrei essere a Siena, all’Accademia Chigiana per un corso di perfezionamento, ma provo soltanto ansia. Chissà se ci sarà anche Sonja, con Sonja sarei più tranquilla. E poi resta il denaro, restano gli agi dell’alta borghesia.

Tutto questo è vero, ma non è tutto.  Voglio suicidarmi perché i monologhi con Sophie sono diventati un’ossessione, occupano tutti gli spazi liberi della mia vita. È un’allucinazione, è come sentire le voci, anche se sento sempre solo la mia voce che parla a Sophie e che risponde ai silenzi di Sophie, non sento mai la voce di Sophie. Mi voglio suicidare per un qualcosa che non è reale, per una mia immaginazione, ma quell’immaginazione mi sembra reale e si ripete a ogni istante, come se stessi annegando senza annegare.

Scelgo i vestiti per uscire: camicetta bianca di seta, tailleur e gonna blu plissettata, calze velate, ballerine blu. A colazione non riesco a mangiare quasi nulla, esco, non ho più voglia di una lunga passeggiata, per andare al Musée Rodin mi faccio chiamare un taxi alla reception dell’albergo.

Arrivo poco dopo l’apertura, c’è abbastanza gente, ma non troppa, per fortuna non ci sono le solite comitive di turisti, non le sopporto, fosse per me vieterei l’accesso in gruppo a qualunque museo.

Passeggio a lungo nel giardino, mi faccio incantare ancora una volta dal Pensatore, mio padre ne ha una copia moderna in bronzo nello studio, mi affascina sempre.  Entro nelle sale che ho già visitato più e più volte, persino oggi, nel giorno che ho scelto per morire, non mi stanco di ammirare i bronzi modellati da Rodin, li conosco a uno a uno.

Passeggio fra le sale, indolente, tranquilla. Arrivo davanti all’Age Mur, di Camille Claudel, una delle poche opere esposte che non rechi la firma di August Rodin. Mi commuovo ogni volta, ma questa mattina sento le lacrime che mi rigano le guance.

Camille Claudel: l’Age Mur, dit aussi La Destinée, ou Le Chemin de la vie, ou encore La Fatalité.

Non piango mai, ma ora sto piangendo, sto piangendo a dirotto, come non ho mai pianto in vita mia. Piango per Camille Claudel che fu un genio della scultura, che fu amante infelice di August Rodin, che fu rinchiusa per trent’anni in una clinica psichiatrica dalla famiglia, una famiglia tanto upper class quanto ottusa nel suo cattolicesimo intollerante e misogino, una famiglia che non capiva la genialità di una donna, non capiva nulla.

Piango per la figura bronzea della donna in ginocchio, con le mani protese verso un uomo geniale e mediocre che si sta allontanando accompagnato da una donna mediocre. O forse le mani della donna sono protese verso la speranza, le illusioni, la felicità, la vita stessa, che se ne sono tutte andate. Piango per me stessa, senza capire se sono Camille in ginocchio oppure Auguste che si allontana; forse Sophie è Camille e io sono Auguste, o forse è il contrario; forse sono il Cigno Bianco e non il Cigno Nero, anche questo è possibile.

Sto vaneggiando, la vista mi si annebbia, mi guardo da fuori, da lontano, sono così stanca, una stanchezza infinita, mi si chiudono gli occhi, sto svenendo, sto cadendo per terra, ecco è finita.

Mi risveglio, dopo non so quanto tempo. Sono in un salone settecentesco, distesa su un divano, davanti a me vedo un uomo gentilissimo, grassottello, in giacca e cravatta, odoroso di acqua di Colonia, che con voce agitatissima mi chiede se sto meglio e se può fare qualcosa per me.

Chiedo dove mi trovo e l’uomo si presenta con un profluvio di scuse e di agitazione «sono il direttore del Musée Rodin, l’ho fatta portare nel mio ufficio, il signore che è con noi è un medico, è stata una fortuna che stesse visitando il museo quando si è sentita male». Anche il medico si presenta e mi rassicura che non è successo niente, è stato solo un malore.

Si, sono fortunata: una ragazza bellissima ed elegante che sviene in un luogo pubblico è soccorsa da un medico e dal direttore di un museo, ha avuto soltanto un malore. Qualcun altro sarebbe stato sollevato di peso da due poliziotti che gli avrebbero chiesto se era ubriaco o drogato e l’avrebbero portato al commissariato.

