Una giornata come un’altra

RISVEGLIO

Mi affaccio alla finestra, sono quasi le otto. È l’alba di un nuovo mattino e il sole di luglio annuncia una giornata torrida e accecante. Fuori non c’è nessuno, non una macchina, una bicicletta o un cane che pigramente attraversi la strada. I galli non cantano, gli insetti non ronzano, il barbagianni tace e non tira un alito di vento. Osservo in cielo per incrociare con lo sguardo un aereo in volo o un uccello solitario: niente. Il preludio di una giornata calda e silenziosa. Una giornata come un’altra.
Vado in bagno per sciacquarmi gli occhi impastati della notte ma il rubinetto è secco. Forse un guasto, penso fra me e me, o forse non ho pagato la bolletta. Strano. Mia moglie Vanda è fuori per lavoro e sarebbe tornata solo stasera. Chiamo il gatto Noche, non lo sento miagolare e mi aspetto che appaia da un momento all’altro dato che ha passato fuori tutta la nottata. Esco dal retro della casa per dare la pappa al cane Tanakka ma non c’è più, sparito. Forse è riuscito a liberarsi ed è scappato fra i campi: del resto era già successo altre volte. Lo chiamo a gran voce ma non torna.
Non c’è proprio nessuno qui intorno, e che silenzio! …. Un silenzio inquietante che mi mette un po’ di apprensione, anzi un po’ di paura. Torno in casa per telefonare a Vanda, agguanto il cellulare e faccio il numero ma non dà nessun segnale, né di libero né di occupato: solo un lungo sibilo fastidioso. Prendo allora la cornetta del telefono fisso ma l’apparecchio è muto, non dà segni di vita.
Provo istintivamente ad accendere la televisione ma non funziona. Controllo il pannello elettrico, tutti i tasti sono a posto ma manca la corrente in tutta la casa. Una bolletta non pagata? Non credo proprio.
Vado in strada e mi dirigo verso la chiesa e le altre case del paese per incontrare almeno un’anima viva. Scruto nei cortili e alle finestre, cammino ancora verso il circolo dove vicino c’è una stalla con due cavalli e un asino. Non ci sono. Spariti anche loro. Allora busso freneticamente alle porte delle case ma nessuno mi risponde, raggiungo l’abitazione di alcuni amici ma non li trovo e allora corro verso la via principale dove ci sono i negozi ma tutto è chiuso. Mi faccio coraggio e cerco di aprire la porta di una casa, è aperta ma dentro non c’è vita. Ne apro un’altra e un’altra ancora e all’interno solo mobili, tappeti e oggetti quotidiani in attesa di essere usati da qualcuno che però non c’è. Anche qui non passano automobili. Deserto. Ma cosa è successo? Ma che scherzo è mai questo?
Sono rimasto solo?!? Tutto è fermo. Tutto è immobile e silenzioso. Rimango impietrito al centro della strada e inizio a pensare di essere rimasto veramente solo, l’unico essere vivente che si muove, e che persone e animali siano stati inghiottiti dalla terra o presi prigionieri da un fantomatico mago grazie a un potente sortilegio.
Basta! Ora basta! Forse sto ancora dormendo e questo è un sogno, o un incubo. Eppure, mi pare di essere sveglio e per accertarmene torno a casa di fretta e decido di fare un tentativo estremo per rompere questo incantesimo: vado in cucina mi punto un coltello sul braccio e cerco di premere fino a farmi uscire del sangue. Non ce la faccio e allora mi rendo conto di essere cosciente e di guidare le mie azioni in maniera autonoma e che tutto quello che sto vivendo è reale, terribilmente vero. Almeno per me lo è. Sono solo, terribilmente e angosciosamente solo.

