COME CADONO GLI ANGELI di Paolo Michiotti

genere: HORROR

«Ma allora sei scimunito, non s’aggiusta.»

«Perché non s’aggiusta? Guarda Bettina.»

«È una porcheria e se ne accorge, scimunito.»

«Ma dammi una mano ti prego, e così?»

«Ma anche così si vede.»

La testiera si era spaccata alla sommità, era stata una imprudenza, un gioco finito male. Agostino si era arrampicato per giocare con la sorellina Elisabetta; lui era Batman e si era messo sopra le spalle un asciugamano, era l’eroe della città che accorreva a salvare l’umanità. Appena salito, però, si era udito uno scricchiolio sinistro che era durato davvero troppo poco per consentirgli una qualche reazione; quindi, improvviso, si era udito il “crac” e la testiera si era spezzata.

La spalliera in compensato rotta da Agostino era di un lettino appena acquistato da Ruggero, il compagno di Rosa, la mamma di Agostino ed Elisabetta che in casa veniva chiamata Betta, o più spesso Bettina. Il lettino era stato acquistato da Ruggero assieme ad altro mobilio, solo pochi giorni prima.  Il bambino si ricordava ancora le parole della mamma: «di’ grazie a Ruggero, di’ grazie a papà che vi ha comprato proprio una bella cameretta». Ma anche quel giorno, Agostino aveva risposto con un laconico ed essenziale “grazie”, mentre Rosa si era stizzita perché voleva che Agostino chiamasse Ruggero “papà”.  

Bettina, di fronte al relitto della spalliera, ripeteva desolata:

«Allora sei scimunito serio, ma non vedi? È rotta, lo vedi è rotta. Gesù, Giuseppe e Maria, lui se ne accorge sicuro e stavolta ci ammazza di botte. Oh, Gesù».

«Non fare così! Dai che l’aggiustiamo. Se la appoggiamo al muro, stretta così, magari».

La sorella non rispondeva più, piangeva sommessamente e senza speranza.

«Betta, dai non fare così», la implorava Tino. Il bambino con quei suoi occhi belli nel dire quelle parole, sentì improvviso un groppo alla gola. Era il preludio a quelle lacrime sincere che già gli rigavano il viso.

«Bettina aiutami, santiddio!»

«Come ti aiuto scimunito! Lo vedi che l’hai rotta. Maria benedetta! L’hai rotta! E quello ci ammazza.»

Antonio emise in un grido soffocato di terrore solo poche parole disperate: «aiutami Bettina, aiutami».

Bettina avrebbe voluto aiutarlo, con tutte le sue forze. Ma non poteva aiutarlo.

Però, pensò in quel momento, a una possibile via di uscita, una soluzione, una fuga da quella realtà percepita come assolutamente drammatica. Disse solo:

«Vado a chiamare a mamma».

Sicché Bettina, seguendo quella sua intuizione, abbandonò la stanza alla ricerca disperata della madre. Voleva chiederle un po’ di colla, o semplicemente un po’di conforto. In quel momento d’angoscia confidava in una soluzione immediata della tragedia che solo un “grande” poteva assicurare; o magari la consolazione di una rassicurazione, di un’amnistia a quel male.

Nella concitazione di quel momento di disperazione, Bettina, per nulla reticente, raccontò tutto alla mamma, come quando si va dal medico per un guaio grosso, sentendo scemare in quell’eccesso di onestà tutta la disperazione sua e di Agostino.

La madre, udito il racconto di Bettina, si precipitò nella stanza come un’invasata, urlante e schiumante rabbia da inquietudine.

Nell’ira furibonda imprecò contro Bettina e contro Agostino, contro il fato divino che gliel’aveva fatti concepire e contro quel loro padre naturale, quello smidollato; poi un turbine di bestemmie rancorose di livore dialettale, un rondò verbale impazzito da cui uscivano cristi, madonne e santi a ripetizione e senza un ordine apparente.

«Ma mammina, non l’ha fatto apposta, mammina!», implorava Bettina pietà per sé stessa e per il fratellino.

