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Senza farsi notare

In bilico

Il segreto di Luigi

Luigi cade nell’abisso

Ci sono giorni in cui tutto ci sembra a posto, ben conservato nel cassetto della stabilità. Tuttavia, nonostante ci affanniamo a barcamenarci in mille attività, impegni, interessi, con il proposito di seppellire la pena, sappiamo che dietro l’angolo le sorprese sono in perenne agguato e ognuno di noi attende, chi più, chi meno, quella scintilla, quel minuto, quel secondo in cui il velo dello sconvolgimento si poserà sul nostro cuore.
E quando quel velo si poserà per davvero ad ottenebrare il nostro cuore, hai voglia a tentare di raddrizzare la sorte.
Occorre accettarla affinché non si rischi che ci si accanisca contro, non lasciandoci più via di scampo.
Anche quel giorno sembrava che tutto a Licèrta dovesse filare come sempre.
Tuttavia, in Luigi sin dal mattino, da quando a letto aveva schiuso gli occhi, s’era insinuata vaga la sensazione che qualcosa sarebbe accaduto, qualcosa che avrebbe manomesso per sempre la sua sorte.
A luglio aveva portato a termine gli studi universitari in Lettere e da quel momento in cui il prestigioso titolo era in saccoccia, si era prodigato nell’inviare curricula dovunque avessero avuto bisogno di un laureato in materie umanistiche.
Le sue aspettative però erano state ben presto deluse e l’entusiasmo dei primi giorni si era tramutato in sconforto.
Ultimamente s’era ridotto a dormire fino a tardi per avere meno tempo di pensare alle inquietudini che lo affliggevano, mentre alla sera decideva di bere un bicchierino di troppo, un distillato di palliativi.
Quando a conclusione di un groviglio di riflessioni si faceva largo il sospetto che gli sarebbe potuta toccare una vita grama, considerava che meno male accanto a lui c’era Marianna, la sua ragazza, conosciuta a Perugia una sera in cui s’era seduto sulle scale del Duomo, ad elevare alle asperità della sorte un inno desolato in compagnia a dei tali sbronzi e irrequieti. Da allora, da quando le aveva sfiorato per la prima volta le labbra, era stato un travolgente turbinio di carezze e abbracci, di pulsioni amorose e sensazioni stucchevoli che sino allora non aveva avuto mai modo di conoscere con altre ragazze.
Quell’aggrapparsi a lei, a Marianna, era l’ultimo necessario appiglio per non sprofondare nell’abisso che già intravedeva aprirsi sotto i suoi piedi.
Luigi non era mai stato fortunato in amore: in passato le donne per lui erano stati petali di un fiore strappati ad uno ad uno con le proprie dita.
Non era certo un Marcantonio, ma possedeva alcune caratteristiche che lo facevano distinguere dagli altri ragazzi e che gli conferivano un fascino non di poco conto.
Gli occhi erano tristi e malinconici, dipinti di un verde intensissimo come il colore del mare in certe giornate d’autunno quando il sole si cela dietro a una nube enfia di pioggia.
Chi vi si imbatteva con lo sguardo, in un primo momento vi si scansava, sentendovi addosso le orbite vuote della morte. Da vicino e ad una visione più attenta, ci si incantava di fronte ad essi, proprio come quando dinanzi a un focolare non si smette di ammirare i tizzoni che vengono lentamente bruciati dalle fiamme.
Mentre quelli della sua età prediligevano esclusivamente i motori o il calcio, egli amava la chitarra al punto che, quando piangeva, se l’abbracciava come fosse una donna amata che non vedeva da tempo immemore.
Oppure se ne stava per ore nella penombra a pensare a qualche verso da scrivere o si chiudeva nella sua camera a leggere un libro.
Questo attirava senza dubbio le donne che se lo immaginavano tenebroso, reciso da chissà quali dolori, dannato e solitario.
Da dolori interiori era certamente reciso, per via del suo animo gentile e sensibile, quasi quanto quello di una fanciulla, e soffriva l’amore come una malattia da quando del genere femminile aveva conosciuto la passione. Alle avventure di una notte non era avvezzo, non le digeriva bene, ché, frequente com’era nell’affezionarsi a una ragazza in men che non si dica, si attaccava morbosamente anche alla tipa conosciuta il giorno prima. Tutte le donne che aveva avuto, dopo essersi dissetate alla fonte delle sue lacrime, lo avevano lasciato, stanche di dover accudire un uomo che ogni dì se ne stava a guardare il cielo sospirando perché non sapeva volare.
Lui, però, ogni volta che veniva lasciato, si convinceva che lo avessero fatto per le sue condizioni economiche.
La sua famiglia, infatti, era povera.
O per lo meno così solevano dire a casa. Non c’era giorno, infatti, che sua madre non glielo ripetesse: si era poveri e bisognava fare economia su tutto.
Quando era all’università non faceva che ricordarglielo al telefono: i sacrifici che facevano a casa per mantenere i suoi studi neanche se lo immaginava, perciò doveva sgobbare e laurearsi il prima possibile.
Suo padre era il proprietario di un bar a Licèrta, dove non pagava quasi nessuno, essendo i clienti per la stragrande maggioranza amici di famiglia.
La madre, che di rado dava una mano nelle faccende che riguardavano il bar, rimaneva nel piccolo appartamento sito in uno squallido condominio costruito negli anni Settanta, ad accudire le due sorelle di Luigi, Anna e Rita, più piccole di lui di diversi anni.
