UN AMORE A ISTANBUL di Clelia Accardo

Lisa si svegliò prima del solito pronta ad affrontare l’inevitabile partenza e le conseguenze della sua scelta.

Tuttavia, una sottile paura incrinava il coraggio. Più che una paura era una smania, una tensione nervosa che la spingeva a risolvere tutto al più presto. Si sentiva scoppiare di impazienza, avrebbe voluto che la faccenda fosse già conclusa.

Per affrettare il tempo saltò giù dal letto e aprì le imposte. La luce entrò illuminando una graziosa camera arredata con mobili e tappeti turchi. Un raggio di sole le investì il viso, si stropicciò gli occhi e, sbadigliando, voltò lo sguardo verso l’ottomana e il poggiapiedi rivestiti di stoffa verde brillante.

Sorrise ripensando al giorno del suo arrivo: la proprietaria della pensione, una donna piccola e formosa, di mezz’età, con l’hijab, l’aveva accolta cordialmente offrendole tè alla menta. Immediatamente si era sentita a suo agio: la stanza, nel cuore della città, aveva esercitato su di lei, tesista di Architettura Turca, un fascino unico e vibrante.

“Sì, sono stata bene qui” pensò guardandosi intorno.

Poi spalancò la finestra e si affacciò.

Di fronte la bottega del vecchio Ismail era già aperta; il nipote Kadir, un ragazzino quattordicenne, metteva in bella vista i cesti colmi di spezie. I gialli intensi, i rossi squillanti, gli arancioni luminosi, i viola, i marrone, parevano la tavolozza di un pittore e le diedero un senso di allegria.

Il miscuglio degli aromi le giunse alle narici pizzicandole, si strofinò il naso e si sporse.

Galata era già tutta un fermento, un brulichio di abiti occidentali, turbanti e fez.

Osservando la folla pensò che le sarebbe mancata quell’atmosfera animata ed esotica, ma in fondo si trattava di un breve periodo: il tempo di discutere la tesi e di convincere i suoi a… beh, era una faccenda complicata!

Comunque, sarebbe tornata da Süleyman, il suo Süleyman.

Meno di un mese in quella favolosa città a cavallo tra Europa e Asia e tutte le certezze erano crollate come birilli. Il suo futuro di architetto nello studio del padre; il matrimonio con Giulio, l’eterno ragazzo; l’agiatezza a cui era abituata, tutto si era dileguato nell’attimo in cui Süleyman l’aveva baciata.

«Il tempo di sistemare le cose e tornare. La mia vita è qui con lui e sia quel che sia. Süleyman è quello che aspetto da sempre. È l’amore vero, quello per cui si combatte, irrinunciabile» disse tra sé accingendosi a fare i bagagli.

Aprì la valigia e cominciò a piegare i vestiti. Abiti ed oggetti richiamavano alla mente Süleyman e lei li sentiva come una luce calda, intima. Strinse al petto la gonna a fiori grandi rosa, a Süleyman piaceva molto, e per lei aveva un significato particolare: la indossava quando si erano conosciuti tre settimane addietro nella biblioteca universitaria.

Lei era alla ricerca di moschee e palazzi semisconosciuti da disegnare e, in vecchi volumi, sfogliava chine sbiadite; lui se ne stava seduto nel banco accanto, dietro una pila di libri.

Inizialmente non lo aveva notato, ma quando si era alzata gli sguardi si erano incrociati ed entrambi avevano sorriso. Nel giardino dell’ateneo le era corso dietro e si era presentato.

 «Ciao, io Süleyman. Tu italiana?» storpiando le parole aveva porto una mano energica.

 «Sì, sono italiana, mi chiamo Lisa» aveva risposto contraccambiando la stretta.                

«Io turco. Studio…come dite voi quando si lavora terra?»

«Agraria.»

«Sì, quello. Tu?»

«Io Architettura, devo discutere la tesi. Qui dentro …schizzi» guardandolo divertita aveva agitato la cartella portadisegni.

«Se vuoi io fare guida, Istanbul non ha segreti per me.»

Süleyman aveva sfoderato un bel sorriso e, con fare volutamente ridicolo, si era inchinato cavallerescamente.