Agostino di un anno più piccolo di Bettina, in quel momento piangeva sempre più disperato e, in quell’inferno di accuse e scuse, si era abbandonato alla rappresentazione contrita del pentimento tanto più forte quanto più grande era la sua paura, sovrastata in quel momento solo dal senso di colpa per vedere la madre così.

La madre, furiosa, aggredì la povera Bettina, la tirò per i capelli, la ingiuriò come fosse una donna di malaffare, la sua nemica giurata, la fonte di ogni suo dannato male. La picchiò con furia selvaggia mulinando schiaffi a caso come annaspasse nel gorgo putrido della sua buia vita.

Intanto, inveiva anche contro Agostino, urlandogli a brutto muso quale sarebbe stato il suo destino prossimo, quando sarebbe rincasato il padre. Il padre gli avrebbe fatto capire che dovevano avere più rispetto, così gridava la madre dei due bambini specificando con acrimonia che Ruggero, quel santo uomo i soldi non li andava a trovare per strada, lui non era come quell’altro: «Quella latrina di uomo».

Tino si riscosse dal suo momento di contrizione, e con una faccia corrucciata da impunito, disse con rabbia:

«Ruggero non è mio padre.»

Tanto bastò a scatenare vieppiù le ire di Rosa.

Mentre Bettina stava a terra in preda a nuovi singhiozzi, dopo i pianti, Rosa investì Agostino con una gragnuola di colpi poco convinti che erano nulla rispetto ai colpi soliti di Ruggero. Quelli erano colpi più cattivi, freddi e razionali che lasciavano i segni, che facevano male; quando toglieva la cinta e menava scudisciate, gli lasciava sulla pelle dei segni rossi che bruciavano per giorni e diventavano con il tempo strie livide di sangue rappreso in superficie e dolevano a toccarle anche dopo giorni.

Rosa picchiava Agostino, perché Ruggero lui lo doveva chiamare papà: chiedere perdono a papà, scusarsi con papà; invece, nel turbine delle percosse, Agostino gridava con ostinazione:

«Quello non è mio padre, quello per me non è nessuno».

Bettina gridava anche lei, contro il fratello:

«Sei un cretino, lo vuoi dire o no che quello è papà, dillo a mamma, scimunito.»

D’improvviso la donna si arrestò, essendosi accasciata in un pianto, chiedeva pietà a Dio per quel destino infame: due figli malnati e sciagurati.

I singhiozzi la squassavano, Tonino e Bettina la guardavano inteneriti, con occhi ormai asciutti e con sguardi colpevoli, tutto l’amore verso quella donna era rappresentato in quel loro silenzio appassionato.

La donna si riebbe, dopo poco, e minacciò i due bambini imponendogli di darle una mano, di aiutarla a prendere la spalliera, per avvicinare i pezzi.

«Così mammina? Così va bene?» Bettina chiedeva, premurosa e servizievole, per placare le ire della mamma, per soffocare quel senso di colpa. Ma la madre la investì con un insulto, poi alterata impose ai due figli di non muoversi mentre lei sarebbe andata a trovare la colla, per porre rimedio alla loro scelleratezza.

Si allontanò gridando nuovamente al destino infame, alla cattiveria di quei suoi figli irrequieti maligni verso quel sant’uomo di Ruggero; quello era un dispetto e la donna lo affermava con assoluta convinzione, in quella uscita di scena temporanea.

I due bambini si guardavano, avevano dipinto il livore della preoccupazione più nera sul volto: il sapore salato delle lacrime. Si sentiva la donna che inveiva ancora al cielo, persa in una ricerca spasmodica dentro l’armadio fuori dal balcone; in preda a quel delirio nell’armadio, nel rimbombo di colpi sordi e in un unico indistinto trambusto, la si sentiva: sbattere, far cadere, imprecare e rovistare.

Attoniti, i due bambini intanto continuavano a guardarsi, poi Bettina disse: «Tinuccio, vedi che mo’ torna tutto a posto».

«Bettì, speriamo».

«Vedrai…» lo rassicurò convinta di rimando la sorellina.

A Bettina scappò un sorriso tra le lacrime asciutte e salate, vedeva il fratello in quella preoccupazione luttuosa, stato doloroso di contrizione che lei cercava di alleviare con quel sorriso a dire: “tutto a posto, scimunito”.

