EMPATICUS di Guido Fariello

PREFAZIONE

Era la sera del 10 ottobre 2015.
Io e Danilo eravamo appena arrivati in macchina al Glam Hotel di Milano. L’albergo è situato in Piazza Duca D’Aosta, vicino alla Stazione Centrale ed è un’ottima struttura per soggiorni di lavoro e turismo.
Danilo, il mio figlioccio adottivo, da anni è il mio accompagnatore fisso per viaggi e avventure nei luoghi più insoliti dei vari continenti.
Quella volta volevamo visitare, finalmente, l’EXPO.
Non era stato facile riuscire nell’impresa, nonostante che i biglietti fossero stati acquistati per tempo, ben prima dall’apertura dell’evento. Impegni e contrattempi vari ne avevano impedito l’utilizzo prima.
C’era il concreto rischio che la manifestazione finisse senza che noi potessimo vederla se non fosse stata colta l’occasione di quei due giorni, l’11 e 12 ottobre, nei quali ero riuscito a rendermi libero.
Stavamo disponendo gli effetti personali per il breve soggiorno.
‹‹In questo cassetto c’è una chiavetta USB!» dice improvvisamente Danilo.
‹‹Ah, l’avrà dimenticata il precedente ospite della camera!» gli rispondo ‹‹Dopo la consegneremo alla reception, così gliela faranno avere!» concludo prendendo in mano il piccolo strumento.
Era una chiavetta metallica, di formato antiquato, piuttosto malridotta, con delle incrinature coperte con un leggero strato di nastro adesivo trasparente: sicuramente aveva subito qualche accidentale pestaggio sotto il piede di qualcuno.
Mi era uscito un sorriso sarcastico e avevo pensato che, più che dimenticarla nel cassetto, il possessore la avesse voluto gettare nel cestino dei rifiuti.
Comunque, la sera stessa l’oggetto era stato consegnato al gentile personale dell’albergo ricevendone assicurazione che avrebbero cercato di rintracciare il proprietario.
La chiavetta era così uscita dai nostri rammenti.
Ma non completamente.
A distanza di un anno, mi è stata recapitata una lettera dalla Direzione del Glam Hotel nella quale mi si diceva che, nonostante le ricerche, nessuno aveva reclamato l’oggetto e che, quindi, veniva consegnato all’ultimo possessore, cioè io, che per la direzione dell’hotel era da considerarsi il legittimo proprietario.
Mi è venuto veramente da ridere. Proprietario di che? Di una “ciofeca” inservibile!
In questo nostro paese anche l’onestà, a volte, può assumere aspetti comici e stravaganti.
Il mio primo impulso è stato quello di scagliare l’oggetto nelle immondizie ma, proprio mentre mi accingevo a farlo, mi sono venuti in mente quei fortunati film, tipo “Indiana Jones” in cui si va alla ricerca di documenti di età millenaria che nascondono segreti di importanza archeologica vitale per tutta l’umanità, e che indirettamente procurano gloria e ricchezza agli avventurosi protagonisti.
‹‹Non sarà che questa chiavetta nasconda la mappa di un favoloso tesoro che qualcuno vuole farci ritrovare in maniera rocambolesca?» ho fantasticato in maniera scherzosa tra me e me.
Così ridendo, quasi in modo automatico, ho inserito lo strumento nel PC.
Erano una serie di file in un formato di videoscrittura elementare.
Sono riuscito ad aprirli trasferendoli sul desktop.
L’autore doveva essere una vera capra nell’uso del computer. Se era uno scrittore meglio avrebbe fatto a scrivere con matita e gomma su dei fogli bianchi formato A4 in luogo di cimentarsi con un computer senza essere capace di sfruttarne le risorse.
Ho tentato di leggere e capire di che cosa si trattasse.
Mi è sembrato che fossero racconti.
Per primo ho appurato che la punteggiatura era un vero optional: le poche virgole, i punti erano sparsi a caso. C’era un uso smodato dei punti e virgola.
Poi, era chiaro che le vicende descritte fossero state redatte a più riprese, in tempi diversi. C’era una divisione in capitoli cervellotica, alcuni di sole poche righe. Peraltro, difficilmente ricostruibili nelle giuste rispettive situazioni sparse in più parti del testo.