Il medico mi offre di accompagnarmi in ospedale, io declino l’invito e chiedo che mi portino al Paris Intercontinental dove ho una suite. Il nome dell’albergo rende i due signori ancora più deferenti.

Il direttore mi chiede se sono un’artista, visto che sono svenuta davanti a un bronzo di Camille Claudel, forse pensa che soltanto agli artisti succede di svenire.

«Sì, sono un’artista, ma non sono una scultrice, sono una musicista. Se l’anno scorso era alla Salle Pleyel, forse mi ha sentita suonare al pianoforte, sono la compositrice di Mozart 1791-1991».

Il miracolo si compie. Certo, il direttore era a concerto quella sera, adesso mi riconosce, io sono Mozart 1791-1991, mai avrebbe creduto che un musicista contemporaneo fosse capace di comporre come Mozart. Sì, sono davvero Mozart. Wolfgang Amadeus. Oppure sono Maria Anna Mozart, Nannerl, la sorella maggiore di Wolfgang e musicista dimenticata a dispetto del suo talento.

No, non sto delirando, sto solo giocando per un attimo. Nannerl la sorella di Mozart, Fanny la sorella di Mendelssohn, Clara la moglie di Schumann, Lili Boulanger che era sé stessa e morì troppo giovane senza che avesse il tempo di esprimere il suo genio di compositrice. Io, che sono soltanto me stessa.

Ecco, adesso sono in albergo. Sono tranquilla. Estraggo dalla valigia la Luger che Alexandre-Etienne ha usato per suicidarsi, la guardo, la soppeso fra le mani, inserisco i proiettili nel caricatore con le mie bellissime e agilissime mani da pianista che sono impacciate a maneggiare un’arma da fuoco, mi avvicino allo specchio, mi punto la pistola alla tempia. Resto così per un momento, senza premere il grilletto, poi depongo l’arma.

Non ho paura, sono calma, perfettamente calma, anche di fronte alla morte. Come alla finale del concorso Long Thibaud e del concorso Chopin, come quando ho suonato Mozart 1791-1991 alla Salle Pleyel, come quando ho suonato i due concerti per pianoforte e orchestra di Brahms alla Filarmonica di Vienna. Sono di nuovo calma, come non mi succedeva da un anno a questa parte.

Scendo nella sala di musica e mi siedo al pianoforte, Beethoven, la sonata op. 57 Appassionata. Un’interpretazione perfetta. Suono ancora la fuga che chiude l’op. 106 Hammerklavier, la più impervia di tutte le sonate di Beethoven. Un’altra interpretazione perfetta. Se Ludwig potesse ascoltarmi, sarebbe soddisfatto, abbastanza soddisfatto.

Risalgo in camera, prendo uno degli spartiti con le bozze di uno dei miei lavori interrotti, uno qualunque. È una raccolta di variazioni su un tema di Paganini, lo scorro, mi piace, la mia immaginazione mi offre qualcosa, un’idea, non lo so, riesco a immaginare un’altra variazione, uno sviluppo.  Prendo la penna fra le dita e le note iniziano a scorrere sul pentagramma.

Davanti al bronzo di Camille Claudel, non è successo niente, sono svenuta, tutto qui. No, è successo qualcosa, ho capito qualcosa, forse. Il suicidio è una possibilità, sono capace di uccidermi in ogni momento, sono perfettamente calma per puntarmi una pistola alla tempia e premere il grilletto. Nulla mi trattiene, non credo a niente e a nessuno, non amo più nessuno.

Mi aspetto ancora qualcosa dalla vita, qualcosa che dipende in gran parte da me, sono un’artista o almeno una professionista della più grande capacità. Sono fredda e lucida, non mi sono mai lasciata ingannare dalle illusioni, non ho mai avuto bisogno delle illusioni, sono capace di capire cosa può ancora darmi la vita. Quando non mi aspetterò più nulla dalla vita, sarà il momento giusto per suicidarmi:

quando muti questi occhi all’altrui core,

e lor fia voto il mondo e il dì futuro

del dì presente più noioso e tetro…

Ho anche capito che sono sempre e soltanto me stessa, che non posso essere diversa da me stessa, sono capace di suonare il pianoforte e di scrivere musica, non sono capace di fare altro, non m’interessa fare altro.

Avrei dovuto trattenere Sophie e impedirle di gettarsi dal balcone, potevo farlo, Sophie era più minuta di me, avevo la forza fisica per trattenerla. Non l’ho fatto e provo rimorso. Più ancora provo un disperato rimorso di non provare abbastanza rimorso per quello che non ho fatto. È tutto un gioco di specchi.