Ne avevano di ricordi in comune i due fratelli, magari di una vita relativamente lontana come un sogno, c’era stata? Era accaduta? C’era stato, insomma, un giorno di serenità ed innocenza? Troppo lontani da ricordare quei colori sfumati, quelle ombre opalescenti di un periodo felice. 

Tutti sapevano di quella disgrazia che gli era capitata, tutti sapevano e tacevano perché quel Ruggero era un diavolo che faceva paura.

Agostino e Bettina, intanto, andavano in giro indossando l’ignominia dei lividi del loro quotidiano patimento, ogni giorno diversi, ogni giorno nuovi e si nascondevano al mondo per nasconderli al mondo. Tinuccio aveva una vergogna che diventava paura quando raggiunto dalla domanda era costretto a rispondere: «sì sto bene… tutto bene… no… sono caduto ieri”, e in quelle menzogne al pubblico ludibrio si sentiva morire di paura e di vergogna; in una fuga continua, si occultava agli sguardi di quel mondo che a lui non pareva cattivo, ma neanche buono; per lui quel mondo era così e basta.

Quando alzava lo sguardo, guardava i suoi compagni e invidiava la loro tranquillità, la libertà della loro infanzia che lui, con quegli occhi belli, carpiva come in un anelito, come in un desiderio inconfessato ed indecente. A lui era toccata in sorte la dannazione di un’anima a cui era nota solo l’assolutezza dell’inferno in terra.

Dal balcone, tornò la mamma trafelata e nervosa, di nuovo bestemmie e urla, poi l’artificio della colla a “sanare” le fratture scomposte dell’infima spalliera in truciolato. La tenevano ben stretta, al termine la valutazione finale: constatazione desolata di una tendenza al nuovo così vaga che stizziva la donna perché evidente. Rosa esorcizzò la preoccupazione con una vuota e aleatoria preghiera: «che la Madonna c’assista».

Il pomeriggio era sempre in quelle quattro mura umide e malsane, in quell’appartamento di tre stanze, cucina e un cesso. Uno spazio confinato dove rimbalzava la solitudine di Bettina e Agostino, con le loro fantasie e i loro giochi, “facciamo che tu eri e che io ero!”, “no! Quello ero io, tu eri…”.

Un isolamento dal mondo da attraversare indenni per la curiosità dei molti, per l’indifferenza dopo la curiosità, perché talvolta sapere è l’unica cosa sufficiente e necessaria.

La vita vera poteva davvero essere come quella di tanti altri coetanei davanti a un cartone alla TV, ma su quella visione talvolta estatica, su quel mucchio di fantasie innocenti, belle di bambino, piombava quel pomeriggio la sua realtà: la spalliera del letto rotta, il ritorno di Ruggero. Quel futuro prossimo d’angoscia e di paura piombava come una sassata.

L’angoscia dell’attesa, una rimembranza ostile, che attendeva nella sua oggettività.  Se si fosse potuto liberare da quell’angoscia, svegliandosi come da un incubo, si sarebbe liberato di quella stretta al basso ventre, provocata da una preoccupazione sorda e dolorosa. Se si fosse potuto liberare chissà che pomeriggio bello sarebbe stato. Eppure, qualunque senso di liberazione era corrotto da quella preoccupazione che aveva la forma di un magone da afflizione.

Guardava Bettina, assorta nella visione dei cartoni animati come se nulla fosse e quasi la invidiava.

La mamma, intanto, cantava in cucina; cantava, sembrava fosse tornata serena; cantava mentre preparava la cena, anche lei non pensava alla spalliera del letto.

Lui, Agostino aveva dentro una paura come un dolore, una fitta ricorrente che in una fuga in avanti di pensiero cosciente diventava una tragedia, e si proiettava in visioni brevi: gli occhi di Ruggero, gli occhi del diavolone.

Magari, lo rassicurava il pensiero che se la potesse cavare con qualche cintata: “quelle sono dolorose, bruciano e tanto, ma poi passa.  Con la fibbia meglio di no, quelle sono assai più dolorose, speriamo questa volta di no”.

Il cartone animato era finito, altri minuti erano volati si avvicinava il tempo di Ruggero.  Se avesse bevuto anche quella sera? Quando beveva troppo, si capiva da quel suo alito fetente; diventava più cattivo, ma in compenso aveva meno forza anche se aumentava la sua ostinazione nella cattiveria.

