SENTIERO EE di Laura Vanoli

«Non me la sto cavando male, dai! Quanti dubbi inutili mi son fatta venire… Vedi, sono qui, cammino, salgo. È certo che è una faticaccia! Che mi credevo? Ma ce la faccio!»

Anna si tiene alto il morale ripetendo fra sé e sé questa specie di mantra, contando i passi, otto alla volta.

Arriva all’otto e ricomincia, come quando da giovane seguiva le coreografie al corso di step, le sembra un buon sistema per proseguire, per mantenere un ritmo costante, un piede davanti all’altro, senza arrancare troppo.

Peccato che l’agilità e la resistenza non siano più le stesse, ma pazienza: gli anni passano, nel frattempo sono nati i suoi due figli e, si sa, la vita da mamma non è la stessa di quella da single, diventa difficile trovare i momenti per tenersi in allenamento.

Comunque, il numero otto le è simpatico, è bello da scrivere, sinuoso, tondeggiante, contorto, morbido: un po’ le somiglia. E forse le porta fortuna. E poi i suoi bimbi sono nati entrambi il giorno otto.

«Com’è quel consiglio saggio? ‘Non pensare al lungo sentiero che dovrai percorrere per arrivare alla cima, concentrati su un passo alla volta, suddividi il tragitto in piccoli traguardi via via raggiungibili’. O qualcosa del genere. Ecco, Anna, fai così!»

Eppure, dentro la pancia serpeggia una vaga sensazione di ansia: le nuvole si sono avvicinate e sono basse e dense, promettono pioggia, sospinte da un discreto vento. Il sentiero è stretto, impegnativo, serve concentrazione per non mettere il piede in fallo sulle pietre sporgenti. Cammina ormai da circa quattro ore e la sosta che si è concessa per tirare il fiato e mangiare una barretta energetica non sembra abbia giovato molto, per lo meno non ora, che sente il cibo ballare allegramente nello stomaco.

Era partita all’alba, per giungere ad un orario ragionevole al punto di partenza e sfruttare al meglio la giornata: aveva studiato con attenzione il percorso, documentandosi sulla sua vecchia guida sgualcita “I sentieri delle Orobie passo dopo passo”.

Aveva persino trovato il tempo di dare un’occhiata in internet, dove era incappata in descrizioni più aggiornate e in consigli utili, postati da escursionisti che si erano cimentati in quella camminata di recente. I commenti non erano molti, a dir la verità, di certo non era uno degli itinerari più battuti, ma questo forse la attraeva maggiormente: si sarebbe goduta la giornata senza incrociare troppa gente. In fondo, lei era un “orso” e godersi la montagna in solitaria (o quasi) era una delle cose che amava di più.

Dopo aver parcheggiato l’auto vicino all’attacco del sentiero, mentre si metteva gli scarponcini da trekking seduta sul bordo del bagagliaio aperto (glielo aveva insegnato suo padre fin dalla loro prima escursione – che, di fatto, si era rivelata più una lezione didattica che una piacevole uscita all’aria aperta), aveva osservato il cielo: quasi del tutto sereno, solo qualche nuvola ad ovest, ma di certo non preoccupante, tantomeno minacciosa. Si sentiva emozionata ed entusiasta, agitata come una bambina che sta per compiere una marachella o qualcosa di proibito.

In effetti, la sera precedente, mentre preparava lo zaino e suo marito la osservava con uno sguardo tra il divertito e il perplesso, aveva omesso di aggiornarlo su un piccolo dettaglio: all’indomani sarebbe andata da sola.

Proprio così: da sola.

I compagni di escursione avevano dato forfait all’ultimo momento, ognuno con le sue buone motivazioni, per carità, ma era piuttosto curiosa questa coincidenza di impedimenti personali, dopo tanto tempo speso a progettare l’uscita, a trovare il giorno ideale per tutti.

Persino Andrea aveva dovuto rinunciare, e quello sì che poteva rappresentare un problema per lei: era il più esperto del gruppo e conosceva praticamente a memoria tutti gli itinerari delle montagne della zona, ma soprattutto era il suo migliore amico, sapeva tutta la faccenda che le era capitata da piccola e aveva capito perfettamente quanto fosse importante per lei fare proprio quel sentiero e raggiungere proprio quella vetta. La sua presenza l’avrebbe rinfrancata.

