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VALDAJ di Anna Ershova – Illustrazioni di Marco Fariello Menotti

L’aiutante del Maestro chiamato Arturo aveva smesso di raccontare e aveva chiuso il libro magico.

Durante la narrazione aveva conservato il suo aspetto di bambino, come Luca e Alicia.

I due fanciulli erano ancora immersi nella storia di Egle ed Elio che avevano ascoltato. Ed erano affascinati da quel fantastico personaggio.  

Alicia ripensava ancora alla reazione di Arturo quando gli aveva proposto di chiamarlo con quel nome.

«Sì, è un nome che mi si addice! Va bene sia quando sono uno di voi, sia quando sarò un orsetto marsicano!»

«Perché un orsetto marsicano?» gli aveva chiesto lei.

«Perché è bellissimo, e lo dobbiamo proteggere!»

«Ma, tu puoi essere anche un altro animale?» aveva chiesto Luca.

«No, posso essere solo l’orsetto marsicano! L’ho scelto all’inizio, quando il Maestro mi ha chiamato!»

«Vuoi dire che potevi scegliere di essere anche un gatto, o un leone, o anche un uccello?» aveva detto Alicia.

«Certamente, qualsiasi animale! È ovvio!»

«Però, sei anche un bambino!» aveva ripreso Luca.

«Ve l’ho già spiegato! Sono un bambino come voi. Nato dalla magia dei libri! È ovvio!»

«Però, sei anche un orsetto di peluche!» aveva ribadito Alicia.

«Sì, ve l’ho detto! Anche l’orsetto viene dalla magia dei libri. È ovvio!»

«È molto complicato! …Non ti pare?» avevano osservato, all’unisono, i due fanciulli.

«Ma no! È semplice! Io divento un orsetto quando il Maestro mi chiama o mi dice di fare qualcosa che mi comporta di spostarmi all’istante nei vari luoghi. È ovvio!»

Il narratore li fece uscire improvvisamente dai loro sogni.

«Ora devo andare» disse consegnandogli il libro magico che aveva chiuso. «Ci rivediamo domani mattina per una nuova storia.»

E sparì dalla soffitta dove c’era il vecchio baule dei libri.

Ci vollero alcuni minuti prima che Luca e Alicia si riprendessero.

Quando si ripresentarono dalla nonna ella disse:

«Sembrate appena arrivati dal mondo della magia dei libri!»  

Alicia aveva ottenuto il permesso di passare la notte nella casa della nonna di Luca.

I due fanciulli erano già pronti per la colazione quando il sole d’estate aveva appena iniziato a riscaldare i boschi e i prati.

Dopo appena mezzora erano accovacciati, in silenzio, sulla coperta della soffitta, con il libro della magia dei libri appoggiato sulle gambe incrociate.

L’aiutante del maestro fu puntuale.

«Immagino che voi abbiate avuto una splendida notte di sonno,» enunciò Arturo appena comparve «perciò, continuiamo con la lezione …»

Riprese il volume dalle mani dei due fanciulli e ricominciò a sfogliarlo.

«Abbiamo visto che, quando un libro ha la magia, esso fa rivivere la storia a chi la legge! E la magia delle storie dei libri si trasferisce nei luoghi, nei personaggi, nelle situazioni che in esso sono descritte, come i boschi, i fiumi! …» disse consultando le pagine.

«C’è una storia che parla di amicizia, di solidarietà, di unione. È accaduta in un luogo del nostro pianeta straordinario. Qui la natura offre uno dei suoi spettacoli più affascinanti. Penso che vi entusiasmerà!»

«Si, si, già ci piace! Racconta!» gridarono all’unisono i due.

«Nel più vasto Stato del mondo, la Russia, nella zona centro-occidentale, c’è un ripiano che si allunga da Sud Ovest a Nord Est per oltre 450 km. Esso è formato da morene terminali, cosparso di laghi, coperto da fitte foreste, e costituisce un bacino idrografico imponente da cui nascono importanti fiumi, tra cui il Volga, il più lungo fiume dell’Europa» esordì Arturo. «Questo ripiano prende il nome di Rialto del Valdaj!»

«La storia che è riportata nel libro comincia proprio qui» disse il narratore e iniziò a leggere.

“… In un bosco del Valdaj, non lontano dalla riva di uno dei suoi tanti fiumi, c’era una tana calda e comoda.

Vi abitava una famiglia dei topi unita: padre, madre, cinque topolini e la loro vecchia nonna. 

Una mattina furono svegliati da un rumore strano. Era come se qualcuno, proprio sopra la tana, corressevelocemente tacchettando, con forza qua e là.

«Vado a vedere chi sarà» squittì il più piccolo e più curioso dei topolini.

Suo padre, però, lo bloccò.

«Lo faccio io!» disse con tono severo; e fece capolino, con cautela, dalla tana.

