Sorsi d’amore

L’ora del tè

Seduta sul divano, intravide il movimento della sua ombra sulle scale che scendevano in cucina. Piccoli passi di silenzio.
“Buongiorno amore, ti preparo un tè?”
“Grazie tesoro, ho bisogno di riscaldarmi. Questo vecchio castello è più freddo del collo di una vergine morta.”
Gli sorrise. Indossava una camicia di seta nera che le lasciava quasi interamente scoperte le gambe.
“E’ uno di quei giorni in cui posso prepararti il tuo tè preferito…”
Si girò verso di lei, guardandola intensamente. “Il buongiorno si vede dal mattino…”
La vide divaricare un poco le cosce e armeggiare con la mano destra sotto gli slip. Poi si alzò, e con un gesto rapido immerse ciò che teneva in mano nella teiera fumante. Dal coperchio, fuoriusciva una doppia cordicella azzurra.
Lui le si avvicinò e la abbracciò da dietro, stringendola. Lei guardò avanti a sé, verso la finestra. Tutte le volte si stupiva di vedere riflessa solo sé stessa. Come se lui fosse un’allucinazione, una fantasia della sua mente. E invece era lì, incollato a lei, le braccia intorno alle sue spalle. Nel riflesso, una donna sola davanti a un tavolo di cucina.
Poi abbassò lo sguardo e sollevò il coperchio: l’acqua si era già colorata di un rosso acceso. Sentì un suo brivido di piacere.
Lentamente, versò il liquido bollente in una tazza alta e ruvida.
“Ecco il tuo tè, amore. Con questo ti riscalderai sicuramente.”
“Quale miglior modo…”
Si girò verso di lui e lo baciò.
Le prese la tazza di mano scostandosi appena dalle sue labbra, poi se la portò alla bocca e iniziò a sorseggiare. Lo conosceva così bene da poter scorgere nei suoi gesti un impercettibile fremito, tenuto a bada solo dalla studiata lentezza dei suoi movimenti.
Vide i suoi occhi brillare, e le sue guance accendersi di un colore nuovo.
“Adoro quando mi prepari il tuo tè.”

Inizio

Improvvisamente le venne in mente l’inizio della loro storia.
Lei piangeva tutti i giorni sulla tomba del suo compagno. La prima volta che lo vide era tardo pomeriggio, il sole era appena tramontato dietro le colline. Lo scrutò mentre fissava un tumulo di terra ancora fresca illuminato dalla luce infuocata, il nome scritto a mano su una tavoletta di legno, in attesa del sigillo eterno di una stele. Da allora, lo incontrava quasi sempre: lo osservava aggirarsi, al crepuscolo, nei vialetti di ghiaia delimitati da lastre di marmo, come in cerca di qualcosa.
Lapidi pesanti come la morte che giaceva sotto di esse. E così sentiva il suo cuore: schiacciato sotto un enorme peso freddo, che gli permetteva appena di palpitare.
Si conobbero così, sul muretto antistante il cancello di quel cimitero di campagna circondato da una corona di cipressi.
Fu lei a rivolgergli la parola per la prima vola:
“Anche i luoghi più tristi possono diventare familiari. Ci vediamo tutti i giorni e non ci siamo mai parlati.”
“Non potrei vivere senza venire in questo luogo almeno una volta al giorno.”
Senza capire perché, avvertì da subito che fra loro c’era un’attrazione speciale, una forza quasi sovrannaturale che li univa. Entrambi sentirono di colpo che ognuno poteva dare all’altro ciò di cui necessitava. Bisogno di amore. Bisogno di vita.
Fu così che iniziarono a darsi appuntamento anche in altri luoghi, per poi andare insieme al cimitero. Un luogo di morte che, come per magia, quando erano insieme riuscivano a trasformare in un’inaspettata, straordinaria energia vitale. Saliva dalla terra, entrava nei loro corpi, scorreva nelle loro vene.
Il suo primo morso fu per lei una terrificante sorpresa o, più precisamente, una piacevole tortura.
Col passare del tempo capì sempre più profondamente quanto lui avesse bisogno della vita che pulsava nelle sue arterie per poter vivere. E per questo la amava. E quanto lei avesse bisogno di quell’amore viscerale per sentirsi viva.
Uniti per sempre da un doppio nodo scorsoio.
“Sei la cosa più meravigliosa e terribile che mi sia mai capitata nella vita.” gli disse una volta con un filo di voce soffocata, mentre giaceva quasi esangue sul letto.