ALLA RICERCA DI LEON

Mi vesto, prendo l’auto e parto per un giro di ricognizione. Mi sembra di essere un soldato in avanscoperta in cerca delle postazioni nemiche per riportare poi notizie utili al plotone. Guido lentamente con la smania di veder apparire qualcuno. Carte che svolazzano, persiane che sbattono e automobili ferme ai bordi e in mezzo della via. Proseguo e sempre lo stesso spettacolo desolante e opprimente. Tutto sembra una giostra grottesca costruita apposta per me. Non ho tempo per farmi prendere dall’angoscia perché il mio obiettivo è quello di trovare qualcuno. Un uomo, una donna, un bambino, un vecchio, un cane… insomma qualcuno. Mi fermo in piazza, esco dall’auto e istintivamente caccio un urlo e chiamo:
«C’è qualcuno? Uscite! C’è qualcuno?»
Niente, il vuoto abissale. Non è possibile che in una notte l’umanità sia sparita come inghiottita da un buco nero stellare che si è avvicinato al pianeta Terra, lasciandomi come unico superstite di questa macabra e inverosimile razzia di corpi. Mi sembra di essere il protagonista di un libro apocalittico che racconta la sparizione della razza umana. Ma forse lo sono davvero. Ma no, è tutto un’allucinazione. Un’allucinazione persistente, troppo persistente però.
Penso a mio figlio Leon che vive con la madre a Montaione, distante una cinquantina di chilometri. Cerco di convincermi che ciò che sto vivendo sia circoscritto solo qui, nelle vicinanze dove abito, e che ciò che sta accadendo sia l’esperimento folle di uno scienziato, in complicità con il governo, che ha voluto provare una misteriosa quanto efficace arma in grado di far sparire le persone con un crudele quanto efficace apparecchio a dissolvenza molecolare.
Parto alla volta di Montaione con il proposito di non rassegnarmi. Attraverso borghi, campagne, paesi ma tutto è uguale come i posti dai quali sono partito. Tutto è monotono come un disco che si incanta, tutto è surreale, tutto è … come se fosse niente. Ma più rifletto e più mi convinco però che non sto vivendo in un mondo di nulla, sto solo vagando in una realtà senza l’uomo e senza animali. Raggiungo la campagna prima di Corazzano e vedo nei campi un timido svolazzare di insetti. Sono insetti? Si, sono alcune farfalle che si muovono pigramente sulle fioriture. Arresto l’auto e mi incammino in una stradina sterrata interna che porta alle coltivazioni. Ci sono anche delle api e altri animaletti volanti che non riconosco a colpo d’occhio. C’è vita! Intendendo per vita però quella animale, quella che si muove.
Quindi sono spariti solo gli uomini! Spesso in famiglia o con amici ribadivo la mia opinione accalorata che anche senza l’uomo il pianeta sarebbe vissuto comunque, anzi tutto sarebbe proceduto senza l’imbarazzo e l’ingombro di un essere fin troppo avulso dalla vera natura. Che ci faccio allora io qui? Che cosa c’entro con tutto ciò? Forse è questa la realtà e nulla più. Devo accettare la situazione così come mi appare, così come la vedo, così come la vivo in questo momento. Non c’è tempo per le riflessioni e le emozioni.
Leon. Devo arrivare a casa di mio figlio. Riparto e velocemente arrivo a Montaione. Stessa situazione anche se nel tragitto vedo due gatti, un cane, un cavallo e uno stormo di uccelli usciti da un boschetto. Se io sono salvo da questa cattura generale (se salvo si può dire) forse la mia famiglia è scampata dalla sparizione dell’umanità e avrò il compito di ricostituire la comunità dei miei simili. Arrivo sotto il portone di casa, suono il campanello e busso. Busso forte, grido il nome della madre alla finestra che è socchiusa. Nessuna risposta. La finestra per buona sorte non è alta, allora sposto la macchina sotto l’apertura e mi arrampico issandomi fin dentro. Chiamo Leon ma non risponde, allora vado in camera e lo vedo sdraiato sul letto. C’è! Con la paura in cuore mi avvicino per accertarmi che sia vivo. Respira. È vivo! È vivo e sta solo dormendo…. Forse.