Nel pomeriggio, mentre usciva dall’ufficio, era squillato il cellulare; lei non si era nemmeno presa la briga di rovistare nella borsa per recuperarlo: non era proprio il momento adatto, dato che, come al solito, rischiava di arrivare in ritardo a prendere la sua bimba fuori dalla scuola; avrebbe controllato più tardi nell’elenco delle telefonate perse.

Aveva trovato il nome di Andrea. Lo aveva richiamato da casa, mentre rovistava nei cassetti dell’armadio in camera matrimoniale, in cerca di “quella” maglia termica, che di sicuro possedeva, ma chissà dov’era finita. Era convinta che le volesse dare gli ultimi consigli per il giorno successivo, del tipo “ricordati di prendere questo, non dimenticare quello”, cose così, come se lei avesse bisogno di una bella rinfrescata per l’occasione. E invece la voleva avvertire che anche lui non ci sarebbe stato.

«Impegni di lavoro imprevisti e imprevedibili, che non riesco proprio a rimandare né a delegare. Mi spiace tanto, Anna.»

Per un attimo era rimasta senza parole e di colpo aveva capito come doveva sentirsi sua moglie; le erano tornate in mente alcune conversazioni in compagnia, quando lei scuoteva il capo rassegnata e diceva che a causa del suo lavoro non si poteva mai organizzare nulla.

Erano rimasti ancora un po’ al telefono a chiacchierare, Andrea le voleva spiegare i motivi per cui non riusciva a liberarsi e lei aveva bisogno di sentirseli ripetere, per stemperare la vaga delusione che le saliva dentro. Le aveva promesso che si sarebbero rifatti presto, con un percorso ancora più bello.

Anna non aveva replicato.

In cucina, Marco le aveva chiesto:

«Qualcosa non va?»

Forse aveva avuto un’intuizione, forse aveva origliato dalla porta socchiusa (a volte lo faceva, nonostante sapesse che lei non tollerava questa invadenza), lei aveva risposto con un frettoloso «No, no, tutto ok!» e il discorso si era chiuso lì, con poca convinzione da parte di entrambi, ma senza nemmeno la voglia di riprenderlo, rischiando poi di impantanarsi nelle solite divergenze di opinione.

Al suono della sveglia, era subito scattata in piedi, aveva consumato velocemente una colazione leggera, in silenzio, per non disturbar il resto della famiglia, era sgattaiolata fuori casa come una ladra, pervasa da un leggero senso di colpa misto ad una sensazione di sollievo, di fuga verso la libertà, stringendo in mano le sue racchette da trekking, finalmente recuperate da un angolo del garage.

In macchina si era sintonizzata sulla sua stazione radio preferita che aveva trasmesso un paio di brani veramente notevoli, tra i quali Starway to Heaven («Da quanto non la sentivo! Il titolo è perfetto per l’occasione, ma dai!»): intramontabile, da brividi, come sempre.

«Una scala, mi servirebbe proprio una scala, ora. Andrebbe bene anche la pianta di fagioli, quella della favola, che cresce a dismisura verso il cielo. Accidenti a questo sentiero accidentato! E accidenti pure a me che mi sono ostinata a fare questa escursione!»

A questo pensa Anna, mentre ansima, canticchiando a bassa voce la melodia dei Led Zeppelin.

Neanche il tempo di maledirsi, ed ecco che il piede scivola di lato, il corpo si sbilancia, oscilla per un attimo e poi segue il piede, perdendo del tutto l’equilibrio.

D’istinto allunga le mani, le protende in avanti, come i bambini quando stanno per cadere, riesce ad aggrapparsi ad una roccia leggermente sporgente, che per fortuna è saldamente ancorata al terreno. Si ritrova semisdraiata a pancia in giù, come spiaggiata, il cuore le batte all’impazzata, ma lo scivolone è terminato.

«Ok, Anna, è tutto ok. Sei solo scivolata. Ti sei aggrappata, sei ferma. Tranquilla. Adesso, lentamente, punta gli scarponcini e tirati su, piano piano, un po’ alla volta. Respira. Poi sollevati. Brava, così.»

Si ritrova carponi sul sentiero, si osserva i palmi delle mani sbucciati. È frastornata, poi sollevata, infine quasi divertita.

«Che goffa! Ma che imbranata!»