«Perché no. Come mai parli italiano?»

«Lavorare in villaggio turistico, io cameriere.»

«Sembri più grande per essere uno studente, quanti anni hai?» aveva chiesto curiosa.

 «Sono un po’ indietro con esami» aveva risposto lui e si era stretto nelle spalle sospirando.

Guardandolo con attenzione le era parso che avesse superato i trenta e, sebbene non molto alto, fosse bello da morire. Non era una ragazza dall’infatuazione facile, ma lui le era piaciuto subito: snello, spalle ben fatte, capelli nerissimi, viso nobile, bocca ardente. Gli occhi scuri, profondi e la voce maschia e dolce, così armoniosa nel distorcere l’italiano, l’avevano affascinata all’istante. Forse in un tempo lontano era stato un principe al contempo rude e gentile. Un po’impacciato l’aveva invitata a bere un caffè rigorosamente turco.

«Ti leggo il destino nel caffè. Io bravo» aveva detto, osservando il fondo della tazza di lei. 

E, con buffa spavalderia, puntando il dito sul proprio petto, aveva pronosticato:

«Tu innamorata di giovane turco, grande amore!»

Lei aveva riso, ma, accipicchia, aveva azzeccato in pieno!  Ammaliata, non gli aveva mai staccato gli occhi di dosso e dopo mezz’ora era già cotta.

Il ricordo dell’incontro la fece sorridere, dolcemente piegò la gonna e la depose in valigia.

«Sì, lo amo immensamente. Lui è buono e leale» sospirò e rammentò il primo appuntamento innanzi alla Moschea Blu. Süleyman l’aveva attesa con un tulipano in una mano e dei dolcini nell’altra.

«I tulipani sono turchi anche se ora sono simbolo dell’Olanda. Il loro nome tullband vuol dire forma di turbante» aveva parlato con aria scherzosamente professorale porgendole gentilmente il fiore.

E, imboccandola, aveva aggiunto:

«Dolci al miele… deliziosi, buoni come te.»

Lei aveva accettato i doni lusingata e, divorando un dolcino dopo l’altro, aveva risposto: «Diventerò grassa come una balena!»

«Come cosa?»

«Una balena!»

Ridendo aveva allargato le braccia e gonfiato le guance.

«Sei bellissima non puoi diventare brutta. Tu, capelli di sole e occhi di cielo, sei la più bella del mondo!»

Süleyman l’aveva guardata con occhi languidi.

Lei non aveva potuto fare a meno di pensare a Giulio e trovarlo freddo, razionale, troppo serio e posato. I giorni a venire con Süleyman erano stati fantasticamente romantici. La loro prima volta appassionata. Süleyman l’aveva condotta in un quartiere povero, lontano dal centro dove, tra splendore e degrado, moschee, sinagoghe e chiese grandiose si alternavano con bicocche fatiscenti.

Egli abitava in una casetta cadente, discosta dalle altre, vicina a una caletta pietrosa: appena una stanza che usciva su un terrazzino in legno tarlato ove si arrampicava una pianta di gelsomino. Un letto e un armadio con lo specchio ossidato, un tavolo malfermo e due sedie spaiate, un fornello, una piccola libreria, un computer, un televisore e uno stereo datati erano l’intera mobilia.  Süleyman, però, era a suo agio. Scherzando la chiamava la sua piccola reggia.

«È quello che posso permettermi» si era giustificato.

 Ma a lei per il solo fatto che lui ci vivesse le era sembrato un nido d’amore idilliaco, terribilmente romantico. Com’era lontano Giulio e il suo appartamento confortevole!

La notte era stata fantastica. Lui l’aveva presa con dolcezza e vigoria, lei si era data con tutta la passione del bene insicuro eppure già profondo. Dapprima timida, poi audace, si era arresa alla fiamma che la divorava. Si era abbandonata senza remore, in balia del cuore impetuoso, a quel giovane uomo. Preda del desiderio gli aveva concesso ogni lembo di pelle, fremendo tra le sue mani, gemendo ai baci, accogliendolo singhiozzando nell’amplesso. L’estasi li aveva colti all’unisono, le grida d’amore, come un canto, si erano levate nell’aria mentre i brividi scuotevano i corpi avvinti negli abbracci.  E da quel momento era diventata la sua amante, la sua appassionata, innamoratissima amante.