SORPRESA E DELUSIONE

Non voglio svegliare mio figlio e allora aspetto che lo faccia spontaneamente, nell’attesa mi godo tutta la felicità di averlo ritrovato in vita. Mentre curioso in giro per la casa della mia ex compagna guardando le foto del bimbo, passano i minuti, un’ora almeno se ne va e non mi decido a svegliarlo. Lo guardo intensamente: non si muove, il suo respiro è regolare e non fa nessuna smorfia. Sembra finto, una copia in plastica. Appare come un bambolotto di ciccia e ossa ma con un meccanismo artificiale all’interno che gli permette di dormire assolvendo solo alle funzioni biologiche di base. Sono sciocco a pensare così ma per avere la certezza che sia realmente vivo lo devo destare da questo sonno profondo. Comincio a sussurragli vicino all’orecchio e a scuoterlo prima leggermente e poi con più vigore, ma il bimbo non si sveglia. Urlo il suo nome. Non apre gli occhi neppure se lo rigiro o lo faccio rotolare sul letto. Svegliati, perdiana! Svegliati! Prendo un bicchiere d’acqua da una bottiglia in cucina e glielo getto in faccia. Niente: dorme e respira ma niente più.
Sarà entrato in catalessi? Oppure è tutto frutto di questo incredibile guazzabuglio in cui sto navigando da stamattina. O forse il bimbo è solo un ologramma che vive grazie unicamente alla mia mente condizionata dal desiderio che vuole che sia vivo o che almeno lui esista in questo mondo senza esseri umani. Lo annuso, sento il suo odore che riconoscerei fra un milione di altre creature, guardo l’orecchio destro che ha il lembo arricchito da una puntina di cartilagine come la mia e la macchia triangolare marrone sul braccio sinistro. Tutti i segni di riconoscimento ci sono ma Leon dorme e non si decide a tornare in questo mondo. Chissà se lui sta vivendo la sua realtà e io ne stia vivendo un’altra parallela, come se le nostre due vite fossero semi parallele o quasi coincidenti ma comunque indipendenti. Due piani vitali, due esistenze che non si conciliano ma che sono a contatto corporeo tra loro. Le leggi della fisica si sgretolano e mi viene il dubbio di vivere sulla soglia tra il vero, il verosimile e l’incredibile. Per adesso mi pare solo impossibile che mio figlio non riesca a svegliarsi e che possa prenderlo tra le braccia, baciarlo e portarlo via con me alla ricerca di qualche altro essere umano nascosto chissà dove.
Devo prendere una decisione. Rassegnarmi che Leon non sia il Leon reale ma solo una perfetta copia immaginaria da lasciare lì dove si trova o portarlo ugualmente via con me sperando che da un momento all’altro si sblocchi da questo fantastico sonno. Non posso però portare con me un feticcio di bambino e con molto rammarico lo lascio lì chissà dov’è, dove dorme e dove forse l’avrei ritrovato quando tutto ciò che sta accadendo si dissolverà come una bolla di sapone. Lo bacio, spero non per l’ultima volta. È una decisione dura e amara ma necessaria anche perché un bambino solo virtualmente vivo mi sarebbe solo d’impaccio per i miei spostamenti. Adesso dovrò riprendere l’auto e fiondarmi a casa dei miei genitori a Montale, che è lontana circa due ore da qui.
Voglio salutare ancora Leon, o quello che è, ma quando rientro in camera non lo trovo sul letto.
«Allora si è mosso!» ripeto sommessamente.
Lo cerco nel piccolo appartamento, in bagno, in cucina soggiorno, sotto il letto, nei mobili e in tutti gli anfratti dove poteva nascondersi. Lo chiamo a gran voce. Niente, sparito. Allora, prima c’era o non c’era? Cosa ho visto poco tempo fa? Cosa ho toccato?
Tutto sommato, però, è meglio così, penso. Era solo un’allucinazione e il Leon veramente vivo è da qualche altra parte, con la madre o con qualcun’altro. Meglio un figlio vero da cercare che un figlio finto trovato. Bene, adesso devo ripartire per raggiungere Montale dai miei. Scendo dalla finestra sull’auto e mi infilo sul posto di guida. I vermi non ci sono più e anche se rimango stupito, ormai cerco di non farci più caso, metto in moto e parto.

