L’eredità dell’ammiraglio Nelson

Le salite erano ripide, le curve a tratti strette e pericolose. Occorreva, perciò, prestare molta attenzione anche se il traffico non era eccessivamente intenso.
Mi trovavo alla guida di una Opel Meriva con accanto Melo, mio fratello, mentre le nostre mogli chiacchieravano, sedute sul sedile posteriore.
Ci recavamo a Bronte, grosso centro montano sulle pendici occidentali dell’Etna, per visitare il Castello dei Nelson, sito nelle immediate vicinanze.
La cittadina è nota alla maggioranza delle persone per i famosi “fatti di Bronte” del 1860, all’epoca, cioè, della “Spedizione dei Mille” di garibaldina memoria.
In quell’anno, i brontesi avevano rivolto la loro rabbia contro i feudatari della zona, ma Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi, giunto a Bronte il 6 agosto, soffocò nel sangue la ribellione, condannando alla fucilazione cinque persone, ritenute colpevoli di sanguinosi avvenimenti su cui il giudizio degli storici è ancora controverso.
Mio fratello ed io, però, non c’eravamo a quell’epoca.
A noi, perciò, Bronte richiamava alla memoria altri fatti: quelli della nostra infanzia, un tantino più recenti.
Arrivati su un altipiano, un lungo rettilineo attenuò la tensione della guida.
«Cosa ti ricorda Bronte?» chiesi a quel punto a Melo.
«So a cosa ti riferisci!» mi rispose, sorridendo «Alle ciaramelle e… agli zampognari, nel periodo natalizio. Sì, è vero, gli zampognari venivano proprio da questi monti.»
Ci soffermammo a ricordare insieme, con una certa nostalgia, il comune passato, mentre la Meriva si arrampicava agilmente sulla montagna, in mezzo alle fitte e caratteristiche coltivazioni di pistacchi, le cui verdi chiome contrastavano con il giallo dell’erba spontanea, ormai secca, che moriva ai margini della strada.
I pistacchi di Bronte sono più piccoli ma più verdi di altre qualità le quali presentano una coloritura giallastra e che vengono prodotte altrove.
“L’oro verde di Bronte”, così com’è denominato il pistacchio, costituisce per il paese una fondamentale risorsa economica…
Intanto, mentre parlavamo, il tempo trascorreva e con la macchina arrivammo in vista della rinomata cittadina di montagna.
L’attraversammo tutta e, secondo le indicazioni turistiche in nostro possesso, il “Castello dei Nelson”, avrebbe dovuto trovarsi a circa due chilometri dal centro, in una frazione chiamata Maniace, comune del Parco dei Nebrodi.
Si era fatto tardi e a quell’ora il Castello era senz’altro chiuso; avremmo dovuto perciò aspettare l’apertura pomeridiana.
In previsione di ciò, avevamo portato da casa qualcosa da mangiare. Così ci sistemammo in mezzo agli alti e secolari alberi d’olive.
Ma, mentre mangiavamo, il tempo, bello per tutta la mattinata, si guastò improvvisamente, grosse nuvole nere coprirono il cielo, annunciando un violento temporale, cosa che suscitò in noi un po’ di preoccupazione.
Io che avevo la responsabilità della guida, invitai tutti a rimontare in macchina e ci avviammo lungo un percorso tracciato tra gli alberi.
Poco dopo, ci trovammo su un’ampia radura.
Mio fratello scese dall’auto per cercare qualcuno che ci indicasse la strada per il Castello in modo da aspettare sul posto l’apertura del museo.
Non c’era anima viva, ma in mezzo agli alberi, in quel punto abbastanza bassi, si poteva scorgere qualche casetta.
Mio fratello risalì in macchina e me la indicò. Stavo studiando la strada da intraprendere, quando si materializzò un uomo che ci fece segnale di seguirlo.
Era a piedi, ma camminava speditamente; noi lo seguimmo in macchina lentamente.
Fatti una cinquantina di metri nel viottolo in mezzo agli alberi, arrivammo davanti ad una casupola e l’uomo ci fece cenno di entrare.
Accettammo volentieri anche perché, all’improvviso, era scoppiato quel temporale che avevamo temuto, accompagnato da un lampo accecante.
L’uomo indossava uno strano vestito di una foggia alquanto fuori moda. Sulle spalle aveva un cappotto militare per ripararsi, alla meglio, diceva lui, dalle piogge improvvise ed aveva l’occhio destro bendato, al suo dire, per una recente operazione di cataratta.