Se non se ne fosse accorto quella sera, comunque sarebbe stata un’altra sera e sarebbe iniziata tutta la solita manfrina…; forse, allora sarebbe stato meglio togliersi il “dente” subito.

Ruggero spesso entrava nella stanza con quei suoi occhi brutti, si guardava attorno, toccava le loro cose, apriva gli armadi. Talvolta era capitato che non si reggesse quasi in piedi, entrava barcollante, bofonchiava qualche infamità al loro indirizzo, poi si dirigeva verso la camera della mamma; quindi, scompariva per il sollievo di tutti anche di Rosa.

Le luci della sera si approssimavano, in quel crepuscolo dopo l’incendio del tramonto. Dal balconcino del piccolo soggiorno penetravano le voci dei richiami delle madri verso il cortile, era quasi ora di cena. Quei ragazzini li conosceva tutti, li vedeva più spesso a scuola, ma non si avvicinavano più di tanto, lui non li avvicinava per vergogna; qualche volta udiva le loro grida di gioia o di rabbia per una lite da cortile, ma a lui sembrava anche quella una libertà meravigliosa.

Agostino e Bettina, invece, erano sempre chiusi in casa, nascosti con i loro lividi sottopelle. La loro era una esistenza da prigionieri, chiusa in quelle quattro mura, avevano come unica compagnia la rabbia e l’ansia della madre. Agostino amava Rosa, amava sua madre, ma lei era sempre così sfuggente, impaurita e inquieta; era appassionata e accondiscendente solo verso quel diavolo d’uomo, verso quell’orco.  Capitava, neanche troppo raramente, che i due litigassero, allora erano sbraiti e urla: lei che inveiva contro Ruggero, lui che menava per ammansirla, arrivando a minacciarla di cacciarla di casa con quei suoi figli malnati. Lei allora chiedeva perdono tra le lacrime.

Intanto i minuti passavano e il cruccio di Agostino cresceva.

Bettina voleva giocare ma Agostino era distratto; per giocare ci vuole la giusta attenzione e Bettina lo rimproverava per quella sua assenza. Ma Tino era troppo agitato, andò in cucina per vedere quello che stava facendo la mamma, per cercare un po’ di conforto soppesando l’umore della donna.

La madre lo guardò, stava cantando, s’interruppe per chiedergli con un’occhiataccia cattiva cosa volesse. Tinuccio la guardava fisso, quasi fosse nell’atto stesso di leggere quella donna negli occhi e capire, ma la madre abbassò lo sguardo. Agostino capì tutto e si ritirò, nel buio del suo tormento, colpito da quello sguardo basso.

Intanto il tempo passava, intanto il cielo orfano della poca luce del crepuscolo aveva trovato consolazione nella notte senza luna.

Aprì una finestra sul cortile per trovare compagnia nei rumori ordinari del condominio e constatò con amarezza che il cortile rimbombava di umanità spensierata e che quella vile angustia era solo sua.

“Ecco, se mi buttassi giù”, guardava sotto il cortile e iniziò a fantasticare di morire, di scomparire dal mondo.

“Mamma che piange. Ma tu mamma che piangi a fare? Che piangi a fare? Certo faccio peccato che don Ulisse l’ha pure detto all’ora di religione: la vita, questa vita non è nostra ma è Dio che ce l’ha data. Ma che vita m’ha dato a me, ma che male ho fatto io”. Piangeva commosso pensava ai pianti disperati di dolore della mamma al rimorso che la donna avrebbe provato. Testardo continuava a sussurrare tra sé e sé che lui non ci sarebbe stato più, non sarebbe tornato mai più, fintanto che “mamma” non si fosse realmente pentita. “Mamma prima tu ti penti… e io poi torno… te lo prometto… ma tu mamma, tu… prima ti devi pentire…”.  quindi sorrideva tra le lacrime a fantasticare il suo ritorno dalla luce del cielo come aveva visto in quel film, in mezzo al fumo bianco, si commuoveva nel dettaglio del suo abbraccio con la mamma pentita.