Aperitivo

Col tempo, le cose erano cambiate.
Sentì il rumore pesante della chiave, il cigolio dell’anta del portone. Era tornata, come ogni sera. Entrò in cucina mentre si toglieva il cappotto. Aveva i capelli bagnati dalla neve che le si era posata sui capelli come leggeri fiori evanescenti. Lo osservò mentre scrutava alla finestra le colline candide che risplendevano nella notte:
“Ciao amore!”
Nel suo riflesso, vide una ciocca scura incollata alla guancia. Si girò e con dolcezza gliela sistemò dietro l’orecchio.
“Bentornata. È lungo il giorno senza te!”
Lo abbracciò.
“Non è colpa mia se non puoi vedere la luce del sole. Tu non puoi uscire e io non posso stare reclusa in casa.”
“Non vuoi.”
“Ne abbiamo già parlato mille volte. Ho fame, preparo qualcosa per cena?”
“Sì quello che vuoi.”
“Purché senza aglio…” gli sorrise e lo abbracciò di nuovo. Quando tornava a casa lo trovava sempre così, senza forze, un malato che aspettava la sua medicina. Solo dopo un po’ che erano insieme lei vedeva i suoi occhi diventare più liquidi, le sue guance accendersi. Iniziava a raccontarle di storie passate e incredibili. A volte non capiva se fossero accadute veramente, o frutto della sua fantasia. Ma la faceva ridere, sempre.
Mentre faceva soffriggere la cipolla, sentì come un’onda che si abbatteva su di lei. Si girò verso di lui, spense il fuoco.
“Aperitivo?”
“Volentieri.” le sorrise.
Aprì l’anta di un mobiletto a sinistra della cucina, prese una piccola scatola azzurra, ne estrasse con la punta delle dita un piccolo oggetto di metallo. Si avvicinò alla luce della lampada e con un gesto sicuro si punse leggermente all’attaccatura della mano. Un rubino rosso si formò d’improvviso sul suo polso.
“Il più bel gioiello che tu possa indossare.”
Glielo avvicinò alle labbra. Di nuovo un’onda. Si baciarono a lungo. Mentre accendeva di nuovo il fuoco, lui le baciò la nuca.
“Adoro quando mi prepari l’aperitivo!”
Non poteva vivere senza di lei.

Rasoio

Da quando abitavano insieme, aveva imparato a radergli la barba.
All’inizio non era stato facile, ma poi aveva assimilato il concetto. Schiuma, lama contropelo, ritocchi.
“Come facevi prima di me?” gli chiese mentre sciacquava la lametta per continuare a radergli la guancia destra.
“Esistono i barbieri piccola… mai sentita questa parola?”
“Già… ecco cosa voglio fare da grande. Ma se ridi così va a finire che ti taglio.”
La guardò negli occhi.
“Molto meglio se succedesse il contrario.”
“Ora aspetta. Non mi piace lasciare le cose a metà.”
Continuò a raderlo in silenzio, concentrata. Vedeva la propria mano che scivolava veloce e sicura sulla guancia sinistra, come se non facesse parte del suo corpo, come se non fosse lei a manovrarla.
“Certo non deve essere facile una vita senza specchi…”
“Ha anche i suoi vantaggi, te l’ho già detto un sacco di volte … E poi io ho te. Sei tu il mio specchio.”
“Ecco fatto, il tuo specchio ha finito.” gli disse mentre gli toglieva i residui di schiuma con un asciugamano.
Le si avvicinò per baciarla.
“Non a tutti capita di avere uno specchio sexy.”
Quando si sciolse dal suo bacio, vide il suo dito avvicinarsi per toglierle un po’ di schiuma che le si era appiccicata su una guancia.
Sentiva il suo desiderio silenzioso.
Lentamente prese il rasoio, e con un gesto leggero si incise appena sotto il collo.
Di colpo, un petalo rosso le fiorì sul cuore.
“Per te amore.” gli disse mentre si sdraiava sul divano.
Le si accostò e appoggiò la bocca sul suo petto. Lo sentì bere con delicatezza un po’ della sua vita.
Quando staccò le labbra, erano abbracciati.
“Raccontami una storia.” gli disse, mentre lui le baciava la nuca.

