SANGUE DI LUPO di Gualtiero Ferrari

Foto di Stefan Keller da Pixabay 

Era la prima caccia a cui partecipava.

Ringhio, suo padre, ispirandosi alla rigida ortodossia dei lupi grigi, preferiva procurare il cibo per sé e per la sua famiglia da solo.

Era stata l’insistenza di Codamonca, sua compagna di vita, che lo aveva indotto a rompere con la tradizione. Con un colpo di muso invitò il più grosso della cucciolata a seguirlo: avrebbero braccato il cervo che avevano udito bramire all’alba.

Artiglio era eccitato: correre nel folto del bosco gli regalava una sensazione meravigliosa, e poterlo fare in coppia col padre rendeva l’esperienza indimenticabile.

Gli altri animali si nascondevano al passaggio dei due predatori.

Predatori perfetti che la Natura aveva costruito in migliaia di anni di evoluzione, terribili e bellissimi al contempo, sembravano danzare sulle foglie cadute, illuminati dai raggi di sole che filtravano tra i rami d’una splendida giornata d’autunno.

Ringhio si fermò di colpo, orecchie tese dritte verso il cielo: aveva percepito qualcosa.

Ad Artiglio occorse un attimo per cogliere la leggera fragranza muschiata del cervo che l’altro maschio aveva già fiutato.

Lo sguardo del padre sembrò volergli comunicare la prima lezione della giornata: corri quanto vuoi, ma annusa l’aria e sii sempre all’erta. Trasmesso il messaggio, l’adulto si fece guardingo. Seguì la traccia odorosa nascondendosi tra i cespugli del sottobosco, subito imitato dal giovane lupo che gli si accodò goffamente.

Nei pressi d’un ruscello i due predatori scorsero la preda che cercavano.

Un capobranco enorme, anziano ma ancora nel pieno del vigore fisico, con un palco di corna così grosso da impressionare persino Ringhio. Con un singolo colpo ben assestato li avrebbe facilmente sventrati entrambi: occorreva usare prudenza.

Il grosso maschio alzò istintivamente il muso, ancora umido dall’abbondante bevuta, guardandosi intorno. Anche se non era riuscito a identificare il pericolo né da dove giungesse, qualcosa l’aveva messo sull’avviso. In Natura non si diventa vecchi senza le giuste capacità di sopravvivenza.

Dopo aver sbuffato un paio di volte dal naso, il cervo scorse la mal camuffata sagoma di Artiglio dietro un arbusto di bacche rosse. Un lupo giovane e inesperto, pensò felice prima di accorgersi dell’ombra che si muoveva furtiva sul fianco cercando d’aggirarlo.

Due predatori letali erano troppi anche per lui.

Seguendo erroneamente l’istinto, scattò, gettandosi al galoppo tra gli alberi.

Ringhio e Artiglio in preda già eccitati dalla caccia e stimolati dalla fuga, si lanciarono all’inseguimento senza ulteriori indugi.

Il cervo era grande e forte, eppure anche agile e veloce. Gli zoccoli parevano non toccare terra, e l’animale volava delicato sul morbido manto erboso del sottobosco. Nonostante la mole, l’animale era così abile nella fuga, che riuscì a evitare tutti gli ostacoli che gli si pararono davanti con tale grazia e maestria che il giovane lupo ne rimase incantato.

Il padre, dal canto suo, desiderava solo affondare i denti nel ventre molle di quel corpo caldo per saziarsi del suo sangue.

Dopo alcuni minuti di corsa sfrenata i due carnivori iniziavano a cedere alla fatica, mentre la preda pareva fresca e riposata, quasi stesse trottando senza fretta in una tiepida giornata di primavera.

Artiglio decise di rendere fiero il suo genitore e, in uno sforzo estremo, diede fondo all’energia che ancora aveva nei muscoli; compì un balzo e atterrò piantando le unghie nel quarto posteriore della bestia.

Alle strette, oltre che in preda al panico per il dolore e lo shock dell’attacco, il cervo scalciò con tutta la potenza della disperazione, centrando l’aggressore in pieno petto.

Nonostante gli artigli saldamente piantati nelle carni dell’erbivoro, il giovane lupo venne sbalzato via, terminando il rocambolesco volo contro il tronco d’un albero caduto; l’impatto fu talmente violento che svenne all’istante.

Al suo risveglio il lupo scorse suo padre che lo accudiva, leccandolo dove era stato colpito dallo zoccolo del cervo. Non sapeva quanto tempo era passato, ma doveva essere stato parecchio tanto era basso il sole all’orizzonte.