Lo raggiunse in un trasalimento la voce della madre che imprecando gli ingiungeva di chiudere quella “cazzo” di finestra, che stava arrivando il padre.

Un malessere ansiogeno lo aggredì, in quella visione finale, nell’ultimo respiro di quell’aria fina che era penetrata prima che chiudesse la finestra. Ora, provava una paura cieca e furiosa; aveva voglia di scappare in qualche luogo. Entrò nella stanza:

«Bettì! Bettina! Arriva, sta arrivando, Bettì!?».

Bettina lo guardava seria sapeva che arrivava l’ora più difficile, quel temporale era alle porte, una burrasca che conosceva neanche fosse un marinaio di lungo corso, il solito copione: le urla, gli strepiti, gli schiaffi, i pugni, i calci.

In quei marosi c’era da perdersi, tanto che lei si fingeva sempre svenuta, come di fronte alla belva famelica ci si finge morti.

Alla porta, improvviso, si udì un raspare di mani, il rumore di un mazzo di chiavi, la porta che si apriva e subito dopo, attaccò sproposito di giaculatoria di Ruggero. Si lamentava che lui aveva lavorato tutto il giorno e non era neanche apparecchiato.

Dalla stanza nessuno usciva, la televisione che andava allegra e leggera su delle pubblicità, ma Bettina e Agostino origliavano distratti in attesa.

Non si guardavano, ognuno dei due era perso nel labirinto della propria angoscia, un dedalo con gli specchi deformati, neanche fosse quello del figlio di Pasifae.

Ci fu un inizio di battibecco con Rosa, ma giusto un accenno a tratti sembrava un interloquire faceto.

Bettina per prima si alzò e andò in cucina, veniva la recita della sua parte, entrò in scena: «Buonasera papino».

Un saluto euforico quasi cantato del gaudente era la risposta a Bettina. Rosa la guardava con antipatia, in mente sua, l’accusava di bassa piaggeria, di civetteria e sfacciataggine. Bettina intanto rideva.

La tovaglia stesa, poi i bicchieri e le posate: «la cena è pronta», gridò Bettina, quasi in faccia al fratellino.

«Tinuccio? Hai sentito?» ma lui era imbambolato e irrigidito, la paura e il disgusto, in quel momento, lo inchiodavano a terra, stava inchiodato davanti al televisore. Alla televisione davano una storia con dei pupazzi di stoffa che lui guardava pensando ad altro, nella perenne ricerca del bandolo che gli dipanasse il filo narrativo.

«Hai sentito?», insisteva Bettina.

A Tino uscì un “sì” trasognato, stralunato. Poi come fosse un automa si alzò da terra e si avviò in cucina.

Ruggero lo guardava incarognito, Agostino non l’aveva salutato. Quel mancato saluto fu come un’onta, una mancanza di rispetto verso il capofamiglia verso il padrone. L’uomo rivolse una protesta grezza e puntuta a Rosa, chiedendo ragione del mancato saluto dello screanzato. Furono ragioni labili quelle addotte dalla povera donna, ragioni troppo labili. La reattività è il risultato della labilità dell’elemento. Come potassio in acqua, non divampò la tragedia, esplose e così fu.

Urla strepiti e schiaffi in faccia, Tino scappò sotto la tavola e venne centrato da due calci di cui uno quasi in testa, l’altro a un fianco, ma trovò una via di fuga immediata, tra una gamba del tavolo e una sedia, imboccò il pertugio come una preda braccata.

L’istinto di animale in fuga, lo rese imprudente e irragionevole; corse verso la cameretta, mentre il trambusto dietro lo stava raggiungendo; erano voci inferocite d’uomo, un mugugno di donna in ambascia e un pianto disperato di bambina, che aveva capito che per paradosso la preda era finita nella tana del lupo.

Agostino, entrando come una piccola furia, aveva infine capito quello che Bettina aveva già intuito. Prima lo sgomento, poi la speranza: una frazione di secondo. Ebbe dunque, l’intuizione concreta di essere sprofondato in una delle male bolge. La pausa, il silenzio e le urla ringhiose nuovamente, e poi colpi come una grandinata, a squassare un corpicino. Calci e pugni come se il bambino si fosse trasformato in un sacco di patate.