I giorni seguenti li avevano passati a tubare come tortorelle con gli occhi negli occhi e con dentro il desiderio pronto ad esplodere in tutta la sua forza. Giorni indimenticabili al Ponte di Galata dove, confusi tra la gente del posto, mangiavano panini ripieni di pesce appena pescato e arrostito su fornelli improvvisati sul molo e bevevano succo di melagrana.

Giorni sul battello per contemplare, dal mare, la città al tramonto con le enormi cupole e gli acuminati minareti succedersi in controluce nel cielo di brace. Le pareva che le cupole brillassero come la loro passione, che scintillassero come il fuoco che li divorava. E Istanbul era incantevole.

Ma senza Süleyman la città avrebbe colpito la sua immaginazione e il suo senso artistico, non il suo cuore. L’amore abbelliva e impreziosiva ogni cosa, rendeva quasi palpabili le emozioni. Quale estasi aveva provato dinanzi a Santa Sofia!  Quale euforia nel guardare i dervisci rotanti e il loro poderoso controllo dell’equilibrio! Danzando le ampie gonne si gonfiavano e gli uomini, ruotando su un punto fisso, sembravano ballerine su un carillon.

Lei aveva provato per gioco a imitarli, vorticando su sé stessa, ma, presa dalla vertigine, era caduta tra le braccia di Süleyman che l’aveva stretta in un abbraccio da toglierle il fiato.

E ancora una volta la notte era scesa sui baci senza fine, sulle carezze cocenti; l’amore irrefrenabile, aveva fatto di loro un sol corpo. Allora, persa d’amore, respirando il vento del Bosforo, gli aveva sussurrato languida all’orecchio:

«Parti con me, Süleyman!»

Aveva creduto che lui si entusiasmasse all’idea di partire, ma contrariamente i suoi occhi si erano immalinconiti, rabbuiati.

Lei si era detta che era stata precipitosa, tuttavia aveva sentito dentro un non so che di strano, di sconosciuto che l’aveva turbata. Le era parso che lui combattesse una tremenda lotta interiore.

Da allora una sottile angoscia si era insinuata in lei.

Quando al Caffè di Pierre loti Süleyman, con lo sguardo perso sul Corno d’oro e sul Bosforo, le aveva parlato di scrittori e poeti turchi, tradotto e recitato versi, aveva sentito in lui una cupa disperazione.

«Perché hai scelto Agraria se ami così tanto la letteratura?» aveva chiesto stupita.

Per tutta risposta lui l’aveva abbracciata forte senza dire una parola. Solo i suoi occhi erano diventati mesti e la bocca assunto una piega amara.

Lei aveva cercato invano di decifrare il senso di quel dolore che pareva torturarlo: Süleyman non le dava alcuna spiegazione e lei, temendo di essere importuna, non insisteva. Ora, nel preparare la valigia, gli occhi di Süleyman le apparvero in tutta la loro tristezza procurandole una sensazione di smarrimento.

Ebbe di lui un desiderio silenzioso, un tremendo bisogno di sentire il suo amore. Le sarebbe bastato stringergli la mano per avvertire il calore e ritrovare la fiducia. Le mani forti di Süleyman sapevano infonderle sicurezza, passione e inebriare i sensi. Bastava che lui la sfiorasse ed era sua. Quando avevano visto la danza del ventre le mani di lui, intrecciate alle sue, l’avevano fatta vibrare di piacere. Che sensazioni aveva provato guardando la danzatrice che, in una cornice di veli, sinuosa e serpentina, muoveva fianchi e seni facendo tintinnare voluttuosamente i campanellini del corpetto e della gonna! Che voglia di lui si era accesa quando ella, maneggiando con abilità e provocazione la spada, aveva infiammato i sensi! L’eccitazione aveva percorso i loro corpi, la concupiscenza era divampata in entrambi e, nell’ombra, le mani audaci, indiscrete, cupide, si erano allacciate dandosi un breve, intenso, furtivo godimento.