Infine, l’uso scorretto dei verbi faceva sì che le persone viaggiassero nel tempo.
Ho deciso che non era il caso di prestarvi ulteriore attenzione e di buttare la chiavetta, questa volta definitivamente, nel secchio dell’indifferenziata. Quello insulso oggetto non meritava altro.
Non era così.
Qualcuno aveva, forse, realmente programmato che lo strumento disastrato dovesse essere preso in più seria considerazione da parte mia.
Il fatto che, per poterlo leggere, il contenuto della chiavetta usb fosse stato copiato nel desktop del mio computer, aveva fatto sì che i suoi file fossero rimasti archiviati in bella vista, con tutte le loro magagne letterarie.
Non solo! Erano anche stati trasferiti in un automatico salvataggio generale nel cloud del mio ufficio diventando, giocoforza, parte integrante involontaria delle mie attività.
Bene!
È stato, di conseguenza, doveroso e necessario capire veramente che significato ciò avesse.
Ho effettuato una stampa seguita da attenta lettura.
E ho capito.
I file disastrati contenevano un diario.
Un diario forse redatto prima su una specie di bloc-notes e poi seguito da un tentativo, non completamente riuscito, di trascrizione su computer.
Un diario che riportava avvenimenti registrati frettolosamente, forse in situazioni precarie, ma che raccontava una storia incredibile.
Vi erano esposti accadimenti fantastici ma plausibilmente realistici.
Vi erano descritti minuziosamente luoghi estremi del pianeta abitati da persone detentori di segreti importanti per l’umanità.
L’autore parlava in prima persona, perciò, era ragionevole supporre che fosse stato coinvolto nelle vicende avventurose che riferiva.
‹‹Ma, se così è, e non sia, invece, frutto di immaginazione, i fatti rappresentati assumono un altro significato, perché danno una nuova interpretazione a vicende dalla storia ufficialmente accettate» ho ragionato, ancora, tra me e me.
Giocoforza, le mie prime reazioni ironiche all’atto del recapito della chiavetta sono state sostituite da un altro genere di preoccupazione, e cioè se non fosse stato doveroso, da parte mia, far conoscere e divulgare le storie raccontate.
C’erano, però, dei problemi.
In quelle storie non c’erano nomi, né riferimenti temporali.
E una storia senza nomi e date, per chi l’ascolta o la legge, non è che una storiella.
A meno che non si provveda a trasfigurarla in un’ambientazione precisa, magari dei nostri giorni.
‹‹Ma,» per dirla come quel certo signore che aveva ritrovato un manoscritto del milleseicento e si domandava se fosse il caso di trasmetterlo ai posteri, ‹‹quando io avrò durata l’eroica fatica di trascrive questa storia di questo dilavato e graffiato autografo, e l’avrò data, come si suol dire, alla luce, si troverà poi chi duri la fatica di leggerla?»[1]
‹‹Sì;» sempre per dirla come il signore di cui sopra ‹‹ma com’è dozzinale! Com’è sguaiato! Com’è scorretto! … »
Ciò nonostante ho deciso che valeva la pena impegnarsi in una fatica ‹‹Perché» per dirla come quell’altro certo signore che aveva ritrovato un manoscritto latino del XIV secolo, ‹‹essa è storia di libri, non di miserie quotidiane, e la sua lettura può inclinarci a recitare, col grande imitatore da Kempis[2]: “In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro.”»[3]
Il mio impegno di trascrizione del diario è iniziato alla fine dell’estate 2016 e concluso il 26 febbraio 2017.
In ognuno dei giorni di questo periodo, tra i sette miliardi di persone che popolano il pianeta, ce ne sono state migliaia che hanno patito guerre, violenze, soprusi, privazioni, torture, mutilazioni, uccisioni.
Così ecco il libro che riporta alla sorte dell’uomo che abbandona la sua mente al timore e allo smarrimento e questa è l’introduzione.
Guido Fariello
COSÌ COMINCIA IL DIARIO:
“Il Quadrilatero della Moda milanese è delimitato da quattro tra le strade più famose nel mondo, via Monte Napoleone, via Manzoni, via della Spiga, corso Venezia, e da altre vie interne tra cui via Santo Spirito.
In via Santo Spirito, all’ultimo piano del palazzo ai numeri 2-10, c’è l’appartamento che abito.
