Figli della luna

Ho sempre odiato Chimica, certi giorni più di altri, quei giorni più di altri.
Quando l’odore di zolfo e ammoniaca è così forte, l’aria non è fatta d’altro.
Si stringe intorno alla testa, come se già non avessi l’emicrania. Una tempia martellante non viene considerata una buona scusa per saltare una lezione, quindi penso che vomiterò sulle piastrelle bianche del pavimento.
Se non altro, il professore dovrà lasciarmi uscire.
Accidenti, per un attimo possono smettere di parlare?
Sono due banchi dietro di me, e bisbigliano appena, ma sembra che stiano urlando nelle mie orecchie.
«È rosa? Perché è rosa?» Merah solleva la fiala, scrutandola accigliata. La treccia fulva oscilla nervosa. Un animale in trappola, quanto me. Il mantello rosso gettato sulla spalla in un gesto trasandato.
Selagair sembra più occupato ad affilare un coltellino contro il banco. Fa fede al suo nome: “cacciatore”. La lama taglia l’aria, i secondi, i minuti, prima di cominciare a correre.
Ed eccola la mia, la nostra scappatoia.
Mi faccio strada fino al loro banco, sorriso mezzo storto:
«È rosa perché il nostro cacciatore non ha mai imparato a contare!»
Troppo zolfo. L’odore è uno schiaffo dritto in faccia.
«E cosa suggerisci, genio della chimica?»
Selagair lancia occhiate impazienti alla porta, capelli arruffati, giacca di pelle consunta.
Il professore sbadiglia correggendo un compito, una macchia d’inchiostro sul naso. Chiacchiere a mezza voce, tintinnio di vetro, aria spezzata.
«Suggerisco… che è ora di filarcela!»
Afferro un’altra boccetta e la sospendo sulla fiala rosa.
Merah arriccia il naso: un gatto selvatico.
Sa di ruggine.
«C’è il rischio che finiamo in qualche guaio, Lykos?»
«Beh, io a casa ho promesso di comportarmi bene; ma alcune promesse non si possono semplicemente mantenere. Come si dice? Il lupo perde il pelo, ma non il vizio!»
«Siamo sempre nei guai!»
Selagair ha perso completamente interesse per il coltellino, la lama indenne riflessa in un raggio di Sole, un disegno gettato sul banco.
«Ed è l’ultimo giorno…»
«Dobbiamo finirlo alla grande!»
Merah afferra la boccetta dalle mie mani
«È un guaio solo se si viene beccati!»
Una risata soffocata, abbiamo avuto una pessima influenza su di lei. La “nobile” Merah Alhambra, figlia di una delle famiglie più schifosamente ricche della città, che si comporta come un avanzo di strada? Direi che io e Sel l’abbiamo salvata da un destino orribile, possiamo esserne fieri. È il nostro più grande successo. E lei ha salvato la nostra carriera scolastica.
«Ora!»
Una goccia scura nella fiala rosa.
D’istinto mi abbasso sotto il banco.
Il botto: schegge di vetro; urla.
E il tempo finalmente esplode: in fuochi d’artificio e fogli sparsi.
Corriamo via veloci, corridoi affollati, scale ripide, urla che ci inseguono: siamo nei guai, ma non verremo beccati.
Inciampiamo nei ragazzi del primo anno: boccette d’inchiostro infrante, risate, l’intero corpo docenti che ci lancia maledizioni alle spalle.
«Dove andate?»
Per un momento intercetto l’occhiata di Luna, seduta sulle scale del portone, non è rivolta a me, ma a Merah.
É uno sguardo che conosco bene: quegli occhi, per un attimo ghiacciati, urlano; sono occhi arrabbiati; si chiudono di scatto disgustati.
È uno sguardo che sbraita:
«Mostro, abominio!»
Un tipo di occhiate così le so sostenere da tutta la vita.
«Via, naturalmente!»
Rivolgo un gestaccio al portone intarsiato, ma lo sguardo lo inchiodo su di lei, e spero che abbia dentro abbastanza rancore:
«Finiamo la scuola in bellezza, no?»

Erano amiche quelle due, sorelle. Dove c’era l’una, c’era l’altra. Finché, non so, hanno litigato di brutto, un giorno.