Ringhio, accortosi che il figlio aveva riaperto gli occhi, smise di assisterlo iniziando a uggiolare quasi volesse domandargli come si sentisse. Per tutta risposta Artiglio si rimise in piedi, seppur a fatica, sottolineando che stava bene con un’energica scrollata generale. Anche se non lo diede a vedere fu una pessima idea; non aveva riportato ferite permanenti ma la testa gli faceva male, e così anche tutte le ossa.

Per quel giorno la caccia era finita, e i due si avviarono stanchi e affamati alla tana dove gli altri membri della famiglia li attendevano.

Il giovane lupo provava vergogna per il fallimento temendo di aver deluso il padre. I gemiti di fame dei suoi fratelli e delle sue sorelle non migliorarono l’umore già pessimo, e a questo dovette aggiungere il dolore sordo e persistente che aveva nei muscoli. Sicuramente la stanchezza della caccia e la botta presa si stavano facendo sentire.

Accoccolato nel tepore della vicinanza con gli altri membri della famiglia sperò di prendere sonno in fretta così da lasciarsi quella pessima giornata alle spalle. Passarono alcune ore e, per quanto lo desiderasse, il malessere fisico e morale non gli permisero di dormire. Decise di uscire a fare un giro per sgranchirsi le zampe nella fredda luce della luna piena. Solo Ciuffo, il più piccolo e giovane della cucciolata, si accorse del fratello che lasciava la tana.

Lo splendido manto grigio, folto e lucente, risplendeva rischiarato dalla luce argentea che perforava la spessa coltre di nubi.

Contrariamente a quanto aveva sperato invece di migliorare la sensazione di disagio crebbe a dismisura, tanto che dopo pochi minuti al lupo sembrava d’essere trafitto da mille denti aguzzi. La testa dava l’impressione di doversi spaccare da un momento all’altro e gli girava così tanto che le vertigini lo fecero rovinare a terra.

Il dolore esplose in tutto il corpo man mano che la luna si liberava dalla prigionia delle nuvole; ogni raggio pareva un coltello che gli lacerava le carni.

Artiglio non capiva. Il panico gli serrava il petto mentre soffriva atrocemente sperando che il dolore passasse presto.

I muscoli s’irrigidirono sino al punto di lacerare i tendini e le ossa si frantumarono. Uno dopo l’altro i pezzi del corpo dell’animale cedettero rompendosi e ricomponendosi, straziando la povera bestia d’un dolore immenso e insopportabile. La tortura si protrasse per un tempo infinito e quando fu troppo, svenne per la seconda volta quel giorno.

La mattina seguente gli ululati strazianti di Codamonca lo svegliarono di buonora. Non l’aveva mai sentita così sconvolta: qualsiasi cosa fosse successa doveva essere molto grave. Balzò in piedi e corse verso l’origine del baccano e quando giunse a destinazione trovò l’intera famiglia riunita, quasi fossero tutti lì ad aspettarlo.

Codamonca latrava disperata mentre Ringhio annusava e cercava tracce. I suoi due fratelli coetanei, Zampa e Peloso, giravano in tondo marchiando il territorio a più non posso. La sorella più piccola, Foltomanto, era impietrita dal terrore mentre l’altra cucciola, Puntorecchia, era accucciata accanto al corpo esanime di Ciuffo.

Il fratellino giaceva a terra col collo spezzato; tutto intorno a lui le impronte e l’odore degli animali che camminano sulle due zampe di dietro.

Suo padre era furente.

Accecato dall’ira verso gli umani, per aver ucciso suo figlio, e verso se stesso per non averlo protetto.

Ringhio non era un semplice nome; ne bastò uno ricordare al bosco chi era e per far accucciare tutti i presenti, sottomessi al capobranco.

Quel comportamento era insieme un grido di rabbia e una promessa di vendetta.

L’umano che aveva ucciso il figlio minore era stato dichiarato nemico del branco, non ci sarebbe stata pace sino quando non avrebbero banchettato delle sue carni.

I giorni successivi li passarono a setacciare il territorio.

Codamonca restava nella tana ad accudire le due sorelline mentre, a coppie, i grossi maschi perlustravano i dintorni.

Per lungo tempo non accadde nulla, sino a quando una nuova luna piena si alzò fulgida nel cielo.

Il caldo nella tana era opprimente e quella notte, come già era successo durante la luna piena precedente, Artiglio iniziò a sentirsi male. La testa girava, i muscoli dolevano e le ossa sembrava volessero schizzare fuori dal corpo, quasi fossero animate di una volontà propria.

Arrancò sino all’uscita dove incrociò lo sguardo attento e preoccupato di Ringhio, poi s’inoltrò nel folto del bosco.