Che abito?
Si fa per dire.
Infatti, in via Santo Spirito di Milano c’è la mia residenza ufficiale; ma non di fatto.
Ci posso abitare, con una certa continuità, solo molto raramente, poiché sono perennemente in missione in Italia e all’estero.
Il mio nome è tutto un programma: Leonida.
Significa “figlio del leone” e risale al 480 a. C.
Per gli amici, nel lavoro e, oramai, anche in famiglia sono, però, “l’Agente I.S.R.A.”
Quella sigla sta per “Agente Investigativo Sperperatore di Risorse Altrui”.
E’ una definizione scherzosa del mio amico Giuseppe che l’ha fatta, poi, diventare di dominio pubblico.
Ciò nonostante gli sono affezionato.
Ho trenta anni, un’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato negli Stati dell’Unione Europea; un master alla Sorbonne di Parigi in diritto internazionale, quale ordinamento giuridico separato e distinto rispetto gli ordinamenti interni degli Stati e dove, spesso, le funzioni di produzione e attuazione delle norme sono svolte dai soggetti stessi; un altro presso la WCU University Washington in diritto internazionale privato ove sono disciplinati i rapporti giuridici tra privati quando essi presentano elementi di estraneità ad un determinato ordinamento statale.
Ne deriva che sono una colonna portante del “Morgan & Griffiths & Partners”, un mega studio legale internazionale, con sedi in 10 paesi del mondo, che si occupa della difesa e protezione della proprietà industriale.
La mia sede di lavoro ufficiale è Milano dove ho, come stretto collaboratore esclusivo, il mio affezionato Giuseppe; ma sono perennemente in missione in ogni angolo della Terra.
Sono stato un velista a livello internazionale sulla classe 470 insieme al mio prodiere Riccardo. Ma ora faccio poche regate d’altura, chiamato come timoniere da qualche armatore della domenica. Niente di professionale.
Il mio nome è opera esclusiva di mia madre: una Green, inglese originale, minuta, bionda con i capelli lisci e tante deliziose lentiggini sul naso e sulle gote.
Mio padre: un napoletano verace, con tutte le caratteristiche disincantate dei napoletani, nessuna esclusa.
Lui cantava nelle pizzerie di Roma la sera.
Lei, fanatica della storia antica, era venuta a vedere da vicino quello che restava dell’antica caput mundi.
Non resistette a lungo a quel bel ragazzo, bruno che, accompagnandosi con la chitarra, le cantava:
“……‘o viento passa e vasa ‘stu ricciulillo ‘nfronta.
I te vurria vasa’….. Ma ‘o core nun m’ ‘o ddice ‘e te sceta”.
E che le diceva: ‹‹Sei bella come ‘na madonna!»
Più che ammirare monumenti, visitare archivi, palazzi e chiese, sempre più spesso lei era ospite in pizzeria del bel cantante.
E, sempre più spesso, finite le canzoni, si ritrovavano a …… passeggiare abbracciati.
Si sposarono presto; e arrivarono Leonida e, poco dopo, sua sorella.
Anche per la bimba ‹‹…… è bella come ‘na madonna!» diceva il padre.
A differenza della mamma, però, aveva gli occhi e i capelli stupendamente neri.
Mia madre Ainsley Green era, sì, piccola e minuta, ma aveva un suo caratterino; e quando nacque il primo figlio disse che per amore aveva rinunciato ai suoi studi di storia antica, ma non poteva rinunciare a chiamarlo ‹‹Leonida, come l’eroe delle Termopili.»
Mio padre, veramente, avrebbe voluto chiamarmi, magari Ciro, oppure Gennaro, o almeno Pasquale, che so Salvatore, cioè un nome più tradizionale; ma anche lui, per amore, acconsentì.
Perciò mi trovo, con questo nome che è un vero manifesto. Per fortuna quasi nessuno mi chiama così poiché per tutti sono “l’Agente I.S.R.A.”.
Da bambino era ancora peggio: già mi chiamavano “l’Avvocato”, poiché avevo, dicevano, una parlantina sciolta ed efficace.
Sempre il solito Giuseppe, da un po’ di tempo, va dicendo che sarei capace di dimostrare che il “Nazareno” non è stato crocifisso, bensì assassinato, fucilato dai terroristi dell’Isis con una scarica di kalashnikov.