Tino aveva imparato a stare in silenzio, talvolta un lamento gli sfuggiva quando veniva sorpreso dalla anomala intensità del dolore del colpo, per il resto del tempo taceva come un morto, chiudeva gli occhi e attendeva come meglio poteva che passasse quella immonda buriana. Sentiva il pianto e le urla di Bettina e quando quel bastardo l’aggrediva, il mugugno della madre diventava rimprovero, assenso osceno, perché il pestaggio toccava a Bettina.

Bettina svenuta si sottrasse alle cure dell’immondo che a forza di picchiare si era fatto anche male, bestemmiava le “creature” ree di non essere pingui abbastanza da attutire le sue percosse. Il delinquente lasciò la stanza.

La visione dei resti della mattanza era terribile anche per Rosa che mugugnava scuse, accennava a ragioni, trascinava i figli dentro al bagno. Agostino perdeva sangue da un orecchio e dal naso, mentre Bettina si riebbe guardinga, pronta a buttarsi “secca” se fosse tornato.

Un po’ di acqua a pulire il visino, una maschera di sangue, il dolore che piegava Tinuccio su un fianco; era l’immagine di un Cristo flagellato, e di nuovo mugugni e ragioni “labili”, sempre troppo labili da quella donna. Ruggero nella stanza dei bambini, stava devastando non solo quello che rimaneva della spalliera, ma anche il lettino nuovo. Come una ventata improvvisa, Agostino sentì di nuovo quell’odore nauseabondo di sudore, era l’invasato che scagliava i pezzi del lettino addosso ai bambini, in fondo al bagno vicino al lavabo.

Ruggero afferrò la mazza per pulire a terra, appoggiata sul muro del bagno, e si scagliò contro Agostino. L’infame lo centrò con una bastonata vibrata dall’alto verso il basso e con tutta la forza, ad Agostino si fece buio, cadde prono davanti al lavandino sbattendo violentemente la fronte, ma non aveva perso completamente i sensi, mentre Bettina a terra si fingeva svenuta, gli occhi chiusi, sembrava morta.

Una pioggia di bastonate lo sommersero, fitta e violenta, tanto che la mazza si spezzò, ma il maledetto non si perse d’animo, afferrò il frammento più grande e continuò a menare colpi con quello.

Gli era venuto l’affanno, tanta era quella violenza. Il cornuto gemeva quando assestava il colpo. C’era un silenzio mortifero, su cui dominava l’affanno dell’infame, fintanto che si udirono le timide proteste di Rosa. Ruggero scagliò via il bastone e si girò risentito verso la donna, la afferrò per i capelli, ne scosse con rabbia la testa essendosi aggrappato a una sua grossa ciocca che gli rimase quasi tutta in mano.

La donna gridò furente di dolore poi scivolò via, impaurita, e lasciò quel povero corpo partorito che le era figlio, sangue del suo sangue, in balia del criminale.

Il dannato, completato il suo laido operato e nello strepito della sua infamia, uscì di casa, sbattendo pure la porta, lasciando dietro di sé quel raccapriccio di bestialità umana.

Bettina piangeva e strepitava, tremando come una foglia, si guardava attorno come dopo il crollo rovinoso e polveroso di una casa. La mamma era seduta poco distante sulla vasca e si massaggiava la testa rigovernandosi i capelli afferrati e strappati da quel diavolo “fottuto”.

Agostino giaceva esausto e inerme, sotto al lavandino, mentre vistosamente dall’orecchio sanguinava di un sangue brutto, un sangue scuro.

Bettina, con i suoi occhi gonfi si era avvicinata «O Gesù, Tinuccio… o Gesù».

Agostino la guardava intontito, non parlava, muoveva gli occhi belli e non parlava, poi in un sussurro sofferto le disse: «mi gira tutto».

La mamma prese a pulire il viso del figlio, intingendo la carta igienica nell’acqua del lavandino, intanto pensava alla severità del momento. Si sentiva mancare aveva una premonizione grave. Parlava ad Agostino, e lui rispondeva a monosillabi in un sospiro.

Il sangue all’orecchio non si arrestava, sentiva un ronzio forte che quasi copriva ogni rumore.