Ci disse che quei fenomeni meteorologici erano frequenti da quelle parti, ma di breve durata. Infatti, entrati nella casetta, il temporale cessò quasi subito.
L’uomo ci offrì da bere e volle narrarci la storia del posto in attesa che arrivasse l’ora dell’apertura.
Le donne però non erano tranquille e me lo fecero capire.
«Ho paura di quell’uomo.» affermò sottovoce mia moglie.
«Perché?» risposi io sommessamente «Sembra tanto gentile!»
Sembrava che l’uomo avesse capito il disagio delle donne, tanto che disse:
«Se volete aspettare l’apertura vicino al Castello, percorrete tutto il viale alberato, attraversate l’ampio parco e vi troverete davanti ad un grande edifico: quello è il Castello.
Si tratta di una struttura che in età medioevale formava distintamente le due abbazie confinanti di “Santa Maria di Maniace” e di “San Filippo di Fragalà”.»
Non rinunciò a completare le sue informazioni e aggiunse, mostrando un notevole interesse:
«Queste due abbazie, con i territori loro appartenenti, furono donati nel 1700 dal Re dell’isola, Ferdinando di Borbone all’ammiraglio inglese Orazio Nelson per i favori che quest’ultimo gli aveva reso, ponendo fine alla rivolta napoletana del 1799 e facendo impiccare l’ammiraglio Francesco Caracciolo.»
Le donne manifestavano una certa impazienza, volevano andar via e me lo fecero capire a gesti cercando di non farlo notare all’uomo.
Compresi il loro desiderio e dissi:
«Grazie per le preziose informazioni. Noi andiamo!»
E ci avviammo.
«Se ho tempo, vi raggiungerò al Castello!» precisò lui, accompagnandoci gentilmente alla porta.
Risalimmo in macchina, mentre l’uomo rimase nella casetta.
Percorremmo la strada che lui ci aveva indicato e ci trovammo davanti ad un grande edificio incastonato in un bellissimo parco. Lo stabile, però, non presentava i caratteristici torrioni che tutti i castelli esibiscono.
Per tale motivo, mi sembrava che il termine “Castello” non fosse appropriato.
Fummo attratti dal magnifico parco e ci soffermammo a guardarlo incuriositi ed ammirati.
Intanto era giunta l’ora di apertura e ci avviammo verso l’ingresso dove, sistemati sopra un tavolino, trovammo delle locandine con la storia del luogo.
Vi era riportato quanto ci aveva detto l’uomo ed inoltre apprendemmo che il Castello rimase proprietà dei Nelson fino al 1981, allorquando fu acquistato dal Comune di Bronte, passando attraverso ben sette proprietari della famiglia stessa, di cui l’ultimo si chiamava: Alexander Nelson-Hood.
Mentre eravamo intenti a leggere e commentare il dépliant, il cielo divenne nuovamente scuro. Scoppiò un altro temporale accompagnato da un lampo accecante.
Mia cognata disse ironicamente:
«Volete vedere che fra poco arriverà il nostro uomo. A me sembra l’uomo della pioggia!»
L’uomo con la benda, infatti, arrivò correndo per mettersi al riparo dall’acquazzone.
Acquistammo il biglietto per l’ingresso ed entrammo tutti dentro il museo senza, per fortuna, che ci fossimo bagnati.
Entrammo in un lungo corridoio; l’uomo riprese a farci da cicerone e ci indicò la porta che conduceva ai sontuosi appartamenti ducali, precisando che erano arredati secondo i gusti del tempo ed ancora ornati delle suppellettili originarie.
Entrando poi in una delle camere, ci mostrò arredi e mobili di grande pregio, nonché vasi ed orologi dell’’ottocento.
Tutto era interessante, tanto che le donne, appassionate di mobili d’epoca, ammirarono con entusiasmo, dimostrando di apprezzare le spiegazioni del nostro accompagnatore senza, stavolta, dare segni di insofferenza.
Entrammo in una sala in cui erano presenti cimeli di vario genere: quadri, stampe e dipinti vari che la nostra guida improvvisata ci spiegò con dovizia di particolari.
Sotto ogni dipinto, una targhetta illustrava brevemente l’opera.
Il nostro cicerone ci fece notare che tutta la stanza ricordava, in vari modi, la vita e le vittorie di Nelson.
Arrivati al centro della sala, un quadro attirò la nostra attenzione per la sua peculiarità: era l’immagine di una persona priva dell’occhio destro e di un braccio.