Ma non è vero.
Sono e mi ritengo, soprattutto, un “Homo empaticus”.”

COSÌ CONTINUA IL DIARIO:

“Ho appena aperto la porta del mio appartamento di Milano, mi libero della giacca e della cravatta, mi predo un brandy con ghiaccio; e sprofondo sul divano.
Do un’occhiata allo schermo nero del mio Q MARSHAL. Indica 06:36 pm con caratteri grandi di colore giallo, Monday immediatamente sotto con caratteri più piccoli di colore verde, June 13 sotto ancora con caratteri medi di colore bianco.
Significa che è lunedì 13 giugno.
Ho passato tutto il giorno in ufficio in riunioni e riunioni, saltando il pranzo, dopo un mese di incarichi svolti a Londra e dintorni.
Da domani, però, vacanza.
Strameritata.
Per via di tutti i soldi che ho fatto guadagnare al mio Studio, negli ultimi due anni, con le mie missioni sperperatrici di risorse altrui.
L’estate sta prorompendo; fra pochi giorni sarà il solstizio; ho preteso con determinazione un esagerato periodo di ferie che non facevo da molto tempo.
Almeno fino a metà luglio. E anche oltre. Dipende da come starò fisicamente e mentalmente nel Katanga.
Esatto, nel Katanga, dove starò in pace e tranquillità, in un posto isolato, senza alcuna possibilità di essere raggiunto né telefonicamente né in altro modo.
Insomma, ogni questione lavorativa dovrà stare lontana da me.
Naturalmente l’evasione nel Katanga è solo un sogno e una scusa per non essere disturbato. La realtà è un po’ più prosaica o casareccia. Comunque, le mie occupazioni saranno solamente il riposo, la lettura dei miei libri a cui troppo spesso sono costretto a rinunciare a malincuore, e Rebecca.
Questo ultimo impegno, a dire il vero, mi preoccupa un po’, poiché lo considero troppo vincolante. Rebecca è sempre stata una prepotente, fin dalla nascita.
Lei è la mia promessa fidanzata.
Da sempre.
Ci siamo conosciuti nel passeggino, mentre le nostre madri si incontravano al parco. Da allora c’è sempre stata, da parte dei suoi, una ossessiva smania per farci fidanzare definitivamente e poi sposare.
Nonostante che da adolescenti e ragazzi fossimo stati sempre insieme, avessimo anche dormito molte volte nello stesso letto, questo auspicato fidanzamento non è mai ancora cominciato.
Successivamente ci siamo quasi persi di vista. Per gli studi; poi i master; poi il lavoro con le continue missioni.
Perciò non c’è mai stata una reciproca convinzione in tal senso. Siamo più due fratelli che due aspiranti fidanzati destinati a sposarsi. E questo, penso, sia anche il motivo per cui non abbiamo mai fatto l’amore
Ora sembra sia arrivata la grande occasione.
Le mie agognate vacanze dovranno costituire l’opportunità di ufficializzare l’annoso legame.
I suoi genitori, e anche lei, mi hanno assillato con l’idea della vacanza insieme.
E hanno pure scelto la località che è tutto un programma: Venezia. In pratica, secondo loro, dovrebbe essere una prova di luna di miele.
Ci sono delle città che sono il simbolo della vela agonistica e che abitudinariamente ospitano competizioni prestigiose a livello mondiale. Tra queste ci sono anche Venezia e Trieste. Perciò io ho sempre abbinato Venezia ai miei trascorsi velici, dove ho partecipato a numerose regate, e non l’ho mai considera una città romantica, come attori e artisti famosi, che usano celebrarvi unioni, matrimoni e altri avvenimenti mondani.
Ecco lo spirito con il quale mi sono lasciato andare, dopo tante obiezioni, per accettare la specie di fidanzamento ufficiale.
I miei tentativi di spostare tutto a fine stagione, con la Mostra del Cinema, con il Premio Campiello, la Regata Storica, sono stati smontati impietosamente.
Mi sono arreso ad una Rebecca particolarmente elettrizzata da quella che nella sua testa era diventata una prova matrimoniale, tanto che alla fine mi procurava un sentimento di tenerezza.