Storia

“Quale storia vuoi?” le chiese, continuando a baciarle il collo.
“Scegli tu, purché mi porti lontano.”
Ci fu qualche secondo di silenzio, scandito solo dal ticchettio impalpabile del pendolo nel corridoio. Il silenzio della sua memoria che attraversava i secoli.
“Allora ti racconto di quando con altri amici andavamo in giro per cimiteri russi sperduti nelle campagne innevate.”
“Altri amici… del tuo club?”
“Certo!”
Dal tono della voce sentì che stava sorridendo.
“Eravamo agli inizi del 1800, se non ricordo male, perché eravamo già discretamente famosi, John Polidori doveva aver già pubblicato il suo libro. Non ancora delle celebrità come dopo quello di Stoker naturalmente, ma diciamo che già allora eravamo entrati nell’immaginario collettivo.”
“Da cosa lo capivi?”
“La gente vedeva vampiri dappertutto. Nelle morti inspiegabili, negli animali squartati nelle campagne, nelle orme fresche nei cimiteri. Prima nessuno le attribuiva ai vampiri, o forse solo certi contadini dell’est, o alcune fiabe popolari russe. Dopo questi romanzi, invece, come dire…. eravamo sulla bocca di tutti.”
Sentì la sua risata metallica risuonare in tutta la stanza, ed entrarle di rimbalzo nel suo petto.
“Capito. Eravamo alle vostre scorribande nei cimiteri russi…”
“Sì, erano cimiteri incantevoli, i più affascinanti che abbia mai visto. Completamente deserti d’inverno, nessuno osava spingersi fin là con il fischio del vento a 20 gradi sottozero… Nessuno tranne noi, naturalmente. E poi, là i morti erano sepolti due volte, una volta sotto la terra e un’altra sotto un metro e mezzo di neve. Semplicemente meraviglioso. L’unico rumore che si sentiva era il respiro congelato del vento. Quando si dice silenzio di tomba…. ecco, mai espressione fu più appropriata!”
“Scemo. Continua, dai…”
“Arrivavamo all’imbrunire, il sole tramontava molto presto là. Pulivamo qualche lapide dalla neve e ci sedevamo a fumare e raccontarci barzellette. Ce ne infischiavamo del freddo e del vento. Era un posto così splendido… Me ne ricordo ancora qualcuna, di quelle barzellette. Senti questa. Lo sai cosa c’è scritto sulla lapide di un ipocondriaco? Ve l’avevo detto che stavo poco bene!”
Di nuovo la sua risata riempì tutta la stanza, e contagiò anche lei.
Mentre ancora rideva, lei gli disse:
“Aspetta, ne so una anch’io. Sai cosa c’è scritto sulla lapide di uno morto dopo aver preso una pillola di viagra? Come è venuto, se n’è andato…”
Risero di nuovo, stretti sul divano. Poi improvvisamente sentì la sua risata interrompersi, si girò verso di lui, vide un’ombra nei suoi occhi scuri. Occhi bui in occhi d’acqua.
“Chi te l’ha raccontata?”