La targhetta posta sotto riportava scritto con caratteri cubitali:
AMMIRAGLIO HORATIO NELSON
E spiegava che l’ammiraglio aveva perso l’occhio e il braccio durante i suoi numerosi combattimenti.
«Questo quadro rappresenta l’uomo della pioggia!» osservò mia moglie.
«È vero!» aggiunse mia cognata. E tutti ci rendemmo conto che l’osservazione era giusta.
Ci voltammo perciò indietro cercando il nostro accompagnatore per avere da lui maggiori spiegazioni: era scomparso! … Svanito nel nulla!
E nello stesso istante, la sala piombò nel buio; in fondo ad essa potemmo vedere una figura fosforescente che l’attraversava tutta, mentre un venticello leggero sollevava le tende degli infissi.
«Sarà una finestra tenuta socchiusa per arieggiare la stanza.» osservò mio fratello per minimizzare, visto che le donne sembravano turbate.
In quel momento arrivò defilato il custode.
«Chiedo scusa, di là è mancata la luce e mi è venuto il dubbio che fosse mancata anche qua. Mi accorgo adesso che avevo ragione. Strano. Non era mai successo. Provvedo subito!»
Uscì un attimo e ritornò subito quando l’illuminazione era ormai ritornata, dicendo: «Stranamente era saltato l’interruttore generale.»
Poi aggiunse:
«Vi ricordo che con lo stesso biglietto che avete acquistato, potrete visitare il cimitero inglese a qualche centinaio di metri dal Castello. Grazie signori! Buona prosecuzione.»
Proseguimmo un po’ perplessi il nostro percorso e tutto risultò veramente interessante.
Completammo sommariamente la visita della sala, perché le donne volevano uscire dal museo, ad ogni costo,
Tornati all’aperto, ci sentimmo rinfrancati ed effettivamente, anch’io non avvertivo più il senso di oppressione che cominciavo a percepire quando ero all’interno.
«Ritorniamo di corsa a casa!» interferì mia cognata «Ho paura a restare qua.»
«Non essere la solita esagerata. Mentre ci siamo, visitiamo il cimitero inglese. Sicuramente, non ritorneremo più da queste parti.» precisò mio fratello.
A malincuore le donne accettarono e ci dirigemmo a piedi verso il cimitero nelle vicinanze del quale, senza volerlo fare apposta, avevamo parcheggiato la nostra macchina.
Era un piccolo cimitero posto in un’area tranquilla.
Sopra l’arco d’ingresso era sistemata una lapide che riportava la seguente frase:
“Nobisque vobisque pax” (Pace a noi e a voi).
Noi ci soffermammo davanti all’ingresso da cui si potevano vedere delle lapidi che non avevano certo alcuna pretesa monumentale.
Le donne non vollero entrare anche perché il cielo si era fatto nuovamente scuro, tanto che pensammo subito all’arrivo dell’uomo che ormai eravamo convinti fosse il fantasma di Nelson.
Lui, in effetti, non arrivò, ma tutti potemmo osservare una nuvola bianca che svolazzava tra le tombe, percorrendo tutta l’area del cimitero, per poi svanire dietro ad una lapide. In quel preciso momento il cielo ritornò sereno.
Questo fenomeno ci confermò nella nostra convinzione.
Alcuni visitatori uscirono dal cimitero e, osservando che stavamo per andare via, dissero:
«Peccato che non siete entrati. Dentro si respira un’aria di pace e di serenità.
Vi sono le tombe di otto eredi di Nelson e quella del poeta scozzese William Sharp.»
«Non avete visto la nuvola bianca che aleggiava sopra le tombe?» chiesi, dissimulando un certo imbarazzo.
«Non abbiamo visto niente.» Risposero.
«Pensavamo che dovesse piovere da un momento all’altro.» aggiunsi come giustificazione.
Poi raggiungemmo la nostra auto per intraprendere la via del ritorno verso casa ed io mi accorsi che le donne erano ancora turbate per gli avvenimenti del giorno.
Allora pensai di sdrammatizzare asserendo, tra il serio ed il faceto:
«Probabilmente il fantasma di Nelson, con tutti questi fenomeni, ci ha voluto onorare della sua presenza.»
Pensavo, in tal modo, di completare la nostra gita con una bella risata.
Mia moglie, invece, volle concludere in maniera diversa, affermando:
«Sarà come dici tu, ma personalmente avrei fatto volentieri a meno di tanto onore. Infatti, non ritornerò più qui, neanche sotto tortura.»

L’eredità dell’ammiraglio Nelson è un racconto di Franco Lo Presti