VERSO CASA DEI GENITORI

Quale scena di un film fantastico avrei vissuto ora? Sono alla guida della mia Kangoo Renault verde e sfreccio in strade deserte ma prima voglio passare a vedere se c’è qualcuno dove abita la baby-sitter di Leon, poco fuori il paese. Scendo la strada sterrata e arrivo alla casa dove mi accoglie il vecchio cane che però non abbaia come fa di solito. Scendo e vado per entrare dal portone della casa che è aperto ma il cane mi sbarra la strada e comincia a parlare:
«Dove credi di andare lurido uomo bastardo?»
Scuoto la testa per far assestare meglio il cervello nella scatola cranica e rispondo:
«Vorrei vedere se c’è la Luigia, qualcun altro o magari mio figlio Leon che tu conosci bene!»
«Ah,» risponde il cagnolino «credevo che tu fossi venuto per rubare o per prendere qualcosa da mangiare. Vattene uomo e non farti più rivedere, qui ci sono solo io.»
Lo ringrazio e istintivamente faccio un inchino come per scusarmi dell’intrusione e riprendo la macchina per ripartire. Riguardo il cane che ancora aspetta con aria altezzosa che me ne vada e allora infilo la chiave, la giro e riparto. Rifletto:
«Un cane che parla?!»
Durante il percorso guardo se vedo segnali di vita e mentre sto percorrendo un tratto rettilineo vedo in lontananza una serie di alberi che sembrano interrompere la via. Mi avvicino con cautela, rallento e noto che una parte di un bosco di pioppi piantati si era spostato autonomamente ingombrando il passo.
«Autonomamente? Si, è così!»
Mi fermo al bordo di questa inverosimile barriera arborea e vedo che le piante si erano piazzate nella strada avanzando con le radici, lasciando dietro di sé il solco del passaggio. Vado vicinissimo a uno dei pioppi, lo tocco e gli chiedo con voce tremolante se avrebbe potuto spostarsi in modo che potessi passare e proseguire il viaggio. Se il cane prima mi aveva parlato perché non avrebbero potuto farlo i pioppi? Non ricevendo nessuna risposta, insisto e faccio la stessa domanda a tutto il gruppo di piante, parlando con più coraggio e con voce più ferma. Gli prego di spostarsi e mi metto perfino in ginocchio implorante e allora si alza un forte vento che fa dondolare la piccola comunità di alberi e sento una voce che mi dice:
«Promettici che farai di tutto per non farci abbattere per produrre cellulosa e imbrattare i vostri candidi fogli di carta e noi ti faremo passare!»
Era un giuramento molto impegnativo che avrei dovuto realizzare e difendere a spada tratta e allora prendo forza e gli prometto che avrei fatto ciò che loro chiedevano. Nonostante l’assenza di esseri umani, mi sento comunque considerato dalle altre specie viventi e in questo caso rimango molto onorato di avere un rapporto così stretto e di fiducia con entità che hanno sempre fatto parte dell’ambiente in cui vivo. È una sensazione conturbante ma esilarante che mi dà forza e mi incoraggia a proseguire. Sento che il mio spirito è più vicino con quello di tutto ciò che mi circonda.
In men che non si dica, il piccolo esercito legnoso comincia pigramente a muoversi e a tornare, attraverso i solchi, nel terreno dal quale erano fuggiti. Fuggiti? Si erano solo mossi e anche se mi sembra strano hanno fatto un gesto tipicamente umano e hanno chiesto semplicemente la salvezza della loro vita. Banale anche se apparentemente paradossale. Ormai paradosso e realtà sono alchemicamente fusi insieme e sono invitato a danzare questo balletto della vita, così come mi appare. Niente di più.
Ringrazio i Pioppi e riparto con l’automobile per andare dai miei. Percorro molti chilometri dove tutto è tranquillo, dove non si manifestano altre situazioni strane.
Strane?
Animali liberi per la strada, insetti, rocce, alberi e tante macchine ferme anche nel mezzo della carreggiata e case chiuse o aperte ma senza nessuno dentro o nei dintorni.
Arrivo sotto casa dei miei genitori, scendo, apro il cancellino e arriva subito la cagnolina Stella a farmi le feste, come sempre. Le accarezzo e gli gratto la pancia e gli domando, come se fosse normale, se ci sono babbo e mamma. La bestiola non mi risponde ed entro in casa dalla porta sul giardino.
Sono seduti attorno al tavolo! Babbo! Mamma! Ci siete!?!
Non mi rispondono come presi da mille pensieri e guardano nel vuoto. Tocco mia madre ed è rigida anche se la pelle è come cera morbida e così anche mio padre. Un altro scherzo come per mio figlio Leon, penso. Il televisore è incredibilmente acceso ma è fisso sull’immagine di un telegiornale locale, come se fosse una fotografia. Al contrario di Leon loro non respirano perché mi ero avvicinato per sentire se uscisse aria dalla bocca o dal naso. Però parlano! Mia madre, come un ventriloquo, mi dice:
«Marco non ti spaventare, capirai il perché di tutto quando arriverai in fondo al tuo viaggio.»
Mio padre esclama, sempre con voce nascosta:
«Figlio, questa avventura che stai vivendo ti servirà molto e servirà anche a molti altri.»
Sembrano frasi criptiche, che nascondono un messaggio cifrato che devo solo riconoscere e dipanare per arrivare a quella consapevolezza alla quale mi stavano rimandando. Li riguardo bene e mi appaiono come dei totem, come i baluardi di una stirpe nata chissà quanto tempo fa che vogliono riportarmi alle mie origini, alle mie radici. Un so che di arcaico e di mitico si sprigionava dalle loro figure e dalle loro parole.
Adesso ho un compito preciso e mi ci butto a capo fitto.