La pallida luce lunare lo inondò infiammando il corpo lupesco.

Come il mese prima ogni singola fibra del suo essere esplose in un dolore senza fine.

Ossa rotte, sangue e organi che si laceravano per poi riunirsi imbrigliati in una nuova forma, in un nuovo corpo dalle sembianze umane.

La trasformazione fu lenta e terrificante ma questa volta resistette e restò presente in spirito.

Quando finalmente si riprese, esausto, era nudo e ritto sulle gambe.

Non apparteneva più alla sua razza.

Raccolse un po’ d’acqua da una fonte e ne bevve sino a dissetarsi quindi si specchiò nella pozza. Un verso gutturale di disgusto gli nacque in gola nel vedersi così diverso. Avrebbe voluto ululare, ringhiare come suo padre tutta la sua rabbia, ma dalla bocca uscivano solo patetici versi delle bestie a due zampe senza pelo.

Nonostante la sua nuova forma si rese presto conto che i suoi sensi non erano affatto diminuiti, anzi tutt’altro. Sentì distintamente il fragore della corsa silenziosa di suo padre: l’aveva fiutato e stava arrivando a esigere il tributo di sangue.

In un attimo l’enorme bestia gli fu addosso.

Con un balzo Ringhio affondò i denti nell’avambraccio del figlio sino a scheggiare osso.

Il licantropo, preso alla sprovvista dalla sua nuova forma umana e dall’attacco del lupo grigio, cercò di ripararsi il viso e la gola con gli arti superiori a cui era ancora così poco abituato offrendo così un ottimo bersaglio.

Il dolore si propagò lungo i nervi sino al cervello esplodendo in un urlo silenzioso.

Artiglio reagì con rabbia, d’istinto menò un colpo che scagliò il padre lontano rompendogli due costole.

Una ferita del genere, in Natura, era quasi sempre mortale ma a Ringhio non interessava; voleva vendicare Ciuffo a costo della vita. Colmo d’una rabbia selvaggia si lanciò in un secondo assalto.

Artiglio, ancora sconvolto dalla trasformazione perse il controllo, fu pervaso da una furia cieca e si scagliò contro l’enorme lupo grigio.

La battaglia fu terrificante e i contendenti si scambiarono colpi, morsi e unghiate sino a sanguinare copiosamente.

Il giovane lupo in forma umana, non rendendosi pienamente conto degli straordinari poteri legati alla sua natura sovrannaturale di licantropo, alla fine ebbe la meglio e, seppur non volendo, uccise il padre.

Stanco per lo scontro si sedette su una roccia a contemplare il corpo freddo di colui che gli aveva dato la vita e solo una volta uscito dalla frenesia della battaglia riuscì a rendersi conto dell’orribile gesto che aveva appena compiuto.

Terrorizzato, Artiglio scappò correndo a perdifiato nella foresta sino a giungere al suo limite estremo, là dove gli alberi si facevano più radi sino a scomparire, e le case degli uomini s’infittivano creando un unico blocco grigio e maleodorante. Rimase a girovagare sul confine cittadino, sospeso tra quei due mondi che ora erano parte della sua vita, sino al giungere dell’alba quando, in un nuovo rantolo di dolore e sangue, riassunse la sua forma animale.

Il sole aveva scavalcato le colline e ora faceva capolino dalle cime degli alberi riscaldando coi suoi raggi dorati quella mattina, grigia e umida. Per quanto lo spettacolo fosse meraviglioso, anche per gli occhi di un lupo, il cuore di Artiglio restava gelido, incredulo al cospetto dell’enormità degli eventi.

Rientrato alla tana, Codamonca, nel vederlo tornare solo e malconcio, intuì che il compagno d’una vita era morto ma fraintese l’origine delle ferite del figlio. Iniziò a leccarlo per consolarlo come solo la madre di lupo avrebbe saputo fare, ma il figlio evitò quelle attenzioni rifugiandosi nell’angolo più scuro del rifugio, solo con i suoi pensieri.

Essendo il primogenito, oltre che il più grosso di tutti nonché l’unico ad aver cacciato col defunto padre, ereditò il grado di lupo alfa; di giorno si procurava il cibo per sfamare il branco, da solo o coi suoi fratelli, mentre la notte tentava di comprendere quanto gli stesse accadendo.

Seppur sviluppato ben oltre la media, il suo cervello di lupo non era in grado di capire: semplicemente non era abbastanza intelligente. Istintivamente intuiva che, nella sua forma umana forse avrebbe compreso seppur era la forma stessa che, in parte non riusciva a comprendere.