«Siamo una sola cosa, niente potrà dividerci» pensò decisa, avvertendo ancor più pressante il bisogno fisico di lui.

Riaffiorarono, allora, intime emozioni, ricordi di amplessi.

Con vergogna e lussuria rivisse l’hammam dove distesi sui sedili di marmo, immersi nel vapore, si erano rovesciati l’un l’altra languidamente piccole scodelle d’acqua, strofinati col sapone d’Aleppo, massaggiati i capelli con essenze di mandorla e dattero.

Si erano cullati in teneri giochi d’amore. Poi il languore era diventato abbandono, l’abbandono deliquio; insieme, perduta la coscienza, si erano amati follemente.

E follemente si erano amati sulla spiaggia di Florya. In un posticino alla buona, dove il cuoco era un amico di Süleyman, avevano mangiato cozze fritte. Dopo si erano rincorsi sulla battigia ridendo e bagnandosi i vestiti, cadendo mille volte abbracciati. E al tramonto, sulla sabbia bianca, appartati dietro una vecchia barca, si erano amati allo stremo, finché la brezza della sera aveva risvegliato i sensi assopiti.

 «Parti con me, Suleyman.»

E gli occhi di Suleyman …

«Già, suoi occhi!» disse tra sé e sentì un tuffo al cuore.

Un timore sordo e inconfessato fino ad allora la pervase: egli non aveva mai parlato di sé, né della sua famiglia e lei non sapeva nemmeno se ne avesse una da qualche parte. Si conoscevano solo da tre settimane, giorni passati a stringersi, ad avvinghiarsi, a fondersi fino a sfinirsi senza però essersi aperti. Entrambi ignoravano il passato dell’altro. Si amavano, erano nati per stare insieme, ma a malapena si conoscevano. Lei era abituata a una vita agiata, a vedere esaudito ogni desiderio, lui lavorava, studiava e viveva in una povera casa sguarnita. Sapeva solo che era musulmano, povero… e che si amavano.

«La religione non sarà un problema, ognuno professerà la propria fede rispettando l’altro. Voglio vivere con lui, dargli dei figli e tutto l’amore e l’aiuto che gli sono mancati. Il nostro è un amore perfetto» pensò convinta, allontanando le apprensioni e si immaginò sposa felice.

Quell’ultima notte l’avrebbe passata nella casetta di Süleyman: sarebbe tornata il mattino seguente a prendere la valigia.

Aveva aspettato l’ultimo giorno per dire a Süleyman della sua irrevocabile decisione. Certo i suoi e Giulio avrebbero cercato di farle cambiare idea, ma lei avrebbe tenuto duro. Già sentiva le parole di suo padre:

«È un musulmano, chi ti dice che non sia un fanatico? E come farete col denaro se è povero? E se ti impedirà di lavorare?»

Sua madre, poi, al solo pensiero che sposasse uno straniero di umili origini sarebbe svenuta, e Giulio chissà come l’avrebbe presa: si parlava già di matrimonio e di acquistare una casa più grande.

«Süleyman non è un fanatico, è un ragazzo moderno. Quando lo conosceranno lo apprezzeranno. Altrimenti pazienza! Io non rinuncio a lui» si disse pronta ad affrontare la disapprovazione dei genitori e la rottura col fidanzato.

E immaginò la gioia di Süleyman nel dirgli che sarebbe tornata da lui.

Ora comprendeva la tristezza di Süleyman: egli non voleva lasciare la Turchia.

Ma se non avesse voluto partire con lei, lei sarebbe tornata per sempre da lui rinunciando al lavoro, alla famiglia, al suo mondo, tutto pur di stare con lui. E quel paese favoloso, dove le cupole delle moschee si schiudevano come fiori, sarebbe diventato il suo.

Determinata nei suoi propositi scese in strada, Galata, al solito, era caotica.

Da un carrettino comprò una ciambella al sesamo per sé, una ripiena di formaggio per Süleyman.