Non al mio amico Giuseppe che, coinvolto indirettamente nella vicenda, ha continuato a dirmi che non avrei dovuto cedere.
Lui, oltre ad essere il mio più stretto collaboratore, per compiti che esulano da quelli delle segretarie, è anche quello con cui si può parlare liberamente di questioni sentimentali, cosa di cui si ha proprio bisogno a volte.
Per questo gli sono legato, nonostante le sue stranezze. C’è solo una cosa che odio di lui: quella sua mania di parlare in giro, con enfasi, della mia presunta capacità di dimostrare la fucilazione di Gesù Cristo.
Mi fa ridere, invece, la sua fissazione di raccontarmi, sempre e con dovizia di particolari, le sue numerose conquiste amorose.
La cosa bizzarra è che le protagoniste delle sue avventure sono sempre e solamente ragazze con i capelli rossi e la carnagione chiara.
«Che visino delizioso, incorniciato da boccoli rossi; che meravigliose lentiggini sulle gote e sul naso; che stupendi occhi verdi; e poi quel ciuffetto color rame fra due gambe bianche come il latte!» è la costante frase evocativa con la quale conclude sempre le sue avventure.
Per me, una ragazza come lui la racconta non l’ha mai incontrata poiché è creata dalla sua fantasia.
Giuseppe mi dice sempre, a proposito del caratterino di Rebecca.
«Con le donne ci vuole polso fermo. Se no, ti mettono sotto, poiché vogliono sempre averla vinta. Vedi io, quella volta che …..»
E giù l’ultima avventura con la rossa di turno con le lentiggini, gli occhi verdi e il ciuffetto color rame tra due gambe bianco latte.
In realtà, ho sempre pensato che Giuseppe conviva con sogni, o forse incubi notturni, popolati da vampiri femmine rosso fuoco.
Forse ha avuto un trauma infantile; forse è un richiamo materno; insomma ci vorrebbe un seguace di Sigmund Freud per aiutarlo a capire la sua ossessione per le lentiggini e il ciuffetto rosso.
Però è mio amico; e mi sta simpatico anche con la fissa delle lentiggini e del ciuffetto rosso.
Rebecca e la sua famiglia hanno pensato a tutto. Hanno prenotato per noi presso il lussuoso “Hotel Excelsior Venice”, la cui data di nascita risale al 21 luglio del 1908, che nel corso della sua ultrasecolare vita ha ospitato principi e personaggi di alto lignaggio. Affacciato direttamente sulla spiaggia del Lido di Venezia, è un capolavoro dell’arte veneziana degli inizi del Novecento. E’ una struttura di gran lusso in stile moresco, con lampadari a braccio in cristallo e tessuti pregiati. È dotato di porticciolo privato con mezzi per il trasporto degli ospiti a Piazza S. Marco, ampia piscina, spiaggia riservata proprio sul Lido di Venezia. Nel 2013 tutti gli interni hanno subito un completo intervento di adeguamento all’insegna del miglior confort.
Insomma, è l’ideale per romantici soggiorni di coppia ma con le spese tutte a mio carico.
E mi sono lasciato convincere!
Devo sistemare prima un sacco di questioni sospese e urgenti del lavoro.
Non è proprio la vacanza che mi aspettavo di trascorrere.
Ma starò con Rebecca. Forse faremo anche l’amore. Tanto amore. Così recupereremo tutti gli anni in cui non lo abbiamo fatto.
E cosa potrei volere di più!
Certo, un soggiorno a Selva di Val Gardena, o a Santa Cristina, o anche a Canazei, tra il Sassolungo, il Gruppo del Sella, con la visione della Marmolada, lo avrei preferito.
Una piccola baita con una esplosione di fiori, in una atmosfera fresca e riposante.
Quante passeggiate con Rebecca avremmo potuto fare; come sarebbe stato ben più romantico e … produttivo fare l’amore lì.
Non è detto, però, che dopo alcuni giorni trascorsi a Venezia non potremmo trasferirci sulle Dolomiti!
Vedremo!
Siamo rimasti d’accordo che Rebecca sarebbe arrivata domani mattina a Milano da Roma, con il Freccia Rossa delle 9 e 29.
Io sarei andato a prenderla alla stazione per poi proseguire, in auto, per Venezia.”

CONTINUA

EMPATICUS è un romanzo di Guido Fariello

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