DOV’È MIO FRATELLO?

Decido di ripartire e lancio l’ultima occhiata ai miei genitori e in cuor mio li ringrazio per ciò che mi hanno detto e anche per ciò che hanno fatto per me tutta la vita. Adesso vado a cercare mio fratello a casa sua a Prato. Proprio ieri aveva avuto un brutto incidente in moto e si era salvato per miracolo e avrebbe dovuto ringraziare il suo spirito custode per aver avuto salva la vita. Mio fratello Piero stava attraversando un brutto periodo pieno di preoccupazioni, ansie e timori per il futuro e gli avevo detto per telefono quanto era importante la sua famiglia e gli affetti con tutti noi e con gli altri con i quali condivide interessi e amicizie schiette. Mentre viaggiavo passano, come in un film, tutti momenti belli e angosciosi che abbiamo vissuto insieme e quanto mi sia stato vicino nei frangenti in cui ho vissuto crisi emotive molto forti. Ho sempre saputo di poter contare su di lui anche se spesso il suo carattere tendeva volontariamente ad allontanarsi dal mio affetto, scambiandolo forse per debolezza o per sciocca rivalità.
Chissà? Non lo so davvero.
Mi ha sempre detto come fosse importante per lui la famiglia, anche quella di origine ma ha sempre fatto di tutto per trovare motivi di allontanamento come se si sentisse scacciato da questo sentimento naturalmente condivisibile. Una volta, però, fu invitato senza tanti preamboli ad andarsene dalla casa in cui viveva con la sua famiglia, da mia madre che mise una forte dose di perfidia rimproverandogli che non stava rispettando le regole del clan o, almeno, quel clan che lei idealizzava. Fu come la scacciata dall’Eden e i peccatori, mio fratello e company, se ne andarono da un’altra parte frammentando ulteriormente quel tipo di comunità che si era creata e che io avevo già abbandonato tempo fa avendo divorziato dalla prima moglie.
Ero già arrivato in viale Borgo Valsugana a Prato e, assorto nei pensieri e nei ricordi, non avevo fatto caso alla solita assenza di esseri umani in ogni dove. Arrivato all’altezza del cosiddetto Ponte Petrino, dove passa sopra la ferrovia, prima della rotonda m’imbatto con un gruppo molto folto di pecore che ingombrano la strada e pascolano l’erba delle aiuole. Non riesco a passare, suono il clacson ma non si spostano. Avevano colonizzato quell’area e anche se mi avvicino ai corpi degli animali non si muovono e sarei costretto a investirle per proseguire. Scendo dalla vettura e cerco di contrattare con il gregge il mio passaggio. A questo punto tutte le bestie mi guardano e spostano le loro teste all’unisono nella mia direzione. Mi rivolgo a tutto il gruppo e dico:
«Sto andando a cercare mio fratello che abita qui vicino, mi fate passare per favore?»
Una di loro mi risponde dicendo:
«Anche io avevo un fratello morto a pochi mesi per rimpinzare la tua pancia golosa, ma la sua carne che nessuno ha comprato è stata buttata via. Chi mi restituisce mio fratello morto inutilmente?»
Bella domanda! Molto imbarazzante. Non ci sto molto a pensare e replico subito:
«Voi pecore avete dato a noi uomini latte, carne e lana per tessere i nostri indumenti e siete molto preziose per la nostra sopravvivenza, ma non mi sento responsabile se la legge perversa e utilitaristica del mercato vi ha considerato solo come merce. L’essere umano non si poneva, in un passato remoto, in questo modo con voi e adesso tornerà quell’uomo più vero e arcaico che vi riconosceva come degli alleati, dei compagni di viaggio. Non ci saranno più sacrifici inutili, l’uomo moderno è sparito e ne sta arrivando uno nuovo, ma antico, che aprirà un nuovo ciclo.»