Si rialza, si tampona con un fazzoletto le mani escoriate, si toglie i sassolini e la polvere di dosso, si risistema lo zaino sulle spalle e si guarda intorno. Ma “intorno” si vede ben poco: la coltre di nuvole si è infittita, la visibilità è decisamente scarsa e… inizia a piovere.

«Ci mancava la pioggia, mi sembra giusto!»

Anna odia la pioggia in montagna, perché le tocca mettere il k-way, che crea l’effetto serra, ma se non lo mette si inzuppa e si crea l’effetto cane bagnato.  Quindi, sospirando, si rassegna e si infila il fastidioso giubbino, complimentandosi per essersi almeno ricordata di metterlo nello zaino.

Controlla l’ora sul telefonino, tocca l’icona del meteo, giusto per capire se l’inopportuna pioggerellina è destinata ad intensificarsi. La rotellina gira e rigira, ma sullo schermo non compare niente. Resta desolatamente vuoto e opaco, come il paesaggio che la circonda. Non prende. Zero tacche, zero connessione. Il silenzio è rotto solo dal leggero ticchettio delle gocce sul suo cappuccio, gli occhiali si sono appannati, fa freschino.

«Perfetto! Oh? Anna, che si fa? Torniamo indietro?»

«Eh, no. Questa volta non rinuncio, arrivati fino a qui non posso rinunciare, ormai ci siamo!»

Anna è quasi sicura di essere a buon punto. Ha visto un video su YouTube la sera precedente e, facendo due calcoli, le sembra proprio di aver già percorso la maggior parte del sentiero. La cima non è lontana. Certo, manca ancora quel tratto impervio. Deglutisce. Cerca di ricacciare giù quell’ansia che di nuovo le sale dalla pancia.

«Non c’è motivo di preoccuparsi. Sì, mi sembra di ricordare un passaggio complicato, ma di sicuro i miei ricordi sono sfalsati e anche sproporzionati. Che pericolo vuoi che ci sia, ormai sono adulta, ho acquisito un certo senso pratico, no? Ok, sono un po’ arrugginita, non faccio un sentiero EE da tanto tempo, ma ero ben allenata fino a qualche anno fa, non sarà certo un tratto un po’ difficile a fermarmi. E quella volta è stato un episodio, un banale incidente. È ora di smettere di farmi condizionare da ciò che è stato, sempre questo brutto vizio di non scrollarsi mai di dosso il passato …»

Sbuffa. Poi inspira col naso, espira con la bocca, socchiude gli occhi. Si appoggia una mano sulla pancia, come le avevano insegnato durante un improbabile corso di yoga, a cui si era iscritta più per disperazione che per convinzione.

Non c’era stata nemmeno una lezione in cui fosse riuscita a rilassarsi davvero, a trovare la calma interiore, l’equilibrio spirituale e compagnia bella. Mentre le altre partecipanti sembravano completamente assorbite dall’esperienza di simbiosi tra corpo e mente, lei pensava a cosa cucinare per cena, agli impegni di lavoro del giorno dopo, ai panni da stirare e il pensiero correva a mille all’ora, invece che quietarsi. Non era mai stata molto brava a calmarsi, non aveva mai imparato una tecnica efficace, in effetti.

Esattamente quello che le sta capitando ora: immagini che si sovrappongono, sensazioni, ricordi, piccoli flash, frasi dette e ripetute negli anni, che non hanno mai fatto ridere nessuno, diciamoci la verità.

«E perché non gliel’hai mai detto che non c’era niente da ridere, per te?»

Era stata la prima domanda che le aveva fatto Andrea, in un giorno qualunque, spontaneamente, dopo che lei gli aveva raccontato il “famoso” episodio.

Stavano ammirando il panorama che si apriva sulla pianura, seduti su un masso piatto e leggermente inclinato, appena fuori da un bosco di larici.
Quanti anni erano passati da quella passeggiata domenicale? Prima dei figli, prima degli impegni famigliari, prima del sonno leggero e interrotto, delle occhiaie e della sensazione del “criceto sempre di corsa senza fermarsi sulla ruota dentro la gabbia”.

Lei aveva respirato l’aria fresca, aveva abbassato lo sguardo, ci aveva pensato su e aveva risposto che forse, alla fine, non lo aveva mai detto perché si era sentita esattamente così come suo padre l’aveva definita: “un goffo sacco di patate che rotola già da un pendio sassoso, rovinando una giornata in montagna che invece poteva essere molto piacevole” (testuali parole, se le ricordava con esattezza). Non aveva avuto il coraggio di aggiungere che da quel giorno in poi, in molte altre occasioni, si era sentita spesso proprio come un goffo sacco di patate, inadeguata e fuori posto.