Posso sfogliare le pagine della mia vita: cosa è scritto nella pagina successiva, qualcosa d’interessante? Sì, penso di sì. Sono ancora confusa, ma devo continuare a sfogliare le pagine, a riempire le pagine, senza fretta, un piccolo progetto alla volta. Mi sembra di riemergere dall’acqua come un naufrago.

Il corso di perfezionamento all’Accademia Chigiana a Siena: è il primo progetto, lo so benissimo. Ci sarà anche Sonja, nella classe di violino, Sara invece non è stata ammessa nella classe di violoncello. Con Sonja ce la posso fare e poi conosco già i docenti. Sonja è un’ottima violinista, non è alla mia altezza ma è meglio così, forse mi adorerà per la mia bravura di musicista. Ho flirtato con lei, un po’ era ritrosa e un po’ si lasciava andare. Anche Sonja è un piccolo progetto, sono un po’ innamorata di lei, almeno un poco, è bella, ha un bel viso, un bel corpo.

Pagine, pagine, pagine. Pagine rese grigie e polverose dal dolore per Sophie che se ne è andata, dalle mie ossessioni per Sophie, da tutte le mie ossessioni. Pagine che sembrano emanare una nebbia fredda e densa. Oggi mi sembrano meno grigie e meno polverose. Mi sembra che il ricordo di Sophie inizi a sbiadire. È passato un anno. Il tempo fa sbiadire tutti i ricordi sino a cancellarli, lentamente. Prima cancella i ricordi felici e soltanto dopo cancella i ricordi infelici.

I miei progetti, il mio domani, i miei mille domani. Gli esami al gruppetto dei miei studenti, qualche concerto, un paio di composizioni già in gran parte scritte in un momento felice e ispirato e che posso terminare anche con un po’ meno d’ispirazione, un corso di perfezionamento a Siena. E Sonja, forse, chissà.

È poco, ma forse posso continuare a sfogliare le pagine, una alla volta e a riempire le pagine, una alla volta. Quando non avrò più nulla da scrivere e le pagine resteranno vuote, allora sarà tutto finito. Adesso non ancora.

2017, da sola, senza aspettare nessuno

Anche il secondo calice di Alexandra che avevo ordinato è vuoto. Anche il volto di Sophie è scomparso. Anche questa sera, come ogni sera, non ho sonno. Rientro in albergo. Vorrei scendere nella sala da musica ed esercitarmi al pianoforte fino all’alba, poi potrei dormire qualche ora nel pomeriggio.

Ho fatto bene a non vendere la villa di Alexandre Etienne. Ho rifiutato l’offerta che mi era stata fatta, ho restituito la caparra e mantenuto la proprietà della villa. Mi sono limitata a qualche piccola sistemazione interna e ho spostato il pianoforte dalla biblioteca a un altro ambiente che ho fatto allestire come salone da musica.

Dopo il colloquio con l’avvocato Bruneau e dopo aver contemplato l’arte di Camille Claudel, presi la decisione di trasferirmi a Bordighera, dove ho soggiornato per molti mesi nella grande villa bianca e silenziosa. Da sola. Con me c’erano soltanto una governante e una cameriera, due presenze alle quali avevo imposto la massima discrezione. Due volte alla settimana, andavo da uno psicoanalista. In quei lunghi mesi ho potuto suonare il pianoforte a qualunque ora del giorno e della notte; dormivo solo quattro o cinque ore al pomeriggio. La mia insonnia si è aggravata, ormai non dormo più di notte, solo poche ore di giorno; ma la depressione poco alla volta si è sedata; ho interrotto le sedute dallo psicoanalista, non voglio farmi troppe domande. In pochi mesi ho riacquistato le mie eccezionali doti di pianista. Sono tornata a vivere fra Parigi e Montpellier.

A settembre del 2015 ho partecipato al Concorso Internazionale di Leeds: ho mancato il primo premio, ma sono riuscita ad arrivare seconda, un risultato strepitoso visto che non ero ancora uscita del tutto dalla depressione.