Quello che vide gli destò grande meraviglia: un piccolo uomo, non più alto di lui. Accatastava mazzi di paglia, formati da pochi steli, a formare un mucchio.

«Chi sei?» chiese papà-topo.

Immaginava che quel piccolo uomo non potesse costituire un pericolo. Uscì, perciò, dalla tana.

Lo imitarono tutti i componenti della famiglia che, incuriositi, lo avevano seguito. Apparvero improvvisamente dietro il topo-padre ad eccezione della nonna

«Mi chiamo Cipollavitenaso» rispose il piccolo uomo.

«Naso, … di nome?» chiese incredulo il topolino più piccolo.

«No, non Naso! … Vite!» disse il fratello.

«No, lui si chiama … Cipolla!» li corresse sorella

«Silenzio!» li interruppe il padre.

«E casa fai qui?» chiese rivolto al piccolo uomo.

«Io mi costruisco una capanna!» rispose quegli.

«E perché?»

«Per abitarci!»

«Perché? … Non hai una casa?» chiesero in coro i topi.

«La mia casa non c’è più!» disse il piccolo uomo con tono afflitto.

Fu inondato da un coro di domande dei topi.

«Dov’è la tua casa?»

«Perché non c’è più?»  

«Come sei capitato qui?»

«Abitavo a casa mia, …  sulla riva del fiume, … vicino alla casa del mio amico Fogliamastus. … Ma, ad un tratto, … il fiume …»

Non riuscì a proseguire nel racconto. Dai suoi occhi iniziarono a sgorgare copiose lacrime. Si sedette per terra e si coprì il viso con le mani grassottelle.

I topi gli si misero in circolo intorno e tentarono di consolarlo.

«Su, … non piangere, carino!» ripeté più volte, accarezzandolo, mamma-topo. «Dicci cosa ti è successo!»

Il piccolo uomo, tra violenti singhiozzi, raccontò che in conseguenza delle violente piogge, il fiume era straripato e aveva trascinato le loro case.

«Sono stato a lungo vicino al mio amico! … Poi, il fiume lo ha portato via! … Anche la mia casa è stata distrutta dalla piena! … Io, i mobili, le mura di legno, e tutto il resto siamo stati travolti dalla corrente! … Per un miracolo sono riuscito a raggiungere la terra qui, a poca distanza dalla vostra tana! …» riferì tra i singhiozzi.

«Ora non ho più una casa! … Non ho più un amico! …» aggiunse piangendo a dirotto.

«Non piangere! Dai! … Ti aiuteremmo noi!» esclamò mamma-topo.

Anche i cinque topolini ripeterono in coro:

«Certo! … Ti aiuteremmo noi! … Si! … Non piangere più! …»

Le loro esortazioni ripetute calmarono il piccolo uomo. Cominciò a sorridere, mentre I topi lo guardavano sempre più incuriositi.

Era un uomo rotondo, con la faccia paffuta, guance rosse e gli occhi neri e lucidi. Aveva i capelli chiari, lanosi e ricci. Era vestito con una giacca arancione, con grandi tasche, pantaloni verdi corti. Recava intorno al collo una sciarpa verde, punteggiata di bianco. Ai piedi, portava degli zoccoli di legno.

Rincuorato, egli si alzò e si avvicinò al mucchio di paglia che aveva

accatastato.

«E come la costruisci, la capanna?» chiese uno dei topolini.

«La faccio con questo mucchio di paglia!» spiegò il piccolo uomo rotondo.

Papà-topo scrollò la testa:

«No, così non si fa! La capanna può inondarsi d’acqua!»

«O qualcuno la calpesterà!» aggiunse uno dei topolini.

«Ma chi potrebbe schiacciarla?» chiese sorpreso l’omino.

«C’è un villaggio qui vicino. Là abitano gli uomini giganti. Loro vengono spesso qui!» spiegò papà-topo.

«Molto, molto grandi! … I loro piedi sono dieci volte più dei tuoi!» aggiunsero fitto, fitto i topolini.

«Allora,» esclamò mamma-topo «vivrai con noi! … C’è spazio a sufficienza!»

«Si, è vero! … Che bello! … Stai con noi!» gridarono allegramente i topolini «Andiamo nella nostra tana, Cipolla! … Naso! … Scusa, come ti chiami? … Non ce lo ricordiamo!»

«Cipollavitenaso!»

Ah, che nome difficile! Possiamo chiamarti in un altro modo?»

«Altro! Altro!» squittivano i topolini.

«Altro nome? … Ma, come?» chiese il piccolo uomo.

I topolini restarono pensierosi per qualche secondo.

Ad un tratto il topolino più piccolo gridò.

«Io so, come lo chiameremo! Lo chiameremmo Ivan! … Ricordate come tacchettava forte! … Ivan è un nome forte!»

«Vero! Vero! Ivan! … Ti piace?»

«Ivan! … Sì! … Mi piace! … Sono d’accordo!»

E così Cipollavitenaso divenne Ivan.

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