Litigio

Improvvisamente un silenzio opaco scese su di loro.
“Chi me l’ha raccontata? Ma non ricordo, forse a lavoro!”
“Non ricordi chi te l’ha raccontata?”
“No…è una colpa?”
“Un’ammissione di colpa, direi…”
“Lo sai che non ti sopporto quando fai così. Perché tu puoi raccontare una barzelletta e io no?”
“E perché se ti faccio una domanda non rispondi?”
Si slacciò dal suo abbraccio e si alzò, avvicinandosi ai fornelli.
“Vuoi un tè?”
“Cos’è, fai come gli inglesi? Che quando non sanno cosa dire offrono un tè?”
“Io sapevo che parlavano del tempo. Vuoi un tè?”
“No. Anzi sì.”
La osservò in silenzio, mentre scaldava l’acqua e immergeva le foglie tritate di tè verde che le aveva portato la sua amica dall’India. La vide versare l’infuso in due tazze, poi prenderle entrambe con le sue mani di bambina. Gliene porse una:
“Ecco qua. Oggi tè inglese.”
“Preferisco quello alla francese”.
Colse un lieve sorriso sulle sue labbra livide.
Gli accarezzò la guancia, esaminandogliela:
“Ti ho fatto proprio un bel lavoro…barba perfetta”
Si avvicinò per baciarlo, sentì il freddo delle sue labbra sulla sua bocca tiepida. Le era sempre piaciuta quella differenza di temperatura fra loro.
Si scostò dal suo bacio:
“Perché stai con me?”
“Per avere qualcosa da raccontare alle amiche” gli rispose, avvicinandosi di nuovo alla sua bocca.
Non la fermò di nuovo, ma avvertiva la sua riluttanza.
Lo spinse con dolcezza verso il corridoio che portava alla camera.
Percepiva la sua resistenza, ma anche la sua inerzia. Come se si muovesse nell’acqua.
Sapeva che era l’unico modo per fare la pace.

Amore

Una donna sola su un letto. Ormai conosceva questa immagine nello specchio appoggiato alla parete della camera.
In verità, non era mai riuscita ad abituarsi del tutto. C’era qualcosa che la turbava, in quella visione. Qualcosa che le sembrava di non conoscere o non capire mai completamente. Come quando guardava il mare. Lo conosceva, sapeva nuotare, le piaceva, la riempiva di azzurro; eppure, c’era sempre qualcosa che le incuteva timore, mistero, meraviglia verso la sua immensità. Il mare non si può capire del tutto.
E così lei in quello specchio: sapeva come stavano le cose; ma poi quello che vedeva era una donna che faceva l’amore da sola. Da quale parte dello specchio sta la realtà, si chiedeva.
Cercava in ogni modo di distogliere lo sguardo, e di rimanere concentrata su di lui.
Ripresero a fare l’amore. Le piaceva tanto la loro differenza di temperatura.
D’un tratto, si girò su un fianco, e il suo sguardo cadde di nuovo sull’unico punto dove non voleva guardare. Ancora una volta vide una donna sola fra le lenzuola di un letto, le proprie guance arrossate. Ma dove erano le braccia che la stavano stringendo…
Si girò verso la parete opposta e finalmente riuscì ad abbandonarsi ai dolci flutti che la avvolgevano. Poi un’ondata si abbatté sul suo corpo, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare da quella forza primordiale, che dolcemente la riportava a riva.
Sentì dentro di sé il piacere freddo di lui.
Quando riaprì gli occhi gli disse con un filo di voce: “Dobbiamo togliere quello specchio!”
“Sei tu che l’hai voluto mettere, io non ne avevo prima di conoscerti, lo sai…”
“Lo so, mi piace avere uno specchio vicino all’armadio. Ma quando stiamo qui insieme…”
“Domani lo tolgo, promesso,” le disse mentre le baciava una mano “non voglio che ti senta sola mentre facciamo l’amore”.