…è già deciso, non puoi cambiare idea, non esistono scorciatoie, stai al tuo posto brutta ….
Questo udito acuto è una maledizione, credetemi!
Piangeva forte nel suo mantello rosso: erano lacrime di rabbia, di chi avrebbe spaccato il mondo, per non andare in pezzi.
Si può fiutare la paura, il dolore? Se sì, la paura ha l’odore di carne bruciata, di animale braccato.
«Tutto bene?»
Che domanda stupida!
Si sfregò via le lacrime; e mi stampò un bacio sulla fronte. No, non andava bene, altrimenti mi avrebbe schiaffeggiato:
«Adesso sì, dovevo controllare una cosa, ma sono sicura adesso. C’è sempre una scorciatoia. Ci deve essere!»

Sel mi afferra per un braccio.
Via!
Ci ritroviamo a inseguire il mantello rosso di Merah, giù per le strade polverose, che ci sporcano scarpe e vestiti, per stavolta, solo per quest’ultima volta.
Un tramonto che è uno spettacolo raccapricciante, rosso sangue, incendiato di possibilità: tutte sospese tra polvere e vento, tutte le possibilità del mondo, andremo a cercarle, perché ci appartengono già, perché da qualche parte, ci aspettano da sempre.
Assolutamente pazzi, vivi da morire: dal calar del sole, all’alba di quella maledetta luna, questo tempo è per noi.
Perché la strada ce la lasciamo dietro, perché mentre ci inghiotte il verde cupo della foresta, non abbiamo bisogno di strade.
«Certo che hai una fame da lupi!»
Sel stacca una mela da un albero e la lancia a Merah. Poi si lascia dondolare dal ramo a testa in giù.
Beh, anche io ho una fame da lupi, se è per questo.
Una foglia sul naso, la soffio via.
Sdraiato contro un cielo viola cupo.
«È il mio periodo. Stupide cose, ti fanno sentire…sporca,sai?»
Merah azzanna la mela e parla con le guance gonfie.
Ti capisco è anche il mio, di periodo.
Ecco perché sa di ruggine. Dovrei conoscere l’odore del sangue, ormai.
Rabbrividisco.
No, non vorrei riconoscerlo, l’odore del sangue.
È tutto nella tua testa, lo puoi controllare, è tutto lì. È tutto lì.
«E hai bisogno di consumare cinquemila calorie al giorno?»
Selagair infilza un’altra mela con il coltellino. I riflessi allenati, del cacciatore che è destinato a diventare. Come suo padre.
«Certo!»
Merah gli scaglia il torsolo in testa e poi ride:
«Hai idea di quanta energia si consumi?»
No, ma almeno tu nelle prossime otto ore non subirai un riassestamento di tutta la tua struttura ossea.
Aggiusto la manica della camicia in un gesto casuale, il tatuaggio che spunta appena.
Luna piena.
«Cioccolata?» sventolo una barretta sotto il naso di Merah «I cali di zuccheri sono terribili, sorella!»
E stiamo lì, semplicemente, a fumare e a dare un nome alle stelle che spuntano a poco a poco, ogni stella è un desiderio sprecato, un futuro arrivato troppo in fretta, adulti, intrappolati, destini già segnati?
La sera è fresca e scintillante, ripercorriamo i vicoli di pietra affollati, fra luce e ombra, parlando di cosa faremo domani, di dove andremo a bere, e mi convinco che per un po’ sono un ragazzo normale.
Prima di collassare….
Un tafferuglio di gente nell’elegante giardino di casa Selagair, dame concitate, uomini armati ancora sporchi di terra, sa di fine, sa di perdita.
«È successo prima dell’alba, maledetti abomini! Un incidente di caccia.»
Ogni tanto può capitare, se ti trovano fuori dai cancelli durante il coprifuoco mensile, possono toglierti di mezzo senza cerimonie, ma ogni tanto ci resta secco anche qualcun altro.
Una donna si avvicina, il viso spezzato, ha pianto tutte le sue lacrime:
«Sel, entra in casa!»
«Mamma! …» nonostante il giaccone di pelle e il coltello alla cintura, è solo un bambino spaventato.
«Volete mangiare, ragazzi? Sarete stanchi!» la madre ci accarezza la testa distratta. Non riesco a guardarla. Mi sento sporco, contaminato, non è neanche colpa mia, abominio, lurido mostro senz’anima.