Prende tempo, si riallaccia gli scarponcini da trekking, tira bene le stringhe, fa un meticoloso doppio nodo. Resta accovacciata per un attimo, come per rannicchiarsi, per trovare un rifugio. Si scrolla, si rialza, distende le spalle e riprende il cammino risoluta:

«Non fermarti, su, forza!»

 Anna ama camminare nei boschi, sentire il fruscio delle foglie secche in autunno, l’odore dei funghi, del muschio e dei ciclamini, osservare i giochi di luce tra i rami in primavera, respirare l’aria secca dell’inverno, trovare sollievo dalla calura in estate.

Marco, invece, non si è mai appassionato alla montagna, non è mai riuscito a percepire quella “pace rassicurante” che lei prova soltanto lì. Lui preferisce di gran lunga andare in palestra e giocare a tennis. Trova molto più “rassicuranti” il fruscio del tapis roulant e il rumore della pallina quando rimbalza sul sintetico o sulla racchetta rispetto allo “strano” silenzio di un bosco.

Si chiede cosa stiano facendo ora lui e i bambini. Avevano promesso che sarebbero andati a fare la spesa in mattinata, così si sarebbero anche comprati qualcosa di pronto da scaldare per pranzo. A suo marito non piace andare a fare la spesa di sabato, men che meno coi bambini appresso, potrebbe benissimo aver trovato una scusa per evitare la scocciatura, magari li porterà a mangiare al McDonald, approfittando della sua assenza.

Lei ci va malvolentieri da McDonald: quando capita, fa veramente fatica a dissimulare il suo malumore, quindi…

«Di sicuro andrà così. Mi toccherà fare la spesa in fretta e furia stasera o, peggio ancora, domani, di domenica. Che poi avevo detto ai miei che saremmo passati a trovarli nel pomeriggio, domani. Pensa che faccia farà mio padre quando sentirà che questa volta ci sono arrivata in cima, finalmente, e per di più da sola, con questo tempaccio! E Marco? Marco farà fatica a credere che ce l’ho fatta, è troppo convinto che io sia “traumatizzata per sempre”.

Ah, ah! Il solito esagerato. I bimbi invece saranno orgogliosi di me:

‘Guardate la nostra mamma che, sfidando il maltempo, come una vera supereroina, raggiunge la vetta percorrendo un sentiero per escursionisti esperti!’

Piuttosto: la prossima volta li porto con me, andiamo a comprare gli scarponcini, scelgo un sentiero adatto per loro, ci portiamo i panini, le borracce colorate, quelle prese coi punti al supermercato, facciamo un bel picnic, facciamo le foto al panorama, gli mostro i fiori e gli insetti.

Se teniamo gli occhi aperti, di sicuro possiamo scovare formicai, ragni, lumache, lombrichi, bruchi, tutti quegli animaletti che a loro piacciono tanto, più son viscidi, meglio è!»

Ad Anna viene alla mente l’immagine di loro in giardino, intenti a scavare, a esplorare, meticolosi, con tutti gli attrezzi possibili e immaginabili recuperati da ogni angolo della cantina.

All’inizio si erano appassionati alla paleontologia, cercando accanitamente dinosauri, ossi di dinosauri, fossili di dinosauri, resti di dinosauri, uova di dinosauri (il che aveva portato alla quasi devastazione di tutte le aiuole di fiori); ora erano nella fase “siamo tutti etologi!” e di nuovo scavavano in profondità, setacciavano anfratti, sollevavano pietre, ispezionavano tronchi, richiedevano microscopi in regalo a Babbo Natale, alla Befana, al Santo Patrono e alla Madonna Incoronata, saccheggiavano dalla cucina scatolette e vasetti per ricreare improbabili terrari dove poter studiare i piccoli esserini che riuscivano a catturare.  
«Devo assolutamente farmi un selfie davanti alla croce quando arrivo su, il momento sarà da immortalare. Alla faccia di tutti gli scettici che mi circondano! Diventerà il selfie del riscatto! Lo posto su tutti i miei profili, giuro! Ci faccio una gigantografia da appendere in sala! Quindi… alla riscossa!»