Notte

Nella penombra della camera, lo sentì frugare nelle tasche dei pantaloni appoggiati per terra. Allungò una mano fino al comodino, prese l’accendino e glielo porse.
“Ecco, grazie, non lo trovavo” Sentì il rumore ripetuto della pietrina che faticava ad accendersi.
Si alzò e aprì leggermente la finestra. Di colpo, la notte entrò nella stanza e riempì tutto.
“Senti, c’è la nostra civetta… mi piacciono così tanto i rumori della notte.”
“Il giorno ha occhi, la notte ha orecchie… ripeteva sempre mia nonna ormai qualche secolo fa… torna qui dai”
Si sedette di nuovo sul letto, la schiena appoggiata a lui. Passò la sigaretta nella mano sinistra e la cinse con il braccio libero.
“Adoro la notte, lo sai. Chissà perché la notte, come la gomma, è di un’infinita elasticità e morbidezza, mentre il mattino è così spietatamente affilato.”
“Forse perché a me suona la sveglia? Però hai ragione, la notte non è come il giorno: tutte le cose sono diverse, le cose della notte non si possono spiegare di giorno perché sembrano non esistere più… Ma la notte può essere anche un momento terribile per le persone sole, quando la loro solitudine è incominciata.”
“Non per me.” le disse stringendola.
“Quando non riesci a dormire, c’è un momento nella notte in cui senti che è troppo tardi per ieri, e troppo presto per domani. Per me questo è il momento peggiore… non ti è mai successo?” gli chiese girandosi verso di lui.
“No, a me semmai è successo di innamorarmi così follemente della notte da non riuscire più a trovare la strada per uscirne… L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole.”
“Dovrei essere gelosa, allora, di questa Signora Notte…”
Le scostò i capelli per baciarle la nuca.
“Un po’ sì… Ma tu chi sei, che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?”
“Shakespeare!”
“Brava brava, la ragazza ha studiato! … ”
“Sei il solito presuntuoso” gli disse dandogli un leggero schiaffo. “Chi ti credi di essere? Solo perché hai vissuto qualche secolo in più pensi di sapere solo e tutto te?”
“È così ovvio che non te lo devo neanche spiegare!” le rispose mentre la baciava.
Poi si scostò dalle sue labbra fissandola negli occhi:
“Tu puoi essere un po’ gelosa della mia notte, ma mai quanto io del tuo giorno.”

Vacanza

Quando si svegliò, si accorse che lui non era al suo fianco. Sottili raggi di sole filtravano attraverso le fessure degli scuri di legno massello. Lame di luce che tagliavano a fette la stanza.
“Dobbiamo far mettere delle tende!” le aveva detto una volta “Questo vecchio castello fa luce da tutte le parti!” Sorrise, al ricordo di quelle parole, e pensò che fosse una frase tanto bizzarra quanto vera. Ma a lei piacevano quei giochi di luce, quei bagliori che spuntavano da angoli remoti di pietre sconnesse, quelle inarrestabili infiltrazioni luminose che rompevano la penombra diffusa che riempiva il castello.
Si alzò con lentezza, finalmente era sabato. Mentre scendeva le scale che portavano in cucina, le arrivò il suono metallico della televisione. Lo trovò così, seduto sul divano, con gli occhiali da sole davanti allo schermo.
“Buongiorno… come mai già sveglio a quest’ora? Cosa guardi?”
“Ehi, buongiorno piccola, un programma di viaggi. Quando sei innamorato non riesci a dormire, diceva mia nonna, perché la realtà è migliore dei sogni… Ti faccio un caffè?”
“Grazie!” gli rispose sedendosi e togliendo l’audio alla tv con il telecomando “Certo che tua nonna aveva sempre una frase per tutto! …”
“Sì, era incredibile! Anche se ormai sono passati diversi secoli, ogni tanto mi tornano in mente i suoi modi di dire di contadina dell’est.”
Lo osservò di spalle mentre le preparava il caffè.
“Mi sono svegliata e non c’eri…”
“Mi sono alzato presto amore, mi ha svegliato il bramito di un cervo. E poi mi danno fastidio quei raggi di sole che arrivano precisi sul letto!”
“Dobbiamo mettere le tende.”
“Sì…. Così mi sono messo a guardare questo programma di viaggi, e mi è venuta un’idea. Per l’appunto parlavano dell’Islanda, e ho pensato che potrebbe essere una delle poche destinazioni adatte anche a me… ci sono pochissime ore di luce.”
L’odore di caffè riempì la stanza. Le si avvicinò e le porse la tazza fumante.
“Che ne pensi? Non abbiamo mai fatto una vacanza insieme…”
“Penso che potrebbe essere una bella idea. Ma fino ad ora la avevi sempre esclusa, come possibilità. E io ormai sto organizzando una vacanza in Grecia con una mia amica…”
Bevve un sorso. Di nuovo, la differenza di temperatura la colpì piacevolmente.
Sentì scendere un silenzio denso su di loro, avvolto dal profumo di caffè e dalle immagini di vulcani fumanti che scorrevano al loro fianco.
“Pensavo che saresti stata felice di questa idea, e che avresti apprezzato il mio sforzo a venire incontro ai tuoi desideri… Quale amica?”
“Ma certo che sono felice,” gli disse prendendogli una mano congelata “solo che ormai stiamo organizzando questa vacanza…”
“Aveva ragione mia nonna: alcune persone spendono più tempo a pianificare le vacanze che a pianificare la propria vita.” le disse sfilando la propria mano dalle sue.
“Dai, ma che ne sapeva di vacanze una contadina del Caucaso? Questa te la sei inventata! Invece ora che ci penso l’unica che aveva davvero ragione era la mia, di nonne, che a proposito di uomini diceva: conosciuto uno, conosciuti tutti!”
“Cosa vorresti dire?”
“Vuoi sapere quello che penso? che non te ne importa un bel niente di venire incontro ai miei desideri, ma vuoi solo evitare che vada in vacanza con la mia amica!”
“Non dire così piccola.” le disse accarezzandole una guancia “La gelosia nasce sempre con l’amore, lo sai.” e si avvicinò alle sue labbra.
“Fra pochi giorni posso rifarti il tuo tè preferito.” gli disse prima di baciarlo.