Camminando a passo spedito tra botteghe, chioschi e alberghetti con persiane traforate e balconcini tarlati, giunse all’università. Lui l’attendeva nel giardino e come sempre la baciò con passione. Lei fu sul punto di svelargli tutto ma si contenne, lo avrebbe fatto quella notte dopo l’amore, perché sempre finivano col fare l’amore!

“Sarà la mia sorpresa” pensò fissandolo rapita.

La mattinata volò tra ultimi appunti e saluti.

Finalmente andarono a casa di Süleyman. La pianta di gelsomino profumava intensamente. Lei spiccò un fiore e lo mise tra i capelli. Süleyman l’accarezzò dolcemente, lei lo baciò languida e si sciolse dall’abbraccio. Lo fissò a lungo, profondamente per imprimersi nella mente i più piccoli dettagli del viso e della figura. Sapeva che durante la lontananza il ricordo delle sue espressioni e dei suoi gesti sarebbe stato una consolazione.

L’aria era tiepida e cenarono sul terrazzino a lume di candela.

Calò la sera, la luna si rifletteva nel mare, il cielo era un manto adorno di stelle, piccoli pesci saltavano fuori dall’acqua quasi a riva lasciando una scia argentea. Il rumore delle onde che si infrangevano sulla spiaggia era una musica dolce, un invito all’amore. E si amarono con passione e delirio. Si fusero i respiri, si intrecciarono le mani, carezze provocanti, veementi, corsero sui corpi avvinghiati. E poi baci interminabili, inesauribili, fremiti e gemiti riempirono abbracci teneri e struggenti. Parole d’amore, sussurrate al culmine del rapimento, come una melodia dolce e armoniosa, si arrampicarono fino all’astro notturno e si smarrirono tra la folla di stelle.

L’alba li trovò abbracciati, esausti, sfiniti d’amore.

«Ascolta Süleyman ho qualcosa da dirti» lei scostò le lenzuola, e, carezzandogli il torace, lo guardò seria con occhi colmi di passione

«Anch’io parlare a te.»

 Süleyman si tirò su, appoggiò le spalle alla testiera e le afferrò le mani tenendole con fermezza tra le sue.

«Prima tu» lei disse e felice pensò:

«Ora mi chiede di restare con lui.»

«Io volere tanto partire con te, stare sempre con te, ma non possibile. Io venire da Anatolia, da piccolo villaggio e dovere mantenere una promessa. La mia famiglia un tempo avere terra, poi… la povertà. Mio padre vendere tutto a un cugino. Io, dopo università, sposare sua figlia e lavorare terra. Per questo studiato Agraria anche se a me piace letteratura. Per mio padre questo è rispetto, onore. Lui fatto tanti sacrifici per fare studiare me, e io anche. Non posso deludere lui.»

Süleyman abbassò il capo mortificato.

«E tu l’ami?» lei gridò e si alzò di scatto. D’impulso afferrò la camicetta e la gonna e le infilò con mani tremanti.

«L’ho vista tre, forse quattro volte. Ha naso un po’ grande e carattere difficile, ma lei buona moglie» lui rispose piano.

«Quel che dici è assurdo» mormorò incredula sentendo mancare il respiro e le ginocchia piegarsi.  

Poi con voce rotta fissandolo interdetta:

«E lei ti ama?»

«Lei buona moglie.»

«Tu vuoi questo?

«Tu non capire, per mia famiglia onore è tutto. Io non essere felice se tradire promessa.»

«Se l’onore è il denaro…io sono ricca» disse lei con un filo di voce.

E, vinta dall’emozione portò le mani sul cuore. Batteva così forte che sembrava sul punto di esplodere.

«Non è solo denaro. Noi promessi da bambini.»

«Come puoi accettare questo? È roba d’altri tempi!» rispose lei disperata con le mani tra i capelli.

«Sì, in tuo mondo questo …strano, ma in mio mondo no e io fare quello che è giusto per mia famiglia.»

Süleyman assunse un’espressione dura.

Lei lo guardò e si sentì morire: non c’erano appigli, l’amore franava, finiva miseramente. Una soffocante sensazione di vuoto la investì e in un sussurro chiese:

 «Perché hai detto di amarmi?»