Anna abbassa il capo, si concentra esclusivamente sul sentiero, che si è fatto ancor più scivoloso a causa della pioggia.

In questo punto è completamente esposto e il vento non aiuta a mantenere costante l’andatura.

Da entrambi i lati il pendio è piuttosto ripido e ghiaioso, si stanno formando piccoli rigagnoli di acqua biancastra che scorrono veloci verso il basso.

Il tracciato non è più largo di una spanna e bisogna porre la massima attenzione ad ogni passo.

Gli occhiali sono ormai coperti di goccioline e la visuale è simile a quella di un parabrezza bagnato con i tergicristalli rotti. Anna li asciuga costantemente, ma ormai i suoi abiti sono umidi e non sono più molto efficaci per togliere l’acqua.

Il pendio si fa ancora più scosceso, ormai Anna procede sulla cresta, e che cresta: più stretta di così non si può.

Si ricorda bene, è davvero un brutto passaggio questo, ma ormai è in ballo e ora più che mai non avrebbe alcun senso ritornare indietro.

Non canticchia più, respira affannosamente, come se avesse un peso sul petto. Non vede molto bene. Le ronzano le orecchie, forse è un leggero sbalzo di pressione. Le si sono infreddolite le mani, forse doveva vestirsi più pesante. Le gambe sono affaticate, forse doveva fare una pausa in più.

All’improvviso la pioggia la sferza, sospinta da una raffica di vento inaspettata, la colpisce in pieno, dal lato sinistro. Anna vacilla, è questione di un attimo e tutto perde prospettiva e consistenza.

Rotola, di certo sta rotolando, scivola velocemente verso il basso, si sta ammaccando, non riesce a capire se ha ancora lo zaino sulle spalle o agganciato alla vita, non distingue niente, la vista è il primo senso a rendersi inutile. Sente bagnato, bagnati i vestiti, la faccia, le mani, dentro le scarpe.

Ha ancora indosso gli scarponcini? Ma certo, li aveva stretti bene.

Ruzzola, è leggera come una piuma, è pesante come una pietra; tonfi, capovolgimenti, botte; il cielo è su, il cielo è giù, ci sarà un modo per fermarsi? Cos’è questo rumore? Sono io? È nella mia testa? Che male alla testa, mi fa male la tempia, anzi no, la nuca, mi fa pure male una spalla, mi fa male dappertutto, non mi fa male niente, sento bruciare, mi viene da tossire, devo aver ingoiato polvere e sassolini, li sputo, non riesco. Fermati, corpo che rotola giù, fermati, stai andando sempre più veloce, ma adesso, per favore, fermati.

Si ferma.

Il suo corpo è immobile, accasciato sul fianco destro, quasi prono su un balcone di roccia. Finalmente si quieta tutto: il rumore, la pioggia, il vento.

E finalmente anche i pensieri si fermano.

C’è un silenzio quasi piacevole tutto intorno, nella sua testa risuona la melodia di Starway to Heaven. Anzi no. Qualcosa suona, ma non nella sua testa.

«Allora sono ancora viva, se sento qualcosa che suona? È il cellulare? Il cellulare … Allora prende. Allora funziona. Possibile che non si sia frantumato durante la caduta? Wow, buona marca, devo ricordarmi di dirlo a Marco, lui che mi aveva preso in giro quando lo avevo comprato senza chiedergli consiglio. Vedi che non faccio solo scelte avventate, impulsive, dettate solo dall’orgoglio e dalla testardaggine? Mi fa male il braccio, magari aspetto un attimo a recuperare il cellulare, poi ho un dolore alla schiena quando respiro (e anche quando non respiro) e mi pulsano le tempie. Mi riposo un po’ e poi arrivo in cima. Solo un attimo di pausa, dopo questo scivolone assurdo. Eh, insomma, direi che sono rimasta un goffo sacco di patate …»

Anna abbozza un sorriso stiracchiato:

«Devo dirlo ad Andrea. Mi sgriderà, sicuro. Ma poi sorriderà e poi rideremo. Ah, invece non so mica se lo racconterò a mio padre. E comunque ci arrivo lassù, in qualche modo. Adesso mi riposo, scendo solo per un momento dalla ruota del criceto, poi riparto, eh, giuro. Poi …»

SENTIERO EE è un racconto di Laura Vanoli

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