Tramonto

Un ritmo regolare fece tremare leggermente il pavimento annunciandole il suo arrivo; sentiva l’eco dei suoi passi avvicinarsi nel corridoio. Posò sul divano il libro che stava leggendo, e dopo un interminabile minuto vide la sua figura comparire in fondo alla stanza. Come sempre, senza ombra.
“Questo corridoio sembra non finire mai… tutte le volte mi sembra più lungo.”
“Perché hai fretta di arrivare.”
“Può darsi. Quando c’è una meta anche il deserto diventa strada, diceva mia nonna.”
“Ancora con questa storia!”
“Ma non è una storia!” le disse prendendole la mano per farla alzare dal divano.
Lei si avvicinò verso la porta finestra che dava sul balcone. “Sta per fare buio.”
“Sì, ancora cinque minuti e il sole tramonta. Per fortuna questa finestra è a est.”
“Per fortuna, già… invece non sai quanto è bello poter condividere un tramonto…” gli disse voltandosi verso di lui.
“Sinceramente non capisco come un tramonto possa risultare bello. Per me è qualcosa di veramente mortale.”
“Lo so… Per noi invece è uno dei momenti più belli della giornata. Con il mio ex andavamo sempre a cercare bei tramonti.”
“Ma che romantici! … E chi siete voi e chi siamo noi?” le disse avvicinandosi alla sua guancia.
“Però, mi è venuta un’idea: potremmo fare un album con foto di tramonti mozzafiato e ogni tanto lo guardiamo insieme… che dici?”
“Dico che è una tipica idea da vampiro!” gli rispose mentre fuori tutto si tingeva di arancione, rosa e oro. Lo baciò, poi d’improvviso si staccò dalle sue labbra:
“Ti va un Bloody Mary?”
Vide i suoi occhi brillare di una luce nuova:
“Sì amore!”
“Aspetta qua.” gli disse accarezzandogli una guancia. Andò a prendere il beauty case, ne rovesciò il contenuto sul tavolo e si legò l’avambraccio destro. Poi prese un bicchiere e con un’incantevole agilità inserì l’ago nella vena. Sentiva il suo sguardo su di lei. Come per magia, il calice iniziò a colorarsi di rosso vermiglio, lentamente, fino all’orlo. Si tolse l’ago e vi aggiunse un po’ di vodka e un gambo di sedano.
“Bloody Mary al tramonto per te!” gli disse porgendogli il cocktail. Lo osservò mentre se lo portava avidamente alle labbra, lo vide trattenere il liquido in bocca, poi deglutire. “Buon sangue non mente.” le disse stringendola.