Con estrema difficoltà si alzò, e camminò con l’aiuto di Bettina fino alla cucina, si sedette in equilibrio precario. La mamma gli chiese se volesse un po’ di acqua. Tutto gli girava, in quel ronzio forte, una sorta di oscurità gli impediva di vedere bene e sentiva crescergli addosso una spossatezza pesante.

Aveva paura Agostino, tremava come una foglia, si sentiva un intorpidimento delle membra, non aveva più tatto; le mani le sentiva, in quello stato confusionale, irrigidite; al fianco, aveva un dolore tanto forte da respirare a fatica.

La madre gli porse un bicchiere d’acqua, aveva sete Agostino, cercava di afferrare il bicchiere ma non ci riusciva, non aveva la forza per stringerlo e portarlo alla bocca.

Bettina lo aiutò, gli porto il bicchiere alle labbra, lui le aprì piano e poco, si vedeva appena sotto al labbro inferiore una striatura di sangue appena rappreso.

Solo qualche goccio, perché aveva voglia di rimettere ed era stanco, spossato, debole e voleva sdraiarsi. Lo sdraiarono sul divano in soggiorno, e Bettina andò ad accendere la televisione. Tornò, poi indietro e si sedette sul divano accanto ad Agostino:

«Tinuccio che vuoi vedere?», ma non giunse risposta: «Ohi Tino!»; lo scosse per cercare la reazione del fratello, ma la reazione non ci fu.

Il piccolo giaceva inanimato sul divano del soggiorno. Il volto che poco prima era contratto in una smorfia aveva i lineamenti completamente rilasciati. Sul volto emaciato e tumefatto si faceva strada un colorito bianco sospetto, cereo. «Mamma, Tino sta male, mamma Tino non si muove più», gridò Bettina.

Rosa arrivò in soggiorno come un turbine, seguita da una folata di preoccupazione. Lo chiamò ma Agostino era lì, disteso, pisto e immobile con la manina attaccata al fianco, quello che gli faceva male. Tino non rispondeva.

La mamma si precipitò fuori di casa a cercare la signora Susanna, la vicina.

Susanna aveva appena finito di cenare, «favorite», mentre sparecchiava, ma la mamma di Tino non badò a nulla, aveva un fare concitato, parlava trafelata sussurrando, la pregava di venire in casa che Tinuccio stava male, «assai… Susanna… assai».

Susanna conosceva quella famiglia disgraziata e sapeva, dunque si precipitò a vedere, per capire e consigliare.

Entrò nel soggiorno, dove trovò Bettina seduta poco discosta dal fratellino.

La guardò, Bettina era una maschera livida e non vedeva, aveva gli occhi gonfi e pesti, per vedere si apriva le palpebre gonfie e doloranti con le manine, fece quel gesto per guardare Susanna a cui sorrise.

Susanna era atterrita e attonita, perché quella violenza ascoltata dall’altra parte del muro la investì con tutta la sua ignominia, si tenne allo stipite della porta per reggere quell’urto, e abbassò lo sguardo sul divano.

La visione di un angelo caduto, questo vide adagiato sul divano. Il volto gonfio e il corpicino emaciato. Agostino si perdeva nella grandezza del divano e sembrava dormisse finalmente sereno, con la mano ancora poggiata sul fianco.

La donna si avvicinò, udendo distintamente la tragedia danzare in quella stanza, per paura di fare del male ad Agostino, si fece più vicina e allungò tremante una mano, la posò sulla fronte gelida della creatura. Ritrasse la mano come se la fosse scottata, guardò prima Bettina poi Rosa. Sussurrò con una voce arrochita che bisognava chiamare un’ambulanza, che il bambino era grave.

Rosa, la mamma di Agostino, si eclissò preoccupata, mentre Susanna che aveva intuito l’esatta dimensione della tragedia corse disperata a casa sua e in un estremo tentativo di rimediare alla reticenza e all’indifferenza di tanti anni, troppi, alzò la cornetta per chiamare il 118. 

Non passò poi molto, e si udì un trambusto di sirene inondare la via, poi degli uomini vestiti di blu salirono in quell’inferno, dove per l’ingiustizia tutta umana, era caduto un angelo vestito di poche cose.

Post a Comment