«Bene,» esclama la pecora parlante «ti crediamo ma dovrai darcene prova.»
«Ebbene sì,» ribadisco con enfasi «m’impegno al che l’uomo nuovo torni ad essere un tutt’uno con la natura e i suoi frutti!»
Le pecore cominciano a spostarsi ai lati della strada e posso transitare per arrivare a casa di Piero.
Posteggio e sono costretto a scavalcare il cancello automatico, dato che il campanello non funziona, probabilmente. La porta è chiusa e anche le finestre da basso, allora faccio il giro per accedere dal retro passando da piccoli giardini desolati e terrazze a piano terra. Arrivo nella corte della casa e la porta di cucina è aperta. Mi introduco all’interno, guardingo, anche perché avverto qualche sentore di pericolo. Forse è solo autosuggestione o chissà che. Sul divano in soggiorno scorgo la testa semi pelata di mio fratello e in un balzo gli sono davanti. Lo osservo bene, anche lui è immobile, lo tocco e sembra fatto di sabbia però con una sufficiente consistenza da non sgretolarsi. Lo chiamo e lo scuoto ma improvvisamente comincia a sfaldarsi come fa un castello di sabbia baciato dalle onde sulla riva del mare. Mi scosto e la sabbia comincia a colare sul pavimento formando una parola:
«Scappa!»
In un attimo sento calpestare pesantemente le scale che congiungono il soggiorno alla zona notte. Urla, berci, frasi sconnesse come:
«Uccidiamolo!»; «Smembriamolo!»; «Tagliamoli la testa!»
Caspita!
Devo fuggire e alla svelta da qui. Faccio in tempo a scorgere uno dell’orda selvaggia che stava raggiungendo il soggiorno come un uomo barbuto, con capelli lunghi e vestito come un guerriero barbaro armato di ascia. Sembrava come se un ostrogoto uscito da un libro di gesta leggendarie si fosse materializzato in quel momento per attaccarmi. Anche se con due tendini rotti operati, ma con un passato di buon atleta, mi scaravento fuori della cucina e rimbalzo da un giardino all’altro per tornare alla Kangoo. Sento le grida lontane e mi pare di avercela fatta, sbuco in strada inforco l’auto e scappo via a tutta velocità. Ce l’ho fatta anche se per un pelo quei novelli barbari non mi hanno fracassato il cranio.
Trovo una fontanella d’acqua per la strada e ne approfitto per rifocillarmi e fare il punto della situazione a palle ferme. Meno male che mio fratello mi aveva avvertito a modo suo, ma mi domando ora il perché di questa minaccia così sanguinaria nei miei confronti. Allora mi ricordo che un amico sciamano di nome Tsunki mi disse che le orde selvagge dei barbari rappresentavano la vendetta delle foreste abbattute inconsideratamente dall’uomo della civiltà pre-industriale che stava colonizzando la natura con le città, le strutture, le ferrovie e tutto quello che era il supporto materiale di quella civiltà nascente. Quel tipo di civiltà che è stato precursore di quella attuale tutta presa dalla tecnologia, dalla scienza, dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse e da una religione utilitaristica imperniata solo sul corpo e sul benessere, non certo sull’anima o sullo spirito.
È stato un ammonimento forte e chiaro e la minaccia la stavo sentendo ancora nelle mie vene e nei miei muscoli che si erano irrigiditi di acido lattico dopo la fuga precipitosa. Adesso ho voglia solo di riposare e mangiare qualcosa, allora entro in un circolo e arraffo una merendina confezionata e un panino con prosciutto rimasto nella vetrina. Mi sento un po’ ladro e allora mi viene istintivamente di aprire il borsellino dei soldi per lasciare uno o due euro. Ma cosa sto facendo? A chi servono questi soldi? Che sciocco!