Quegli strani animali a due zampe si coprivano con curiose pelli colorate, ma sul corpo avevano pochissimi peli. Inoltre non si annusavano per riconoscersi e ululavano piano per comunicare. Raramente ne aveva sentito qualcuno ringhiare e, quando era successo, lo aveva considerato divertente oltre che poco impressionante.

Giunta la successiva notte di luna piena Artiglio lasciò la tana e fuggì quanto più lontano le sue quattro zampe riuscirono a portarlo. Quando il dolore divenne insopportabile e la trasformazione ebbe inizio, era arrivato nei pressi della città.

Per la terza volta la carne frantumò le ossa e da un corpo ne nacque un altro. Il dolore, seppur forte, questa volta era stato meno intenso: si stava lentamente abituando alla sua duplice natura.

Finalmente umano riusciva a pensare ludicamente, e quell’abbozzo d’idea che nella sua mente di lupo era solo un embrione ora dispiegava le ali pronta a spiccare il volo di un’intelligenza più evoluta: avrebbe chiesto aiuto a un bipede.

E così fece.

In una notte di plenilunio d’un freddo mese di dicembre, dall’alto dei suoi due metri d’altezza per centoventi chili di muscoli, Artiglio entrò, per la prima volta in vita sua, nella città degli uomini. Appena i passanti scorsero il colosso aggirarsi senza vestiti nel centro della piccola cittadina, scoppiò il pandemonio.

In pochi minuti la polizia intervenne e nel giro attimi il licantropo fu assicurato alla giustizia. Artiglio non capiva il motivo di tanta agitazione, in fondo era come loro, solo non aveva quelle strane cose colorate che sostituivano il pelo.

Non comprendendo il linguaggio umano si spaventò per l’attenzione che i bipedi gli stavano riservando e oppose una timida resistenza.

Due poliziotti finirono al pronto soccorso in prognosi riservata e ce ne vollero altri sei per riuscire a bloccarlo.

Qualsiasi fosse il motivo di quel trambusto l’uomo-lupo era furente. Gli avevano stretto le zampe con delle cose fredde e dure, tanto resistenti che non riusciva a spezzarle. Tentò di strappare l’oggetto lucido e luccicante a morsi, e si sarebbe pure amputato un braccio coi denti se non lo avessero bloccato spostandogli quegli strani cerchi argentei dietro la schiena. Poi, come se quanto già accaduto non fosse abbastanza, l’avevano coperto con una grossa pelle e l’incastrarono dentro una piccola tana che si muoveva facendo rumore e puzza.

Quando lo fecero uscire era pronto a farli a pezzi, tutti quanti.

Con non poco sforzo riuscirono a metterlo dentro una tana più grande, all’interno di una grotta, con degli spessi rami duri e dello stesso materiale dei cerchi che avevano usato prima, che bloccavano l’ingresso.

In quel posto c’erano tanti bipedi tutti con le pelli dello stesso colore. Poi ce ne erano altri che entravano e uscivano. Molti urlavano, alcuni parlavano piano e altri ancora piangevano. Questi ultimi erano consolati da chi gli stava vicino che però, stranamente, non li leccava per farli stare meglio.

Parecchio tempo dopo un bipede si fece aventi latrando e ringhiando. Ancora una volta Artiglio non capiva: aveva solo segnato il territorio. Forse era il suo territorio e adesso era arrabbiato, però prima di marcarlo aveva annusato e l’unica porzione di tana odorosa era quella specie di pozza bianca con dentro l’acqua da bere.

Passò un tempo che parve interminabile.

Costretto all’inattività il licantropo ebbe modo di prendere confidenza con il suo nuovo modo di essere. Si sentiva forte, molto forte; ben più di quanto fosse nella sua forma lupesca. E anche i sensi erano più sviluppati. Percepiva moltissimo, tanto che gli costava fatica filtrare ciò che lo poteva interessare o incuriosire, scartando il resto.

La parte più stupefacente, però, era l’intelletto.

Il cervello umano, in questa forma lo poteva capire, era infinitamente più complesso e intelligente di quello su cui poteva contare quando era in forma animale. La semplice osservazione gli permetteva d’intuire la funzione per la quale l’oggetto era stato costruito; al pari gli era sufficiente guardare le persone per comprendere cosa stessero facendo.

Si meravigliò nel vedere che gli umani non mangiavano cibo crudo ma lo rovinavano bruciandolo prima di consumarlo; restò di stucco quando vide altri bipedi dormire su panche di legno sollevate dal pavimento e non sulla comoda terra; e non poteva credere ai suoi occhi quando comprese che non c’era un vero e proprio maschio alfa e che spesso le decisioni dei branchi di bipedi erano prese sentendo il parere di tutti dando maggior peso alle considerazioni talvolta ad uno e talvolta a qualcun altro secondo l’esperienza.