«Io amare te. Tu essere amore vero, ma come posso chiedere di stare insieme, di seguire me e accettare …?» disse lui con voce accorata.

“Già, come può chiedermi di essere la sua amante? Stare all’ombra di una moglie nasuta e scontrosa? Di seguirlo in uno sperduto villaggio dove sarei la straniera, una poco di buono, esclusa dalla sua famiglia?” pensò lei, immobile con le braccia abbandonate lungo i fianchi, inerme, annientata.  

Süleyman le si fece accanto e le prese la mano. Lei si divincolò e fuggì sul terrazzino. Si abbarbicò al parapetto per non vacillare. Sconvolta si morse le labbra per soffocare la disperazione.

Avrebbe voluto odiarlo, disprezzarlo, invece ne aveva quasi pena: era schiavo di un’esistenza imposta, vincolato da un assurdo senso del dovere e dell’onore. E per onore si condannava all’infelicità.

Ora comprendeva le ombre nei suoi occhi: il tormento, l’angoscia, il suo supplizio. Occhi capaci di rinunce immani, occhi irremovibili.

Si diede della stupida, se solo in quegli occhi avesse guardato un po’ più a fondo! Quante volte avevano cercato di dirle quel che l’animo non osava affrontare! ma lei si era aggrappata a un desiderio tutto suo.

E, struggendosi d’amore, aveva tradito Giulio che con tutti i suoi difetti era sincero e l’amava da sempre; era stata pronta a staccarsi dalla famiglia, a rinunciare alla carriera. Che terribile menzogna! Che equivoco pazzesco!  Non poteva neanche muovergli dei rimproveri: Süleyman non le aveva promesso nulla. L’aveva amata per il tempo che poteva e ora tornava ai suoi “doveri”.

Malgrado capisse la disperazione di lui si sentì usata. Tuttavia, non poteva negare di amarlo con tutta l’anima e se solo lui avesse voluto gli avrebbe perdonato ogni cosa. Spiccò un rametto di gelsomino, lo lasciò andare nel vuoto, lo vide cadere a terra…sarebbe avvizzito come lei lontana da Süleyman.

“Dio, non basterà una vita per dimenticarlo! In ogni persona cercherò un po’ di lui. Sarà un amore eterno senza più incontrarsi. E giorni colmi di ricordi mi attendono. Come potrò essere felice?” pensò sgomenta.

Il futuro le parve terribile, una pena infinitamente lunga da sopportare: non avrebbe mai potuto cancellarlo dal suo cuore, sarebbe stata un’inguaribile ferita. Si sentì mancare, gli parve di avere il cervello vuoto e il cuore gelato.

Ruppe in singhiozzi e cadde in ginocchio. Pianse a lungo in preda allo sconforto.

Finalmente si calmò. Inghiottì lacrime e dolore, e facendo appello a tutte le sue forze si ricompose.

Il sole era ormai alto, doveva andare: nel pomeriggio aveva il volo e c’erano le ultime cose da fare.

Rientrò nella stanza, Süleyman si era addormentato. Si fermò ai piedi del letto e fissandolo pensò che anch’egli avrebbe sofferto: i suoi occhi sarebbero stati eternamente tristi. Una vita con una donna che non amava e non gli piaceva; un lavoro che forse detestava! 

Indugiò nel guardarlo.

Disteso, nudo, le parve bellissimo. Sentì d’essere incapace di rinunziare a lui e fu sul punto di svegliarlo per parlare, provare a convincerlo.

Non lo fece, sapeva che niente gli avrebbe fatto cambiare idea.

«Povero Süleyman!» mormorò con un sorriso misto d’amore, lacrime e delusione. E scuotendo la testa con amarezza:

«Non c’è posto per me nel tuo mondo e tu non vuoi far parte del mio!»

Poi emise un sospiro profondo, si accostò a lui in punta di piedi e posò un bacio lieve sulle labbra.

Un ultimo sguardo. Appena un bisbiglio:

«Addio mio Süleyman!»

Piano aprì la porta, ancor più piano la chiuse alle spalle.

UN AMORE A ISTANBUL è un racconto di Clelia Accardo

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