COME UN BATTITO D’ALI DI FARFALLA

Niente ha più senso. La società alla quale appartenevo non esiste più. Dissolta.
Tutto è cambiato così repentinamente che non mi sono accorto che è cambiato ogni cosa, che il mondo in cui vivevo si è trasformato nel tempo di un battito d’ali di farfalla. Ma come si è modificato? L’uomo vivo non lo vedo, ci sono gli animali, le piante, le rocce, l’aria, il sole, la terra. La terra!
La terra è rimasta la stessa, allora non si è modificato niente… Ma adesso come fare a ricominciare? Non è vitale soffermarmi sul perché e sul come vedo la realtà ma è importante ripartire, almeno per me che faccio parte dell’umanità. O sbaglio? Non mi ero mai sentito così ricco nella mia vita come ora e adesso andrò alla ricerca dell’umanità che è stata inghiottita nel nulla. Ma dove la cerco? Certo che cominciavo a farci l’abitudine a questo stato di cose ma questa immensa natura che mi sta intorno comincia a farmi un po’ paura e voglio condividere con qualcuno della mia specie queste sensazioni e fare un progetto per continuare a vivere qui o altrove in armonia e dare un senso alla mia esistenza.
Dove vado? Se ricomincio a vagare in auto in lungo e in largo non credo di arrivare a incontrare nessun individuo umano; troverei la stessa situazione ovunque. Dunque, che fare? Già, che fare?!? Mi sento inerme e sperso, l’unica cosa che riesco a fare e stare fermo ad aspettare. È inutile che continui ad attendere e pensare, lascerò che la realtà scorra così com’è. L’impulso è quello di muovermi, di cominciare a camminare in cerca di qualche situazione, qualunque sia, nella quale trovare una via di uscita o una via di entrata. Se questa fosse una realtà parallela o coincidente, potrei cercare una porta di ingresso (o di uscita) e sbucare in un’altra realtà, o la stessa nella quale ho vissuto fino a poco tempo fa, oppure un’altra ancora. Sempre lo sciamano Tsunki mi ha insegnato che ci sono molte porte per entrare in altre realtà, attraverso viaggi ultra-corporei grazie alle visioni. Alcune volte avevo già fatto questi viaggi e avevo cercato di orizzontarmi attraverso delle mappe di riconoscimento in mondi sotterranei o sottacquei. Questi ingressi sono rappresentati spesso da anfratti di roccia, alberi cavi o tagliati, cavità nel suolo, corsi d’acqua o altro ancora.
Mi trovo in città e quindi mi dirigo verso la collina sovrastante per cercare uno di questi pertugi. Un altro viaggio incomincia.