Era un modo di vivere sconvolgente, complesso e affascinante. Una società stratificata apparentemente caotica eppure con una gerarchia definita non dalla forza ma dalla conoscenza. Meglio il mondo dei lupi: molto più semplice. Uno comanda e il branco obbedisce. Chi non lo fa muore.

Perso in una miriade di scoperte Artiglio non s’accorse che nella tana era entrata una donna molto speciale.  A differenza degli altri umani presenti, lei non aveva coperto il suo odore naturale con pessime imitazioni dei profumi del bosco.

La signora, che in termini umani doveva avere un’età piuttosto avanzata, gli porse la mano tra le sbarre. Il licantropo l’annusò brevemente e riconobbe una sua simile leccandole amorevolmente la zampa.

«Signora O’Connell» sbraitò lo sceriffo «Non sapevo avesse un nipote ritardato».

La donna lo fulminò con lo sguardo «Non è ritardato» disse semplicemente «è speciale».

Il tono con cui espresse il concetto non ammetteva repliche e fu talmente glaciale che l’uomo ebbe difficoltà a mantenere il controllo della vescica.

«Firmi il modulo di rilascio» biascicò lui ancora intimorito «e se lo porti via».

Espletate le pratiche burocratiche la donna e il licantropo guadagnarono l’uscita sotto gli occhi allibiti dei presenti nella stazione di polizia. In molti si affacciarono alle finestre e si godettero la scena dell’anziana che comandava a bacchetta un energumeno capace di stendere quattro agenti prima di essere ammanettato.

La signora O’Connell prima convinse Artiglio a salire in macchina, poi lo accompagnò sino alla casa dove viveva da anni: una graziosa villetta in stile cottage il cui giardino posteriore s’affacciava sul bosco. Desiderando guadagnarsi la sua fiducia gli diede qualche pezzo di carne cruda e lo lasciò libero di scorrazzare per la proprietà a suo piacimento.

All’alba, ripresa la forma animale, il lupo scomparve nel folto degli alberi.

Ogni sera, nei giorni seguenti, l’anziana signora prese l’abitudine di lasciare frattaglie e carne fresca sotto il portico. La mattina trovava il cibo intatto al suo posto, ma non per questo si perse d’animo. Ci vollero molti giorni prima che Artiglio si fidasse abbastanza da spingersi sino alla casa per prendere quanto la donna preparava per lui.

Al plenilunio successivo si presentò, nudo e in forma umana, sulla veranda che ormai aveva imparato a conoscere. Senza una parola la donna lo fece entrare e iniziò a istruirlo.

Lo pulì energicamente e lo vestì con abiti adatti.

Gli insegnò a parlare, a leggere e a scrivere.

Lo educò alle buone maniere spiegandogli i modi umani e introducendolo agli usi e costumi dei licantropi.

Tutti i giorni lo nutriva, lasciando il cibo in veranda, e ogni notte di luna piena lo istruiva su come sopravvivere a cavallo dei due mondi.

Artiglio da parte sua studiava con impegno, rendendo facile il lavoro alla sua insegnante.

Le settimane correvano veloci e, quasi senza rendersene conto, arrivò l’estate, seguita dall’autunno che dopo poco si trasformò in inverno: uno dei peggiori che si ricordasse a memoria d’uomo.

A inizio dicembre la temperatura era crollata ben sotto lo zero e lì aveva deciso di rimanere per tutto il mese. Il terreno si era trasformato in un solido blocco di ghiaccio dal quale non spuntava nemmeno un singolo germoglio. Cervi, alci e gli altri grandi erbivori della foresta erano morti di stenti. Le creature più piccole stavano iniziando, pure loro, a cedere alla fame. Senza prede i carnivori stavano seguendo le orme dei loro un tempo succulenti pasti, scivolando lentamente nell’inedia.

Non era il caso della famiglia di Artiglio, la signora O’Connell li aveva nutriti per quasi un anno e continuava a farlo anche in questa situazione difficile.

Ciononostante, scongiurato il pericolo d’estinzione per mancanza di cibo, un’altra minaccia si faceva di giorno in giorno più incalzante. Data l’esiguità delle risorse branchi di lupi, e non solo quelli, il cui territorio confinava con quello marcato dal licantropo sconfinarono in cerca di prede. All’inizio furono intrusioni di poco conto, regolate con piccoli tafferugli e qualche morso; ma con l’aumentare della fame aumentava anche la spregiudicatezza degli intrusi e con essa il rischio di far degenerare le occasionali zuffe in una vera e propria guerra per la sopravvivenza.