Avrei preferito davvero non avere un’anima, mi sarei evitato tutto il dolore…
In un momento, fisso il selciato, so che strada devo prendere.
«Merah!» l’afferro per le spalle, sa di fuochi d’artificio «Va da lui, io… io devo andare, d’accordo? Tu… resta, ti prego!»
Lei annuisce piano e risoluta, le lentiggini sul viso pallido. So che è l’ultima volta che la vedo, ma so che sto affidando mio fratello a mia sorella. Che staranno bene.
Inizio a correre, strada bagnata, il suo mantello rosso sangue contro il vicolo scuro:
«Casa tua è dall’altra parte, Lyk!»
«Prendo una scorciatoia!»
«Ti accompagno. È tardi, e tu ti cacci sempre nei guai senza di me!»
È dannatamente vero.
«Non dovresti prendere una scorciatoia che non conosci. Starò bene!»
Ho mentito sull’indirizzo per andare a una buona scuola, per avere una voce, per essere ascoltato, ho mentito davvero su troppe cose, per salvarmi la pelle.
È l’istinto più prezioso, sopravvivere.
E ora avrei continuato a correre, senza voltarmi indietro, per salvarmi la pelle.
Tutte le possibilità del mondo resteranno ad aspettare.
Ai cancelli la sentinella fuma la pipa indolente, barba bianca. Appena mi vede solleva il fucile, una morfia:
«Lykos, sei in ritardo canaglia, stanotte… »
«Sì, lo so, è luna piena!» mi scopro il braccio per mostrare il numero tatuato XY390, stile bestie da macello, che pessimo gusto.
Corro dentro, case tutte uguali, ben curate, nascoste, cancellate.
L’uscio della nostra è illuminato da una lanterna, la luce calda e invitante, papà ha appena finito di cucinare, ha ancora il grembiule addosso, mi dispiace per la torta di mele che non potrò mangiare.
«Lykos, hai fatto davvero esplodere il laboratorio di chimica?» il sorriso storto e i capelli già ingrigiti.
E chi ci pensava più al laboratorio, mi sembra sia successo un secolo fa.
«Dobbiamo andarcene!»
Inizio a raccattare la mia roba, combattendo contro le vertigini.
Libri, disegni, la sgangherata macchina per scrivere, una foto di mamma e papà, articoli che non finirò mai per il giornale della scuola:
«Il papà di Sel, è… stamattina… e, arriveranno e…»
Arriveranno, non sapranno a chi dare la colpa, e allora daranno la colpa a tutti, e qualcuno sparirà.
L’ultima volta è stato quando avevo dieci anni, papà ci aveva chiuso in cantina e aveva fatto finta che fosse un gioco, mi spiegava le costellazioni sottovoce. Ma ero già troppo grande per farmi prendere in giro, e la porta della cantina troppo sottile per coprire le urla e gli spari…
Papà mi afferra per le spalle, è stanco:
«Mi dispiace, è un brutto peso!»
«No, non davvero. Solo se pensi che lo sia.»
Mai stato bravo a mentire.
«E poi, scioglie un sacco di tensione alla schiena.»
Beh, questo è vero.
Mamma non era come noi. E per un po’ speravano… che io, non avessi ereditato questo problema. La speranza durò fino alla prima luna piena dopo la mia nascita.
Mamma non lo sopportò; mi trasformavo già nella sua pancia?
Andò via; ma chissà come, sulla porta di casa trovo un pacchetto anonimo a ogni compleanno…
Beh, ora non potrà più recapitarli.
Iniziamo a correre, porte spalancate, uomini vestiti a metà, mezzi addormentati, grida e cielo cupo.
Dov’era la luna?
Via veloci, respiro tagliato, corriamo, per salvarci la pelle, scavalchiamo i cancelli, giù affondati nella foresta scura.
Fa male, è il momento.
«Resisti Lyk, non ancora, va tutto bene.»
Ma non sento altro che le mie urla. Come avevo potuto pensare di essere normale?
Un ululato in lontananza, il tributo a quella luna terrificante, lontana fra gli alberi. Alla nostra natura più profonda e spaventata, quella che cerca un appiglio nell’oscurità.