Quando avevo diciassette anni, in un giorno d’estate, uscii in mare con la barca a vela di Alexandre Etienne. Ero da sola sulla barca, come sempre. La mattina era illuminata da un pallido sole, il mare era placido, le onde frusciavano sulla riva. Mi spinsi al largo, di colpo il tempo cambiò, il cielo diventò grigio e poi si coprì di nere nuvole di pioggia, si alzò un vento impetuoso che sollevava onde spumeggianti, scrosci di pioggia si abbattevano sul mare. Ero sola sul mare in burrasca, sapevo che avrei potuto morire annegata nel giro di pochi minuti. No, non annegai, la barca resse alle onde e alle folate di vento, la mia perizia marinaresca e i miei sforzi riuscirono a ricondurre la barca in porto. La ormeggiai e tornai alla villa; mentre salivo la scalinata di marmo che conduceva dal giardino all’edificio, il sole d’estate era riapparso in cielo e brillava sui miei capelli e sul mio abitino fradici di acqua salmastra.

La serie completa delle Carceri di Piranesi si snoda ancora sulle pareti del salone biblioteca. Non è rimasta la minima traccia di sangue sui vetri che coprono le preziose acqueforti. Sono certa – abbastanza certa – che oncle Alexandre Etienne non sia morto invano. Sono certa che si sia suicidato per salvarmi, non posso sprecare la sua morte.

Rileggo le partiture delle mie due ultime composizioni che mi hanno fruttato la Maisterklass a Dresda. Le Variazioni enigmatiche sul tema del 24° capriccio di Paganini, per violino pianoforte e orchestra. Le ho scritte per Sonja. Colloque sentimentale, una raccolta di liriche di Paul Verlaine per soprano e orchestra d’archi, l’ultima opera in memoria di Sophie, il mio addio a Sophie.

Ho sempre amato Colloque sentimentale, più di tutte le poesie di Paul Verlaine. Non sappiamo chi siano i due personaggi che si aggirano nel parco deserto rievocando un amore passato. Probabilmente sono un uomo e una donna, ma potrebbero essere due uomini oppure due donne, non ha alcuna importanza. Non sappiamo chi fra i due è sopraffatto dalla nostalgia e dall’abbandono e chi fra i due è l’indifferente. Nessuno lo saprà mai, Verlaine non ha lasciato il minimo indizio. Forse sono stata io ad abbandonare Sophie e a lasciare che tentasse di suicidarsi. O forse è stata Sophie ad abbandonarmi e a gettarsi fra le braccia del suicidio. Non lo so, non ha più importanza.

Sono soddisfatta, davvero soddisfatta delle mie due ultime composizioni.

Dopo un anno di lavoro, dopo aver desiderato ogni giorno di suicidarmi, mostrai a Sonja la partitura delle mie Variations enigmatiques: provò a suonarla, mi disse soltanto che la parte del violino solista era troppo difficile. La composizione si snoda nel tema, in una sequenza di 15 variazioni e nel finale. Ogni variazione è più difficile della precedente, le ultime non riusciva a padroneggiarle. Le feci notare che la parte del pianoforte – che scrissi per me stessa ‒ era di una difficoltà siderale, ben più della parte del violino. Mi rispose che per me la musica è un’ossessione paranoica di perfezione assoluta. Avrei dovuto risponderle che era soltanto un’artista mediocre e che non era alla mia altezza, ma non era il momento di litigare, Sonja mi serviva ancora.

Quando le confidai che mi avevano ammesso alla Meisterklass di composizione al Conservatorio di Dresda, mi disse ridendo che ero stata bravissima ad arruffianarmi tutti i professori del Conservatorio con una composizione neoromantica e di estrema difficoltà tecnica e interpretativa, con una composizione più moderna sulla scia di Philippe Glass e con una terza composizione in bozza che persino nel titolo era una ruffianata.

Un poco mi addolora che Sonja sia così invidiosa: non è stata ammessa nella Meistrklass di violino, ma è stata comunque ammessa a un corso di perfezionamento. Saremo a Dresda insieme, non voglio che sia già tutto finito prima di cominciare.

Rileggo le bozze di Cordoglio per Dresda ‒ 14 febbraio 1945 per pianoforte e orchestra d’archi, che secondo Sonja è soltanto una ruffianata. Come Anita, anche Sonja non ha capito nulla; non capirà mai nulla; mai.

Grazie alle Variazioni Enigmatiche e al Cordoglio per Dresda, ho avuto una presentazione alla Dresdner Staatskapelle. E presto suonerò con quell’orchestra come solista: suonerò l’opera integrale per pianoforte e orchestra di Rachmaninoff e anche il preludio in do diesis minore nella mia trascrizione e le mie variazioni sui temi del Lago dei Cigni di Čajkovskij. E sarà tutto sarà registrato dal vivo e inciso in un CD doppio. E ho ottenuto un contratto dalla Deutsche Grammophon per quell’incisione. Tutto questo con una ruffianata.