Artiglio, che nella sua forma umana aveva preso il nome di Thomas Lobo, aveva tollerato finché aveva potuto, ma quando alcuni orsi bruni si spinsero sin nei pressi della tana, il pericolo fu troppo grande per essere ignorato.

«Non puoi farlo» disse asciutta la Signora O’Connell «Ciò che vuoi compiere è una carneficina contro natura. La tua Natura».

Come sempre nel tono della donna c’era molto di più delle semplici parole.

«Madame…» Tom era solito rivolgersi a lei con quel vezzeggiativo che gli arrochiva la voce «… se non intervengo la mia famiglia sarà sbranata dai lupi o dagli orsi: non posso permetterlo».

Nel dirlo il licantropo aveva controllato la camera di scoppio del fucile da caccia da aggiungere agli altri due insieme a diverse scatole di munizioni.

«Un massacro non è la soluzione» insistette l’anziana.

«Me ne rendo conto…» rispose Tom «…ma non voglio correre alcun rischio. Il mio branco, la mia famiglia, dipende da me».

L’anziana donna gli si fece più vicino.

La differenza di stazza era impressionante: minuta e fragile lei, solido e immenso lui.

Appoggiò delicatamente una mano sull’avambraccio peloso.

Il licantropo si scostò bruscamente con un ringhio sommesso.

Il ringhio che ricevette in risposta lo fece scendere a più miti consigli uggiolando scuse nell’antica lingua degli uomini lupo.

«Non farlo» sussurrò lei ricomponendosi.

Tom sapeva che aveva ragione. Era una pessima idea sotto tutti i punti di vista, eppure si sentiva ancora responsabile per la morte del fratellino e del padre. Doveva agire in loro difesa non fosse altro che per il suo ruolo di capobranco.

A nulla erano valse le lunghe discussioni nelle quali la O’Connell gli aveva spiegato come, durante le prime trasformazioni, tutti i nuovi licantropi erano fuori controllo e che non doveva colpevolizzarsi. Era stato tutto inutile: Artiglio sentiva il peso del lupo alfa sulle spalle e aveva passato il fardello anche alla sua controparte umana.

«Mi dispiace» rispose piatto.

L’uomo si caricò sulle spalle uno zaino pieno di vettovaglie, prese il borsone pieno di armi e munizioni e uscì. Non ebbe il coraggio di voltarsi. Il suo istinto gli suggeriva che non avrebbe più rivisto quelle mura, né il volto spigoloso della donna che gli aveva fatto mentore, colei che gli aveva insegnato tutto. Non era abituato a piangere. Era uno sciocco comportamento umano. I lupi non piangevano, men che meno i licantropi. Così, si disse, mentre le lacrime iniziavano a segnargli le guance.

La temperatura era orribilmente bassa, anche per quelli della sua specie e, attento a non scivolare sul terreno ghiacciato, Tom s’immerse in quella che un tempo era una foresta dalla bellezza selvaggia e indomabile.

Il clima artico aveva preteso un prezzo altissimo i cui risultati erano ben visibili. Ovunque posasse lo sguardo là, dove una volta la vita sbocciava abbondante e rigogliosa, una fredda bara traslucida cristallizzava il tempo. Alberi morti e carcasse congelate erano sparse in ogni dove.

Mezzora più tardi giunse nei pressi della tana alla luce della luna già alta nel cielo. Codamonca, Zampa, Peloso, Foltomanto e Puntorecchia erano acquattati all’interno con i due maschi a guardia dell’ingresso e le femmine nascoste nell’angolo più buio.

Tom si era posizionato sottovento, per non spaventarli più di quanto già non fossero, e perlustrava i dintorni con lo sguardo. Fiutando l’aria percepì l’odore di tre, forse quattro, lupi oltre a un paio di orsi; erano vicini ma per il momento si tenevano a distanza di sicurezza. Presto il timore avrebbe ceduto il passo alla fame rendendoli più audaci; la tranquillità di quella notte non sarebbe durata ancora per molto.

Artiglio considerò un orso particolarmente pericoloso a giudicare dalla fragranza intensa e pungente dell’urina con cui annunciava la sua presenza e misurando le unghiate, lunghe e profonde, che aveva lasciato come ulteriore segnale nelle cortecce e sulle rocce lì attorno.

Inutile pensare troppo, quella era una prerogativa tipicamente umana, caricò i fucili e attese.

Poco dopo la mezzanotte il branco di lupi grigi fece la sua apparizione.

I suoi fratelli ringhiavano gutturalmente cercando di essere i più minacciosi possibili. La fame, però, era più potente della paura e uno dei quattro fece la prima mossa.

Correndo, silenzioso come la morte stessa, puntò diritto al rifugio della sua famiglia.