Affacciato sulla statale 106, adiacente la ferrovia malmessa e frequentata da pochissimi treni, il Bar Mediterraneo, era questo il suo nome, presentava in vetrina la tipica locandina con l’elenco dei gelati – alcuni non più in commercio da un sacco di tempo – che, col suo colorito andante verso il giallognolo, concedeva al cliente la nostalgia degli anni trascorsi. All’entrata, oltre il piccolo tavolo in alluminio, sul quale qualcuno aveva appiccicato delle figurine di calciatori, vi era un modesto bancone su cui si trovavano sempre dei bicchieri sporchi e vuoti.
Dietro al bancone, figuravano, poggiate su di una mensola, poche bottiglie di superalcolici, mentre su di un’altra c’erano accatastate decine di pacchetti di sigarette.
Su uno scaffale poi si intravedeva una macchinetta da caffè niente affatto all’ultima moda. Uno specchio rettangolare sempre appannato era appeso alla parete in fondo.
A destra del bancone, invece v’era la sala, quella che Luigi quand’era piccolo temeva, ché suo padre lo teneva alla larga da lì con improperi d’ogni genere e che, nella sua mente piccina, s’era immaginato che fosse un luogo malfamato, dove si svolgevano bische o misfatti, dove si annidava la feccia dei clienti del bar, i filibustieri del paese.
In realtà là dentro si nascondevano delle povere anime che consumavano le lente ore della propria esistenza a giocare a biliardo o alle macchinette, tra fiumi d’alcol e centinaia di sigarette.
Quella sala per loro era il nido dove far soccombere i fallimenti personali, dove dimenticare un tradimento, dove piangere una morte accorsa troppo presto nella propria dimora, dove distruggere la bara dei propri rimorsi, dove piangere un orizzonte tante volte contemplato e mai raggiunto.
Lui stesso, quella solitudine, sposa del dolore, la conosceva perfettamente, essendosi trovato numerose volte dinanzi ad un binario a piangere una delusione, senza poter adagiare la sua testa su una spalla amica, abbandonato da tutti.
Ma ora con Marianna si sentiva al sicuro.
Era convintissimo che lei fosse la donna della sua vita.
Conosceva fin troppo bene quegli occhi splendidi, color d’onice, contemplati a lungo durante le notti d’amore; giammai poteva immaginare che da lei potesse provenire un tradimento, un gesto scorretto o una mancanza di rispetto nei suoi confronti.
No, di lasciarlo lei non ci avrebbe pensato mai.
Ne era convintissimo.
Eppure, quel mattino, come abbiamo già detto prima, in lui s’insinuò una vaga sensazione che qualcosa sarebbe accaduto, qualcosa che gli avrebbe cambiato la vita.
Non sapeva spiegarsi, ma già subito dopo aver aperto gli occhi, si sentì travolgere da una strana nostalgia, quella stessa che si prova dopo essere stati, per una manciata di minuti, da soli, nel buio, a osservare un cielo stellato, e che ci fa aprire gli occhi sul reale stato della nostra esistenza, misera e insignificante di fronte all’eterno spettacolo che la notte ci concede da milioni di anni.
Si sentiva come la prima goccia di pioggia che preannuncia l’immediato acquazzone.
Nelle sue orecchie risuonava il finale di una sinfonia, sancito dal trambusto dei fiati e dall’imperversare dei violini.
Si trovò a sospirare di continuo e ad avere il magone senza averne motivo.
Una voce nel cuore gli stava suggerendo che quel giorno, appena iniziato, sarebbe stato per lui come per il moribondo l’ultimo alito.
Telefonò subito a Marianna, per andarsi a riparare tra i suoi sorrisi, per spiegarle come si sentiva strano quella mattina.
Ma già dal primo squillo del telefono, percepì che quella strana nostalgia avrebbe avuto a che fare con lei, con la sua Marianna.
Mentre attendeva che rispondesse, si scorse nervoso come non mai.
L’assalì l’ansia.
Non vide l’ora che la sua dolce ragazza mettesse a tacere per sempre i suoi dubbi.
Contò ogni squillo del telefono.
Ognuno di esso sembrò il rintocco funebre di una campana.
Dopo un po’ ella rispose.
La sua voce era mesta e distante, di chi risponde a uno sconosciuto.
Luigi avvertì una fitta al cuore, come se gli avessero conficcato violentemente una spada.
E allora capì.
Capì che Marianna a breve avrebbe premuto il grilletto.
È finita… qualcosa si è spezzato. Non lo so, ho bisogno di restare da sola… ho bisogno di un periodo di riflessione… ti prego di non chiedermi nulla…”
Luigi non credeva a ciò che le sue orecchie avevano appena udito.
“Marianna, non capisco, non capisco cosa stai dicendo” sussurrò con le labbra tremanti mentre sentiva un peso immane in direzione del petto trattenergli il respiro.
“Non stiamo più bene insieme,” incalzò Marianna, che subito dopo aggiunse, “c’è qualcosa che non va più in noi. Io voglio stare serena e con te accanto non lo sono più.”
Luigi all’inizio entrò nella confusione più totale e, non sapendo che provvedimenti prendere, cercò di chiedere spiegazioni ulteriori, ma Marianna era ferma nella sua scelta e non ne volle sentire ragione.
Con le lacrime agli occhi e la voce sospesa, tentò, con frasi e ragionamenti poco convincenti, di persuaderla a ritrattare.
Provò poi l’arma della compassione sussurrando propositi di morte.
Infine, si ricordò delle sue precedenti esperienze e rimembrò che anche con le altre ragazze aveva reagito alla stessa maniera senza concludervi nulla e, trovandosi anche un po’ sciocco, decise che era inutile continuare con quella sceneggiata patetica.
Capì, dunque, che la soluzione migliore era quella di lasciare perdere, di accettare il responso e, perciò, agghiacciato, chiuse gli occhi e s’immerse in un oceano di disperazione.

Senza farsi notare è un romanzo di Pierpaolo Pellegrino

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