L’ultima immagine dei rami stagliati nel buio, profumo di terra bagnata, l’istinto di correre via, di vedere un’altra alba, è tutto nella tua testa, nel tuo corpo.
So che domani mi sveglierò con una nuova cicatrice, a guardare un’alba incendiata, ancora a pezzi, spero che il sangue sulle mie mani sarà solo mio…
«Sei sempre te stesso, ricordatelo, sei sempre il mio bambino.»
La paura sa di carne bruciata.


DIECI ANNI DOPO…

Accelero il passo con la valigetta stretta in pugno.
Per nascondersi non c’è niente di meglio di una grande città, mezzi pensieri, storie frammentate, notizie sussurrate. Vite nascoste, che aspettano di essere raccontate.
Sono quelle che sto cercando.
La luce dei lampioni offusca le stelle, non mi ci abituerò mai. Da noi in campagna ne contavamo a decine.
Le vetrine del pub dietro l’angolo sono pigramente illuminate, il fumo appanna i vetri. Sa di rum, di vecchie storie, di nuovi inizi.
Spingo la porta massiccia. Dentro è torrido, aria impregnata di liquore.
Un mantello rosso scompare tra gli avventori al bancone. Possibile che lei sia qui? Fra tutte le possibilità del mondo, c’è lei ad aspettarmi?
E il ragazzo accanto a lei gioca con un coltello, i capelli ribelli:
«Al ministero non piacerà, questa è roba che scotta. Rastrellamenti nei ghetti, sparizioni, un bambino è… Stiamo nascondendo una polveriera sul punto di esplodere.»
Sventola un giornale sotto il naso di Merah:
«Chiunque abbia scritto questi articoli è in un mare di guai.»
IO sono in un mare, giusto?
Intercetto gli occhi scuri di Sel, non li vedo da dieci anni, sono più cupi e arrabbiati, cresciuti in fretta:
«Lykos? Tu…»
Posso fare solo una cosa, come sempre, correre.
Inciampo nei rami, nelle foglie, ma è il mio elemento, lascio che sia il mio istinto a guidarmi, il profumo di terra bagnata, so che devo nascondermi, spero che l’oscurità mi protegga, fuggire dalle ferite di luce.
I passi veloci alle mie spalle, un cacciatore può essere braccato, echi di un pomeriggio lontano.
«Volevi prendere una scorciatoia?» il mantello di Merah rosso cupo, i capelli corti, selvaggi. Quando li ha tagliati?
«Non dovresti prendere scorciatoie che non conosci. Corri il rischio di incontrare il lupo cattivo!»
Mi appoggio a un albero in modo casuale, ma non riesco a guardarla. Non per vedere i suoi occhi disgustati
«Hai capito che cosa sono?»
Solleva gli occhi e no, non sono terrorizzati, forse delusi, amareggiati:
«I figli della luna, vi chiamano così. E comunque, continui a cacciarti nei guai.»
Già, figli di una madre ingrata:
«Hai scelto il termine più gentile. Di solito si dice luridi mostri senz’anima.»
Urlo senza accorgermene, una voce per tutto quello che non ho detto, alla paura e al dolore:
«Privi di coscienza, condannati, meritevoli di morte. E forse me lo merito sul serio. Hai mai dovuto chiedere perdono per peccati non commessi, per il tuo sangue? Hai mai dovuto spaventarti di te stessa? Vorrei solo che finisca. E non finirà, a costo di soffocare nel mio stesso sangue.»
C’è l’ombra del lupo sul mio volto, per una volta. E per una volta è una liberazione.
«Sì!» stringe il mantello sulle spalle con fare colpevole «Non sei l’unico che si sente un mostro, non si può combattere contro l’oscurità, se è nella tua mente.»
«Luna?» non è una domanda, si volta contro il buio, l’ho già vista così a pezzi. Certe cose non si riparano.
Un fruscio veloce, una lama illuminata, puntata alle spalle, sa di ferro e disperazione:
«Sono tuoi quegli articoli? Avrei dovuto riconoscere lo stile. È la tua voce.»
Quante volte abbiamo giocato così, da bambini?