Passeggiata

Gli uomini si preoccupano sempre delle cose che le donne dimenticano.
“Andiamo a fare una passeggiata prima che faccia buio? È così bello qua intorno!” gli chiese.
“Volentieri. È tanto che non facciamo un giro insieme”
“È vero. Mi piace tanto la campagna qua, ma vado sempre senza di te… a me piace passeggiare sentendo il sole sul viso!”
“Quando ci sei stata l’ultima volta?”
“Non so…non ricordo.”
“Non ricordi?”
“No. È una colpa? Diverso tempo fa comunque, altrimenti me ne ricorderei. Usciamo?”
Senza dire una parola, si infilò il cappotto e aprì la porta, lui la seguì in silenzio.
Mentre scendevano la scalinata che portava alla strada sterrata, lo vide fermarsi di colpo e annusare l’aria.
“Cosa fai?” gli chiese.
“Sento odore di erba nuova: sta arrivando la primavera…”
“Ecco, in questo ti invidio proprio… mi piacerebbe davvero avere un olfatto così fine come il tuo!”
“Solo alcuni giorni al mese, lo sai… domani ci sarà luna piena.”
“Andiamo, prima che faccia buio.” gli disse prendendolo per mano.
Al crepuscolo, quella campagna che conosceva così bene, le sembrava diversa. I monti lontani le parevano più maestosi, giganti millenari a guardia della vallata, con le cime ancora immacolate di neve che si stagliavano nel cielo blu scuro. Camminavano in silenzio nell’erba, mano nella mano: le sembrava di percepire quel respiro di aria nuova, di primavera. E mentre andavano incontro alle tenebre, la consapevolezza che così da sempre scorre il tempo, e che il giorno dopo sarebbe stata ancora una benedizione di luce e di colori. Nonostante tutto.
D’improvviso, sentì un dolore alla mano sinistra, ed emise un leggero gemito.
“Ehi che succede?”
“Mi sono punta con un rovo!” gli rispose fermandosi per osservare la goccia di sangue che le fioriva sul dorso della mano.
“Lo hai fatto per me?” le chiese prendendole la mano ferita fra le sue.
“Sì!” sorrise, avvicinandogliela alle labbra.

Ronzio

Mentre si baciavano sdraiati nell’erba, sentiva il desiderio di lui contro le sue cosce, la sua pancia, le sue mani. Sentì le sue dita che le slacciavano i jeans e lentamente scendevano dentro gli slip.
Le piacevano le sue mani e il modo in cui la sfiorava, come se lei fosse una parte del suo corpo, come se lei fosse sua. L’odore di erba nuova riempiva tutto.
Improvvisamente si fermò e la guardò negli occhi.
“Facciamo un bambino!” le disse accarezzandole una guancia con la mano umida.
Lo fissò in silenzio, sentiva un ronzio nelle orecchie, e non capiva se fosse un insetto nascosto nell’erba o l’effetto di quelle tre parole.
“Vorrei avere un figlio da te. È la prima volta che mi innamoro di un’umana!”
Riprese a baciarlo, fino a quando non sentì di nuovo le sue mani sotto la maglietta, dentro i pantaloni.
Gli slacciò la cintura e lo aiutò a sfilarle i suoi jeans. Sentì l’umidità fresca dell’erba sulle sue gambe. Poi solo i loro corpi e i loro respiri. Dagli alberi, il cinguettio degli uccelli al crepuscolo li avvolgeva come una coperta.
Rimasero abbracciati per un po’, fino a quando non fece buio.
“Ho freddo!” gli disse mentre cercava le sue scarpe.
“Torniamo a casa!”
Camminarono senza dirsi una parola per tutto il tragitto verso il castello. Le sembrò che anche gli insetti e gli uccelli improvvisamente rispettassero quel silenzio, quasi fosse qualcosa di soprannaturale. O forse era solo perché era calata la notte. Solo la loro civetta si fece sentire.
Il tempo congelato nella sacralità di quella passeggiata silenziosa.
Quando aprirono il portone, li avvolse l’odore antico di pietra e legno ammuffiti.
“Preparo un tè.” gli disse togliendosi il cappotto.