Dopo Dresda, presenterò al pubblico i miei tre Labirinti, per pianoforte solo: entrarvi è facile, uscirne è impossibile. Lavoro su quei tre pezzi da anni, dimostrerò che sono capace di scrivere e suonare una composizione ancora più impossibile delle Reminescences de Don Juan e di Islamey e di Gaspard de la Nuit, che diventerà il sogno e l’incubo per tutti i più grandi pianisti. L’ultimo labirinto e il più spaventoso di tutti sarà La scala di Piranesi, in memoria di oncle Alexandre Etienne.

L’incisione dei concerti per pianoforte e orchestra di Rachmaminoff e i miei Labirinti mi apriranno la strada al Concorso Čajkovskij di Mosca nel 2019 e il Concorso Franz Liszt di Budapest, ne sono assolutamente certa, li vincerò nello stesso anno. E dopo Mosca, terminerò il requiem mio e di Čajkovskij.

Certo, tutto questo è avvenuto soltanto grazie a una ruffianata con i professori di Dresda. Ma i mediocri sono così mediocri da non essere neppure capaci a essere dei ruffiani.

Alexandre Etienne, fra le sue tante nevrosi, era ossessionato dalla fotografia scattata da Richard Peter nel 1945 e raffigurante la statua della bontà sulla torre del Palazzo Comunale di Dresda dopo il bombardamento aereo del 14 febbraio. Di quella fotografia aveva fatto fare un disegno a china da un pittore suo amico.

Era una statua in stile finto ‘700, raffigurante una figura femminile avvolta in un morbido drappeggio. Nella fotografia la figura femminile era ritratta di spalle e sembrava protendere il braccio forse in un gesto benedicente da monsignore galante o forse in una riverenza da première danseuse sul bordo del palcoscenico. Davanti alla statua si stendevano a perdita d’occhio i palazzi di Dresda, ridotti a rovine calcinate dalle bombe al fosforo. La mano della statua protesa verso le macerie diventava un atto di accusa contro l’immensità della strage, della distruzione, della barbarie.

Era una fotografia irreale, struggente, carica di suggestioni filosofiche; al tempo stesso rendeva con assoluta oggettività uno dei più orrendi crimini di guerra commessi dagli Alleati. Non mi spiegò mai perché fosse così ossessionato da quella fotografia. Ne era ossessionato e basta. Pensando a quella fotografia, ho scritto un tema che somiglia al tema regio proposto da Federico il Grande a Bach per l’Offerta Musicale e che al tempo stesso somiglia anche al tema dell’adagio in sol minore di Albinoni – ma sono somiglianze davvero vaghe ‒ e sopra questo mio tema sto scrivendo una serie di variazioni.

Un’altra mia amica – non Sonja – mi ha già detto, «allora sarà una musica romantica e lenta e struggente, un po’ sul genere delle Metamorphosen di Richard Strauss?». Tutto qua: la mia musica non è altro che una copiatura da Richard Strauss, insomma, solo una finzione, non un lavoro originale. Ricambierò presto quella ragazza per le sue parole insensate, le darò l’occasione per piangere amare lacrime. Sì, sono una sociopatica, come scrisse l’avvocato Chabrier: ma per me non è certo un problema.

Esco sulla terrazza della mia suite, mi affaccio dalla balaustra. Il cielo terso e stellato di maggio si stende sulla cittadina termale, tutti i rumori si sono spenti, le strade sono deserte e silenziose, la città dorme tranquilla.

Il volto di Sophie riemerge nella memoria, saluta il pubblico al termine del Lago dei Cigni con una riverenza sul bordo del palcoscenico e mi sorride benevola come la bontà sulla torre del Palazzo Comunale di Dresda. Se mi stringessi a Sophie e mi buttassi dalla terrazza delle Nouveaux Thermes, non farei in tempo a formulare un solo pensiero e sarei già morta sfracellata sul marciapiede della piazza e Sophie sarebbe morta con me.

No, sulla terrazza dell’albergo sono sola, come sempre. Sophie è lontana, lontanissima, scomparsa, il suo volto è sbiadito, il suo corpo si confonde con quello di una statua. Forse incontrerò Sonja a Dresda, forse; non lo so, non è così importante. Fra le mie mani stringo soltanto gli spartiti del Cordoglio per Dresda. Fra pochi mesi, l’avrò terminato.

RICORDARE PER DIMENTICARE è un racconto di Alessio Martini

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