Tom prese la mira e fece fuoco.

Il corpo del più affamato degli aggressori ora giaceva a terra in una pozza di sangue e ghiaccio.

I tre rimasti furono colti alla sprovvista dal colpo di fucile e persero quell’attimo che ne segnò il destino. Usando gli incredibili riflessi della sua natura sovrannaturale l’uomo ricarico e prese la mira altre due volte, centrando il bersaglio in entrambi i casi. Il tutto era accaduto in meno di un secondo. Ora tre dei quattro aggressori erano a terra e una morsa di ghiaccio stringeva il cuore dell’assassino dei suoi simili. Con l’odore metallico del sangue che gli invadeva le narici Artiglio si sentì più perso che mai. Aveva ragione la O’Connell: quello era un massacro.

Nonostante la fame l’ultimo sopravvissuto del gruppo saggiamente fuggì, subito imitato dal più piccolo dei due orsi che erano apparsi nella radura. L’altro, il più pericoloso, malauguratamente era rimasto.

Artiglio aveva incontrato molti animali selvaggi durante la sua vita nel bosco. Alcuni piccoli, altri grandi e qualcuno enorme, anche secondo gli standard della razza d’appartenenza; ma la belva che gli si parava davanti era gigante: mastodontica secondo qualsiasi metro di misura.

Non erano le dimensioni, però, a incutere timore: gli occhi, quelli sì, facevano paura. Nel profondo e insondabile colore nero della pupilla non albergava solo la brama di carne: Tom vi scorse malvagità allo stato puro.

Per un mostro di quelle dimensioni un normale fucile da caccia non sarebbe stato sufficiente. Aprì il borsone e vi tuffò dentro le mani frugando sino a trovare ciò che stava cercando. Estrasse un fucile a doppia canna appositamente studiato per la caccia grossa: era ciò di cui aveva bisogno. Imbracciò l’arma e si mise comodo. Aprì la camera di scoppio e caricò due cartucce 410 Magnum, appositamente studiate per prede di grandi dimensioni, verificò che non ci fossero impedimenti o residui poi prese la mira e fece fuoco.

Il boato fu assordante.

L’immensa bestia venne sbalzata da terra prima di cadere pesantemente al suolo, esanime.

Dei residui di polvere da sparo in un occhio, così si disse quando una lacrima gli si congelò sullo zigomo.

Aveva difeso la sua famiglia, ma essere a cavallo tra i due mondi, animale e umano, sembrava avesse portato alla luce il peggio di entrambi.

Si alzò dalla postazione di tiro preparandosi ad affrontare l’ingrato compito di spostare un peso morto di oltre una tonnellata.

Appena in piedi un grugnito attirò la sua attenzione.

Il colosso era ancora vivo.

Strano, pensò.

Avrebbe posto rapidamente fine alle sue sofferenze con un colpo alla testa, ma campanello d’allarme lo mise sull’avviso: quel proiettile avrebbe ucciso un elefante. Per quanto forte e massiccio l’animale non poteva essere sopravvissuto al colpo.

Nel silenzio della foresta ascoltò i suoi sensi.

Percepì il fluire del sangue nelle sue vene quasi fosse un torrente in piena.

Udì chiaramente il battito dei cuori della sua famiglia e di diversi altri piccoli animali lì intorno.

Infine, eccolo.

Prima solo un leggero tambureggiare poi, in uno scroscio di cieca violenza, il cuore dell’orso iniziò a martellare come un maglio sull’incudine e accompagnò la sua rinascita con un ruggito che scosse il licantropo sin nelle viscere.

La bestia era viva. Indubitabilmente viva, e piuttosto arrabbiata.

Là, dove il proiettile aveva straziato le carni, solo qualche pelo bruciato suggeriva quanto accaduto.

La signora O’Connell l’aveva avvertito: non esistevano solo i lupi al confine tra i due mondi.

Stagliandosi in tutta la sua terrificante bellezza l’enorme mannaro caricò.

Artiglio, colto di sorpresa, poté solo girarsi di spalle e accusare il colpo, venendo scaraventato diversi metri più lontano. La spina dorsale si ruppe con uno schiocco sonoro.

Il mostro, nella foga dell’assalto, colpì lo zaino polverizzandone il contenuto; questo caso fortuito attenuò la potenza dell’impatto, limitando la profondità della ferita. Gli artigli trovarono la carne di Tom solo per pochi centimetri, e in quella misura scavarono un solco che non si sarebbe rimarginato.