Non ti sfuggirai

Mentre stavano rientrando dalla passeggiata, mano calda in mano fredda, aveva notato che nel punto in cui si era bucata con il rovo le si era formato un piccolo puntino rosso scuro.
Dopo aver spinto il grande portone cercò nel buio l’interruttore. Una luce soffusa e tremolante illuminò il corridoio; le sembrò incredibilmente lungo. Improvvisamente le apparve il ricordo di un ingresso in discoteca.
“Dobbiamo cambiare questa lampadina.”
“Tu comprala e io la cambio. Mia nonna diceva che la vita è esattamente così, una lampadina sporca appesa a una fune elettrica, il cui unico generatore di corrente è l’amore.”
“Ecco mi mancava, tua nonna…era un bel po’ che non interveniva nelle nostre conversazioni! Questa comunque è evidente che te la sei inventata… che ne poteva sapere una contadina di qualche secolo fa di lampadine?”
“Forse era una lampada a petrolio!”
“In questo caso il petrolio è l’amore allora.”
“Qualcosa del genere…”
“E invece oggi scatena le guerre… hai fame? Potrei preparare il pollo al curry”
“Sai che lo adoro. E adoro anche te, che da quando mi conosci hai imparato a cucinare tutti piatti indiani.”
“Per forza! Mi sono dovuta specializzare in ricette senza aglio, e la cucina indiana non prevede mai aglio, ma per motivi molto diversi dai tuoi…” lo baciò mentre glielo diceva.
Con la coda dell’occhio vide il suo riflesso nella finestra, una donna sola con le guance un po’ arrossate per la passeggiata.
Lo scrutò negli occhi. Lui invece sembrava più pallido del solito.
Se vuoi intanto mentre cucino ti preparo un antipasto.”
Lui la guardò con un leggero sorriso:
“Sarebbe carino da parte tua!”
rese la piccola scatola azzurra dall’armadietto, la aprì e ne estrasse un minuscolo oggetto affilato. Si sfiorò delicatamente il labbro inferiore e lo baciò di nuovo. Questa volta lui continuò a baciarla a lungo.
“Sei fantastica!”
Lo guardò e vide un colore nuovo sul suo viso. Quando lui stava bene, si sentiva bene anche lei. Non potevano fare a meno l’uno dell’altra.
Iniziò ad affettare la cipolla e, nonostante le lacrime che le scendevano, si sentiva felice.
E pensò che la vita fosse proprio come quando, preparando il pollo al curry, si mettono lo yogurt avanzato per caso, le spezie e le mele, poi si esagera un po’ con le cipolle, e con una probabilità su un milione viene fuori un piatto incredibilmente squisito, e però irripetibile.
Lui le si avvicinò:
“Quando ti deciderai a riordinare la tua scrivania? C’è un caos incredibile… ho sentito dire che una scrivania ingombra è segno di una mente ingombra!”
Sempre meglio di una scrivania vuota allora!” gli rispose lei senza voltarsi.
Sentì la sua risata metallica riempire tutta la stanza.
Poi lei si voltò:
“Esci con me una sera?”
“Mi piacerebbe… ma non l’ho mai fatto, lo sai!”
“Non voglio cambiarti, solo portarti con me. Non ti sfuggirai, neanche se lo volessi!”

Sorsi d’amore è un romanzo di Margherita Casamento