«Sel, dovresti avere paura. Stasera…»
Una risata vuota, l’ombra dell’ironia che aveva da ragazzo:
«È luna piena. Non per offendere, ma da quello che so, tu indossi sciarpe di lana e sistemi libri in ordine alfabetico. Scusa se non tremo di paura.»
Mi strappa una risata, mio malgrado e la lama si rilassa, incrinata come la sua voce:
«Sei stato a casa mia, mia madre ti preparava la colazione, eri un fratello. E sei andato via. Mi fai schifo!»
Mi giro, l’ombra dei bambini che eravamo:
«E mio padre ci portava ai laghi ogni estate. Anche se non ci potevamo restare per molto.»
«E tu sei uno di loro?» tormenta la lama del coltellino «Uno di voi… me lo ha portato via.»
Merah lo prende per il polso, ferma:
«Non tutti i mostri fanno cose mostruose!»
Sel annuisce piano, è una caccia all’uomo, dannazione, è sangue contro sangue. XY390.
Scopro il braccio:
«Me lo hanno fatto a cinque anni, all’inizio non capivo neanche perché.»
Non tutti i mostri sono mostruosi.
Non tutte le ragazze di buona famiglia finiscono per sposare un uomo che non vogliono e per fare una vita che non amano. Una treccia può essere tirata, per intrappolarti, meglio tagliarla con la spada.
«Ho promesso di seguire le orme di mio padre, e… ho visto troppo, cose che non si dovrebbero vedere. Erano bambini, donne, eri… tu. Semplicemente, alcune promesse non si possono mantenere.»
Alcune strade non si possono percorrere.
Mi stritola in un abbraccio, è mio fratello, eppure uno era destinato a uccidere l’altro:
«Corri, portala con te. Siete nei guai solo se venite beccati, in fondo.»
Mi sta affidando nostra sorella.
È sempre stato così, il lupo non è sempre cattivo, il cacciatore non è sempre violento, le ragazze dal cappuccio rosso non vanno sempre salvate.
Merah mi porge la valigia, brucia di rabbia fino alle ossa, giù nel sangue:
«È roba potente questa, un mucchio di fogli di carta può far crollare un impero. E penso che ci sarà qualcuno disposto ad ascoltarla.»
«Be’, muovetevi allora!»
Sel si appoggia a un albero, lo sguardo indurito e crepato.
«Andiamo a prenderci tutte le possibilità del mondo, giusto?»
E poi sorride, capelli arruffati, gli stringo la mano, due ragazzi normali. Ci rivedremo, un cacciatore sa seguire una pista.
Seguo il mantello di Merah, cupo come sangue nuovo, come i fiori bianchi che si inzupperanno di rosso, corro.
È luna piena, fredda fra i rami, un fruscio, i suoi capelli rosso cupo:
«Seguimi, è una scorciatoia.»
La voce dell’istinto, un appiglio nell’oscurità, nel buio liquido.
La paura sa di carne bruciata.
Odi la luna solo per una notte, ma a guardarla con altri occhi, è magnifica. Come te. Tu sei quello che pensi, quello che crei, quello che inventi. Sei i libri che hai letto e le parole che hai gridato, sei mio fratello.
L’alba del mattino dopo. Inizio a fasciarmi un braccio, il mantello di Merah buttato sulle spalle.
«Lo sai che anche da lupo hai gli stessi occhi chiari? È adorabile!»
Merah ravviva il fuoco e arriccia il naso.
No, non lo sapevo:
«Da piccolo diventavo un’adorabile palla di pelo, hai presente i peluche? Papà deve avere ancora delle foto.»
Mi strappa una risata, ancora coperto del mio sangue. È come diceva papà in fondo, è un peso solo se pensi che lo sia.
«Possiamo andare?»
Mi tende la mano e mi tira su senza tante cerimonie.
«Sì, fa male. Ma passa sempre!»
E andiamo, contro un’alba nuova e scintillante.
Brucia ancora di vita; e noi siamo ancora tanto giovani; avremo tempo per definire la nostra strada, per trovare la nostra scorciatoia, per correre dietro ai lupi, o contare le stelle.
«Come hai detto che si chiamano, quelli che vogliono ascoltare la nostra storia?»
Merah si volta, sorriso abbozzato:
«I fratelli Grimm …»

Figli della luna è un racconto di Noemi Novembre