L’adrenalina invase il corpo del licantropo inondando vene, nervi e muscoli. In una manciata di secondi il fattore rigenerante prese il sopravvento e ripristinò i danni alla colonna vertebrale, ma nulla poté fare per le lacerazioni inflitte da un altro essere sovrannaturale. Atterrito dalle conseguenze di quella scoperta Tom rimase accasciato a terra, annaspando per paura di morire.

L’orso, eliminato il fastidioso inconveniente umano, annusò l’aria, individuò la tana e vi si diresse a grandi passi.

Artiglio si riprese dal terrore che gli serrava le viscere.

Deciso a non perdere altri familiari cedette alla disperazione compì la sua scelta.

L’anziana donna glielo aveva spiegato, badando a sottolineare che non avrebbe mai dovuto percorrere quella strada: nessuno dei loro simili ne era mai uscito vivo.

In ogni licantropo albergavano i due lati di una stessa medaglia: animale e umano.

Come luce e ombra l’una non poteva esistere senza l’altra, ma come ogni altro opposto, non potevano coesistere nello stesso luogo nello stesso tempo. Men che meno nello stesso corpo. Per questo o si era lupi o si era umani.

Così gli era stato insegnato.

Esisteva una terza via, oscura e pericolosa.

L’unione dei due mondi, la fusione del peggio e del meglio di entrambi, e quella era la strada che l’uomo aveva deciso di percorrere.

Tom si rilassò. Lasciò la rabbia sgorgare copiosa dal cuore e le permise di fluire libera in tutto se stesso. Come un fiume in piena, lo tsunami di dolore lo travolse esplodendo in ogni singola cellula del corpo. Se la prima trasformazione era stata terribile questa si annunciava peggiore.

I muscoli dell’uomo si gonfiarono stirando la pelle sino a renderla tesa e dura, come quella di un tamburo. Le ossa si addensarono regalando oltre cinquanta chili di peso e una resistenza vicina a quella dell’acciaio forgiato. I tendini si inspessirono sino a diventare simili a spesse funi, mentre il volto trasfigurò in un muso solo parzialmente umano dai lunghi canini affilati. A completare la trasformazione una folta pelliccia crebbe all’istante su tutto il corpo dell’ibrido.

Era diventato l’incarnazione d’un lupo mannaro dei film dell’orrore; solo più grosso, più forte e molto più reale.

Senza indugi si scagliò all’attacco, annunciando il suo assalto con un vigoroso ululato.

 L’orso, convinto di aver sbaragliato il rivale, fece giusto in tempo a proteggersi il cranio con le enormi zampe, prima che l’abominio in cui s’era trasformato Tom gli piombasse addosso, e quattro profondi solchi scarlatti apparissero là dove prima c’era solo carne.

Nella forma animale il grizzly non si capacitava di cosa fosse successo: il suo cervello era troppo semplice per cogliere le implicazioni di quella inspiegabile resurrezione; eppure l’odore del mostro che lo aveva aggredito e quello del bipede che credeva di avere ucciso, gli suggeriva che i due fossero il medesimo essere.

Comunque fosse inutile indugiare oltre, la frenesia del combattimento prese il sopravvento e una zampata di ritorno regalò una profonda ferita al petto del licantropo.

I due contendenti non persero tempo a studiarsi e si gettarono l’uno contro l’altro.

L’orso favorito dalla forza bruta mise a segno le bordate più violente, mentre l’ibrido grazie alla maggior velocità portò più colpi.

Alla fine fu l’intelletto a prevalere. La capacita di Tom di elaborare una strategia di combattimento diede i suoi frutti prevaricando, al termine d’una furibonda battaglia, la furia cieca della bestia.

I minuti trascorsero e col calare dell’adrenalina il dolore delle ferite crebbe sino a diventare insopportabile. Nel delirio della lotta il licantropo non si era accorto di aver subito tanto, forse troppo, e ora sanguinava copiosamente tingendo di rosso il terreno coperto di neve e ghiaccio che gli avevano fatto da campo di battaglia.

Il branco sino a quel momento aveva assistito allo scontro dalla relativa sicurezza della tana. Vinti i timori di una brutale aggressione uscì nella fredda luce della luna.

Come l’orso prima di loro, intuivano che quella “cosa” era in qualche modo il loro capobranco anche se non ne aveva l’aspetto.

Tom accarezzò i suoi cari che gli si erano avvicinati, coda tra le zampe. In una lingua antica disse loro addio e sorrise, non volendo che lo ricordassero triste, poi chiuse gli occhi e si abbandonò alla stanchezza.

All’alba, quando il sorgere del sole restituì ad Artiglio la sua forma originale, il branco pianse la sua scomparsa in un coro di ululati.

SANGUE DI LUPO è un racconto di Gualtiero Ferrari

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