IL VIAGGIO E L’ARRIVO. DESTINAZIONE

Mi metto in marcia verso la collina pietrosa, arricchita da gruppi di alberi e un po’ di macchia pioniera qua e là. Cammino sotto un sole inclemente e sudo moltissimo come è mio solito fare. Mi arrampico sul versante sassoso e prima di arrivare in cima mi trovo su un piccolo pianoro sovrastato da una serie di massi nel mezzo dei quali intravedo una piccola grotta con un’apertura abbastanza grande per incunearmi. Mi accuccio ed entro camminando carponi; avanzo e la luce esterna piano piano lascia spazio al buio. Adesso sono circondato dalle tenebre e posso anche alzarmi in piedi, tocco le pareti della caverna e proseguo ancora fino a incontrare una parete bagnata d’acqua. Sento anche lo stillicidio che scende da qualche parte del pertugio in cui mi sono avventurato. Vado avanti e il suono dell’acqua è sempre più forte fino a sembrare una vera e propria cascatella. Seguo il rumore, trovo e tocco l’acqua che cade approfittandone per bere e bagnarmi un po’. I piedi, intanto, sono entrati in una pozza che non riesco a immaginare quanto grande sia. Mi sento attratto dall’acqua e, in un baleno, vengo portato dentro e risucchiato in profondità. Vado giù e ancora più giù, senza avvertire la necessità di respirare. Vado sempre più in basso. Giro vorticosamente dentro un tunnel e all’improvviso vedo una nuova luce dal basso. Mi fermo e mi trovo dentro una grotta molto grande che ha un’apertura illuminata dall’esterno. Cammino fino ad arrivare quasi fuori della caverna e mi accorgo che oltre c’è un baratro da dove non si vede nulla. Rimango nella grotta o mi butto di sotto? Non faccio in tempo a darmi una risposta che sono già in volo e mentre mi libro nell’aria vedo, come sequenze di un film, mio figlio che mi chiama, i miei genitori che tornano da una passeggiata in montagna, mio fratello con la sua famiglia che preparano da mangiare e mia moglie che torna a casa dopo una giornata di lavoro.
Atterro ed esco dalla capanna del mio villaggio. Una nuova vita mi attende. Un nuovo mondo.
È un bellissimo mattino e il sole, già caldo, annuncia con i suoi raggi impietosi una giornata torrida e accecante. Vedo un uomo che si prepara per andare a caccia di cibo, una macchina arrugginita diventata da tanto tempo la tana di molti animali, i cani che abbaiano e una donna anziana che accende il fuoco. I galli strillano, gli insetti ronzano, il barbagianni lancia un grido e tira una piacevole brezza di vento.
Il preludio di una giornata calda e laboriosa: una giornata come un’altra.

Una giornata come un’altra è un racconto di Marco Riccomini